Teresa Capparelli Psicologa

Teresa Capparelli Psicologa Gran parte delle persone non cerca soluzioni, ma ascolto, comprensione profonda e assenza di giudizio. L'empatia è la risposta a molti disagi.

La depressione post-partum è qualcosa di cui sappiamo veramente poco. (O forse è quello che continuiamo a dirci per non ...
23/04/2026

La depressione post-partum è qualcosa di cui sappiamo veramente poco. (O forse è quello che continuiamo a dirci per non vedere le nostre responsabilità)

Sono una psicoterapeuta, una donna, una madre. Conosco l’equilibrio fragile del post-partum. So quanto possa essere un tempo attraversato da amore e smarrimento insieme, da gratitudine e fatica, da una vulnerabilità profonda di cui, forse, si parla ancora troppo poco. Io stessa, lo confesso, talvolta vengo trascinata nell’inganno della narrazione edulcorata di questa fase, in realtà multiforme e complessa.

Guardiamo alla maternità come a qualcosa che dovrebbe ve**re naturale. Come se mettere al mondo un figlio rendesse automaticamente appagate e istintivamente capaci di sostenere tutto. Eppure il post partum è un terremoto identitario, che trascina con sé cambiamenti psicofisici indicibili. Troppe donne, questo terremoto, si ritrovano ad affrontarlo nella totale solitudine, mentre intorno ricevono soprattutto aspettative.

Viviamo in una cultura che idealizza la maternità, ma che spesso lascia sole le madri reali. Quelle che non dormono, che si svegliano da sole nel cuore della notte, che hanno paura, che si sentono sopraffatte, che cercano disperatamente di riconoscersi mentre tutto cambia. Un tempo, in alcuni spazi, esistevano reti familiari e spazi condivisi (certo, come la società ci ha insegnato, reti pur sempre dove donne esauste!). Oggi, le madri, si trovano a dover reggere tutto da sole, continuando, nel frattempo, a sorridere e performare

Nelle nostre convinzioni abita ancora un copione rigidissimo: una buona madre dovrebbe essere felice, accudente, paziente e grata. Dovrebbe farcela senza lamentarsi troppo e amare in ogni istante. Così molte donne imparano a nascondere quello che provano, perché sentono che la minima crepa rischia di trasformarsi in giudizio. Eppure una madre può amare profondamente suo figlio e sentirsi persa, esausta o spaventata.

C’è anche un tema culturalmente molto difficile da digerire: non tutte le donne desiderano la maternità nello stesso modo. Alcune la scelgono spinte da aspettative socio-culturali. Altre pensano sia semplicemente il passo successivo della vita. Altre ancora la desiderano profondamente, ma si scontrano con una realtà emotiva molto diversa da quella immaginata. Eppure continuiamo a pretendere che tutte aderiscano alla stessa narrazione luminosa!

La depressione post partum alle volte è il risultato di una solitudine enorme. A volte è una fragilità che esisteva già e che quel momento di vita esaspera. Altre è il dolore di sentirsi intrappolate in un ruolo. Più continuiamo a romanticizzare la maternità, più lasciamo sole le donne che non riescono a riconoscersi in quell’immagine perfetta.

Forse dovremmo iniziare a parlare della maternità in modo più autentico e congruente. Lasciare spazio anche all’ambivalenza, alla fatica, alla rabbia, alla paura, al senso di inadeguatezza che questa fase comporta, rammentando che rendere dicibile tutto questo non significa sminuire l’amore materno, ma permettere alle donne di non sentirsi “mostri” quando soffrono. Significa ricordare che anche le madri hanno bisogno di essere viste e sostenute. E che nessuna, nessuna al mondo, dovrebbe attraversare il post partum da sola.

Dott.ssa Teresa Capparelli

22/04/2026

Cosa cura davvero in psicoterapia? Non è (solo) la tecnica, ma quello spazio in cui una persona, forse per la prima volta, si sente vista senza giudizio. È lì che qualcosa cambia davvero.

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Avevo 24 anni e stavo uscendo dal centro per l’impiego con gli occhi pieni di lacrime. Ricordo quella sensazione precisa...
18/04/2026

Avevo 24 anni e stavo uscendo dal centro per l’impiego con gli occhi pieni di lacrime. Ricordo quella sensazione precisa: la convinzione silenziosa e pesante che non avrei mai trovato il mio posto nel mondo.

Stamattina, in una stanza piena di psicologhe in formazione, quell’immagine è tornata. Questa volta non ho contattato dolore, ma tenerezza.

Eravamo sedute in cerchio, su cuscini, con fogli tra le mani e storie dentro gli occhi. Abbiamo parlato di pregiudizi sul nostro ruolo, di quanto sia difficile spiegare cosa facciamo davvero, di quanto siano trasversali, ed alle volte invisibili, le competenze che costruiamo nel tempo.

Ma soprattutto, abbiamo attraversato immagini. Quelle di chi eravamo. Quelle di chi siamo. Quelle, fragili e potentissime, di chi è possibile diventare.

Ci siamo raccontate. E quel racconto, spero, ha permesso loro di riconoscersi nei dubbi, nelle paure… in quelle strade che sembrano non portare da nessuna parte, finché, un giorno, non iniziano a prendere forma.

Ci siamo commosse, abbiamo sorriso. Abbiamo condiviso pezzi autentici, senza filtri.

E in questo viaggio, .claudiadimatteo e hanno avuto il coraggio di portare i loro percorsi davanti al gruppo, toccandoci profondamente. Con autenticità e commozione ci hanno accompagnate dentro le loro storie, rendendo quello spazio ancora più vivo.

E mentre ascoltavo ognuna di loro, ho pensato a quella ragazza di 24 anni. Se potessi parlarle oggi, le direi solo:
“Continua. Anche quando non vedi nulla. Anche quando sembra inutile. Sta succedendo qualcosa, anche se non lo capisci ancora.”

A volte il punto non è sapere dove stiamo andando, ma restare in cammino abbastanza a lungo da scoprirlo. 🩷

Buon cammino, a chiunque sia alla ricerca di sé.

La cultura del consenso è ancora poco diffusa, ma non si costruisce nelle grandi dichiarazioni: nasce nel quotidiano, le...
13/04/2026

La cultura del consenso è ancora poco diffusa, ma non si costruisce nelle grandi dichiarazioni: nasce nel quotidiano, lentamente.

E tu, fai più fatica a tracciare o a tollerare i confini?

Disclaimer: il post si riferisce alle persone che si trovano in una relazione monogama. Sono contemplate altre forme di ...
07/04/2026

Disclaimer: il post si riferisce alle persone che si trovano in una relazione monogama. Sono contemplate altre forme di relazione, chiaramente.

Le persone non tradiscono tutte per lo stesso motivo e, soprattutto, non sempre tradiscono perché non amano. Alle volte il tradimento nasce da un bisogno profondo di conferma, dal desiderio di sentirsi ancora desiderabili, vivi, “abbastanza”: non è tanto l’altra persona in sé, quanto ciò che quella persona fa sentire. Altre volte c’entra l’intimità: può sembrare un paradosso, ma per alcune persone proprio la relazione stabile diventa il luogo più difficile in cui esprimersi davvero. Essere visti fino in fondo, con le proprie fragilità, può fare paura, e allora fuori è più semplice, perché c’è meno coinvolgimento e meno rischio emotivo. Ci sono poi storie personali che pesano: ferite, modelli appresi, esperienze in cui l’amore è stato instabile o doloroso. In questi casi il tradimento può diventare, inconsapevolmente, un modo per non affidarsi completamente, per non esporsi fino in fondo. E sì, a volte il tradimento parla anche della relazione, di bisogni non ascoltati.

Qualsiasi sia il motivo, proviamo ad interrogarci sulla complessità di un dolore così profondo.

Se dovessi intercettare il motivo principale per il quale le persone si recano in terapia, lo considererei la ferita dei...
05/04/2026

Se dovessi intercettare il motivo principale per il quale le persone si recano in terapia, lo considererei la ferita dei non amati.

La ferita dei non amati sanguina anche dopo trent’anni. Finanche a seguito di psicoterapie risolte, storie d’amore a lieto fine, successi lavorativi, relazioni soddisfacenti.
La ferita narcisistica cicatrizza a fatica, lascia un vuoto all’autostima profondissimo, oltre gli abissi, il sottosuolo ed il nucleo terrestre.

La ferita dei non amati non si esprime esclusivamente attraverso una visibile mancanza. È ferita dei non amati quella di chi è stato investito di troppo amore, tale che il proprio bisogno veniva soppiantato da quello di un altro fagocitante. O ancora quella di chi, pur amato, può aver sentito il peso dell’abbandono durante la propria infanzia.
La ferita dei non amati pesa come un macigno sul cuore. Ti fa credere di non essere mai abbastanza, mai adeguata, mai all’altezza, mai vista, mai riconosciuta, mai ascoltata.
La ferita dei non amati invita a credere che non lo saremo per sempre, che ci sia qualcuno di più desiderabile, più adeguato, più giusto. E quella credenza, se non vi si lavora, si tradurrà nella scelta scellerata di legarsi a persone che la confermeranno.

Perché non scegliamo sempre ciò di cui abbiamo bisogno, ma ciò che conosciamo. E se quello che abbiamo conosciuto alle origini ha minacciato la nostra autostima, la nostra integrità, la nostra libertà di esistere, sarà quello che sceglieremo per noi. E se non lo sceglieremo, faticheremo a sganciarci dall’idea di non essere amati comunque. Provare a ricucire quella ferita, forse, non è rammentare a noi stessi/e la nostra storia e nutrirci dell’amore che meritiamo.

Era da tantissimo tempo che volevo tornare a parlare di questo tema. Oltre le indicazioni fornite nel post, se c’è una c...
04/04/2026

Era da tantissimo tempo che volevo tornare a parlare di questo tema. Oltre le indicazioni fornite nel post, se c’è una cosa che mi viene in mente e che reputo importante per le coppie che attraversano questi momenti è l’importanza della condivisione finalizzata a superare lo stigma che ruota intorno a queste procedure. Ancora oggi vi è l’idea che i bambini nati da PMA siano “progettati in laboratorio”, “creati in provetta”, “artificiali”. Socialmente l’adozione è molto più legittimata di quanto non lo sia un percorso di fecondazione. Abbiamo bisogno di parlarne…e sebbene riconosca che quest’onere non possa assumerselo esclusivamente la coppia che attraversa questo dolore, trovo sia necessario iniziare a farlo.

Ci sono dubbi, domande e curiosità sul tema? Se vi va, raccontatemi la vostra esperienza.

02/04/2026

31/03/2026

Il lavoro come psicologo non si “trova”…perché si fa.

“Gli psicologi non trovano lavoro” è una delle affermazioni più diffuse che ho sempre accolto, ma richiede una lettura più attenta. Nella mia esperienza professionale, ho osservato come questo tema nasca spesso da un equivoco: applicare alla psicologia le logiche del lavoro dipendente, quando si tratta invece, nella maggior parte dei casi, di una libera professione.

Una larga parte degli psicologi lavora infatti con partita IVA, il che rende il concetto stesso di “trovare lavoro” parziale. Non si accede semplicemente a una posizione, ma si costruisce nel tempo il proprio spazio professionale. A questo si aggiunge un dato strutturale: in Italia gli investimenti nella salute mentale sono ancora limitati, e le opportunità nel sistema pubblico restano poche.

Questo, però, non significa che non esista domanda. La richiesta c’è, ma intercettarla richiede competenze che vanno oltre la formazione accademica: capacità cliniche, ma anche comunicative, relazionali ed organizzative, insieme alla disponibilità a sostenere incertezza e sacrifici.

Mi sembra scontato ribadire, ovviamente, che non basta volerlo perché tutto accada. La professione dello psicologo è complessa, richiede tempo ed impegno, ma soprattutto attitudine alla costruzione continua. Sceglierla significa rinunciare all’idea di un posto garantito e assumersi la responsabilità di creare, nel tempo, il proprio percorso.

Quando parliamo di “endometriosi” è nostra consuetudine soffermarci esclusivamente sul dolore fisico che comporta. Come ...
28/03/2026

Quando parliamo di “endometriosi” è nostra consuetudine soffermarci esclusivamente sul dolore fisico che comporta. Come in ogni patologia cronica che si rispetti, tuttavia, è dolore anche quello che non si vede, non si dice, e troppo spesso, non viene riconosciuto dagli altri.

È il dubbio che si insinua: “E se stessi esagerando?”. Ma anche la distanza dal proprio corpo e la fatica di spiegarsi e sentirsi comprese. In questo spazio invisibile, il dolore può diventare ancora più pesante e difficile da portare.

Parlarne è importante, affinché possiamo restituire dignità a ciò che una donna con endometriosi vive. Se ti riconosci in queste parole, vogliamo restituirti che non sei sola e che quello che senti merita ascolto, sempre.

Se ti va, lascia un pensiero nei commenti per ogni donna che affronta questa realtà così complessa, non solo fisicamente, ma emotivamente.

25/03/2026

Uso degli Smartphone da parte dei bambini: siamo sicuri di star approcciando nel modo giusto?

Da leggere soltanto. Senza bisogno di caption.
21/03/2026

Da leggere soltanto. Senza bisogno di caption.

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Mi presento.

Mi chiamo Teresa Capparelli e sono una Psicologa. "Psicologia dell'adolescenza" di Palmonari è stato il primo testo sulla disciplina, letto all'età di 13 anni. A seguire gli scritti di Freud, prima, quelli di Vittorino Andreoli, poi.

Dopo aver maturato interesse per la disciplina ho conseguito la laurea con lode presso l'Università degli studi di Napoli Federico II nel febbraio del 2017 realizzando una tesi sperimentale in Psicologia Clinica dello Sviluppo, dal titolo "L'affetto della vergogna nell'uomo e nella donna: uno studio con l'Interpretative Phenomenological Analisys".

Dal 2015 ho dato luogo a diversi sportelli d'ascolto per adolescenti, in alcuni istituti del territorio. Ho sviluppato doti di public speaking in seguito all'esperienza maturata presso agenzie di eventi e spettacoli, soffermandomi sui temi del bullismo e delle pari opportunità. Come sostenitrice e promotrice dell'uguaglianza di genere, ho collaborato sportelli di consulenza e di ascolto per la violenza di genere.

Mi sono occupata, nel corso degli anni, di sostegno post-scolastico a bambini con disturbi specifici dell'apprendimento. Ho collaborato con diverse agenzie di eventi e spettacoli realizzando laboratori per bambini finalizzati all'utilizzo di tecniche espressive.