Nicola Ghezzani

Nicola Ghezzani Psicologo clinico e Psicoterapeuta

Quando aiuto una persona a risolvere i suoi sintomi e a capire il significato della sua vita, non aiuto solo lui, ma anche me stesso, la mia qualità umana, e – sia pure per una piccola parte – il benessere generale del mondo.

MADRI STRESSATE E PSICOLOGIA DELLA COLPAC’è una scena che si ripete, silenziosa e normalizzata, in gran parte del mondo ...
16/04/2026

MADRI STRESSATE E PSICOLOGIA DELLA COLPA

C’è una scena che si ripete, silenziosa e normalizzata, in gran parte del mondo occidentale: una donna attraversa la gravidanza lavorando fino a poche settimane dal parto, partorisce in un ambiente tecnicamente efficiente ma affettivamente deprivato, rientra a casa con un neonato e, nel giro di poche settimane, si ritrova sola a sostenere un compito biologicamente e psicologicamente immenso.
Questa scena non viene percepita come anomala. È considerata normale. Ed è proprio questa normalità a costituire il problema.

LA SOLITUDINE ORGANIZZATA
Nelle società urbanizzate, la maternità si svolge dentro un dispositivo paradossale: altamente assistito sul piano medico, ma profondamente carente sul piano relazionale.
Durante la gravidanza, la donna continua a lavorare secondo ritmi produttivi pensati per uomini o per donne non gravide. Il parto avviene in contesti ospedalieri che garantiscono sicurezza, ma che, per ragioni organizzative, limitano la presenza delle figure affettive significative.
Per decenni – e in parte ancora oggi – madre e neonato sono stati separati subito dopo la nascita. E anche quando questa pratica è stata corretta, resta un dato strutturale: la donna, una volta uscita dall’ospedale, torna in uno spazio domestico isolato, privo di quella rete di supporto che ha caratterizzato per millenni la crescita umana.
A pochi mesi di vita, il bambino viene inserito in un asilo nido. Non per una scelta ponderata, ma per una necessità economica e sociale e perché una madre che non lo fa viene ormai considerata “arretrata”, cioè una sciocca, se non persino “snaturata”, cioè una “cattiva madre”. Una buona parte della pedagogia, infatti, invita all’autonomizzazione precoce: il bambino deve imparare a stare da solo, a dormire da solo, a contenersi.
Si tratta di una vera e propria inversione del bisogno biologico. Nei primi mesi di vita, il bambino non ha bisogno di autonomia: ha bisogno di dipendenza intensa, continua, regolata da presenze adulte stabili e affettivamente disponibili.

IL BAMBINO NARCISISTA: UN MITO SCIENTIFICO
A questa organizzazione sociale si è affiancata, per lungo tempo, una teoria psicologica che l’ha giustificata: l’idea che il bambino nasca narcisista, cioè incapace di relazione, chiuso nella propria pulsione, orientato solo alla soddisfazione dei bisogni primari.
Secondo questa visione, il neonato non riconosce l’altro come persona. La madre è solo un mezzo. Il legame affettivo sarebbe una conquista tardiva, ottenuta attraverso frustrazioni e adattamenti.
Questa teoria, sostenuta da figure di enorme prestigio come Anna Freud e Melanie Klein, ha inciso profondamente sulla cultura psicologica del Novecento. Una teoria che fa del bambino un “piccolo mostro” di egoismo, dal quale occorre difendersi precocemente: con l’autonomizzazione, l’asilo precoce, la psicoanalisi infantile e la neuropsichiatria.
Ma questo occorre dirlo con chiarezza: si tratta di una costruzione teorica arbitraria, che non regge alla prova dell’osservazione diretta.
Gli studi di infant research, a partire dagli anni Sessanta, hanno mostrato qualcosa di radicalmente diverso: il bambino nasce predisposto alla relazione. Cerca lo sguardo, risponde al volto, si sintonizza con la voce, è capace di proto-dialoghi affettivi già nelle prime settimane di vita.
Autori come John Bowlby, Daniel Stern, Alice Miller, Edward Tronick, Colwyn Trevarthen hanno contribuito a ribaltare il paradigma: il bambino non è un essere egocentrico da socializzare, ma un essere relazionale che ha bisogno di relazione per esistere.

LA MADRE SOVRACCARICA
Se il bambino è relazionale, allora il suo sviluppo dipende dalla qualità e dalla quantità delle interazioni affettive. E qui emerge il nodo cruciale: una madre sola non basta.
Non perché sia inadeguata, ma perché il compito è eccessivo. Si tratta di una situazione di sovraccarico sia fisico che emotivo.
La madre moderna si trova a svolgere contemporaneamente funzioni che, nel corso dell’evoluzione, erano distribuite su più figure:
• nutrire
• contenere emotivamente
• stimolare
• regolare i ritmi
• rispondere ai segnali
• gestire la propria fatica
In condizioni di isolamento, questo carico diventa rapidamente insostenibile. Compare lo stress, la stanchezza cronica, talvolta la depressione post-partum.
E qui interviene la psicologia della colpa.

DALLA FATICA ALLA COLPA
Invece di riconoscere il sovraccarico strutturale, la cultura psicologica dominante tende a individualizzare il problema.
Se la madre è stanca → è colpa sua, perché non regge emotivamente.
Se il bambino è agitato → è colpa di entrambi: c’è un difetto genetico o un errore educativo.
Se la relazione è difficile → è colpa della madre: c’è un deficit affettivo.
Il passaggio è sottile ma decisivo: da un problema di contesto si scivola a un problema di persona.
E la madre finisce per interiorizzare questo sguardo accusatorio. Si osserva, si giudica, si corregge. Si scinde tra una parte che agisce e una che valuta. E il rapporto con il bambino, invece di essere uno spazio di esperienza condivisa, diventa un campo di prestazione.
Nel frattempo, il bambino percepisce la tensione. E reagisce. E la sua reazione viene letta come ulteriore prova che qualcosa non funziona.
Si crea così un circuito chiuso:
stress materno → reazione del bambino → colpa materna → ulteriore stress condiviso.
A questo punto la madre è pronta o a precocizzare e adultizzare il suo bambino o andare in depressione; e il bambino è pronto a sviluppare ansia, depressione, iperattività, e vari disturbi neuropsicologici o alimentari che con uno sviluppo sano sarebbero rimasti latenti.

UNA SCIENZA AL SERVIZIO DELL'ADATTAMENTO
Per decenni, la psicologia e la psicoterapia hanno contribuito – diciamo pure in buona fede e inconsapevolmente – a sostenere questo sistema. Hanno naturalizzato la famiglia nucleare. Hanno ridotto il contesto a sfondo. Hanno trasformato bisogni relazionali in variabili individuali.
In questo modo, hanno finito per assecondare esigenze sociali più ampie:
• la trasferibilità delle persone (emigrazione a fini economici)
• la produttività economica (madri che tornano presto al lavoro)
• la creazione di servizi a pagamento (neuropsichiatri, psicologi, asili nido)
• la riduzione dei legami affettivi intensi (ideologicamente inappropriati)
• l’adattamento precoce alle istituzioni (educazione normativa).
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le società occidentali sono oggi le più dotate di servizi psicologici e, allo stesso tempo, le più attraversate da disturbi psichici.
Non è un paradosso. È una conseguenza.
Occorre ammettere che la civiltà che ha creato la psicologia e i suoi servizi è anche l’UNICA che ha separato la madre dal neonato. Non lo avevano fatto nemmeno le società guerriere.

RIPENSARE IL PROBLEMA
Non si tratta di rimpiangere il passato né di proporre modelli irrealizzabili. Si tratta di rimettere al centro una verità semplice:
• il bambino nasce relazionale
• ha bisogno di più figure adulte
• la madre non può essere lasciata sola
• il contesto conta quanto – e spesso più – dell’individuo.
Finché continueremo a spiegare la sofferenza con la sofferenza, finché continueremo a cercare nella madre ciò che appartiene al sistema, la colpa continuerà a circolare dove dovrebbe esserci comprensione.
E la maternità, invece di essere un’esperienza vitale e condivisa, resterà ciò che oggi troppo spesso è: un compito solitario, carico di emozioni e di fatica, attraversato da un senso di inadeguatezza e di impotenza che non dovrebbe accompagnare le fasi più delicata della vita: la creazione e lo sviluppo di un essere umano.

Nicola Ghezzani
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LA COLPEVOLIZZAZIONE DELLE MADRI La famiglia naturale C’è un errore di fondo che attraversa gran parte della psicologia ...
16/02/2026

LA COLPEVOLIZZAZIONE DELLE MADRI

La famiglia naturale
C’è un errore di fondo che attraversa gran parte della psicologia moderna come una faglia silenziosa: l’idea che la diade madre–bambino, così come la conosciamo oggi nelle nostre abitazioni occidentali, sia la forma naturale, originaria, “normale” di organizzazione dell’esperienza umana. Da questo presupposto nasce una lunga catena di deduzioni teoriche che, quasi sempre, finiscono per scaricare sulla madre il peso simbolico e clinico della sofferenza del figlio.
La storia è nota. Dalla “madre schizofrenogena” di Frieda Fromm-Reichman, rilanciata con toni enfatici da Bruno Bettelheim, fino alle più recenti teorie sul trauma da negligenza emotiva, sulla disregolazione affettiva primaria, sull’attaccamento disorganizzato, il copione è sorprendentemente stabile: se il bambino soffre, se sviluppa sintomi, se la sua mente deraglia, allora da qualche parte deve esserci stata una madre inadeguata, ambivalente, intrusiva, abusante, depressa, fredda, narcisista, troppo ansiosa o troppo distante. Il padre, quando compare, è una variabile accessoria: o manca, o disturba, o non sostiene abbastanza.
Insomma, quando il bambino (e l’adulto che ne è sorto) ha un disturbo si va alla ricerca di un disturbo nella madre, quindi nella relazione; e ovviamente lo si trova. Ma non si osserva mai l’ambiente circostante, che si riduce di solito alla presenza più o meno sana del padre. Ma qui sta il punto cieco: e se fosse sbagliato il presupposto stesso? E se la situazione madre–bambino, isolata, claustrale, simbiotica, chiusa in un appartamento, non fosse affatto “naturale”, ma un’anomalia antropologica recente?
Per due milioni di anni, Homo sapiens non è cresciuto in cucine-soggiorno da settanta metri quadri (quando va bene). È cresciuto in gruppi. In tribù. In comunità di venti, trenta, cinquanta persone, immerse in un ambiente naturale saturo di stimoli, di pericoli, di incanti, di ritmi, di suoni, di odori, di variazioni luminose. La madre biologica non era mai sola. Intorno a lei c’erano altre donne, altre madri, zie, sorelle, nonne. C’erano uomini adulti che non coincidevano necessariamente con il padre biologico (che era spesso una variabile sconosciuta). C’erano coetanei di diverse età. C’era una rete di “genitorialità vicaria” che oggi abbiamo cancellato dall’immaginario, non solo sociale ma anche scientifico.
L’antropologia lo sa bene. Esistono – alcuni ne esistono ancora oggi – sistemi di parentela classificatoria in cui “padre” e “madre” non sono funzioni private, ma categorie sociali. Un bambino chiama “padre” tutti i fratelli di suo padre; chiama “madre” tutte le sorelle della madre. I figli di questi adulti sono fratelli e sorelle, non cugini. È stato documentato tra gli Irochesi, nelle isole Trobriand, in società matrilineari come i Mosuo in Cina o i Minangkabau in Indonesia. In questi mondi, la genitorialità sociale prevale su quella biologica: l’intero clan si fa carico dell’educazione, della protezione, della regolazione affettiva dei piccoli.
Questo non è folklore esotico. È il contesto evolutivo in cui si è formato il nostro cervello. Il corredo sinaptico originario dell’essere umano è funzionale a due cose molto precise:
1. una genitorialità ampia, diffusa, plurale;
2. una vita immersa nella natura, con stimoli infiniti da registrare e processare.

La diade madre-bambino
Ora facciamo un salto nella storia recente. Dall’epoca industriale, quindi più o meno dalla fine dell’Ottocento, i nuclei familiari sono stati sradicati dalle reti conviviali nelle quali abitavano e costretti a migrare e a inurbarsi in contesti sovraffollati e depauperati di risorse umane. In questi contesti le famiglie sono ridotte alla elementare triade madre-padre-bambino, non dispongono di provvidenze familiari estese né sociali adeguate, abitano in quartieri in cui vige l’estraniazione reciproca e in appartamenti in cui solo raramente si può vedere non solo l’orizzonte, ma anche semplicemente il sole. Inoltre, madre e padre dispongono di personalità sovraccariche di tensioni affettive e sociali, quindi poco disponibili ai ruoli genitoriali quando non scisse in più o meno esplicite ambivalenze emotive.
E dunque, che cosa succede oggi, nella prima infanzia? Succede che la gran parte delle reti sinaptiche viene delegata a registrare quasi esclusivamente i rapporti umani, e in particolare i messaggi della madre. Il bambino vive in spazi chiusi, poveri di stimoli sensoriali complessi, iper-saturi di micro-segnali affettivi: una smorfia, una variazione di tono, un’esitazione, un sospiro.
Il suo cervello si integra sugli umori materni e paterni come su un’unica, fragile antenna. Il resto del mondo – gli altri adulti, il branco dei coetanei, la natura stessa – viene drasticamente escluso dal circuito di regolazione. È un’anomalia che l’evoluzione non aveva previsto.
Nascono così dipendenze interpersonali iper-sature, strutturalmente innaturali. Il bambino trema di terrore se il viso della madre è cupo. Si irrigidisce se la voce del padre è tonante. La sua identità viene vincolata a leggi sociali microscopiche – “mamma è stanca”, “papà è nervoso”, “non devo disturbare” – nella totale dimenticanza delle leggi naturali del movimento, dell’esplorazione, della pluralità dei legami.
E poi ci stupiamo se emergono sintomi. Ci stupiamo se compaiono inquietudine, ansia, nervosismo, oppositività, inibizione, dipendenza, somatizzazioni; e più tardi iperattività, anoressia, fobie, ossessioni. E, puntualmente, torniamo a guardare la madre come il colpevole più comodo.
Ma osserviamo con più attenzione cosa accade dal lato materno. La madre moderna è una creatura antropologicamente isolata. È sola con il bambino per ore, giorni, mesi. È chiusa in spazi mentali ridotti, privata della possibilità di delegare, di respirare, di uscire dal ruolo, di crescere. È sottoposta a un’angoscia di prestazione continua: “sto facendo abbastanza?”, “sto sbagliando?”, “se mio figlio sta male è colpa mia?”.
In questo regime claustrale, la madre tende inevitabilmente a scindersi. Da una parte nasce una mente che osserva, giudica, si autocritica, si confronta con modelli ideali irraggiungibili. Dall’altra parte resta un corpo materno svuotato di emozioni autentiche, perché quelle emozioni sono vissute come pericolose: troppo ansiose, troppo aggressive, troppo ambivalenti, o – tabù dei tabù – portatrici di rifiuto della maternità. È qui che la depressione post partum smette di essere un mistero biologico e diventa un fenomeno strutturale, sistemico, quasi inevitabile.
Nei termini della Psicologia dialettica, quello che osserviamo non è una “madre patologica” che produce un “bambino patologico”, ma un circuito psicodinamico cibernetico chiuso, rigido, sovraccarico. Un sistema diadico che tenta disperatamente di autoregolarsi in condizioni per le quali non è stato progettato. Il sintomo del bambino, in questo quadro, non è un atto d’accusa contro la madre: è un messaggio omeostatico del sistema. Sta dicendo: “Così non reggiamo. Così è troppo”.
Il bambino, per struttura naturale, è fatto per interagire con un gruppo di adulti e con un gruppo di coetanei. Se la sua esperienza si svolge quasi esclusivamente in una relazione con la madre, è inesorabile che sviluppi una dipendenza che ostacola il bisogno di autonomia e genera ambivalenze affettive violente: amore-fusione da un lato, rabbia-separazione dall’altro.
E i genitori, dal canto loro, non sono mostri morali. Sono esseri umani intrappolati in una relazione coercitiva che evoca anche in loro affetti ambivalenti: tenerezza, certo, ma anche insofferenza, irritazione, fantasie di fuga. In un contesto tribale, queste emozioni si distribuirebbero, si diluirebbero, si metabolizzerebbero socialmente. Nel nostro modello nucleare, ricadono tutte addosso alla stessa persona: la madre.
Il parto è ormai estremamente medicalizzato. Nella prassi comune, la donna è completamente passiva, immersa in un ambiente iper-luminoso e promiscuo; nel rapporto con il bambino, si impediscono i processi naturali di sintonia e aggrappamento. Si inibisce il legame edonico. La donna è espropriata della sua competenza naturale. Anche nel seguito, nel puerperio, la pedagogia tende a imporre la separazione della madre dal bambino, con un trauma per entrambi. Il bambino e la madre sono espropriati del diritto alla gratificazione del contatto.
Nelle fasi si allattamento, spesso la madre vive emozioni intense sia di piacere che di dolore. Il piacere è naturale ed è collegato al contatto del bambino con terminali nervosi che la natura ha voluto altamente edonici. Il dolore può dipendere dal ricordo del proprio intimo dolore di bambina abbandonata, risvegliato dal contatto compassionevole per il figlio. Ma il dolore viene diagnosticato come “depressione”, quindi negletto e psichiatrizzato e infine sepolto qualche metro più in fondo.

Il bambino negletto e l’infanzia perduta
Dopo pochi mesi il bambino viene perlopiù collocato in una scuola materna, perché la madre possa riprendere al più presto a lavorare oppure a perseguire – come il codice mentale sociale comanda – le sue esigenze di “indipendenza” e di “libertà”. Il legame madre-bambino si disgrega ancora di più e la scissione procede: da una parte c’è una mente che si allontana dalla maternità e dall’altra un corpo materno anestetizzato. Il bambino deve allora affrontare una inquietante solitudine.
A questo punto, continuare a costruire teorie sulla “madre traumatizzante” o sulla “negligenza materna” senza porre sotto osservazione l’assetto antropologico di base è un’operazione miope, quindi non scientifica. È come studiare i danni di una pianta cresciuta in una stanza buia e concludere che il problema sta nella sua genetica, non nel fatto che non vede mai il sole.
È evidente che questa osservazione non nega l’esistenza di madri profondamente disturbate: ansiose patologiche, depresse, narcisiste e persino incestuose. Le madri patologiche esistono e comportano danni molto specifici sui loro figli. La madre ansiosa tende ad inibire il figlio, circondandolo con le sue fobie, la madre depressa lo inibisce nella sua vitalità, oppure gliene chiede una artificiale, un falso Sé vitale e gioioso che la allieti; la madre narcisista lo terrorizza, costringendolo nel masochismo o nell’identificazione col persecutore; la madre incestuosa ne farà un figlio iper-sessualizzato o perverso. Ma a fronte di queste madri, che sono forse il 5/10% del totale, esiste un 90% di madri normalmente insicure, che non dovrebbero essere ingiustamente colpevolizzate.
In questi numerosissimi casi, la vera domanda non è: “Che cosa c’è di sbagliato in questa madre?”.
La vera domanda è: “Che cosa c’è di profondamente innaturale nel sistema in cui questa madre e questo bambino sono costretti a vivere?”.
Finché non torneremo a pensare che la genitorialità umana è nata come funzione collettiva, e l’infanzia come un’esperienza immersa nella natura e nella pluralità dei legami, continueremo a osservare i sintomi con intento colpevolizzate, quindi anche iatrogeno. E le madri resteranno il capro espiatorio perfetto: abbastanza potenti da essere ritenute responsabili di tutto, abbastanza in soggezione da non potersi difendere.
La psicoterapia, se vuole essere scientifica oltre che onesta, dovrebbe smettere di criminalizzare le madri e iniziare a osservare con attenzione clinica il modello antropologico che ha creato una doppia prigionia. Solo così il sintomo potrà tornare a essere quello che è sempre stato: non un’accusa, ma un messaggio di verità sullo stato del sistema umano in cui è sorto.

BIBLIOGRAFIA
Ghezzani N., La lingua perduta dell’amore, FrancoAngeli Psicologia
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La psicoterapia dialettica è un nuovo modello della psiche che osserva l’individuo nella sua singolarità e nelle sue coordinate storiche e sociali. La relazione di cura è superamento del malessere soggettivo e progresso nello sviluppo di sé e della propria vocazione personale.

MATRICI DELLA SOFFERENZA PSICHICA (seconda parte): BISOGNI E TRAUMI Da cosa è mosso un bambino nella sua ricerca del mon...
06/02/2026

MATRICI DELLA SOFFERENZA PSICHICA (seconda parte):
BISOGNI E TRAUMI

Da cosa è mosso un bambino nella sua ricerca del mondo? È mosso dal suo corpo, che chiede attenzione. Ma l’attenzione che chiede è un’attenzione partecipe, è un contatto vitalizzante nel quale possano scorrere cibo e sguardi, emozioni e parole, domande e risposte. L’essere umano vive di quest’interazione, io l’ho chiamata “melodia cinetica”: una danza di emozioni e azioni che intreccia le vite della madre e del bambino.

I DUE BISOGNI
Ma oltre a questa prima realtà il bambino ha bisogno di un’altra cosa: poiché non può essere un “identico”, nel qual caso sarebbe un automa, deve anche differenziarsi. Quindi agisce, si muove, si agita, protesta, si lamenta, si allontana, desidera, cerca altrove.
Quindi, non uno ma due bisogni lo muovono: uno che lo porta a cercare l’attaccamento e l’interazione; l’altro che lo spinge ad allontanarsi e a cercare altrove; un bisogno di appartenenza e un altro di differenziazione.
La Psicologia dialettica li ha chiamati “bisogno di appartenenza e integrazione sociale” e “bisogno di opposizione e individuazione”.
L’elemento terzo fra i due è dato dal confine, cioè dal contenitore che gli indica se quel certo evento gli fa bene o male. Il contenitore è il corpo: l’intelligenza psicosomatica ereditata dall’evoluzione, che precede l’interazione con la madre e col mondo esterno. Un’intelligenza superiore.

LE MADRI
Inutile negare l’importanza delle madri. Quando parliamo di micro-traumi o di traumi cumulativi, collegati a negligenza, trascuratezza, mancato rispecchiamento, stiamo parlando delle madri (talvolta anche di una nonna, comunque la figura di accudimento primario). E se la madre abita una personalità nella quale mente e corpo sono dissociati, nella quale il corpo partorisce e la mente si estrania, il corpo allatta e la mente si deprime, il corpo cerca lo sguardo del figlio e la mente vede una prigione di angoscia che durerà per anni, è ovvio che il bambino non si senta rispecchiato. Cerca uno sguardo e trova un vuoto. Cerca se stesso e trova il volto della madre che, come una maschera, lo ignora e lo respinge. Cerca un corpo morbido e caldo e trova un corpo distratto, frettoloso, ipercinetico, rigido, ansioso, guidato che da una mente che esige che quel corpo sia efficiente, performativo, interdipendente nella simbiosi ma anche indipendente da tutto.
È ovvio che l’interazione è fallace e che il bambino è già molto fortunato se trova una “madre sufficientemente buona”.
Non è colpa delle madri, le madri sono state a loro volta bambine, educate all’assenza di identità personale, al servizio affettivo, alla reificazione della loro apparenza femminile. Sono poi ragazze e donne che vivono in una realtà sociale che chiede loro di “educarsi” e di scindere la mente dalla vita istintuale. La “programmazione sociale” si imprime così nelle menti.
Dunque, la maternità è un’esperienza ardua e le madri devono saper accettare di essere imperfette e di funzionare con dei limiti.

I PADRI
Oltre ai traumi materni, il bambino deve poi sopportare quelli paterni.
Padri assenti, insofferenti, talvolta brutali, padri che maltrattano o picchiano le madri con cui il bambino è identificato; padri che pensano solo ai soldi, al lavoro, allo sport, al sesso estorto o clandestino, padri frustrati che proiettano sul figlio le proprie frustrazioni o le proprie ambizioni, padri che detestano le piccolezze e le tenerezze a cui li invita il loro bambino.
I padri anch’essi sono stati bambini e sono stati educati al ripudio della loro infantilità, al disprezzo della debolezza, all’angoscia della vulnerabilità, e sono cresciuti in un’atmosfera di paura del legame, di anestesia emotiva, di emozioni impulsive che non si traducono in sentimenti, un’atmosfera di invidia e competizione: infine, un’atmosfera che induce alla fobia dei sentimenti, all’aggressività, talvolta al narcisismo.
Anche in questo caso, la colpa è relativa; ma la responsabilità non può essere elusa.

IL NASCONDIGLIO
In questo panorama irto di difficoltà, cosa accade al bambino?
Quando il bisogno di appartenenza è frustrato da innumerevoli traumi, il bisogno di differenziarsi si carica di un elemento esasperato, disperato, rabbioso, sovraccarico di paralisi e di colpa. La differenziazione viene inibita o pensata con rabbia. E tutto lo sviluppo futuro ne è compromesso.
È duro essere bambini. Si apprende a sopravvivere sottraendosi e nascondendosi.
Dietro ogni sofferenza psichica di qualunque età sta nascosto il bambino vulnerabile e traumatizzato, in attesa di essere trovato nel suo nascondiglio e liberato dalle sue stesse difese: paure, fobie, rabbie, proteste, alessitimie, obbedienze coattive, maschere mimetiche, disregolazioni, dissociazioni, anestesie emotive, anoressie e bulimie, idee compulsive, fantasie grandiose, crudeltà, progetti di riscatto e di vendetta, voglia di picchiare i bambini che si è stati.
Ma tutte queste deformazioni caratteriali sono solo difese. Sono il guscio di noce con cui il bambino dovrà combattere per tutta la vita, o da cui essere liberato.
La liberazione dalle proprie difese organizzate è un impegno che può coinvolgere un’intera vita.
Ma se ben condotta, può produrre risultati straordinari, insperati.

Nicola Ghezzani
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LE DUE MATRICI DELLA SOFFERENZA PSICHICADIPENDENZA E OPPOSIZIONEChe cosa accade a un bambino quando l’ambiente non è ade...
16/01/2026

LE DUE MATRICI DELLA SOFFERENZA PSICHICA

DIPENDENZA E OPPOSIZIONE

Che cosa accade a un bambino quando l’ambiente non è adeguato ai suoi bisogni fondamentali?
Accade qualcosa di semplice e devastante: il bambino non si sente rispecchiato. E se non si sente rispecchiato, non si sente amato. Non necessariamente perché manchi l’affetto generico, ma perché manca la reciprocità, quella risonanza di base per cui il bambino, essendo riconosciuto e amato, si sente legittimato a esistere così com’è.

Se un bambino cresce senza sentirsi amato, riconosciuto e accolto per ciò che è, si produce una ferita nel nucleo germinale del Sé. Il messaggio implicito che risuona dentro di lui è questo: “Non vali per quello che sei, ma per come ti adatti e rispondi alle aspettative dell’altro”. La mancanza di rispecchiamento produce un vuoto e il riempimento del vuoto con un’immagine di sé compiacente.

Ma la perdita della reciprocità produce di ritorno un’esperienza affettiva precisa: il sentimento di ingiustizia. Il bambino dipende, ama e dà, si adatta, si modella secondo il modo di essere dell’altro; l’altro – il genitore – non lo fa; non lo capisce, non lo aiuta nella crescita. Da qui nasce una ferita morale che affonda nel sentimento di giustizia, una ferita che implica umiliazione e rabbia.

Di fronte a questo sentimento di ingiustizia, il bambino può muoversi verso due estremi opposti.

IL DIPENDENTE. C’è chi soccombe e si adatta. Il bambino allora diventa mite, timido, remissivo. Oppure attivo ed efficiente, ma comunque profondamente compiacente, sempre in cerca di conferme. Impara presto che il modo più sicuro per sopravvivere è farsi piccolo, farsi utile, farsi accettabile. Si difende aggrappandosi. Continua a cercare l’amore che non è arrivato, sperando che prima o poi qualcuno lo conceda. La convinzione profonda diventa: “Da solo non valgo”. Il Sé resta fragile, dipendente, terrorizzato dall’abbandono. In età adulta questo bambino può strutturare un nucleo dipendente di personalità

L’OPPOSITIVO. E poi c’è chi prende la strada opposta: si insensibilizza. Si indurisce. Si impone contro tutto e tutti. Diventa oppositivo, intrattabile, ribelle. Allora, o si chiude in un isolamento glaciale, diventando inaccessibile, oppure esercita potere e controllo sugli altri in modo crudele. Crescendo può costruire l’armatura della grandiosità. La fragilità viene percepita come pericolosa, quindi viene negata. Nasce un falso Sé forte, invulnerabile, superiore. È una strategia efficace per non sentire il vuoto, ma ha un costo altissimo: l’altro smette di essere un soggetto e diventa uno specchio. In età adulta questo assetto può organizzare un nucleo narcisistico patologico, con la sua triade classica: grandiosità, dipendenza dallo sguardo altrui, rifiuto dell’empatia.

Questi due estremi – soggezione e opposizione; nucleo dipendente e nucleo narcisistico – non sono semplici stili caratteriali. Sono le due grandi matrici di significato da cui può essere fatta derivare l’intera psicopatologia. Tutti i quadri clinici, se scavati fino in fondo, mostrano la danza continua di questi due poli: sottomettersi per non perdere il legame, oppure opporsi per non perdere se stessi.
A ben vedere, se ne può ricavare un sistema diagnostico che non è né categoriale, né dimensionale; è processuale: semplice, logico, quasi algoritmico.

Non si tratta di una questione di “sensibilità”. L’idea che le persone sensibili siano destinate a diventare vittime e quelle meno sensibili carnefici è una semplificazione suggestiva, ma alla fine grossolana. Una Persona Altamente Sensibile può insensibilizzarsi e diventare dura e oppositiva; una persona normosensibile può crollare nella dipendenza. L’esito non è dettato dal temperamento.

I DUE BISOGNI FONDAMENTALI

La scelta tra dipendenza e opposizione è in larga parte casuale. Dipende da micro-contingenze ambientali, da incontri, da rinforzi accidentali, da decisioni soggettive prese quando non c’era davvero scelta. La storia soggettiva è un luogo di indeterminismo.

Ciò che non è casuale, invece, è l’esistenza della dualità stessa. Questa deriva da un dato strutturale della natura umana, chiarito da 40 anni dalla Psicologia dialettica: l’essere umano è abitato da due bisogni fondamentali e in tensione dialettica permanente. Il “bisogno di appartenenza e integrazione sociale”, che media il rapporto con l’altro, a partire dalla madre. E il “bisogno di opposizione e individuazione”, che fonda il rapporto con se stessi e la costruzione di una personalità differenziata.
La definizione dei due bisogni è semplice ed elegante e risolve una quantità di problemi teorici. Anche se non viene mai citata in modo diretto, comincia a penetrare nei vari sistemi teorici.

Due bisogni fondamentali crescono l’uno sull’altro, in modo fasico e alterno. Quando l’ambiente fallisce, uno dei due bisogni viene sacrificato per salvare l’altro.

Due vie diverse, una stessa ferita.

IL DIPENDENTE. Lungo la prima via, il dipendente reagisce amplificando il bisogno di relazione: non posso vivere senza l’altro. E sacrifica il bisogno di individuazione.
Ovviamente nella crescita da bambino ad adulto si danno tante configurazioni possibili che intrecciano questa soluzione con l’opposizione e l’individuazione, per esempio l’altruismo onnipotente: la persona non può fare a meno dell’altro, ma nel senso che la sua dipendenza dal sacrifico altruistico si fonde con l’esigenza narcisistica di una iper-affermazione. Spesso questa configurazione coincide con un’organizzazione ossessiva, incentrata sul controllo e il senso del dovere.

L’OPPOSITIVO. Lungo la seconda via, l’oppositivo, reagisce negando il bisogno di relazione e amplificando quello di opposizione: non ho bisogno di nessuno. Sacrifica il bisogno di relazione per salvare l’opposizione.
Anche questo caso le configurazioni adulte sono numerose, per esempio il narcisismo dipendente, per il quale la persona ha uno smodato bisogno di gloriarsi, ma non può fare a meno di “qualcuno” di specifico di fronte a cui mostrarsi; oppure il narcisismo masochista: nel quale la persona si oppone e si pavoneggia fino a ledere al sua immagine sociale e a rientrare nella norma attraverso la porta dell’umiliazione. In questi casi siamo di fronte a un’organizzazione isterica, nella quale s’impone la relazione di dominio come difesa dal terrore di dipendere.

Ma sotto tutte le configurazioni possibili vive lo stesso bambino invisibile, quello che non è stato visto per ciò che realmente era.
È nel cuore di quel bambino che pulsa il Sé originario, la spinta vitale alla domanda di senso e alla guarigione.

Nicola Ghezzani
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