23/04/2026
La depressione post-partum è qualcosa di cui sappiamo veramente poco. (O forse è quello che continuiamo a dirci per non vedere le nostre responsabilità)
Sono una psicoterapeuta, una donna, una madre. Conosco l’equilibrio fragile del post-partum. So quanto possa essere un tempo attraversato da amore e smarrimento insieme, da gratitudine e fatica, da una vulnerabilità profonda di cui, forse, si parla ancora troppo poco. Io stessa, lo confesso, talvolta vengo trascinata nell’inganno della narrazione edulcorata di questa fase, in realtà multiforme e complessa.
Guardiamo alla maternità come a qualcosa che dovrebbe ve**re naturale. Come se mettere al mondo un figlio rendesse automaticamente appagate e istintivamente capaci di sostenere tutto. Eppure il post partum è un terremoto identitario, che trascina con sé cambiamenti psicofisici indicibili. Troppe donne, questo terremoto, si ritrovano ad affrontarlo nella totale solitudine, mentre intorno ricevono soprattutto aspettative.
Viviamo in una cultura che idealizza la maternità, ma che spesso lascia sole le madri reali. Quelle che non dormono, che si svegliano da sole nel cuore della notte, che hanno paura, che si sentono sopraffatte, che cercano disperatamente di riconoscersi mentre tutto cambia. Un tempo, in alcuni spazi, esistevano reti familiari e spazi condivisi (certo, come la società ci ha insegnato, reti pur sempre dove donne esauste!). Oggi, le madri, si trovano a dover reggere tutto da sole, continuando, nel frattempo, a sorridere e performare
Nelle nostre convinzioni abita ancora un copione rigidissimo: una buona madre dovrebbe essere felice, accudente, paziente e grata. Dovrebbe farcela senza lamentarsi troppo e amare in ogni istante. Così molte donne imparano a nascondere quello che provano, perché sentono che la minima crepa rischia di trasformarsi in giudizio. Eppure una madre può amare profondamente suo figlio e sentirsi persa, esausta o spaventata.
C’è anche un tema culturalmente molto difficile da digerire: non tutte le donne desiderano la maternità nello stesso modo. Alcune la scelgono spinte da aspettative socio-culturali. Altre pensano sia semplicemente il passo successivo della vita. Altre ancora la desiderano profondamente, ma si scontrano con una realtà emotiva molto diversa da quella immaginata. Eppure continuiamo a pretendere che tutte aderiscano alla stessa narrazione luminosa!
La depressione post partum alle volte è il risultato di una solitudine enorme. A volte è una fragilità che esisteva già e che quel momento di vita esaspera. Altre è il dolore di sentirsi intrappolate in un ruolo. Più continuiamo a romanticizzare la maternità, più lasciamo sole le donne che non riescono a riconoscersi in quell’immagine perfetta.
Forse dovremmo iniziare a parlare della maternità in modo più autentico e congruente. Lasciare spazio anche all’ambivalenza, alla fatica, alla rabbia, alla paura, al senso di inadeguatezza che questa fase comporta, rammentando che rendere dicibile tutto questo non significa sminuire l’amore materno, ma permettere alle donne di non sentirsi “mostri” quando soffrono. Significa ricordare che anche le madri hanno bisogno di essere viste e sostenute. E che nessuna, nessuna al mondo, dovrebbe attraversare il post partum da sola.
Dott.ssa Teresa Capparelli