04/01/2026
Basta con i “te la sei cercata”.
Ci sono domande che pesano come pietre, frasi che troppo spesso vengono sussurrate o addirittura gridate in faccia a chi ha appena subito un trauma.
Mi riferisco a espressioni come “Ma tu com’eri vestita?”, “Perché avevi bevuto così tanto?”, “Non potevi urlare o scappare?” o la più terribile di tutte: “In fondo, te la sei un po’ cercata”.
Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che queste frasi non servono a capire la dinamica dei fatti, ma servono solo a noi osservatori per sentirci al sicuro.
È un meccanismo psicologico subdolo: abbiamo un disperato bisogno di credere che se ci comportiamo “bene”, se siamo prudenti e seguiamo le regole, il male non ci toccherà. Incolpare la vittima è il modo più veloce per dirci che noi siamo diversi, che noi siamo intoccabili perché noi certi “errori” non li avremmo commessi.
Ma la realtà è che vivere non è un errore. Fidarsi di qualcuno non è una colpa. Camminare da soli la sera, indossare un abito che ci piace, o persino essere ingenui, non sono inviti alla violenza. Una finestra lasciata aperta non autorizza un ladro a entrare in casa, così come un sorriso o un momento di vulnerabilità non autorizzano nessuno a farci del male.
Dobbiamo smettere di analizzare al microscopio il comportamento di chi subisce, cercando la falla o il passo falso, perché le vittime non sbagliano a esistere.
L’unica persona che ha compiuto una scelta attiva, consapevole e colpevole è l’aggressore.
La responsabilità risiede interamente nelle mani di chi decide di violare la libertà altrui, mai in quelle di chi sta semplicemente vivendo la propria vita.
Sostituiamo il giudizio con l’empatia, perché nessuno “se la cerca” mai.