Emmaus - Casa di preghiera

Emmaus - Casa di preghiera Accoglie tutti! Giovani e adulti, laici e religiosi, da soli o in gruppi, credenti o non credenti.

Emmaus accoglie tutti: giovani e adulti, laici e religiosi, da soli o in gruppi, credenti o no in un luogo di pace per riscoprire la bellezza del silenzio, della riflessione e della condivisione fraterna. Emmaus permette una sosta di silenzio, nella preghiera, nella riflessione, nella condivisione fraterna per riscoprire o approfondire i valori fondamentali del Vangelo. Emmaus è aperta ad ogni persone che, nelle inevitabili difficoltà o nei momenti di stanchezza o di indecisione, si è allontanata dall'ideale di vita cristiana e vuole riscoprire l'Amore misericordioso di Dio e la dignità a cui è chiamata. La comunità propone incontri di formazione, preghiera, approfondimento, riflessione...
La comunità è sempre a disposizione di tutte quelle persone che desiderano essere aiutate nel proprio cammino di fede. Riceve gruppi o persone singole che lo richiedono per un'esperienza di preghiera, approfondimento spirituale, esercizi, ritiri...

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco «Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fr...
27/02/2026

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco

«Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono». Questo brano può sembrare quasi ideale, finché non si sperimenta davvero la rottura di un legame significativo con qualcuno a cui vogliamo bene. Quando accade, ci si accorge che perdonare e cercare la riconciliazione è profondamente faticoso. A volte sembra addirittura impossibile. Le ferite bruciano, l’orgoglio si difende, la delusione irrigidisce il cuore. Eppure Gesù è molto chiaro: non si può separare il rapporto con Dio dal rapporto con il fratello. Non dice che bisogna essere perfetti, ma che non possiamo presentarci davanti a Dio ignorando una frattura che dipende anche da noi. La condizione è il desiderio sincero di comunione. È vero: per una riconciliazione piena servono entrambe le parti. Un legame si ricostruisce in due. Ma non sempre possiamo decidere per l’altro. Non possiamo forzare la sua libertà, né imporre il suo cambiamento. Quello che invece possiamo fare è la nostra parte. Ed è precisamente questo che il Vangelo ci chiede: fare ciò che è in nostro potere. È come se Gesù oggi ci dicesse: “Per quanto dipende da te, non chiudere il cuore. Per quanto è nelle tue possibilità, perdona. Lascia aperta una porta”. Poi sarà l’altro, nella sua libertà, a scegliere se attraversarla. Ma tu non costruire muri. Il perdono non è negare il male subito, né fingere che nulla sia accaduto. È decidere di non lasciare che quel male determini per sempre il tuo cuore. È un atto di libertà. E questo ci abilita a stare davanti a Dio con verità. L’offerta più gradita a Dio non è un gesto rituale impeccabile, ma un cuore che non coltiva rancore. Perché Dio stesso è comunione. E chi desidera incontrarlo non può sottrarsi alla fatica, concreta e quotidiana, di ricostruire legami. Anche quando costa. Anche quando sembra sproporzionato. Per quanto è in tuo potere, perdona. È questo che rende autentico il tuo stare davanti a Dio.

26/02/2026
Vi aspettiamo oggi alle ore 17.00 per pregare insieme!
26/02/2026

Vi aspettiamo oggi alle ore 17.00 per pregare insieme!

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma n...
25/02/2026

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco

«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona». Possono sembrare dure, perfino oscure, le parole con cui Gesù, nel Vangelo di oggi, resiste alla richiesta di compiere segni evidenti. Eppure, umanamente parlando, gli sarebbe bastato compiere qualcosa di straordinario per consolidare la fama e conquistare definitivamente il consenso delle f***e. Ma Gesù sa che il vero cambiamento non nasce dai fuochi d’artificio. Non sono i miracoli a convertire il cuore, se il cuore non è disposto ad ascoltare. Ciò che davvero trasforma è una parola capace di entrare in profondità, di inquietare, di risvegliare la coscienza, di suscitare la nostalgia di una vita diversa. È questo il “segno di Giona”. Il profeta non compie prodigi spettacolari. Annuncia una parola. E quella parola, nuda e diretta, ha la forza di cambiare il destino di un’intera città, grande e complessa come Ninive. Non è lo spettacolo a salvare, ma l’ascolto. Anche per noi il segno rimane la parola di Gesù, il suo Vangelo. È questo il dono che continua a esserci consegnato. Non abbiamo bisogno di eventi straordinari per convertirci; abbiamo bisogno di prendere sul serio ciò che già ci è stato detto. Il Vangelo è sufficiente per cambiare vita, se gli permettiamo di toccare il cuore. Il problema è che spesso è più facile cercare il teatro che affrontare la conversione. È più semplice domandare segni che lasciarsi mettere in discussione. La fede, però, non è uno spettacolo, è una responsabilità. Chiede decisione, coerenza, disponibilità a cambiare. Alla fine, ciò di cui dovremo rendere conto non sarà la mancanza di segni straordinari, ma l’indifferenza verso la Parola ricevuta. Il segno ci è già dato. La domanda è se siamo disposti ad ascoltarlo fino in fondo.

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco «Pregando poi, non sprecate parole come i pagani». Questa annotazione, po...
24/02/2026

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco

«Pregando poi, non sprecate parole come i pagani». Questa annotazione, posta all’inizio della pagina del Vangelo di oggi, introduce l’insegnamento di Gesù sul Padre nostro ed è una parola che ci interroga profondamente. Si può pregare sprecando parole e si può pregare in modo autentico. Non tutta la preghiera, infatti, è automaticamente relazione. La mentalità pagana è quella che pensa di dover convincere Dio, quasi di doverlo persuadere attraverso la quantità delle parole o l’intensità delle performance religiose. È l’idea di un Dio distante, da piegare, da rassicurare, da sollecitare con insistenza perché intervenga. Gesù ribalta questa prospettiva. Dice che chi prega deve compiere anzitutto un atto di consapevolezza: ricordarsi che si sta rivolgendo a un Padre. Non a qualcuno da convincere, ma a qualcuno che è già convinto di amarci. «Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate». La preghiera non serve a informare Dio, ma a trasformare noi. Dio non ha bisogno delle nostre parole; siamo noi ad avere bisogno della preghiera. Pregare è un atto di conversione, non un’esigenza divina. È il modo con cui impariamo a riconoscerci figli. Siamo come bambini che sentono il bisogno profondo di dire al padre o alla madre ciò che portano nel cuore. E i genitori permettono loro di dirlo, anche se già sanno ciò che serve. Perché c’è qualcosa di liberante nel poter esprimere ciò che abita dentro di noi. La preghiera, allora, è una forma di tenerezza che Dio esercita nei nostri confronti: ci concede uno spazio in cui possiamo essere veri, senza maschere, senza strategie. Non è accumulo di parole, ma affidamento. Poi ci sono le parole del Padre nostro. Ognuna di esse è un programma di vita. Non sono soltanto formule da recitare, ma criteri da incarnare: riconoscere la santità del nome di Dio, desiderare il suo Regno, accogliere la sua volontà, vivere il perdono, chiedere il pane necessario, lottare contro il male. Se qualcuno volesse una mappa per orientare la propria crescita cristiana, potrebbe prendere il Padre nostro e impegnarsi a metterlo in pratica. Lì è racchiuso il cuore del Vangelo, e lì si impara a pregare senza sprecare parole, ma consegnando la propria vita.

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco Quale grande grazia ci offre la liturgia di oggi con questa pagina del ca...
23/02/2026

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco

Quale grande grazia ci offre la liturgia di oggi con questa pagina del capitolo 25 del Vangelo di Matteo. In queste parole di Gesù sappiamo già su che cosa saremo interrogati quando, al termine del viaggio della nostra vita, lo incontreremo faccia a faccia. Il criterio è sorprendentemente semplice e insieme esigente: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Gesù è molto chiaro: ci sarà chiesto se abbiamo amato concretamente le persone che ci sono state accanto, se abbiamo preso sul serio soprattutto chi aveva più bisogno, chi era fragile, invisibile, scartato. Amare, infatti, non è soltanto uno scambio reciproco. Non è semplicemente dare e ricevere. A volte amare significa dare a fondo perduto, senza garanzie, senza ritorni immediati. Eppure, secondo l’insegnamento di Cristo, l’amore non è mai perduto: è un investimento eterno. Nulla di ciò che è fatto per amore va disperso; entra nella logica del Regno. Un cristiano si riconosce soprattutto dalla ca**tà. E la ca**tà è estremamente concreta. Parte dai bisogni materiali — fame, sete, nudità, malattia, solitudine, carcere — ma non si esaurisce lì. Si prende cura di tutto ciò che riguarda la persona nella sua interezza. Per questo la Chiesa, nella sua sapienza, ha sempre insegnato che le opere di misericordia non sono soltanto materiali, ma anche spirituali. Esistono povertà che non si vedono subito, ma che feriscono il cuore: ignoranza, dubbio, tristezza, smarrimento, peccato. Anche queste chiedono di essere soccorse. Il Vangelo, allora, ci libera da un’illusione: non saremo giudicati sulle nozioni accumulate, né sulle dichiarazioni di principio, ma sulla capacità concreta di amare. La fede non si misura dalla quantità di discorsi su Dio, ma dalla qualità dell’amore verso il prossimo. Oggi questa pagina ci pone una domanda molto diretta: quanto è concreta la nostra ca**tà? Quanto il nostro amore prende forma in gesti, scelte, tempo donato, ascolto reale? Questo è il vero termometro della nostra fede. Perché dove cresce l’amore, lì cresce anche Dio nella nostra vita e la sua reale comprensione.

Matteo non era il migliore, il più bello o il più santo.Anzi.. era un traditore della propria casa e uomo considerato il...
21/02/2026

Matteo non era il migliore, il più bello o il più santo.
Anzi.. era un traditore della propria casa e uomo considerato il peggiore degli appestati.
Chi sceglie Gesù? Si, proprio lui!!
Attenzione però a vantare troppo questa dinamica altrimenti possiamo essere tentati di dare sfogo ai nostri peggiori istinti pensando di essere ancora più graditi a Gesù (purtroppo questi discorsi si sentono anche all'interno dei contesti ecclesiastici).

Semplicemente ti viene chiesto di riconoscere la tua fragilità, vulnerabilità e debolezza.
Permettiti di riconoscerla e di non averne paura!
Solo così puoi fare spazio a Gesù che viene a chiamarti dicendo: "io non mi scandalizzo, io sono con te, io voglio proprio te!".

E poi c'è la conversione... non prima.. ma dopo!

19/02/2026

"Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servirli, oggi io vi dichiaro che certo perirete"

Questo è un passo della prima lettura di oggi che viene riprese con altre parole da Gesù più di una volta.

Non ha bisogno di interpretazioni, è molto chiaro ed è un precetto fondamentale della vita (sia dei cristiani e non).
Se ti volgi indietro non sei adatta per il Regno come diceva Gesù.
Se ti guardi indietro morirai come una statua di sale come avvenne alla moglie di Lot.

Più chiaro di così è impossibile. Se stai camminando dopo che il Signore ti ha fatto capire e vedere in tutti i modi la strada e ti volti indietro, la tua vita è finita.
È inutile indorare la pillola, sarebbe uno sfregio alla Verità.
Se ti volti di nuovo indietro hai perso tutto e non potrai più recuperarlo.

Agisci di conseguenza.

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco «Se qualcuno vuole ve**re dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua ...
19/02/2026

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco

«Se qualcuno vuole ve**re dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23). In questo versetto del Vangelo di Luca è racchiuso l’intero programma della vita cristiana. Non si tratta di un’esortazione generica, ma di un’indicazione precisa. Credere in Gesù significa imparare a camminare dietro di Lui, senza pretendere di precederlo. Significa riconoscere che la direzione non la stabiliamo noi, ma che possiamo mettere i nostri passi nelle sue orme. Seguirlo vuol dire percorrere i sentieri che Egli stesso ha tracciato con la sua vita, con le sue scelte, con il suo modo di amare. Il secondo elemento è il rinnegamento di sé. Non è una forma di disprezzo della propria persona, né un atteggiamento masochistico. È, piuttosto, un atto di libertà nei confronti del proprio ego. Rinnegarci significa non assolutizzare il nostro punto di vista, non fare del nostro io il criterio ultimo di giudizio. Solo chi sa prendere una giusta distanza da sé stesso può dirsi veramente libero. Diversamente, si resta prigionieri delle proprie reazioni, dei propri impulsi, delle proprie paure. Infine, Gesù parla della croce quotidiana. Non invita alla ricerca della sofferenza fine a sé stessa. La croce non è il gusto del dolore, ma l’accoglienza della realtà. Prendere la propria croce ogni giorno significa abbracciare la concretezza della propria vita senza scartare nulla: limiti, fatiche, responsabilità, relazioni difficili, fragilità personali. È l’opposto della selezione comoda dell’esistenza. Non possiamo scegliere la vita come si sceglie un dolce, trattenendo solo ciò che è gradevole e rifiutando il resto. La maturità cristiana consiste nell’assumersi la responsabilità dell’intero reale. La croce, allora, non è un simbolo di sconfitta, ma il segno di un amore che non fugge davanti alla complessità della vita. Seguire Cristo significa accettare che la via della pienezza passa attraverso questa logica: non l’eliminazione del peso, ma la sua trasformazione; non la fuga dalla realtà, ma il suo abbraccio. È qui che la fede diventa concreta, quotidiana, incarnata. Ed è qui che il Vangelo smette di essere teoria e diventa cammino.

Commento di don Luigi Maria Epicoco Nel mercoledì delle ceneri 2026Il tempo della Quaresima inizia sempre con la suggest...
18/02/2026

Commento di don Luigi Maria Epicoco Nel mercoledì delle ceneri 2026

Il tempo della Quaresima inizia sempre con la suggestiva liturgia del Mercoledì delle Ceneri. L’essere simbolicamente segnati da quella polvere scura non ha nulla di teatrale: è un gesto sobrio e potente che ci richiama con realismo alla nostra condizione. «Polvere tu sei e in polvere ritornerai». Non è una formula pessimistica, ma una parola vera sulla nostra fragilità. Se ci fermassimo soltanto a questa affermazione, però, rischieremmo di smarrire la buona notizia del Vangelo. Il Mercoledì delle Ceneri non è un punto di arrivo, ma una soglia. È la porta che ci introduce in un tempo di quaranta giorni, un cammino che parte dalla consapevolezza della nostra precarietà per condurci alla luce della Pasqua. La Quaresima non umilia l’uomo; lo colloca nella verità. Ci ricorda che siamo polvere, sì, ma non polvere anonima o abbandonata: siamo polvere amata. È questa la svolta decisiva. La fragilità non è una condanna, ma il luogo in cui Dio sceglie di manifestare la sua misericordia. Solo chi accetta di non bastare a se stesso può aprirsi alla salvezza. In questa prospettiva, il digiuno, la preghiera e l’elemosina non sono performance religiose né esercizi di efficienza spirituale. Non servono a dimostrare qualcosa a Dio o agli altri. Sono strumenti concreti per rientrare in noi stessi, per fare spazio, per lasciar cadere le illusioni di autosufficienza. Il digiuno ci libera dall’illusione che tutto dipenda dal possesso; la preghiera ci sottrae alla pretesa di essere il centro; l’elemosina spezza l’indifferenza e ci restituisce agli altri. La Quaresima, allora, è un messaggio esistenziale radicale: partire dalla verità di ciò che siamo per permettere a Dio di fare qualcosa di nuovo. La cenere non è l’ultima parola. È il punto di partenza di un cammino che conduce alla vita. Solo chi accetta la propria polvere può accogliere la promessa della risurrezione.

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco «Ma i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano co...
17/02/2026

Commento al Vangelo di don Luigi Maria Epicoco

«Ma i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé, sulla barca, che un solo pane». Questa annotazione del Vangelo ci consegna un’immagine molto concreta: una barca, il mare, la dimenticanza, la scarsità. Un solo pane davanti a un gruppo di uomini. È l’esperienza che facciamo anche noi quando ci accorgiamo di avere poco — o di sentirci poco — di fronte a una fame immensa che la vita ci mette dentro: fame di senso, di speranza, di amore, di riconoscimento. Spesso, quando constatiamo di avere “un solo pane”, veniamo subito assaliti dallo scoraggiamento. Misuriamo tutto a partire dalla mancanza. Facciamo i conti su ciò che non abbiamo, su ciò che abbiamo perso, su ciò che non basta. E così la paura prende il posto della fiducia. Gesù, invece, non parte dalla quantità, ma dalla memoria. Insegna ai suoi discepoli a ricordare. Li rimanda al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, li provoca a fare memoria di ciò che hanno già visto e vissuto. È come se dicesse: «Avete già sperimentato che il poco, nelle mani di Dio, diventa abbastanza. Perché ora vi lasciate paralizzare dalla paura?». Dio si comprende soltanto quando si impara a rileggere la propria storia. La fede non è un’emozione del momento, ma un’interpretazione della vita. Significa collegare le esperienze, anche quelle faticose, attraverso un filo rosso che le attraversa tutte: la presenza fedele di Dio. Senza memoria, la fede si riduce a impressione; con la memoria, diventa consapevolezza. Se ci fermassimo a ricordare quante volte siamo stati sostenuti, quante porte si sono aperte quando sembravano chiuse, quante forze abbiamo trovato quando pensavamo di non averne più, forse non ci lasceremmo travolgere così facilmente dallo scoraggiamento. E invece spesso abbiamo la memoria corta: dimentichiamo in fretta i doni ricevuti e ingigantiamo le difficoltà presenti. Il problema non è avere un solo pane; il problema è dimenticare Chi è con noi sulla barca. Perché, se Cristo è presente, anche il poco diventa possibilità. La vera povertà non è la scarsità di mezzi, ma l’assenza di fiducia. Forse la domanda decisiva non è: «Quanto abbiamo?», ma: «Ci ricordiamo di ciò che Dio ha già fatto per noi?». È nella memoria grata che nasce una speranza capace di attraversare ogni fame.

Indirizzo

Viale Alfonso E Giovanni Agosti, 12
Bagnoregio
01022

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