Pierpaolo Matozzo, Psicologo - Psicoterapeuta FSP - ATP

Pierpaolo Matozzo, Psicologo - Psicoterapeuta FSP - ATP Kontaktinformationen, Karte und Wegbeschreibungen, Kontaktformulare, Öffnungszeiten, Dienstleistungen, Bewertungen, Fotos, Videos und Ankündigungen von Pierpaolo Matozzo, Psicologo - Psicoterapeuta FSP - ATP, Psychologe, Locarno.

Vedere dal vivo A Christmas Carol di Charles Dickens, dopo averlo letto e rivisto tante volte in televisione, è stata un...
15/12/2025

Vedere dal vivo A Christmas Carol di Charles Dickens, dopo averlo letto e rivisto tante volte in televisione, è stata un’emozione nuova e più intensa. Il teatro rende tutto più vero, più vicino: le voci, le luci, le ombre sembrano parlare direttamente a noi, spettatori del presente.

Ed è proprio qui che questo grande classico natalizio dimostra tutta la sua attualità. A Christmas Carol non è solo una storia di Natale, ma un racconto profondamente umano, che parla anche al nostro tempo. Parla delle ombre con cui ciascuno di noi è costretto a fare i conti: paure, rimpianti, rigidità, ferite mai davvero affrontate. Parla delle catene che, spesso senza accorgercene, costruiamo giorno dopo giorno con le nostre scelte, con l’indifferenza, con l’abitudine a guardare solo avanti senza mai fermarci a capire chi siamo diventati.

Scrooge non è un personaggio lontano: è lo specchio di una società che corre, che misura tutto in termini di profitto, che fatica a fermarsi e ad ascoltare. Il suo viaggio nel tempo – passato, presente e futuro – è una potente metafora di ciò che anche noi siamo chiamati a fare: guardare indietro per comprendere, osservare il presente con onestà, immaginare il futuro con responsabilità.

Questo viaggio porta a una presa di consapevolezza profonda, dolorosa ma necessaria. È lì che nasce la possibilità di un cambiamento reale e sano. Non un cambiamento di facciata, ma una trasformazione che parte dall’interno, dal riconoscere le proprie ombre e dal decidere di non esserne più prigionieri.

Forse è questo il messaggio più forte che Dickens ci consegna ancora oggi: il cambiamento è sempre possibile, in qualsiasi momento della vita. Basta avere il coraggio di guardarsi dentro e di spezzare, una a una, le catene che ci tengono fermi. E forse il Natale, ieri come oggi, è proprio il tempo giusto per iniziare.

📣 Su “Insieme” di questo mese trovate il mio nuovo articolo! ✨ “La solitudine dei giovani adulti: un paradosso dell’epoc...
12/12/2025

📣 Su “Insieme” di questo mese trovate il mio nuovo articolo!

✨ “La solitudine dei giovani adulti: un paradosso dell’epoca connessa” ✨

In questo scritto esploro una delle sfide più attuali della Generazione Z: sentirsi soli in un mondo dove siamo costantemente connessi.
Parlo delle possibili cause di questa solitudine, della crescente paura di essere “tagliati fuori” – la cosiddetta FOMO – e di ciò che possiamo fare, come individui e come comunità, per costruire relazioni più autentiche e spazi emotivi più sicuri.

Vi auguro una buona lettura e grazie come sempre a

Nei giorni scorsi, una paziente mi ha confidato di sentirsi spesso inadeguata quando si trova a parlare in gruppo. “Non ...
09/12/2025

Nei giorni scorsi, una paziente mi ha confidato di sentirsi spesso inadeguata quando si trova a parlare in gruppo. “Non ho la dialettica degli altri”, mi ha detto. Mi raccontava che, prima di rispondere, sente il bisogno di ascoltare davvero ciò che le persone dicono e di prendersi un momento per elaborarlo.
A quel punto le ho fatto notare che quella che lei vive come una mancanza è in realtà una grande qualità. Lei, sorpresa, mi ha chiesto: “Ah sì? E quale sarebbe?”�L’ascolto.

In un tempo in cui tutti vogliono dire la propria, in cui ognuno reclama spazio per essere ascoltato, siamo continuamente sovrastimolati, quasi automatizzati. L’arte dell’ascoltare — quella autentica, profonda — sta diventando sempre più rara. E non parlo solo dell’ascolto dell’altro, ma anche, e soprattutto, dell’ascolto di noi stessi.

Il vero problema di molte persone, infatti, è che una parte fondamentale delle loro energie viene utilizzata per non sentire le loro emozioni; nasconderle, camuffarle, magari diventando iper-razionali, illudendosi con ciò di avere il controllo di qualunque cosa possa accadere o sia accaduta. In altri casi, la vita viene impostata con frenesia, in modo da non potersi mai veramente fermare, per ascoltarsi, e quindi per accogliere le proprie emozioni.

…Stiamo diventando sordi alla nostra parte più vera, quella che sussurra sotto il rumore di fondo e che, spesso, ci fa persino paura sentire. È quella voce che ci ricorda chi siamo davvero e di cosa abbiamo bisogno, ma che rischiamo di soffocare nel frastuono delle parole e delle aspettative.

E allora forse la domanda non è come posso parlare meglio?, ma quanto sono disposto ad ascoltarmi davvero?�Perché l’ascolto di sé richiede coraggio: significa fermarsi, rallentare, accogliere ciò che emerge senza giudizio. Significa riconoscere emozioni che non sempre ci piacciono, desideri che abbiamo nascosto, verità che abbiamo rimandato.

Ma è proprio da lì che nasce la chiarezza.�Ascoltarsi è un atto di cura: un modo per tornare al centro, per smettere di rincorrere rumori esterni e ritrovare la direzione che fa per noi.�E a volte basta proprio questo: un momento di silenzio sincero, per ricordarci che la voce più importante da non perdere… è la nostra!🫶

Ieri, camminando per le vie silenziose e fredde, appena scaldate da un sole timido, mi sono imbattuto in una mostra alle...
24/11/2025

Ieri, camminando per le vie silenziose e fredde, appena scaldate da un sole timido, mi sono imbattuto in una mostra allestita nella corte del Municipio di Bellinzona. L’impatto emotivo è stato immediato, quasi violento.
Quei corpi esposti, accompagnati dalle voci e dai racconti di donne che hanno subito l’indicibile, mi hanno trafitto. Sono rimasto immobile, come congelato.

Da uomo, sentire e vedere ciò che altre mani — anch’esse di uomini — hanno potuto infliggere, è stato sconvolgente. Una frattura interiore difficile da colmare.
E mentre ascoltavo, pensavo a una verità semplice e luminosa: ogni uomo viene al mondo grazie a una donna.

Di fronte a quell’evidenza, tutto ciò che ho visto oggi appare ancora più inaccettabile, ancora più aberrante. Eppure necessario da guardare, per non voltarsi mai dall’altra parte. E allora guardo a noi uomini, e capisco che non possiamo più restare ai margini.

Abbiamo la responsabilità di riconoscere gli errori, di rompere il silenzio,
di dire “basta” anche quando non riguarda noi direttamente.
Perché la violenza non è un fatto privato: è un’eredità che possiamo scegliere di interrompere.
E il cambiamento comincia da noi, adesso!










Qualche giorno fa ho parlato delle mamme che incontro nel mio lavoro clinico. Oggi, invece, voglio parlare dei papà.Inco...
09/11/2025

Qualche giorno fa ho parlato delle mamme che incontro nel mio lavoro clinico.
Oggi, invece, voglio parlare dei papà.

Incontro padri che spingono alla vita con fierezza e fiducia, capaci di sostenere i figli con una presenza solida e incoraggiante. Ci sono anche papà presenti, che si curano dei propri figli con dedizione, che imparano a prendersene cura nel quotidiano — non solo nei gesti pratici, ma anche nell’ascolto, nella tenerezza e nella disponibilità emotiva.

Ma incontro anche padri castranti e limitanti, che per paura o rigidità finiscono per soffocare l’autonomia dei propri figli.

Ci sono poi i padri fuggitivi, quelli che restano ai margini, che si sottraggono al legame e alla responsabilità; padri assenti o distratti, talvolta persi nel proprio narcisismo o imprigionati in un eterno ruolo da “Peter Pan”.

E infine ci sono i padri che cercano di essere amici dei propri figli, confondendo la vicinanza con la complicità. Padri che temono il conflitto e rinunciano al proprio ruolo educativo per non perdere l’affetto o la stima dei figli. In nome di una falsa parità, rischiano di smarrire l’autorevolezza e di lasciare i figli senza quella guida ferma e rassicurante di cui invece avrebbero bisogno per crescere davvero.

Molti padri faticano a occupare il proprio posto, a riconoscere e abitare pienamente ciò che la vita ha chiesto loro di diventare: un padre. Così restano in panchina, spettatori della partita della crescita dei figli, o giocano a nascondino con la responsabilità, oscillando tra il desiderio di esserci e la paura di non essere all’altezza.

Eppure, ogni padre – anche quello più distante – porta dentro di sé una possibilità di ritorno.

Diventare padre, in fondo, non è solo un fatto biologico o di ruolo: è un atto di presenza, una scelta che si rinnova ogni giorno. È la capacità di restare, di farsi trovare, di accettare di non essere perfetti ma reali, umani, sufficientemente buoni.

Forse è da lì che può cominciare davvero la paternità: dal coraggio di tornare al proprio posto, con tutto ciò che si è!

È un fenomeno che riscontro sempre più frequentemente tra i giovani con cui lavoro quotidianamente: il cosiddetto body c...
08/11/2025

È un fenomeno che riscontro sempre più frequentemente tra i giovani con cui lavoro quotidianamente: il cosiddetto body count. Nel contesto dei social media, dove l’immagine spesso prevale sulla sostanza, anche la sfera intima rischia di essere ridotta a un numero. Il body count, ossia il numero di partner sessuali, è percepito da molti giovani come un indicatore di valore personale, popolarità o essere esperti!
Tuttavia, questa enfasi sulla quantità comporta dei rischi significativi. Quando l’intimità viene vissuta come un dato numerico, si perde il senso emotivo e affettivo dei rapporti. Le esperienze possono diventare superficiali o strumentali, vissute più per dimostrare qualcosa agli altri che per costruire una connessione autentica.
Inoltre, il costante confronto e il giudizio altrui possono alimentare ansia, vergogna e dismorfia relazionale — una condizione in cui il valore di sé viene percepito esclusivamente attraverso l’approvazione esterna, compromettendo il benessere psicologico e la capacità di instaurare relazioni significative. Ridurre una persona a un numero significa dimenticare che dietro ogni incontro esistono storie, emozioni e scelte consapevoli. Il corpo rappresenta solo una parte dell’esperienza umana; ciò che davvero conta è la qualità con cui viviamo l’intimità e la consapevolezza con cui scegliamo di condividere noi stessi.

Durante i colloqui clinici mi trovo spesso di fronte a diverse tipologie di madri, accomunate da un profondo senso di fa...
07/11/2025

Durante i colloqui clinici mi trovo spesso di fronte a diverse tipologie di madri, accomunate da un profondo senso di fatica nel contatto emotivo. Ci sono le madri che appaiono distanti, quasi trattenute: faticano a esprimere comprensione, a pronunciare parole dolci, a lasciarsi andare a gesti di affetto spontanei. Il linguaggio emotivo risulta impoverito, come se fosse stato silenziato da una storia personale fatta di mancanze, rigidità o modelli di cura poco accoglienti.

E poi ci sono le madri che, al contrario, riempiono il vuoto dell’imprevedibile con l’organizzazione. Quelle che barattano la creatività e il gioco con la pianificazione. Costruiscono tabelle orarie impeccabili, gestiscono calendari digitali con precisione millimetrica, incastrano impegni lavorativi, sportivi e familiari con grande efficienza. Tutto è sotto controllo — tutto, tranne le emozioni dei figli.

Viviamo in un tempo che esalta l’immagine della madre performante: sempre sorridente, curata, disponibile, pronta a mediare ogni conflitto e a trovare soluzioni immediate. Una madre “resiliente”, multitasking, che non si concede errori o cedimenti. Ma la verità è che non basta mettere al mondo un figlio per essere una “buona madre”. La maternità autentica non si costruisce sulla performance, bensì sul contatto con la propria storia affettiva.

Essere madre implica, prima di tutto, fare i conti con la propria esperienza del “materno”: con ciò che si è ricevuto o, più spesso, con ciò che è mancato. Solo riconoscendo queste ferite — e concedendosi la possibilità di sentirle — si può accedere a una forma di cura realmente empatica e viva. Perché il materno non si eredita per diritto biologico, ma si conquista attraverso un percorso di consapevolezza e di incontro con la propria dimensione emotiva.

Il Sé autentico e il Sé costruito: comprendere l’origine del malessere!Spiego spesso ai miei pazienti che, dentro ciascu...
03/11/2025

Il Sé autentico e il Sé costruito: comprendere l’origine del malessere!

Spiego spesso ai miei pazienti che, dentro ciascuno di noi, convivono due dimensioni fondamentali della personalità: il Sé autentico e il Sé costruito.�Il Sé autentico rappresenta la nostra essenza più profonda — ciò che siamo davvero, al di là dei ruoli, delle aspettative e dei condizionamenti esterni. È quella parte di noi che sa cosa desidera, che sente in modo genuino e spontaneo, che vive in coerenza con i propri valori.

Il Sé costruito, invece, nasce come una risposta adattiva: si forma nel tempo per rispondere ai bisogni di approvazione, per conformarsi alle richieste dell’ambiente familiare, sociale o culturale. È la “maschera” che indossiamo per essere accettati, ma che col tempo può allontanarci da ciò che realmente siamo.

Quando questo Sé costruito prende il sopravvento e ci separiamo progressivamente dal nostro Sé autentico, si crea una frattura interiore. È in questo spazio di distanza che nascono il malessere, la sofferenza psicologica, la sensazione di vuoto o di perdita di senso..

Il percorso di benessere e di crescita personale passa allora attraverso un processo di riconnessione con il vero Io: riconoscere le parti costruite, comprenderne la funzione, e riscoprire la propria autenticità. Solo ritornando a sé stessi diventa possibile vivere in modo più libero, coerente e armonioso.

Essere spettatori della propria vita: la passività come difesa dal sentire!Nel lavoro clinico capita di incontrare perso...
30/10/2025

Essere spettatori della propria vita: la passività come difesa dal sentire!

Nel lavoro clinico capita di incontrare persone che sembrano assistere alla propria vita più che viverla. Sono spettatori, non attori: osservano gli eventi scorrere, senza riuscire a incidere realmente sul proprio percorso.
�Questa posizione di passività spesso non è segno di indifferenza, ma una forma di difesa. Il vivere in “seconda fila” diventa una strategia per non sentire, per evitare il confronto con emozioni troppo intense o con la paura del fallimento e del dolore.
Per anestetizzare il vuoto o la sofferenza, alcuni ricorrono a modalità di fuga più o meno riconosciute socialmente: l’abuso di serie televisive, il gioco d’azzardo, l’alcol o altre condotte compulsive. Tutti strumenti che hanno in comune la funzione di non vedere, di sospendere il contatto con la realtà interna ed esterna.

Paradossalmente, in questo tentativo di evitare il male, spesso si finisce per sceglierlo: il male come abitudine, come terreno conosciuto, appare meno spaventoso del bene, che richiede invece responsabilità, presenza e vulnerabilità.

Il lavoro terapeutico mira allora a restituire al paziente la possibilità di tornare attore della propria storia, aiutandolo a tollerare il sentire e a riappropriarsi di un ruolo attivo nel proprio vivere. Solo così può emergere la libertà di scegliere — non più per evitare il dolore, ma per incontrare la vita nella sua interezza.

L’asimmetria affettiva nelle coppie: un’eredità culturale difficile da scardinareCon gli anni, uno degli aspetti che più...
26/10/2025

L’asimmetria affettiva nelle coppie: un’eredità culturale difficile da scardinare

Con gli anni, uno degli aspetti che più spesso osservo nelle relazioni di coppia — e che rappresenta una delle principali fonti di conflitto — riguarda il diverso modo in cui uomini e donne tendono a vivere il legame affettivo.

Molte donne, ancora oggi, mettono il proprio partner al primo posto, spesso a discapito di sé stesse: si dedicano completamente alla relazione, investono energie e tempo, trascurando bisogni personali, passioni o spazi individuali. Per loro, la coppia diventa il fulcro dell’esistenza, il luogo dove sentirsi realizzate e riconosciute.

Per molti uomini, invece, la scala delle priorità segue un altro ordine: prima di tutto sé stessi, il lavoro, gli amici, gli hobby… e poi la compagna. Non necessariamente per mancanza d’amore, ma perché il loro senso di identità è costruito in modo diverso, meno centrato sulla relazione e più orientato alla realizzazione personale.

Questa differenza, per molte donne, è difficile da comprendere e da accettare. Nasce un senso di disorientamento: “Perché io metto lui al centro, e lui non fa lo stesso con me?”
La risposta non è semplice, ma affonda le sue radici nella storia culturale e familiare che ci ha formati. Per generazioni, le donne sono state educate a prendersi cura dell’altro, a definire il proprio valore attraverso la relazione; gli uomini, al contrario, sono stati incoraggiati a costruire la propria identità sull’autonomia e sul successo personale.

Eppure, oggi, è sempre più importante riconoscere che una donna non ha bisogno di definirsi attraverso il compagno.
Usando una metafora semplice ma potente: la donna non è una “mezza mela” in attesa della sua metà per sentirsi completa.
È una mela intera, già completa in sé, che può scegliere di condividere la propria interezza con un altro — non per colmare una mancanza, ma per creare un incontro autentico tra due persone già piene, consapevoli e autonome.

Riconoscere questa interezza è un passo fondamentale verso relazioni più mature, in cui l’amore non è sacrificio, ma libertà reciproca di esserci, restando se stessi.

Quando i genitori sono emotivamente assenti: il peso silenzioso sui figli!Nel corso dello sviluppo, la presenza affettiv...
22/10/2025

Quando i genitori sono emotivamente assenti: il peso silenzioso sui figli!

Nel corso dello sviluppo, la presenza affettiva dei genitori rappresenta uno degli elementi fondamentali per la costruzione di un’identità solida e sicura nei figli. Tuttavia, in molti contesti familiari contemporanei, sempre più giovani si trovano a crescere accanto a figure genitoriali fisicamente presenti ma emotivamente distanti. Travolti dallo stress quotidiano, da pressioni lavorative e da una costante ricerca di realizzazione personale, alcuni genitori finiscono per essere poco sintonizzati sui bisogni emotivi dei propri figli.

Questa distanza non si manifesta necessariamente con maltrattamenti o abbandoni espliciti, ma piuttosto con una costante mancanza di ascolto autentico, di empatia, di riconoscimento. I figli vengono visti più per ciò che non fanno, per le loro “mancanze”, che per ciò che sono realmente. Vengono corretti, indirizzati, giudicati, ma raramente accolti nel loro vissuto emotivo. Questo atteggiamento, spesso non intenzionale, può avere effetti profondi e silenziosi.

Molti bambini e adolescenti interiorizzano messaggi impliciti di inadeguatezza: “non sono abbastanza”, “non valgo”, “non merito attenzione”. Ne consegue un senso diffuso di insicurezza, solitudine, e una progressiva chiusura in se stessi. Incapaci di trovare uno spazio sicuro dove esprimere le proprie emozioni, questi giovani tendono a isolarsi e a cercare sollievo in comportamenti che anestetizzano il dolore: l’uso compulsivo del cellulare, il ritiro sociale, esperienze sessuali precoci e non elaborate, l’abuso di sostanze come alcol e droghe.

Tali comportamenti non sono il problema in sé, ma il sintomo di una sofferenza più profonda, che affonda le radici nella mancanza di un legame empatico e stabile con le figure di riferimento. La dipendenza, in tutte le sue forme, diventa così un tentativo – spesso disperato – di colmare un vuoto affettivo.

È fondamentale che adulti e professionisti imparino a riconoscere questi segnali non come ribellione o “problemi adolescenziali”, ma come richieste d’aiuto inascoltate. Coltivare la presenza emotiva, offrire uno spazio di ascolto non giudicante e restituire ai figli il diritto di essere visti, compresi e accolti, può rappresentare il primo passo per sanare ferite invisibili e prevenire derive più gravi.

In un mondo che corre, fermarsi ad ascoltare i propri figli non è solo un gesto d’amore: è un atto di responsabilità.

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19/10/2025

C’è un momento in cui tutti, almeno una volta, ci siamo sentiti come Alice: fuori posto, pieni di domande, e circondati da un mondo che sembra non seguire alcuna logica.
Un mondo dove tutto cambia forma, dove le certezze si sciolgono e le regole non valgono più.

Ma forse proprio lì, nel disordine e nell’assurdo, inizia il vero viaggio.
Un viaggio dentro noi stessi, fatto di domande strane, incontri inaspettati e scelte difficili.
Alice non ha avuto paura di perdersi. Ha avuto il coraggio di seguire la propria curiosità, anche quando tutto sembrava impazzito.

Il Paese delle Meraviglie non è solo fantasia: è il simbolo di ogni momento della vita in cui ci sentiamo confusi, ma scegliamo comunque di andare avanti.
Perché solo chi osa attraversare l’assurdo… scopre chi è davvero!


“Il vero viaggio non è trovare una via d’uscita, ma una via di ritorno a sé.”




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