Pierpaolo Matozzo, Psicologo - Psicoterapeuta FSP - ATP

Pierpaolo Matozzo, Psicologo - Psicoterapeuta FSP - ATP Kontaktinformationen, Karte und Wegbeschreibungen, Kontaktformulare, Öffnungszeiten, Dienstleistungen, Bewertungen, Fotos, Videos und Ankündigungen von Pierpaolo Matozzo, Psicologo - Psicoterapeuta FSP - ATP, Psychologe, Locarno.

Qualche giorno fa ho parlato delle mamme che incontro nel mio lavoro clinico. Oggi, invece, voglio parlare dei papà.Inco...
09/11/2025

Qualche giorno fa ho parlato delle mamme che incontro nel mio lavoro clinico.
Oggi, invece, voglio parlare dei papà.

Incontro padri che spingono alla vita con fierezza e fiducia, capaci di sostenere i figli con una presenza solida e incoraggiante. Ci sono anche papà presenti, che si curano dei propri figli con dedizione, che imparano a prendersene cura nel quotidiano — non solo nei gesti pratici, ma anche nell’ascolto, nella tenerezza e nella disponibilità emotiva.

Ma incontro anche padri castranti e limitanti, che per paura o rigidità finiscono per soffocare l’autonomia dei propri figli.

Ci sono poi i padri fuggitivi, quelli che restano ai margini, che si sottraggono al legame e alla responsabilità; padri assenti o distratti, talvolta persi nel proprio narcisismo o imprigionati in un eterno ruolo da “Peter Pan”.

E infine ci sono i padri che cercano di essere amici dei propri figli, confondendo la vicinanza con la complicità. Padri che temono il conflitto e rinunciano al proprio ruolo educativo per non perdere l’affetto o la stima dei figli. In nome di una falsa parità, rischiano di smarrire l’autorevolezza e di lasciare i figli senza quella guida ferma e rassicurante di cui invece avrebbero bisogno per crescere davvero.

Molti padri faticano a occupare il proprio posto, a riconoscere e abitare pienamente ciò che la vita ha chiesto loro di diventare: un padre. Così restano in panchina, spettatori della partita della crescita dei figli, o giocano a nascondino con la responsabilità, oscillando tra il desiderio di esserci e la paura di non essere all’altezza.

Eppure, ogni padre – anche quello più distante – porta dentro di sé una possibilità di ritorno.

Diventare padre, in fondo, non è solo un fatto biologico o di ruolo: è un atto di presenza, una scelta che si rinnova ogni giorno. È la capacità di restare, di farsi trovare, di accettare di non essere perfetti ma reali, umani, sufficientemente buoni.

Forse è da lì che può cominciare davvero la paternità: dal coraggio di tornare al proprio posto, con tutto ciò che si è!

È un fenomeno che riscontro sempre più frequentemente tra i giovani con cui lavoro quotidianamente: il cosiddetto body c...
08/11/2025

È un fenomeno che riscontro sempre più frequentemente tra i giovani con cui lavoro quotidianamente: il cosiddetto body count. Nel contesto dei social media, dove l’immagine spesso prevale sulla sostanza, anche la sfera intima rischia di essere ridotta a un numero. Il body count, ossia il numero di partner sessuali, è percepito da molti giovani come un indicatore di valore personale, popolarità o essere esperti!
Tuttavia, questa enfasi sulla quantità comporta dei rischi significativi. Quando l’intimità viene vissuta come un dato numerico, si perde il senso emotivo e affettivo dei rapporti. Le esperienze possono diventare superficiali o strumentali, vissute più per dimostrare qualcosa agli altri che per costruire una connessione autentica.
Inoltre, il costante confronto e il giudizio altrui possono alimentare ansia, vergogna e dismorfia relazionale — una condizione in cui il valore di sé viene percepito esclusivamente attraverso l’approvazione esterna, compromettendo il benessere psicologico e la capacità di instaurare relazioni significative. Ridurre una persona a un numero significa dimenticare che dietro ogni incontro esistono storie, emozioni e scelte consapevoli. Il corpo rappresenta solo una parte dell’esperienza umana; ciò che davvero conta è la qualità con cui viviamo l’intimità e la consapevolezza con cui scegliamo di condividere noi stessi.

Durante i colloqui clinici mi trovo spesso di fronte a diverse tipologie di madri, accomunate da un profondo senso di fa...
07/11/2025

Durante i colloqui clinici mi trovo spesso di fronte a diverse tipologie di madri, accomunate da un profondo senso di fatica nel contatto emotivo. Ci sono le madri che appaiono distanti, quasi trattenute: faticano a esprimere comprensione, a pronunciare parole dolci, a lasciarsi andare a gesti di affetto spontanei. Il linguaggio emotivo risulta impoverito, come se fosse stato silenziato da una storia personale fatta di mancanze, rigidità o modelli di cura poco accoglienti.

E poi ci sono le madri che, al contrario, riempiono il vuoto dell’imprevedibile con l’organizzazione. Quelle che barattano la creatività e il gioco con la pianificazione. Costruiscono tabelle orarie impeccabili, gestiscono calendari digitali con precisione millimetrica, incastrano impegni lavorativi, sportivi e familiari con grande efficienza. Tutto è sotto controllo — tutto, tranne le emozioni dei figli.

Viviamo in un tempo che esalta l’immagine della madre performante: sempre sorridente, curata, disponibile, pronta a mediare ogni conflitto e a trovare soluzioni immediate. Una madre “resiliente”, multitasking, che non si concede errori o cedimenti. Ma la verità è che non basta mettere al mondo un figlio per essere una “buona madre”. La maternità autentica non si costruisce sulla performance, bensì sul contatto con la propria storia affettiva.

Essere madre implica, prima di tutto, fare i conti con la propria esperienza del “materno”: con ciò che si è ricevuto o, più spesso, con ciò che è mancato. Solo riconoscendo queste ferite — e concedendosi la possibilità di sentirle — si può accedere a una forma di cura realmente empatica e viva. Perché il materno non si eredita per diritto biologico, ma si conquista attraverso un percorso di consapevolezza e di incontro con la propria dimensione emotiva.

Il Sé autentico e il Sé costruito: comprendere l’origine del malessere!Spiego spesso ai miei pazienti che, dentro ciascu...
03/11/2025

Il Sé autentico e il Sé costruito: comprendere l’origine del malessere!

Spiego spesso ai miei pazienti che, dentro ciascuno di noi, convivono due dimensioni fondamentali della personalità: il Sé autentico e il Sé costruito.�Il Sé autentico rappresenta la nostra essenza più profonda — ciò che siamo davvero, al di là dei ruoli, delle aspettative e dei condizionamenti esterni. È quella parte di noi che sa cosa desidera, che sente in modo genuino e spontaneo, che vive in coerenza con i propri valori.

Il Sé costruito, invece, nasce come una risposta adattiva: si forma nel tempo per rispondere ai bisogni di approvazione, per conformarsi alle richieste dell’ambiente familiare, sociale o culturale. È la “maschera” che indossiamo per essere accettati, ma che col tempo può allontanarci da ciò che realmente siamo.

Quando questo Sé costruito prende il sopravvento e ci separiamo progressivamente dal nostro Sé autentico, si crea una frattura interiore. È in questo spazio di distanza che nascono il malessere, la sofferenza psicologica, la sensazione di vuoto o di perdita di senso..

Il percorso di benessere e di crescita personale passa allora attraverso un processo di riconnessione con il vero Io: riconoscere le parti costruite, comprenderne la funzione, e riscoprire la propria autenticità. Solo ritornando a sé stessi diventa possibile vivere in modo più libero, coerente e armonioso.

Essere spettatori della propria vita: la passività come difesa dal sentire!Nel lavoro clinico capita di incontrare perso...
30/10/2025

Essere spettatori della propria vita: la passività come difesa dal sentire!

Nel lavoro clinico capita di incontrare persone che sembrano assistere alla propria vita più che viverla. Sono spettatori, non attori: osservano gli eventi scorrere, senza riuscire a incidere realmente sul proprio percorso.
�Questa posizione di passività spesso non è segno di indifferenza, ma una forma di difesa. Il vivere in “seconda fila” diventa una strategia per non sentire, per evitare il confronto con emozioni troppo intense o con la paura del fallimento e del dolore.
Per anestetizzare il vuoto o la sofferenza, alcuni ricorrono a modalità di fuga più o meno riconosciute socialmente: l’abuso di serie televisive, il gioco d’azzardo, l’alcol o altre condotte compulsive. Tutti strumenti che hanno in comune la funzione di non vedere, di sospendere il contatto con la realtà interna ed esterna.

Paradossalmente, in questo tentativo di evitare il male, spesso si finisce per sceglierlo: il male come abitudine, come terreno conosciuto, appare meno spaventoso del bene, che richiede invece responsabilità, presenza e vulnerabilità.

Il lavoro terapeutico mira allora a restituire al paziente la possibilità di tornare attore della propria storia, aiutandolo a tollerare il sentire e a riappropriarsi di un ruolo attivo nel proprio vivere. Solo così può emergere la libertà di scegliere — non più per evitare il dolore, ma per incontrare la vita nella sua interezza.

L’asimmetria affettiva nelle coppie: un’eredità culturale difficile da scardinareCon gli anni, uno degli aspetti che più...
26/10/2025

L’asimmetria affettiva nelle coppie: un’eredità culturale difficile da scardinare

Con gli anni, uno degli aspetti che più spesso osservo nelle relazioni di coppia — e che rappresenta una delle principali fonti di conflitto — riguarda il diverso modo in cui uomini e donne tendono a vivere il legame affettivo.

Molte donne, ancora oggi, mettono il proprio partner al primo posto, spesso a discapito di sé stesse: si dedicano completamente alla relazione, investono energie e tempo, trascurando bisogni personali, passioni o spazi individuali. Per loro, la coppia diventa il fulcro dell’esistenza, il luogo dove sentirsi realizzate e riconosciute.

Per molti uomini, invece, la scala delle priorità segue un altro ordine: prima di tutto sé stessi, il lavoro, gli amici, gli hobby… e poi la compagna. Non necessariamente per mancanza d’amore, ma perché il loro senso di identità è costruito in modo diverso, meno centrato sulla relazione e più orientato alla realizzazione personale.

Questa differenza, per molte donne, è difficile da comprendere e da accettare. Nasce un senso di disorientamento: “Perché io metto lui al centro, e lui non fa lo stesso con me?”
La risposta non è semplice, ma affonda le sue radici nella storia culturale e familiare che ci ha formati. Per generazioni, le donne sono state educate a prendersi cura dell’altro, a definire il proprio valore attraverso la relazione; gli uomini, al contrario, sono stati incoraggiati a costruire la propria identità sull’autonomia e sul successo personale.

Eppure, oggi, è sempre più importante riconoscere che una donna non ha bisogno di definirsi attraverso il compagno.
Usando una metafora semplice ma potente: la donna non è una “mezza mela” in attesa della sua metà per sentirsi completa.
È una mela intera, già completa in sé, che può scegliere di condividere la propria interezza con un altro — non per colmare una mancanza, ma per creare un incontro autentico tra due persone già piene, consapevoli e autonome.

Riconoscere questa interezza è un passo fondamentale verso relazioni più mature, in cui l’amore non è sacrificio, ma libertà reciproca di esserci, restando se stessi.

Quando i genitori sono emotivamente assenti: il peso silenzioso sui figli!Nel corso dello sviluppo, la presenza affettiv...
22/10/2025

Quando i genitori sono emotivamente assenti: il peso silenzioso sui figli!

Nel corso dello sviluppo, la presenza affettiva dei genitori rappresenta uno degli elementi fondamentali per la costruzione di un’identità solida e sicura nei figli. Tuttavia, in molti contesti familiari contemporanei, sempre più giovani si trovano a crescere accanto a figure genitoriali fisicamente presenti ma emotivamente distanti. Travolti dallo stress quotidiano, da pressioni lavorative e da una costante ricerca di realizzazione personale, alcuni genitori finiscono per essere poco sintonizzati sui bisogni emotivi dei propri figli.

Questa distanza non si manifesta necessariamente con maltrattamenti o abbandoni espliciti, ma piuttosto con una costante mancanza di ascolto autentico, di empatia, di riconoscimento. I figli vengono visti più per ciò che non fanno, per le loro “mancanze”, che per ciò che sono realmente. Vengono corretti, indirizzati, giudicati, ma raramente accolti nel loro vissuto emotivo. Questo atteggiamento, spesso non intenzionale, può avere effetti profondi e silenziosi.

Molti bambini e adolescenti interiorizzano messaggi impliciti di inadeguatezza: “non sono abbastanza”, “non valgo”, “non merito attenzione”. Ne consegue un senso diffuso di insicurezza, solitudine, e una progressiva chiusura in se stessi. Incapaci di trovare uno spazio sicuro dove esprimere le proprie emozioni, questi giovani tendono a isolarsi e a cercare sollievo in comportamenti che anestetizzano il dolore: l’uso compulsivo del cellulare, il ritiro sociale, esperienze sessuali precoci e non elaborate, l’abuso di sostanze come alcol e droghe.

Tali comportamenti non sono il problema in sé, ma il sintomo di una sofferenza più profonda, che affonda le radici nella mancanza di un legame empatico e stabile con le figure di riferimento. La dipendenza, in tutte le sue forme, diventa così un tentativo – spesso disperato – di colmare un vuoto affettivo.

È fondamentale che adulti e professionisti imparino a riconoscere questi segnali non come ribellione o “problemi adolescenziali”, ma come richieste d’aiuto inascoltate. Coltivare la presenza emotiva, offrire uno spazio di ascolto non giudicante e restituire ai figli il diritto di essere visti, compresi e accolti, può rappresentare il primo passo per sanare ferite invisibili e prevenire derive più gravi.

In un mondo che corre, fermarsi ad ascoltare i propri figli non è solo un gesto d’amore: è un atto di responsabilità.

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19/10/2025

C’è un momento in cui tutti, almeno una volta, ci siamo sentiti come Alice: fuori posto, pieni di domande, e circondati da un mondo che sembra non seguire alcuna logica.
Un mondo dove tutto cambia forma, dove le certezze si sciolgono e le regole non valgono più.

Ma forse proprio lì, nel disordine e nell’assurdo, inizia il vero viaggio.
Un viaggio dentro noi stessi, fatto di domande strane, incontri inaspettati e scelte difficili.
Alice non ha avuto paura di perdersi. Ha avuto il coraggio di seguire la propria curiosità, anche quando tutto sembrava impazzito.

Il Paese delle Meraviglie non è solo fantasia: è il simbolo di ogni momento della vita in cui ci sentiamo confusi, ma scegliamo comunque di andare avanti.
Perché solo chi osa attraversare l’assurdo… scopre chi è davvero!


“Il vero viaggio non è trovare una via d’uscita, ma una via di ritorno a sé.”




❤️👑

Ti è mai capitato di rimandare qualcosa di importante, di mollare proprio quando stavi per ottenere un risultato, o di d...
18/10/2025

Ti è mai capitato di rimandare qualcosa di importante, di mollare proprio quando stavi per ottenere un risultato, o di dire “non sono capace” anche se avevi tutte le carte in regola? O di desiderare di fare altro, ma hai assecondato le aspettative dei tuoi cari? Se sì, potresti aver sperimentato una delle forme più comuni — e sottili — di auto-sabotaggio.

Cos’è l’auto-sabotaggio?

L’auto-sabotaggio è quel comportamento, spesso inconscio, con cui ostacoliamo noi stessi, anche quando desideriamo profondamente un certo risultato. Può manifestarsi in tanti modi: procrastinazione, autosvalutazione, relazioni tossiche, perfezionismo paralizzante, scelte che vanno contro i nostri stessi interessi, giustificazioni…

Non è pigrizia. Non è debolezza. È un meccanismo di difesa.

La mente, pur di evitarci il rischio di fallire, di soffrire o di sentirci giudicati, preferisce farci restare nella “zona sicura”. Anche se questa zona, in realtà, ci limita.

La buona notizia è che l’auto-sabotaggio non è una condanna. Ma per interrompere il ciclo, serve un ingrediente fondamentale: la consapevolezza.

Essere consapevoli significa osservare i propri schemi mentali senza giudicarsi, riconoscere quando stiamo agendo contro di noi e chiederci:

“Perché sto facendo (o non facendo) questa cosa, anche se so che mi farebbe bene?”

È un lavoro di ascolto. Di onestà con se stessi. E di presenza.

Un piccolo esercizio

La prossima volta che ti accorgi di boicottarti, fermati un attimo e scrivi:
• Cosa sto evitando davvero?
• Cosa temo potrebbe succedere se riuscissi davvero?
• Qual è un piccolo passo che potrei fare comunque, oggi?

Portare alla luce questi pensieri è già un modo per iniziare a essere consapevoli!

In conclusione

L’auto-sabotaggio è umano. Capita a tutti, anche alle persone che sembrano avere tutto sotto controllo. La differenza la fa la volontà di conoscersi, di guardarsi dentro con curiosità, e non con colpa.

Diventare consapevoli è il primo passo per uscire dai nostri stessi tranelli e iniziare a costruire una relazione più sana con noi stessi.

Ci hai mai pensato? Quanto tempo, quante energie spendiamo cercando di essere perfetti. Al lavoro, in famiglia, nella cu...
15/10/2025

Ci hai mai pensato? Quanto tempo, quante energie spendiamo cercando di essere perfetti. Al lavoro, in famiglia, nella cura del corpo, nel modo in cui ci presentiamo agli altri. Sempre un passo in più, sempre un dettaglio da correggere. Come se non bastassimo mai.

Ma cosa significa, davvero, essere perfetti?

La perfezione è qualcosa di finito, di statico. Non cambia, non sbaglia, non si muove. E noi invece? Noi siamo esseri vivi, in continua evoluzione. Sbagliamo, impariamo, cresciamo. È proprio questa imperfezione che ci rende umani. Che ci rende autentici.

Perché allora continuiamo a rincorrere un ideale che non ci appartiene?

Questa corsa al perfezionismo rischia di consumarci. Ci lascia spesso con addosso un senso di inadeguatezza, ci spinge verso l’ansia, lo stress, il malessere. Ci fa dimenticare chi siamo davvero, e soprattutto chi possiamo diventare.

E se invece di voler essere perfetti, provassimo a essere pieni? Pieni di potenziale, di desideri, di passioni, anche di fragilità. Perché è lì che nasce la nostra forza: non nell’illusione di essere senza difetti, ma nella capacità di fiorire, giorno dopo giorno, proprio attraverso i nostri limiti.

Forse è il momento di smettere di rincorrere un ideale irraggiungibile, e iniziare a guardare con più amore a ciò che siamo. Imperfetti, sì. Ma veri. Vivi!

Scegliere la propria strada non è facile.Non lo è mai stato.Viviamo immersi in un intreccio fitto di aspettative, condiz...
14/10/2025

Scegliere la propria strada non è facile.
Non lo è mai stato.
Viviamo immersi in un intreccio fitto di aspettative, condizionamenti, voci esterne che cercano di guidarci, spingerci, indirizzarci verso ciò che dovremmo essere, piuttosto che verso ciò che sentiamo di essere.

Eppure, c’è una spinta silenziosa, profonda, che ci abita.
Una voce interiore che, anche quando è soffocata, non smette di parlare.
Seguirla richiede ascolto. Ma soprattutto: richiede coraggio.
Il coraggio di non compiacere.
Il coraggio di non obbedire a un destino che non ci somiglia.
Il coraggio di dire: “No, questa non è la mia strada”.

Durante i miei incontri con le persone, ho avuto la fortuna di ascoltare molte storie. Alcune fragili, altre potenti. Tutte, in qualche modo, autentiche. Storie di chi, a un certo punto, ha scelto di seguire il proprio sentire, anche a costo di andare contro il volere delle persone più care.

Mi viene in mente la signora che avrebbe dovuto diventare insegnante, come desiderava sua madre. Una donna brillante, educata, con ottime capacità relazionali. Era “perfetta” per l’insegnamento. Ma lei sentiva altro. Sentiva colore, materia, forma. L’arte le parlava più dei libri di pedagogia. Ha seguito quella voce, si è messa a dipingere, a scolpire, a vivere delle sue opere. Non è stato facile: delusione in famiglia, dubbi, rinunce economiche. Ma oggi, mentre racconta la sua storia, le brillano gli occhi. Perché è diventata ciò che doveva essere.

O penso a quel ragazzo giovane, brillante, figlio di imprenditori. La famiglia aveva già pronto il futuro per lui: un posto in azienda, sicurezze, status. Ma lui, fin da adolescente, si poneva domande scomode: “Perché siamo qui?”, “Cosa significa vivere bene?”, “Come distinguere il vero dal falso?”. Ha lasciato l’azienda e si è iscritto a Filosofia. Anni di discussioni accese in famiglia, di porte chiuse. Eppure, oggi è un ricercatore appassionato, insegna, scrive. E soprattutto: si sente vivo.

E poi c’è il matematico, con una carriera promettente in ambito accademico, che un giorno ha deciso di mollare tutto per aprire una pizzeria. “Non aveva senso per nessuno”, racconta. “Ma per me sì. Cucinare mi mette in contatto con qualcosa di essenziale, di concreto. È il mio modo di fare del bene agli altri”.

Cosa accomuna queste persone?
Una scelta profonda, quasi sacra: quella di onorare la propria autenticità.
Anche quando significa deludere chi ci ama.
Anche quando ci si sente soli, giudicati, incompresi.

Seguire ciò per cui siamo qui è un atto di responsabilità verso la nostra unicità.
È domandarci, ogni giorno: “Quello che sto facendo mi rappresenta davvero? Mi accende o mi spegne? Mi fa sentire parte della vita o solo un ingranaggio che gira?”

È un cammino, non una meta. A volte tortuoso, spesso solitario, sempre rivelatore.
Chi lo intraprende sa che non esiste garanzia di successo, ma esiste qualcosa di più prezioso: l’essere fedele a se stessi! Perché alla fine, come diceva Jung, “la vocazione non è qualcosa che si sceglie, ma qualcosa che si riconosce”.
E quando la riconosci, non puoi più far finta di niente.





Quanta sofferenza si cela dietro la fatica di essere se stessi.Ogni giorno indossiamo una maschera diversa, fatta di sor...
13/10/2025

Quanta sofferenza si cela dietro la fatica di essere se stessi.
Ogni giorno indossiamo una maschera diversa, fatta di sorrisi ben costruiti, parole misurate, gesti che non sempre ci appartengono.
Lo facciamo per affrontare un quotidiano che pretende forza, coraggio, efficienza.

Ci si alza al mattino e, prima ancora di ritrovare sé stessi, si indossa un ruolo: quello di chi ce la fa, di chi non si lascia abbattere, di chi sorride anche quando, dentro, si sta spegnendo.
Ma quella maschera pesa, e più a lungo la si indossa, più ci allontana dalla verità di ciò che siamo.

Essere se stessi, in un mondo che premia la perfezione, la fama, il successo, che idolatra l’apparenza, è un atto di silenziosa resistenza.
Ma è anche un atto di coraggio. Perché non c’è forza più grande di chi sceglie di mostrarsi per ciò che è, senza filtri né finzioni.
Ogni passo verso l’autenticità è un passo verso la libertà.

I malesseri con cui mi confronto ogni giorno, spesso nascono proprio dall’essermi allontanato da chi sono veramente.
Ed è lì che tutto diventa più faticoso, più pesante, più vuoto.

Ecco perché ogni giorno in cui scegli di essere te stesso, anche solo un po’ di più, è un giorno vinto.
Non smettere di crederci: la tua verità è il tuo potere più grande.

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