dott.ssa Paola F. Di Franco

dott.ssa Paola F. Di Franco psicodiagnosi
valutazione funzionale
psicoterapia cognitivo-comportamentale
formazione

Grazie a Università telematica Pegaso  per aver dedicato uno spazio a un tema che mi sta a cuore: affettività e sessuali...
20/02/2026

Grazie a Università telematica Pegaso per aver dedicato uno spazio a un tema che mi sta a cuore: affettività e sessualità nello spettro autistico. Nel mio lavoro clinico vedo ogni giorno quanto sia urgente parlarne.
Purtroppo, molti interventi – anche cognitivo-comportamentali – continuano a ignorare questa dimensione fondamentale. Trovo questa esclusione scandalosa: la sessualità non è un optional, è parte integrante dell’identità e della qualità della vita.
https://www.youtube.com/live/g783Tr6cyNs?si=8bpfMRulx83H-hKE

Ansia, depressione, insonnia… la superficie tradisce la profondità delle sfide degli adulti autistici. Chi accoglie deve...
09/02/2026

Ansia, depressione, insonnia… la superficie tradisce la profondità delle sfide degli adulti autistici. Chi accoglie deve saper guardare oltre.

07/02/2026

7 febbraio. Rimettere i calzini al loro posto. Grazie per l'attenzione

EIBI, intensità e un equivoco pericolosoState certamente assistendo al tam tam in circolazione di una recente meta-anali...
23/01/2026

EIBI, intensità e un equivoco pericoloso
State certamente assistendo al tam tam in circolazione di una recente meta-analisi IPD sull’Early Intensive Behavioral Intervention (EIBI), che conferma un punto importante:
-esiste una chiara relazione dose–risposta tra intensità dell’intervento ed esiti clinicamente significativi.
Parliamo di miglioramenti robusti su:
-comportamento adattivo
-funzionamento intellettivo
-riduzione della severità dell’autismo
Fin qui, nulla di nuovo per chi conosce davvero la letteratura sull’EIBI.
Il problema nasce ora, nel modo in cui questi risultati rischiano di essere tradotti nella pratica.
Gli autori sono chiarissimi su cosa sia EIBI:
-intervento globale e comprensivo
intensivo
-basato su ABA
-supervisionato da professionisti formati
-con coinvolgimento strutturato dei genitori
E sono altrettanto chiari su cosa non dicono i dati:
-le ore settimanali non sono sinonimo di qualità!
Le ore sono una misura grezza dell’intensità, usata perché è l’unica disponibile nei dati esistenti.
Idealmente, l’intensità andrebbe misurata in:
-opportunità di apprendimento
-qualità dell’insegnamento
-fidelity di implementazione
-supervisione clinica reale
Qui sta il punto critico, soprattutto nel contesto italiano.
In assenza di sistemi di accreditamento e vigilanza strutturati, il rischio è che:
l’intensità venga ridotta a una “abbuffata di ore”, scollegata da setting, competenze, supervisione e sostenibilità clinica...
usata come LEVA COMMERCIALE più che clinica
Questa meta-analisi non legittima “più ore per tutti” a prescindere.
Legittima più intensità quando:
-l’intervento è realmente EIBI
-i parametri qualitativi sono rispettati
-esiste una responsabilità clinica chiara su chi fa cosa e come
In sintesi l’evidenza non è in discussione, sono in discussione i parametri di erogazione
E confondere questi due livelli non è solo un errore scientifico: è un RISCHIO CLINICO. Il grosso rischio che ci conduce a lavorare ogni giorno con adolescenti e adulti in emergenza!

18/01/2026
2 giornate di formazione su Social Skill Training presso il Dipmed Unisa pensate come spazio di confronto attivo. lavore...
17/01/2026

2 giornate di formazione su Social Skill Training presso il Dipmed Unisa pensate come spazio di confronto attivo. lavoreremo insieme mettendo in discussione pratiche e modelli (come sempre), analizzando le criticità e costruendo strategie di miglioramento concreto di un progetto basato sull'ascolto di chi non è un semplice destinatario di un intervento , ma un interlocutore attivo,
Vi aspetto numerosi e interattivi

Sto ricevendo risposte che impongono un chiarimento: qualcuno dice che si dovrebbe essere grati per questa "concessione"...
14/01/2026

Sto ricevendo risposte che impongono un chiarimento: qualcuno dice che si dovrebbe essere grati per questa "concessione", così come si dovrebbe essere grati della "concessione" al lavoro; che importa se non è proprio quello desiderato e di competenza e che si svolga in un contenitore con etichetta... quindi chiarisco:
Se Barbie maestra avesse alcune caratteristiche che poi fanno capire che è autistica, farebbe la differenza. Perché direbbe chiaramente che si può insegnare, gestire una classe, avere competenze relazionali, ed essere autistici, senza che questo diventi un’etichetta appiccicata davanti a tutto il resto.
Se Barbie commessa avesse le caratteristiche fisiche della sindrome di Down, farebbe la differenza. Perché mostrerebbe che certi lavori, che esistono davvero nella vita quotidiana, non sono riservati a un solo tipo di corpo o di volto.
Se il mondo di Barbie (la scuola, il negozio, la casa, i mezzi di trasporto) fosse pensato con caratteristiche di accessibilità, farebbe la differenza. Perché sposterebbe l’attenzione dalla “persona diversa” all’ambiente che si adatta, che è il vero nodo dell’inclusione ( cominciamo a mettere la pedana per le sedie a rotelle fuori alla scuola di Barbie)
Così l’inclusione non passa dal personaggio “speciale”, ma dal fatto che le differenze sono distribuite, non isolate.
Non vengono annunciate, non vengono spiegate, semplicemente esistono.
Ed è questo che cambia davvero l’immaginario: non dire “c’è anche spazio per te”, ma mostrare che sei già dentro, senza dover essere nominata come eccezione.

L’idea di “una Barbie autistica” o del gruppo Aut  playmobil rischia davvero di fare l’effetto opposto dell’inclusione: ...
13/01/2026

L’idea di “una Barbie autistica” o del gruppo Aut playmobil rischia davvero di fare l’effetto opposto dell’inclusione: invece di normalizzare, separa. È come se dicesse implicitamente: le Barbie “normali” non possono essere autistiche; l’autismo è una caratteristica così totalizzante da dover diventare il personaggio. E questo è problematico.
Chi ha deciso che Barbie dottoressa, infermiera, astronauta ecc. non possano essere autistiche? O non possa esserlo il pizzaiolo sotto casa senza la sigla etichettante?
Nella vita reale le persone autistiche sono già ovunque, hanno mille storie diverse. Non portano un cartellino addosso.
Il rischio maggiore di queste operazioni è che
l’autismo venga ridotto a un set di segni esteriori (accessori, colori, posture, “tratti riconoscibili”) e
si rafforzi l’idea che sia qualcosa di visibile, definibile, stereotipabile
come “categoria speciale”
L'inclusione dovrebbe essere meno marketing-centrica e più coerente con la realtà. Non basta che l"autismo rappresenti un business già nel mondo della riabilitazione?

In questo periodo natalizio vedo alberi splendidi, carichi di decorazioni perfette.Alcune p***e brillano più di altre.Mi...
20/12/2025

In questo periodo natalizio vedo alberi splendidi, carichi di decorazioni perfette.
Alcune p***e brillano più di altre.
Mi fanno pensare a quanto, nella vita professionale, non sia sempre facile scegliere dove appenderle.
Criticare certe realtà tutto l’anno e poi farsi trovare sotto lo stesso albero quando conviene è una forma curiosa di spirito natalizio.
Io resto affezionata all’idea che la coerenza sia una qualità rara, ma riconoscibile. Non luccica, non fa scena, però regge.
Buone feste a chi le p***e preferisce averle vere, anche se non fanno decorazione.

20/12/2025

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