18/04/2026
Mi arriva un invio da una collega psichiatra.
Un ragazzo di 29 anni, con HPPD - Disturbo Persistente della Percezione da Allucinogeni. Prima volta, per me, su questo quadro.
Sintomi chiari: scie, aloni, immagini persistenti. Momenti di distacco da sé.
Accanto: gioco d’azzardo, uso di cannabis.
Questa storia non comincia con le sostanze.
Comincia molto prima.
Con una madre che, a 22 anni, trova la propria madre morta suicida.
Con una separazione conflittuale.
Con una malattia lunga e un grave lutto.
E con un figlio che, a un certo punto, smette di essere figlio.
Si organizza, accompagna, tiene. Senza fare rumore.
Queste storie non esplodono.
Si comprimono.
Finché trovano una via.
A volte è la sostanza.
A volte è il gioco.
A volte è il corpo che altera la percezione.
Ma non sono punti di partenza.
Sono punti di emersione.
La cannabis abbassa. Il gioco accelera.
Due regolazioni opposte, stessa funzione: non entrare in contatto.
Quando questi assetti saltano, resta una cosa:
un sistema iperattivo, che controlla, che monitora, che non riesce più a lasciar andare.
E allora il sintomo diventa credibile. Centrale. Spiegazione di tutto.
Ma il sintomo non spiega. Segnala.
In terapia non sto lavorando “contro” ciò che vede.
Sto lavorando su ciò che fa quando lo vede.
E su ciò che, per anni, non è stato possibile sentire.
Perché se guardi solo le crepe, ti perdi il punto.
Queste sono storie costruite sopra macerie che nessuno ha mai potuto toccare.
E finché restano lì sotto, continueranno a trovare una forma per farsi vedere.