Psicobeppe

Psicobeppe Dott. Giuseppe Sogos
🧠Parlo di relazioni tossiche - Dipendenze - Crescita personale

Se vogliamo capire davvero l’intolleranza all’incertezza, dobbiamo partire da come è fatto il cervello.Il nostro sistema...
28/03/2026

Se vogliamo capire davvero l’intolleranza all’incertezza, dobbiamo partire da come è fatto il cervello.
Il nostro sistema nervoso, nella sua parte più antica, non è progettato per stare tranquillo, ma per prevedere ciò che accadrà per poi agire di fronte al pericolo. Quando le informazioni sono però incomplete, il cervello entra in difficoltà: strutture come l’amigdala e l’insula interpretano l’incertezza come un possibile segnale di pericolo.
A quel punto interviene la corteccia prefrontale, che prova a costruire una spiegazione. Ma se i dati non bastano, la mente tende a “riempire il vuoto” con scenari, spesso negativi. Questo perché per il cervello è più sicuro immaginare e prepararsi al peggio che restare nel dubbio: dal punto di vista evolutivo, è più utile sopravvalutare una minaccia che ignorarla.
Nel frattempo si attivano anche i circuiti dello stress: aumenta l’attivazione fisiologica, il corpo si tende, compare quel senso di pressione o nodo allo stomaco. Questo stato spinge a cercare una risposta immediata, una conferma, qualcosa che possa ridurre l’incertezza.
Per questo controllare il telefono, rimuginare o cercare rassicurazioni dà un sollievo momentaneo, perché sembra di riprendere il controllo della situazione. In realtà rinforza il meccanismo, perché il cervello impara che l’incertezza è qualcosa che va eliminata subito.
L’intolleranza all’incertezza è proprio questa: non è tanto la paura di quello che accadrà o potrebbe accadere, quanto la difficoltà di restare nel “non sapere” senza attivare gli allarmi interni della nostra mente.
Ed è qui anche il punto chiave del cambiamento: non si tratta di avere più certezze, ma di allenare il cervello a tollerare le incertezze. Imparare, gradualmente, che restare nell’incertezza, non è automaticamente un pericolo.

Hai mai vissuto questa sensazione?

24/09/2025

Ogni volta che qualcuno parla della Palestina o di Gaza, spunta quasi sempre la stessa risposta: ‘E allora perché non parli anche del Congo? E il 7 ottobre? E la Corea del Nord? E i marò?’
In realtà il motivo è molto semplice: nessuno può occuparsi di tutto allo stesso tempo. Questo succede perché il nostro cervello seleziona ciò che ci sembra più vicino, più visibile, più urgente, o quello in cui si rispecchia di più.
Non è ipocrisia, non è falsità, non ci sono doppi fini, è semplicemente un limite naturale della nostra attenzione.
Questa tecnica ha un nome: whataboutism.
In pratica, invece di argomentare sul tema con le proprie considerazioni e le proprie idee, si cambia argomento, cercando di spostare l’attenzione su qualcos’altro.
È come dire: ‘Il mare è inquinato’ e qualcuno ribatte: ‘E allora perché non parli dell’aria sporca delle città?’
Entrambe le cose sono vere, ma la seconda non contribuisce al tema trattato, e c’è un dettaglio importante: questo tipo di domande non scredita solo l’interlocutore cercando di farlo passare come un ipocrita, ma tentano di screditare anche l’argomento stesso.
Perché? Perché è chiaro che è il tema a dare fastidio — ad esempio le critiche a Israele per il trattamento dei palestinesi — il modo più rapido per neutralizzarlo non è discutere nel merito, ma spostare la conversazione altrove.
È un meccanismo usato ovunque. In questo caso chi difende i palestinesi, si vede accusato di incoerenza perché non difende anche altri popoli.
Ma la realtà è semplice: nessuno può occuparsi di tutto allo stesso tempo.
Il nostro cervello seleziona ciò che gli sembra più vicino, più visibile, più urgente.
Non è ipocrisia, è un limite naturale della nostra attenzione.
Eppure il whataboutism riesce a trasformare questo limite in un’arma: ti fa credere che parlare di Palestina sia illegittimo, proprio perché non stai parlando d’altro.
Ma non funziona così.
Parlare di un’ingiustizia non significa negare le altre.
Anzi: ogni voce che denuncia qualcosa di scomodo è un passo in più verso la consapevolezza.

24/09/2025
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