Teresa Capparelli Psicologa

Teresa Capparelli Psicologa Gran parte delle persone non cerca soluzioni, ma ascolto, comprensione profonda e assenza di giudizio. L'empatia è la risposta a molti disagi.

23/01/2026

Maternità senza filtri: di che cosa avevate bisogno quando siete diventati genitori?
Sapete che la letteratura scientifica suggerisce che tra i fattori di vulnerabilità che incidono maggiormente sulla depressione post-partum, vi sono le pressioni esterne e la mancanza di supporto sociale?

Se vi va, raccontate la vostra esperienza nei commenti. ❤️

Le mie umili consapevolezze dal 2018.
19/01/2026

Le mie umili consapevolezze dal 2018.

A volte l’ansia è silente: resta sullo sfondo della nostra vita per anni, non senza conseguenze. Risiede nei pensieri ch...
17/01/2026

A volte l’ansia è silente: resta sullo sfondo della nostra vita per anni, non senza conseguenze. Risiede nei pensieri che non si fermano, nel corpo sempre in allerta o in quella sensazione di essere “troppo” o “sbagliati”.

L’ansia, però, non è un nemico. Nella sua forma “sana” è una risposta di protezione che va ascoltata: porta un messaggio che chiede di essere letto e che segnala un bisogno.

Ansia in Ascolto nasce per questo: offrire uno spazio sicuro e guidato in cui fermarsi, riconoscere ciò che accade dentro, ed apprendere strumenti concreti per stare meglio.

❌ Non si tratta di una psicoterapia di gruppo, non è un corso miracoloso, né life coaching.

🌼 È un gruppo di sostegno psicologico, pensato per chi:
✅ convive con l’ansia
✅ si sente spesso sola/o con i propri pensieri
✅ vuole iniziare (o affiancare) un percorso di cura con consapevolezza

Un piccolo gruppo, chiuso, dove condividere la propria esperienza senza giudizio e sperimentare pratiche di ascolto del corpo, delle emozioni e del respiro.

Se senti che questo spazio ti risuona,
scrivimi ANSIA in DM o via email 🌿

NB: l progetto è rivolto a persone che vivono stati d’ansia e difficoltà emotive gestibili in un contesto di ascolto e supporto psicologico. Non è indicato per chi sta attraversando una fase di grave psicopatologia, presenta meccanismi dissociativi significativi o manifestazioni psicotiche, per le quali è necessario un intervento clinico specialistico.

In questi ultimi tempi, complice il mio rientro al lavoro, mi sono arrivati diversi commenti del tipo: “torni già a lavo...
12/01/2026

In questi ultimi tempi, complice il mio rientro al lavoro, mi sono arrivati diversi commenti del tipo: “torni già a lavorare?”

Spesso non erano frasi offensive, ma esprimevano sorpresa: lo stupore che una donna possa rientrare al lavoro troppo presto dopo la nascita di un figlio.

La maternità porta con sé un vissuto complesso e profondamente ambivalente: da un lato, il desiderio e il bisogno di stare con il proprio bambino. Dall’altro, possono esserci motivazioni economiche che rendono necessario il rientro.

C’è un aspetto, però, che quasi mai viene nominato:
una donna può sentire il bisogno di autorealizzarsi, di restare in contatto con il proprio lavoro, con la propria identità, con ciò che la fa sentire viva e competente.

Quando una donna torna a lavorare, la motivazione viene spesso ridotta al “doverlo fare”. Raramente viene riconosciuto il “volerlo fare”.

Eppure, il punto non dovrebbe essere spiegare o giustificare una scelta, ma avere la libertà di farla: tornare al lavoro per necessità, per desiderio, per equilibrio personale, oppure scegliere di NON tornarci. La salute mentale delle donne passa anche attraverso questo.

La verità è che le scelte delle donne continuano a essere rapidamente giudicate, qualunque direzione prendano. Perché storicamente il corpo, il tempo e le decisioni delle donne sono stati oggetto dello sguardo e del giudizio altrui.

Restituire libertà significa anche questo: smettere di chiedere spiegazioni alle donne per le loro scelte.

Qual è la frase che avete ascoltato più spesso? 💔Mi rendo conto, osservando le vite dei pazienti ed entrando in punta di...
08/01/2026

Qual è la frase che avete ascoltato più spesso? 💔

Mi rendo conto, osservando le vite dei pazienti ed entrando in punta di piedi dentro di esse, che spesso la parte più faticosa della malattia mentale non è la malattia in sé, ma quello che le viene cucito addosso, come le frasi che minimizzano, giudicano o pretendono di sapere più di quanto non ne sappia tu, che quella psicopatologia la vivi sulla tua pelle.

Chi vive un disagio psicologico non ha bisogno di slogan motivazionali o diagnosi improvvisate, ma di spazio. Spazio nel quale poter essere compreso o semplicemente accolto.

La salute mentale non si misura da ciò che “sembri”, dall’età che hai o da quanto la tua vita appare ordinata dall’esterno. Si misura da ciò che senti ed affronti ogni giorno, ma anche da quello che stai cercando di comprendere e curare.

Parlare di malattia mentale significa restituire complessità a qualcosa che troppo spesso viene semplificato fino a diventare invisibile. E l’invisibilità, per chi soffre, pesa più di qualsiasi sintomo.

Quante volte utilizziamo questa espressione? Come se un bambino fosse in grado di stabilire cosa sia cattivo e cosa non ...
06/01/2026

Quante volte utilizziamo questa espressione? Come se un bambino fosse in grado di stabilire cosa sia cattivo e cosa non lo sia.
“È un bambino buonissimo”, mi è capitato di condividere con le persone di mio figlio. Questo ha aperto in me tante riflessioni, al punto tale che cerco di esimermi dall’utilizzare questa espressione, adesso.

Un bambino viene etichettato come “bravo” o “buono”, quando sta al suo posto, quando soddisfa i bisogni di noi adulti, o peggio, quando “dove lo metto, lì lo trovo”, si dice dalle mie parti.

Quanti bravi bambini e brave bambine ho accolto in psicoterapia! Io stessa ho memoria della brava bambina che sono stata. “Com’è sensibile!” mi dicevano.

Quando chiedevo di essere vista, invece, quando i miei comportamenti erano dirompenti per questo, ero “cattiva” o “monella”. Un bambino può fare cose che sembrano cattive come colpire, mordere, dire frasi durissime, ma questo non nasce da una volontà di nuocere consapevole, come nell’adulto.

I bambini non nascono buoni o cattivi, nascono bisognosi. Ogni adulto ha il compito non di giudicare, ma di contenere, dare significato e guidare.

Come diceva Donald Winnicott, il comportamento difficile è spesso una richiesta: “qualcuno mi vede? Mi contiene? Mi aiuta a dare un senso a quello che provo?”

Se la Befana potesse scegliere, sono certa che il carbone non lo porterebbe a bambino alcuno nel mondo. Gli tenderebbe, invece, la mano, e lo avvolgerebbe nell’abbraccio di cui ha bisogno sussurrandogli: ti vedo, sono qui per te. ❤️

“Che faccio? Scrivo qualcosa, o no?”. È da un’ora che me lo chiedo, mentre ascolto il respiro di chi amo al mio fianco. ...
31/12/2025

“Che faccio? Scrivo qualcosa, o no?”. È da un’ora che me lo chiedo, mentre ascolto il respiro di chi amo al mio fianco. Ne ho visti di resoconti in questi giorni ed un tempo ero solita farne anche io. Stavolta, però, sentivo fosse qualcosa di troppo complicato.

Qualche anno fa avevo letto in giro della pratica di stilare un “curriculum dei fallimenti”. Mi sono chiesta che posto sarebbe questo se iniziassimo a portare, nel mondo fisico e virtuale, la nostra verità. Abitiamo luoghi nei quali condividere le proprie gioie è un atto fisiologico, mentre i propri dolori - e non parlo di chi svolge una professione d’aiuto, che, comprensibilmente, è tenuto a conservare decoro e riservatezza - conservano un posto marginale, relegati agli angoli della propria vita.

La condivisione del dolore è considerata, da molti, un agito narcisistico che non merita spazio. Suscita fastidio, repulsione e disagio, rabbia, talvolta. Il risultato, però, ha conseguenze devastanti: l’idealizzazione delle vite degli altri, apparentemente appaganti e patinate, da un lato, ed il senso di inadeguatezza di chi sperimenta dolore, dall’altro. È una condizione, questa, che genera incongruenza, dissonanze forti, bias. “Perché non sono felice come chi osservo?” ci si chiede spesso. Perché quello che vediamo non è la realtà intera, ma un’infinitesima porzione di essa, rispondo io.

Immaginare che le vite degli altri siano perfette serve solo a difenderci dal pericolo di rispecchiarci nel dolore dell’altro o a conservare il primato di quelli più sfortunati.

E allora, forse, se ciascuno, assieme ai propri successi, iniziasse a portare la propria verità nel mondo, il proprio curriculum dei fallimenti, o, semplicemente, il proprio dolore, crollerebbe quel castello fatto di idealizzazione e senso di inadeguatezza che tutti abbiamo abitato, almeno una volta nella vita.

Buon 2026. Di gioie, ma anche di verità.

#2026

03/12/2025

Con la maternità ho compreso che ogni stagione della vita è un’occasione per ricostruirsi e per imparare a tracciare i confini in modo diverso. Perché ciascuno ha il diritto di vivere le esperienze lasciandosi attraversare da ciò che è. E questo è un compito che appartiene a tutti, oltre l’essere genitori.

Ci hai creduto? In realtà, questi sono solo falsi miti: l’educazione sessoaffettiva è fondamentale perché insegna il ris...
02/12/2025

Ci hai creduto? In realtà, questi sono solo falsi miti: l’educazione sessoaffettiva è fondamentale perché insegna il rispetto, il consenso, la gestione delle emozioni, la comunicazione e i confini. Competenze che, alla luce dei fatti di cronaca e di ciò che vediamo ogni giorno nella clinica, non sono “optional”, ma strumenti necessari per prevenire violenza e relazioni disfunzionali

💛 l’educazione sessoaffettiva non serve… finché non servirebbe a tutti.

Non servono lividi per parlare di violenza; esiste quella fisica, ma anche quella psicologica, economica, sessuale o fat...
25/11/2025

Non servono lividi per parlare di violenza; esiste quella fisica, ma anche quella psicologica, economica, sessuale o fatta di messaggi ossessivi. Tutte hanno la stessa radice: il bisogno di controllare.

La violenza di genere non compare quasi mai nella sua forma più evidente fin dall’inizio. Esiste una scala all’apice della quale troviamo la violenza vera e propria. Sotto di essa ci sono comportamenti più sottili, i controlli, le svalutazioni, l’isolamento: azioni che possono sembrare innocue, talvolta, ma che insieme costruiscono il terreno per dinamiche via via più gravi.

Riconoscere questi segnali significa poter intervenire prima, quando qualcosa fa già male, sebbene non sia ancora definita “violenza”.

Siamo consapevoli che la violenza sia un fenomeno trasversale ad ogni genere che può riguardare chiunque
Ma in occasione del 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, vogliamo offrire strumenti chiari per distinguere i diversi tipi di violenza, alla luce della sua sistematicità e della diffusione del fenomeno.

📞 1522: numero nazionale antiviolenza e stalking, gratuito e anonimo, sempre attivo.

#1522

Queste parole, che sembrano solo “opinioni”, sono in realtà giudizi travestiti da consigli: colpiscono le madri ed i pad...
04/11/2025

Queste parole, che sembrano solo “opinioni”, sono in realtà giudizi travestiti da consigli: colpiscono le madri ed i padri, sviliscono entrambi e alimentano paure.
Paura di non essere abbastanza.
Paura di non farcela.
Paura di diventare genitori in un mondo che giudica più di quanto sostenga.

Eppure possiamo fare molto di più di quanto crediamo: scegliere uno sguardo empatico, una presenza che accoglie. Perché la genitorialità non ha bisogno di spettatori, ma di alleati.

Quali sono le frasi peggiori che vi siete sentite/i dire dopo essere diventate/i genitori? Se vi va, raccontate la vostra testimonianza.

Nel nostro lavoro si rendono spesso evidenti certe dinamiche frutto dello scarto tra generazioni: chi pronuncia queste f...
22/10/2025

Nel nostro lavoro si rendono spesso evidenti certe dinamiche frutto dello scarto tra generazioni: chi pronuncia queste frasi, spesso, lo fa con l’intento di trasmettere valori, proteggere o “insegnare” qualcosa di importante; chi le riceve, però, può percepire una mancanza di fiducia, di ascolto e di spazio per crescere autonomamente.

Riconoscere questo meccanismo non significa puntare il dito o colpevolizzare, ma comprendere che lasciare spazio all’autonomia è un atto profondo di amore e fiducia.

Non tutto ciò che viene detto “per il nostro bene” è davvero un consiglio: a volte dietro quelle parole ci sono paura di lasciare andare, bisogno di controllo o difficoltà a riconoscere che le generazioni successive vivono realtà diverse (per fortuna).

Le persone crescono davvero quando si sentono libere di scegliere, di sentire, di sbagliare e di imparare dai propri passi. Accompagnare non significa dirigere: significa fidarsi, restare accanto e lasciare che l’altro diventi ciò che è.

Quali tra queste frasi vi siete sentiti dire più spesso? E come avete reagito?

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80013

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Mi presento.

Mi chiamo Teresa Capparelli e sono una Psicologa. "Psicologia dell'adolescenza" di Palmonari è stato il primo testo sulla disciplina, letto all'età di 13 anni. A seguire gli scritti di Freud, prima, quelli di Vittorino Andreoli, poi.

Dopo aver maturato interesse per la disciplina ho conseguito la laurea con lode presso l'Università degli studi di Napoli Federico II nel febbraio del 2017 realizzando una tesi sperimentale in Psicologia Clinica dello Sviluppo, dal titolo "L'affetto della vergogna nell'uomo e nella donna: uno studio con l'Interpretative Phenomenological Analisys".

Dal 2015 ho dato luogo a diversi sportelli d'ascolto per adolescenti, in alcuni istituti del territorio. Ho sviluppato doti di public speaking in seguito all'esperienza maturata presso agenzie di eventi e spettacoli, soffermandomi sui temi del bullismo e delle pari opportunità. Come sostenitrice e promotrice dell'uguaglianza di genere, ho collaborato sportelli di consulenza e di ascolto per la violenza di genere.

Mi sono occupata, nel corso degli anni, di sostegno post-scolastico a bambini con disturbi specifici dell'apprendimento. Ho collaborato con diverse agenzie di eventi e spettacoli realizzando laboratori per bambini finalizzati all'utilizzo di tecniche espressive.