Dott.ssa Tesone Arianna

Dott.ssa Tesone Arianna Dott.ssa Tesone Arianna
Psicologa-Psicoterapeuta
Colloqui ad indirizzo Sistemico Relazionale Familiare. Interventi mirati per individui, coppie e famiglie.

07/01/2026

C’è un falso mito, all’opposto di quello dello “psicologo che cura i pazzi”. È quello di chi crede che la terapia sia una chiacchierata leggera, un po’ come un tè con un’amica empatica che ti ascolta e ti dà qualche consiglio. Quasi una moda carina, una coccola mentale. Ed è comprensibile, in fondo: dall’esterno sembra proprio così.
Due persone che parlano. Una stanza tranquilla, una poltrona comoda, luce soffusa, un tono di voce calmo. Sembra semplice. E a tratti lo è davvero.
Ci sono momenti in cui la terapia è lieve. Ci fa sorridere, ci alleggerisce. Si ride, ci si riconosce, ci si capisce anche senza dire troppo. Sembra una chiacchierata, sì.
Ma è solo la superficie.
Sotto, succede molto di più. Ogni parola, ogni pausa, ogni silenzio apre un varco. Si scende di un livello, poi di un altro. Una parte di noi, e una parte di chi ci accompagna, scava.
Non è un dialogo qualunque: è un viaggio. E quel viaggio ha come destinazione noi stessi.
E chi ci entra, se ci entra davvero, non ne esce uguale.
Nella terapia ci spogliamo, un po’ alla volta.
Non perché qualcuno ci tolga qualcosa, ma perché iniziamo a fidarci abbastanza da farlo. Ci troviamo a guardare dove non avevamo mai osato guardare. Ad illuminare angoli rimasti in ombra per anni. E allora scopriamo che la storia che raccontiamo su di noi non è tutta la verità.
Che ci sono pezzi tagliati, altri nascosti, altri ancora ripetuti così tante volte da sembrarci reali. Scopriamo che non ci conoscevamo così bene come pensavamo. Che certi modi di reagire, certe relazioni che ripetiamo, certe scelte che sembrano errori sono in realtà tentativi di salvarci, nati da vecchie ferite.
E capiamo che non basta capire: dobbiamo attraversare. Lasciare che il dolore passi attraverso di noi, senza più resistere. E lì, sì, ci si sporca. Ci si fa male. Ci si fa un cu*o così.
Perché la terapia non è magia, non è un incantesimo che ci cambia mentre parliamo. È lavoro. Vero, concreto, a volte spietato.
È stare dentro al fango della nostra storia con le mani n**e, e decidere di restarci. A volte siamo proprio lì, nel fango, con la testa quasi sommersa. Non respiriamo, non vediamo via d’uscita. E poi sentiamo una mano che ci stringe: quella del terapeuta. Non per tirarci fuori, ma per restare lì con noi. Nel fango, insieme. E ci guarda come per dire: “Ce la fai. Ci sono. Anche qui.”
A volte basta quello per non affondare.
Altre volte no: ci stiamo dentro fino al collo, e non c’è niente di poetico. È fatica, è rabbia, è smarrimento. Vorremmo mollare tutto, chiudere la porta e non tornare più. Ma se restiamo, se non scappiamo, qualcosa si muove. Piano, quasi impercettibile. E capiamo che quel dolore non è lì per distruggerci, ma per liberarci.
A volte qualcuno chiede: “Ma non sta meglio chi tutte queste consapevolezze non ce l’ha? Chi non si scava, chi non guarda, chi non sa?”
È una domanda legittima, e in certi momenti ce la facciamo tutti.
Soprattutto quando annaspiamo nel fango e vediamo più problemi che soluzioni, più ferite che risposte. Quando ci chiediamo se tutto questo scavare serva davvero a qualcosa.
Eppure no, non sta meglio chi non le ha, queste consapevolezze. Forse vive più tranquillo in apparenza, ma non è libertà, è inconsapevolezza. E non sapere significa anche non conoscersi mai davvero. Significa rinunciare a quella parte di vita che comincia solo quando smettiamo di guardare fuori e iniziamo a guardarci dentro.
La consapevolezza è un dono strano. All’inizio pesa, brucia, ci disorienta. Ci fa vedere tutto quello che prima ignoravamo, anche di noi stessi. Ma poi, pian piano, diventa un occhio nuovo. Come mettere per la prima volta un paio di occhiali con la gradazione giusta, dopo anni passati a vedere sfuocato.
Ci accorgiamo che tutto ha un contorno, una profondità, un colore che non conoscevamo. E capiamo che vivere nel torbido, nel confuso, nel “tanto va bene così”, non era pace, era nebbia. E il mondo sfuocato, anche se meno doloroso, è molto peggio del mondo messo a fuoco.
Fa paura, sì. Guardarsi dentro fa sempre paura. Perché significa lasciare andare le certezze, smettere di raccontarsi la solita storia. Accettare che non tutto di noi è bello, o forte, o funzionante. Che esistono parti fragili, contraddittorie, tenere, bisognose. Parti che forse nessuno ha mai visto, nemmeno noi.
La terapia non ci dà risposte pronte. Anzi, spesso ci toglie quelle false, quelle che ci facevano sentire “a posto”. Ci lascia in uno spazio sospeso, dove non siamo più chi eravamo ma non siamo ancora chi diventeremo. È lì che nasce il cambiamento.
È lì che molti si fermano, perché fa paura e anche tanta.
Ma se restiamo, se attraversiamo anche quello, qualcosa accade. Scopriamo che possiamo stare anche con le nostre ombre. Che non siamo definiti da ciò che abbiamo vissuto, ma da come scegliamo di attraversarlo. Che possiamo accoglierci anche dove prima non credevamo possibile. E allora sì, la terapia è una chiacchierata.
Ma di quelle che ci cambiano la vita.
Perché parola dopo parola smontiamo le difese, scendiamo sempre più giù, fino a toccare qualcosa di essenziale, noi stessi, finalmente interi. E quando ci incontriamo davvero, non torniamo più indietro.
Perché non siamo più solo chi sopravvive. Siamo chi vive.

10/12/2025

“Anche io sono un po’ psicologo…”

…e ogni volta che qualcuno me lo dice, sorrido e rispondo con la stessa gentilezza con cui si spiega a un bambino perché non può guidare un tir a sei anni: “…perdonami, ma no!… tu non sei una minchia”.

Sentire il dolore degli altri non fa di te un terapeuta, esattamente come avere due gambe non ti rende un maratoneta olimpico. L’empatia non è una qualifica professionale, è una predisposizione umana. E confondere la sensibilità con la competenza è uno degli sport più praticati del nostro tempo, soprattutto da chi si illude che basti “capire le persone” per sapere anche come si curano le loro ferite.

La verità è che ognuno di noi, prima o poi, si trova davanti qualcuno che soffre, e il nostro istinto ci porta a intervenire, a mettere le mani in quell’emergenza emotiva con la naturalezza di chi pensa: “Se sento quanto stai male, allora tocca a me risolverti.” Ma non funziona così.
La tua capacità di percepire il dolore altrui non ti conferisce la responsabilità né l’autorità di aggiustarlo. È un po’ come vedere il mare agitato e pensare che questo faccia automaticamente di te un guardiano del faro: no, puoi notare la tempesta, ma la rotta non è necessariamente tua.

Se vuoi risolvere davvero il dolore degli altri, farlo diventare mestiere, impegno, missione, allora preparati a dieci anni di studio, supervisioni, errori, revisioni, pratica, cadute, risalite e un tempo infinito passato ad affinare non solo le tecniche, ma soprattutto te stesso. Questa è psicoterapia: artigianato dell’anima, non improvvisazione da bar.
Se invece non è il tuo percorso, va benissimo così. Nessuno ti chiede di sostituirti al dolore di chi ami. A volte basta esserci, ascoltare, reggere lo sguardo senza voler aggiustare tutto, senza invadere, senza caricarti responsabilità che nessuno ti ha chiesto di prendere.

Il mondo sarebbe un posto molto più sano se ognuno imparasse a distinguere l’empatia dall’invasione, la vicinanza dal salvataggio, il sostegno dalla presunzione di sapere cosa è meglio per l’altro.
Perché aiutare non significa sostituirsi, e ascoltare non significa riparare.
È nel confine che nasce il rispetto e, paradossalmente, è proprio quando smettiamo di voler salvare tutti che finalmente diventiamo davvero utili.

Dai retta a me, non essere “un po’ psicologo”.
…sii umano, presente, attento, ma resta al tuo posto.
Che nel mondo, di posti scambiati, ce ne sono già fin troppi.

Enrico Chelini

11/11/2025

Oltre le leggi e il codice deontologico, oltre l’interesse collettivo, il segreto professionale tocca qualcosa di più profondo: il nostro modo di stare di fronte al valore delle storie che le persone ci affidano.
Spesso dimentichiamo che, per chi si rivolge a noi, siamo sì dei professionisti, ma anche perfetti sconosciuti.
Eppure trovano il coraggio di raccontarci ciò che, forse, non hanno mai detto a nessuno.
Nel segreto professionale si riflette allora il rispetto per la fragilità e per l’intimità dell’altro — e, a tratti, anche per la nostra.

20/10/2025

Un tempo, lo psicoanalista ascoltava in silenzio mentre il paziente parlava sdraiato su un lettino.
Oggi, se provassi a chiedere a un paziente di sdraiarsi, probabilmente penserebbe che sto girando un video ASMR.

Freud aveva davanti un’umanità oppressa dal dovere e dalla morale vittoriana; noi abbiamo un’umanità schiacciata dall’eccesso di libertà apparente e dall’ansia da prestazione emotiva.
Prima la colpa, oggi il vuoto.

La psicoanalisi di ieri cercava il rimosso; quella di oggi cerca il disconnesso: chi non sente più se stesso, chi si è perso nei like, nei ruoli, nelle aspettative.

Non interpretiamo più sogni pieni di simboli fallici e madri cattive (anche se, ogni tanto, tornano pure quelli): interpretiamo vite interrotte, relazioni liquide, solitudini mascherate da iperattività.

Il mestiere resta lo stesso: dare un senso a ciò che si agita dentro.
Ma i demoni, oggi, hanno Wi-Fi.

Dott.Stefano Scatena

10/10/2025
08/09/2025

“Non possiamo sfuggire a ciò che deve accaderci.
Il vento ci porterà nei luoghi che dobbiamo visitare.
Il sole splenderà sulle persone che dobbiamo notare.
L'aria darà vita alle situazioni che devono prendere vita.
La notte oscura le cose da cui vuole proteggerci.
La pioggia laverà via gli occhi piangenti, e l'arcobaleno darà speranza.
Gli uccelli volanti ci faranno pensare a qualcuno.
Queste e tante altre cose succederanno, ma ricordate - niente è un caso. "

Antoine de Saint Exupery

07/09/2025

La coppia perfetta esiste, sai qual è?
Quella che nonostante i loro litigi, i loro alti e bassi, i momenti brutti e belli, continuano ancora insieme a dargli tutto, quelli che continuano a provarci nonostante tutto.
È chi si prende cura di te, ti protegge, ti stima come uno dei suoi migliori tesori, è chi ti ama, è chi ti dà respiro, è chi si fida di te anche se non lo fai nemmeno tu stesso, è chi ti aiuta ad essere più forte, è chi ti rimane accanto quando ne hai più bisogno❤️

07/09/2025

Siamo un po' come le mongolfiere,
restiamo a lungo immobili, legati a terra da corde che a volte non vediamo nemmeno: doveri, paure, parole che ci pesano addosso.
Poi, all'improvviso, si accende un fuoco...
un desiderio, un incontro, una scelta, una lenta giornata di pioggia.
Il pallone si gonfia e tira verso l'alto.
Ma non basta il fuoco per volare,
il momento più difficile è lasciare andare il fardello.
E solo quando trovi il coraggio di lasciar cadere ciò che non ti serve più, ti accorgi che il cielo non era lontano: eri tu che non ti staccavi dal suolo.
Tu non sei la tua paura.

Fiore di Sadar

06/09/2025

A decorrere dal 15 settembre 2025 e fino al 14 novembre 2025 è possibile presentare la domanda per il psicologo, esclusivamente in via telematica, accedendo al servizio dedicato “Contributo sessioni ” e selezionando “Contributo sessioni psicoterapia domande 2025”.

Al momento della presentazione della domanda, il cittadino richiedente deve essere in possesso di un’attestazione dell’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) in corso di validità di valore non superiore a 50.000 euro.

11/08/2025

“Andare dallo psicologo? Io non sono mica pazzo.”

Quante volte lo hai pensato?
O magari hai detto: “Ce la faccio da solo”, anche se dentro era tutto un caos.
La verità è che questo pensiero accomuna tantissime persone. Non sei solo. Spesso ci blocca la paura di sentirci giudicati, o di sembrare deboli.

Altri pensano che serva solo nei momenti più gravi…
oppure che “non ho tempo”, “non serve parlare con uno sconosciuto”.
Tutti pensieri legittimi, ma… sbagliati.
In realtà, andare da uno psicologo è un atto di forza.
È per chi ha il coraggio di conoscersi davvero.
Per chi vuole capire perché certi pensieri non se ne vanno mai, perché si sente bloccato, ansioso, stanco anche senza un motivo preciso.
È per chi vuole iniziare a stare bene, davvero. E farlo non è mai troppo presto. Se ti ritrovi anche solo in una di queste parole, forse è il momento di provarci. Prenota ora il tuo appuntamento su WhatsApp per iniziare un percorso che ti aiuterà a migliorare!

Si parla moltissimo del profilo narcisista patologico. Molto meno di chi si lascia agganciare da questo stile relazional...
06/08/2025

Si parla moltissimo del profilo narcisista patologico. Molto meno di chi si lascia agganciare da questo stile relazionale.
La persona che cade in una relazione di questo tipo ha caratteristiche ben precise:
-ignora segnali precoci di disfunzioni
-ha un’idea di relazione improntata sull’essere accudita, vista, riconosciuta
-è aggrappata totalmente a un ideale e non vede chi ha di fronte
-cede alle lusinghe iniziali (love bombing) di cui ha una sete enorme
-alla realtà preferisce l’illusione
-sopporta umiliazioni piuttosto che perdere l’altro (non l’ha mai avuto in realtà, ma preferisce il sogno)
-vive appesa, sospesa
-senza lo sguardo dell’altro sente di non esistere
-è posseduta, in taluni casi, dal proprio bisogno e non vede che si comporta a volte esattamente come il narcisista che tanto aborrisce (invade, ha pretese, vuole tutto e subito)
-delega la propria vita emotiva che consegna in mano all’altro diventando una marionetta
-controlla l’altro per cercare segni del suo interesse
-ha veri disturbi fisici come palpitazioni, ansia, insonnia, attacchi di panico se sente che l’altro non è disponibile
-vive nella speranza costante che l’altro cambierà
-si sente in colpa per tutto
-ha la sensazione di camminare sulle uova nella relazione
-annega nella paura
-oscilla tra idealizzare e demonizzare l’altro
-si sente indegna, inadeguata, non ha autostima
-non è interessata a coltivare l’amor proprio ma a farsi amare dall’altro
-difendere la sua dignità non è la sua priorità
-ha il terrore che l’altro sparisca
-crede che senza l’altro morirà
-non vuole prendersi la responsabilità della propria vita affettiva
-spesso vuole soluzioni rapide da chiunque
-è convinto di non aver ricevuto il giusto dai genitori (troppo o troppo poco)
-vede nell’altro un genitore salvifico, che poi si trasformerà in un torturatore
-ha pretese che l’altro sia un principe, e non ne vede lo squilibrio se non molto tardi
-ha un’infinita, insaziabile fame d’amore


«Di troppo amore è tutto questo. Una carta geografica per chi vuole comprendere. Una torcia nel buio per chi soffre. Una panchina al sole per chi è guarito e guarda a quello che è stato con l'espressione risolta della benevolenza» (dalla Prefazione di Selvaggia Lucarelli). «Io non vivo senza t...

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Casale Monferrato

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Martedì 16:00 - 20:00
Giovedì 16:00 - 20:00
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