07/01/2026
C’è un falso mito, all’opposto di quello dello “psicologo che cura i pazzi”. È quello di chi crede che la terapia sia una chiacchierata leggera, un po’ come un tè con un’amica empatica che ti ascolta e ti dà qualche consiglio. Quasi una moda carina, una coccola mentale. Ed è comprensibile, in fondo: dall’esterno sembra proprio così.
Due persone che parlano. Una stanza tranquilla, una poltrona comoda, luce soffusa, un tono di voce calmo. Sembra semplice. E a tratti lo è davvero.
Ci sono momenti in cui la terapia è lieve. Ci fa sorridere, ci alleggerisce. Si ride, ci si riconosce, ci si capisce anche senza dire troppo. Sembra una chiacchierata, sì.
Ma è solo la superficie.
Sotto, succede molto di più. Ogni parola, ogni pausa, ogni silenzio apre un varco. Si scende di un livello, poi di un altro. Una parte di noi, e una parte di chi ci accompagna, scava.
Non è un dialogo qualunque: è un viaggio. E quel viaggio ha come destinazione noi stessi.
E chi ci entra, se ci entra davvero, non ne esce uguale.
Nella terapia ci spogliamo, un po’ alla volta.
Non perché qualcuno ci tolga qualcosa, ma perché iniziamo a fidarci abbastanza da farlo. Ci troviamo a guardare dove non avevamo mai osato guardare. Ad illuminare angoli rimasti in ombra per anni. E allora scopriamo che la storia che raccontiamo su di noi non è tutta la verità.
Che ci sono pezzi tagliati, altri nascosti, altri ancora ripetuti così tante volte da sembrarci reali. Scopriamo che non ci conoscevamo così bene come pensavamo. Che certi modi di reagire, certe relazioni che ripetiamo, certe scelte che sembrano errori sono in realtà tentativi di salvarci, nati da vecchie ferite.
E capiamo che non basta capire: dobbiamo attraversare. Lasciare che il dolore passi attraverso di noi, senza più resistere. E lì, sì, ci si sporca. Ci si fa male. Ci si fa un cu*o così.
Perché la terapia non è magia, non è un incantesimo che ci cambia mentre parliamo. È lavoro. Vero, concreto, a volte spietato.
È stare dentro al fango della nostra storia con le mani n**e, e decidere di restarci. A volte siamo proprio lì, nel fango, con la testa quasi sommersa. Non respiriamo, non vediamo via d’uscita. E poi sentiamo una mano che ci stringe: quella del terapeuta. Non per tirarci fuori, ma per restare lì con noi. Nel fango, insieme. E ci guarda come per dire: “Ce la fai. Ci sono. Anche qui.”
A volte basta quello per non affondare.
Altre volte no: ci stiamo dentro fino al collo, e non c’è niente di poetico. È fatica, è rabbia, è smarrimento. Vorremmo mollare tutto, chiudere la porta e non tornare più. Ma se restiamo, se non scappiamo, qualcosa si muove. Piano, quasi impercettibile. E capiamo che quel dolore non è lì per distruggerci, ma per liberarci.
A volte qualcuno chiede: “Ma non sta meglio chi tutte queste consapevolezze non ce l’ha? Chi non si scava, chi non guarda, chi non sa?”
È una domanda legittima, e in certi momenti ce la facciamo tutti.
Soprattutto quando annaspiamo nel fango e vediamo più problemi che soluzioni, più ferite che risposte. Quando ci chiediamo se tutto questo scavare serva davvero a qualcosa.
Eppure no, non sta meglio chi non le ha, queste consapevolezze. Forse vive più tranquillo in apparenza, ma non è libertà, è inconsapevolezza. E non sapere significa anche non conoscersi mai davvero. Significa rinunciare a quella parte di vita che comincia solo quando smettiamo di guardare fuori e iniziamo a guardarci dentro.
La consapevolezza è un dono strano. All’inizio pesa, brucia, ci disorienta. Ci fa vedere tutto quello che prima ignoravamo, anche di noi stessi. Ma poi, pian piano, diventa un occhio nuovo. Come mettere per la prima volta un paio di occhiali con la gradazione giusta, dopo anni passati a vedere sfuocato.
Ci accorgiamo che tutto ha un contorno, una profondità, un colore che non conoscevamo. E capiamo che vivere nel torbido, nel confuso, nel “tanto va bene così”, non era pace, era nebbia. E il mondo sfuocato, anche se meno doloroso, è molto peggio del mondo messo a fuoco.
Fa paura, sì. Guardarsi dentro fa sempre paura. Perché significa lasciare andare le certezze, smettere di raccontarsi la solita storia. Accettare che non tutto di noi è bello, o forte, o funzionante. Che esistono parti fragili, contraddittorie, tenere, bisognose. Parti che forse nessuno ha mai visto, nemmeno noi.
La terapia non ci dà risposte pronte. Anzi, spesso ci toglie quelle false, quelle che ci facevano sentire “a posto”. Ci lascia in uno spazio sospeso, dove non siamo più chi eravamo ma non siamo ancora chi diventeremo. È lì che nasce il cambiamento.
È lì che molti si fermano, perché fa paura e anche tanta.
Ma se restiamo, se attraversiamo anche quello, qualcosa accade. Scopriamo che possiamo stare anche con le nostre ombre. Che non siamo definiti da ciò che abbiamo vissuto, ma da come scegliamo di attraversarlo. Che possiamo accoglierci anche dove prima non credevamo possibile. E allora sì, la terapia è una chiacchierata.
Ma di quelle che ci cambiano la vita.
Perché parola dopo parola smontiamo le difese, scendiamo sempre più giù, fino a toccare qualcosa di essenziale, noi stessi, finalmente interi. E quando ci incontriamo davvero, non torniamo più indietro.
Perché non siamo più solo chi sopravvive. Siamo chi vive.