D.ssa Chiara Fruscione Psicologa Psicoterapeuta Ericksoniana

D.ssa Chiara Fruscione Psicologa Psicoterapeuta Ericksoniana Il benessere psicologico è una priorità che non possiamo in nessun modo derogare perché per stare bene con gli altri bisogna stare bene con se stessi.

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25/11/2025

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Quando parliamo di manipolazione psicologica, c’è un elemento che non manca mai. Mai.
Ed è il senso di colpa.
Non un sentimento spontaneo, non un moto interiore autentico, ma una trappola costruita ad arte, calibrata sul punto esatto in cui la vittima è più fragile, più vulnerabile, più esposta.

Il manipolatore utilizza la colpa come un telecomando emotivo.
La programma, la attiva, la spegne e la riaccende quando serve. Da lì può orientare le scelte della vittima con una precisione chirurgica.

Come funziona questa arma psicologica?
1. Prima fase: l’erosione dell’autostima
Il manipolatore identifica le crepe (quelle che ognuno di noi ha) e le trasforma in ferite.
“Non sei abbastanza.”
“Hai sbagliato di nuovo.”
“Se ti succede questo, è perché non vali.”
È un lento lavoro di demolizione. La vittima comincia a sentirsi responsabile di tutto ciò che non va, anche di ciò che non dipende da lei.
2. Seconda fase: l’addebito sistematico della responsabilità
Ogni reazione del manipolatore (collera, silenzio punitivo, svalutazione, crisi) diventa colpa della vittima.
“Mi comporto così perché tu mi provochi.”
“Se io esplodo, la colpa è tua.”
“Guarda cosa mi costringi a fare.”
È il ribaltamento totale della responsabilità: chi agisce violenza diventa, paradossalmente, la vittima; chi la subisce diventa il carnefice.
3. Terza fase: la colpa come telecomando
A questo punto la vittima non sceglie più in autonomia: decide per evitare di sentirsi in colpa.
Non esce, non parla, non chiede aiuto, non contraddice, non si difende.
Ogni decisione è filtrata attraverso un pensiero ossessivo:
“Devo evitare di farlo arrabbiare. Devo evitare che stia male. Devo evitare di sbagliare.”
Ed è qui che la manipolazione diventa controllo.
È qui che la colpa diventa catena.

Perché i manipolatori scelgono la colpa?

Perché la colpa è una delle emozioni più potenti in assoluto.
È l’emozione che più facilmente piega, isola, sottomette.
Non c’è bisogno di urla, di minacce esplicite, di violenza fisica: basta creare il convincimento che “se succede qualcosa di negativo, è colpa tua”.

La colpa toglie lucidità, logora l’identità, spegne la capacità di giudizio.
E da quel momento la vittima non combatte più il manipolatore, ma combatte se stessa.
Ed è la forma di prigionia psicologica più efficace, la più feroce, la più devastante.

…questo meccanismo è sempre presente…

Nel mio lavoro di psicologa forense lo vedo in ogni singolo caso di maltrattamento grave.
Non esiste abuso psicologico, non esiste violenza domestica, non esiste relazione manipolatoria patologica che non utilizzi, in modo sistematico e raffinato, il senso di colpa come leva di controllo.

È il cuore del processo manipolatorio.
La chiave di volta che permette al maltrattante di governare la vittima, di annullarla, di usarla, di impedirle di ribellarsi.

E quando la colpa diventa il criterio attraverso cui la vittima organizza la propria vita, la manipolazione ha già raggiunto il suo obiettivo ossia
rendere l’altro un’estensione della propria volontà.

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21/11/2025

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Interviene sul fenomeno delle baby gang al Tg5 Luca Bernardelli, Psicologo dell’esperienza digitale e Consulente IA del CNOP, “le cause sono molteplici e non si limitano a fattori psicologici: intervengono elementi sociali, culturali e familiari che incidono sul percorso di crescita dei ragazzi”.

Bernardelli osserva: “Il diffondere comportamenti aggressivi può essere collegato anche a un uso prolungato dei social media, che, secondo ricerche recenti, alla lunga può determinare una anestetizzazione emotiva e un senso di noia cronica da colmare con stimoli sempre più forti, talvolta sfociando in forme di aggressività sadica”.

Comprendere la complessità di questo fenomeno è fondamentale per costruire interventi integrati e una prevenzione efficace dei comportamenti devianti.

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30/10/2025

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Il gaslighting è una forma di manipolazione psicologica in cui una persona porta l’altra a mettere in dubbio le proprie percezioni, emozioni o ricordi.
È un processo relazionale graduale, che può manifestarsi in ambito affettivo, familiare, amicale o professionale.

Le principali conseguenze del gaslighting includono:
• confusione e perdita di fiducia in sé
• senso di colpa e vergogna immotivati
• dipendenza emotiva
• isolamento e difficoltà nel chiedere supporto

Comprendere queste dinamiche è fondamentale per riconoscere la portata psicologica del fenomeno e superare la visione riduttiva della manipolazione come semplice conflitto relazionale.
Interventi psicologici mirati, orientati alla consapevolezza e al rafforzamento dell’autonomia personale, sono efficaci per ristabilire fiducia e benessere.

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25/10/2025

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“Guarda cosa mi hai fatto fare”: il manifesto dell’abuso travestito da giustificazione

“Guarda cosa mi hai fatto fare.”
È la frase emblematica dell’uomo violento.
Un tentativo disperato di rovesciare le responsabilità, di spostare la colpa, di salvare se stesso anche di fronte all’irreparabile.
È il grido distorto di chi non tollera l’idea che la donna che considerava sua proprietà abbia osato disobbedire, sottrarsi, scegliere di vivere senza di lui.

Alla base dei femminicidi non c’è un raptus, non c’è la follia improvvisa, c’è una cultura del possesso e dell’umiliazione.

Quella convinzione arcaica, persistente e velenosa secondo cui una donna che se ne va, che non obbedisce più, che rifiuta, che dice “no” è un affronto al potere maschile.

Un’offesa da lavare col sangue.

Il femminicida non uccide per amore, ma per ripristinare il proprio dominio simbolico, per punire quella che ha osato sfuggirgli e, nel farlo, lo ha esposto al ridicolo agli occhi degli altri uomini.

È la logica del controllo assoluto, del “se non sei mia, non sarai di nessuno”, radicata nel tessuto profondo di una società che ancora educa troppi uomini a confondere l’amore con il possesso e la virilità con la sopraffazione.

Poi arrivano le giustificazioni, sempre uguali:
“È stata lei a provocarmi.”
“Ho perso la testa.”
“Era disperato.”
Sono le carte del vittimismo maschile, le stesse che si giocano ogni volta che una donna subisce violenza: la colpa è del vestito, dell’alcol, dell’ora, del quartiere, della sua libertà.

È la retorica tossica della “colpa della vittima”, quella che stiamo vedendo ripetersi anche nella vittimizzazione secondaria, in cui la sopravvissuta viene interrogata, sospettata, colpevolizzata, mentre il predatore, che spesso agisce in branco, si autoassolve in nome della “ragazzata”.

Non è mai un episodio isolato.
È il prodotto sistemico di una cultura patriarcale che da secoli insegna agli uomini a esercitare controllo e alle donne a giustificare, comprendere, perdonare.

Ogni volta che un femminicida parla di “raptus”, ogni volta che un giornale titola “uccisa per gelosia”, si rinnova quel copione sociale in cui il carnefice diventa “vittima delle circostanze” e la donna viene ridotta a comparsa della sua stessa morte.

Il problema non è solo l’uomo violento — ma il sistema di narrazioni che lo legittima, che gli offre il microfono, che racconta la sua versione senza un minimo di analisi critica, senza un confronto con la realtà dei fatti, senza mettere in discussione il modello di maschilità tossica che produce tutto questo.

Finché continueremo a dare spazio mediatico alle giustificazioni degli aggressori, senza affiancare la voce della competenza, dei dati, dell’analisi psicologica e criminologica, saremo complici di quel meccanismo che trasforma la violenza in spettacolo e la vittima in nota a margine.

La verità è semplice, brutale, innegabile:
non è lei che “lo ha fatto impazzire” — è lui che non ha mai accettato di non possederla più.

E questa, in una società ancora immersa nel mito del dominio maschile, continua a essere la più intollerabile delle umiliazioni per questi maschi mai diventati veramente uomini.

29/07/2025

BONUS PSICOLOGO 2025
Anche quest’anno è attivo il Bonus Psicologo, un contributo economico erogato da INPS per facilitare l’accesso alla psicoterapia.
Possono richiederlo tutte le persone con un ISEE fino a 50.000 euro. L’importo del bonus varia in base alla fascia di reddito.
Il contributo copre fino a 50 euro a seduta, fino a un massimo di:
• 1.500 euro (ISEE inferiore a 15.000 euro)
• 1.000 euro (ISEE tra 15.000 e 30.000 euro)
• 500 euro (ISEE tra 30.000 e 50.000 euro)
Una volta ottenuto il bonus, l’INPS rilascia un codice univoco da utilizzare con un professionista accreditato.
Non rimandare ancora e contattami in privato per ulteriori chiarimenti.

Indirizzo

Caltanissetta
93100

Telefono

3387945837

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