25/11/2025
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Quando parliamo di manipolazione psicologica, c’è un elemento che non manca mai. Mai.
Ed è il senso di colpa.
Non un sentimento spontaneo, non un moto interiore autentico, ma una trappola costruita ad arte, calibrata sul punto esatto in cui la vittima è più fragile, più vulnerabile, più esposta.
Il manipolatore utilizza la colpa come un telecomando emotivo.
La programma, la attiva, la spegne e la riaccende quando serve. Da lì può orientare le scelte della vittima con una precisione chirurgica.
Come funziona questa arma psicologica?
1. Prima fase: l’erosione dell’autostima
Il manipolatore identifica le crepe (quelle che ognuno di noi ha) e le trasforma in ferite.
“Non sei abbastanza.”
“Hai sbagliato di nuovo.”
“Se ti succede questo, è perché non vali.”
È un lento lavoro di demolizione. La vittima comincia a sentirsi responsabile di tutto ciò che non va, anche di ciò che non dipende da lei.
2. Seconda fase: l’addebito sistematico della responsabilità
Ogni reazione del manipolatore (collera, silenzio punitivo, svalutazione, crisi) diventa colpa della vittima.
“Mi comporto così perché tu mi provochi.”
“Se io esplodo, la colpa è tua.”
“Guarda cosa mi costringi a fare.”
È il ribaltamento totale della responsabilità: chi agisce violenza diventa, paradossalmente, la vittima; chi la subisce diventa il carnefice.
3. Terza fase: la colpa come telecomando
A questo punto la vittima non sceglie più in autonomia: decide per evitare di sentirsi in colpa.
Non esce, non parla, non chiede aiuto, non contraddice, non si difende.
Ogni decisione è filtrata attraverso un pensiero ossessivo:
“Devo evitare di farlo arrabbiare. Devo evitare che stia male. Devo evitare di sbagliare.”
Ed è qui che la manipolazione diventa controllo.
È qui che la colpa diventa catena.
Perché i manipolatori scelgono la colpa?
Perché la colpa è una delle emozioni più potenti in assoluto.
È l’emozione che più facilmente piega, isola, sottomette.
Non c’è bisogno di urla, di minacce esplicite, di violenza fisica: basta creare il convincimento che “se succede qualcosa di negativo, è colpa tua”.
La colpa toglie lucidità, logora l’identità, spegne la capacità di giudizio.
E da quel momento la vittima non combatte più il manipolatore, ma combatte se stessa.
Ed è la forma di prigionia psicologica più efficace, la più feroce, la più devastante.
…questo meccanismo è sempre presente…
Nel mio lavoro di psicologa forense lo vedo in ogni singolo caso di maltrattamento grave.
Non esiste abuso psicologico, non esiste violenza domestica, non esiste relazione manipolatoria patologica che non utilizzi, in modo sistematico e raffinato, il senso di colpa come leva di controllo.
È il cuore del processo manipolatorio.
La chiave di volta che permette al maltrattante di governare la vittima, di annullarla, di usarla, di impedirle di ribellarsi.
E quando la colpa diventa il criterio attraverso cui la vittima organizza la propria vita, la manipolazione ha già raggiunto il suo obiettivo ossia
rendere l’altro un’estensione della propria volontà.