16/03/2026
Quello che stiamo vivendo oggi, come società, non è solo un’epoca di solitudine. Io la chiamo “𝐩𝐞𝐫𝐢𝐨𝐝𝐨 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐫𝐨𝐭𝐭𝐨”, in cui la pelle viene sostituita dagli schermi. La presenza reale viene rimpiazzata da un “ci sentiamo”, e i corpi si evitano, si tengono a distanza, si scusano persino quando desiderano avvicinarsi.
Dentro questa mancanza si è insinuata una narrazione che ci ha convinti che il bisogno di contatto sia una debolezza e se hai bisogno di un abbraccio allora sei “troppo sensibile” o “troppo fragile”.
Il bisogno di contatto è biologico, e soprattutto è umano.
E forse, a farci più male, sono solo gli abbracci mancati di quando eravamo bambini.
Ci sono abbracci che diventano nostalgia e altri diventati una ferita silenziosa, perché non si tratta soltanto del gesto in sé, ma di ciò che quel gesto rappresentava.
Oggi siamo allenatissimi a raccontarci, soprattutto sui social, dove condividiamo pensieri, fragilità e pezzi di vita, ma nel frattempo ci stiamo disabituando alla cosa più semplice e più potente: 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐞.
In una società che ha fretta abbiamo imparato a non sentire troppo, a regolare le emozioni con la testa, a restare composti anche quando dentro vorremmo solo crollare per un attimo tra le braccia di qualcuno, e così finiamo per essere più informati, più consapevoli a parole, ma anche più soli.
In un mondo che premia l’autosufficienza e glorifica chi “non ha bisogno di nessuno”, l’abbraccio è un gesto controcorrente, perché ti riporta alla verità più semplice: 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐠𝐠𝐞𝐫𝐞 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢.
Sai come io vedo l’abbraccio? Come un confine morbido, un gesto in cui due persone si riconoscono e si rispettano senza invadersi, senza pretendere, senza aggiustare niente, e proprio per questo può cambiarti una giornata, perché ti ricorda che esiste ancora un posto nel mondo in cui puoi mollare le spalle, respirare davvero e sentirti, anche solo per un momento, al sicuro.