Dr. Emiliano Zanier fisioterapista e osteopata

Dr. Emiliano Zanier fisioterapista e osteopata Mi occupo in particolar modo di Osteopatía Per la Vita: dalla gravidanza al post-partum ai bimbi in età pediatrica e neonatale.

23/04/2026

Una madre può riscrivere il DNA di un figlio che non è geneticamente suo.

Nessun gene in comune. Nessun legame biologico nel senso in cui lo abbiamo sempre inteso. Eppure qualcosa cambia, dentro, fin dai primi giorni.

Lo ha dimostrato uno studio della Fondazione IVI di Valencia, pubblicato sulla rivista scientifica Development. Il contesto è quello dell'ovodonazione: una donna porta in grembo un figlio concepito da un ovulo altrui. Il suo DNA non c'è. Non ha contribuito alla costruzione genetica di quell'embrione.

Eppure il suo corpo non rimane in silenzio.

L'utero rilascia nel fluido endometriale molecole chiamate microRNA — sequenze di appena 19-22 nucleotidi. Sono frammenti minuscoli. Ma l'embrione li assorbe, li legge, li usa.

E qui arriva il punto che ribalta tutto.

Quei microRNA non aggiungono nuovi geni. Fanno qualcosa di più sottile: accendono e spengono geni già presenti nel DNA del feto. Lo stesso identico meccanismo dell'epigenetica — quella disciplina che studia come l'ambiente modifica l'espressione del patrimonio genetico senza toccarne la sequenza. La madre non cambia le lettere del codice. Cambia quali lettere vengono lette.

Aspetta. Perché la parte più difficile da metabolizzare deve ancora arrivare.

I bambini nati da ovodonazione mostrano tratti fisici e metabolici della madre gestante — non della donatrice dell'ovulo. Il corpo che li ha accolti li ha marcati. Senza condividere un cromosoma, senza passare un allele, senza nessuno degli strumenti che la biologia classica usa per definire la parentela.

Una sequenza di 19 nucleotidi ha fatto quello che milioni di anni di genetica ci avevano detto richiedesse almeno metà del DNA.

Chi ha portato conta quanto chi ha dato. Forse di più.

In breve:
L'utero di una madre invia microRNA all'embrione anche senza legame genetico
Quei microRNA accendono e spengono geni del feto: è epigenetica pura
I bambini da ovodonazione somigliano alla madre gestante, non alla donatrice dell'ovulo

Un approccio innovativo alle somatizzazioni dove psicologo e osteopata lavorano a stretto contatto…. E questo è solo l’i...
16/04/2026

Un approccio innovativo alle somatizzazioni dove psicologo e osteopata lavorano a stretto contatto…. E questo è solo l’inizio…

Percorsi integrati di psicologia e osteopatia per gestire stress, dolori cronici e tensioni fisiche legate alle emozioni.

12/04/2026

L'integratore che compri per proteggere la vista adesso è sotto i riflettori dell'oncologia.

Non per una molecola sintetica da milioni di euro di sviluppo. Per la zeaxantina — il carotenoide arancione che trovi in spinaci, mais e tuorli d'uovo, in vendita in farmacia da decenni.

Ricercatori dell'Università di Chicago hanno pubblicato su Cell Reports Medicine (Zhang et al., 2025) una scoperta che rovescia completamente il profilo di questo nutriente.

La zeaxantina, assunta per via orale, rafforza i linfociti T CD8+ — le cellule del sistema immunitario il cui compito specifico è riconoscere e distruggere le cellule tumorali. Non è un effetto generico sull'immunità: nei modelli animali con melanoma (B16F10) e carcinoma del colon-retto (MC38), il tumore cresceva significativamente meno, e dentro il tessuto tumorale si trovavano più linfociti infiltranti. Quando i ricercatori hanno eliminato i CD8+ dall'equazione, l'effetto spariva del tutto.

Ma il punto che ha fatto alzare le antenne è un altro.

La zeaxantina non agisce da sola: potenzia l'efficacia degli inibitori del checkpoint immunitario anti-PD-1 — gli stessi farmaci già usati in oncologia per trattare melanoma, carcinoma polmonare e altri tumori solidi. Nei modelli testati, la combinazione zeaxantina più anti-PD-1 ha prodotto un controllo tumorale superiore a entrambi i trattamenti separati.

Aspetta, perché il dettaglio molecolare è quello che fa capire quanto sia preciso il meccanismo.

La luteina — il quasi-gemello chimico della zeaxantina, presente nelle stesse verdure, con formula molecolare identica (C40H56O2) — non produce nessuno di questi effetti. Zero. Le due molecole differiscono solo per la posizione di un doppio legame su uno degli anelli terminali. Quella differenza strutturale minima è sufficiente perché la zeaxantina stabilizzi il complesso recettoriale TCR sulla membrana dei CD8+, amplificando tutta la cascata di segnalazione, mentre la luteina non ci riesce.

Non è un effetto collaterale fortunato. È un meccanismo specifico, verificato anche su cellule umane: i CD8+ isolati da donatori sani, esposti alla zeaxantina in laboratorio, producono più interferone-gamma, più TNF-alfa, più interleuchina-2 — e uccidono le cellule tumorali con maggiore efficacia.

Un nutriente economico, già approvato per uso alimentare, con un profilo di sicurezza noto da anni, che si comporta come un modulatore selettivo dell'immunità antitumorale.

Lo scaffale della farmacia non era dove nessuno si aspettava di trovare un candidato per l'immunoterapia.

In breve:
La zeaxantina (integratore per la vista) potenzia i linfociti T CD8+ che attaccano i tumori
Nei modelli animali con melanoma e colon-retto, amplifica l'efficacia dell'immunoterapia anti-PD-1
La luteina, molecola quasi identica, non ha nessuno di questi effetti — basta un doppio legame di differenza

10/04/2026

Auschwitz ha modificato il DNA di persone nate dopo la guerra.

Non è una metafora. È una misurazione.

Rachel Yehuda, ricercatrice del Mount Sinai Hospital di New York, ha analizzato il sangue di 32 sopravvissuti ai campi di concentramento e dei loro figli adulti. Persone che non avevano mai visto un campo, mai subito deportazione, nate quando la guerra era finita da anni.

Il gene sotto esame si chiama FKBP5. Regola come il corpo risponde allo stress — quanto cortisolo produce, quanto velocemente torna alla normalità dopo uno spavento. Un gene che, se alterato, apre la porta a PTSD, ansia cronica, depressione.

Nei sopravvissuti, la metilazione di quel gene era aumentata del 10% rispetto ai controlli. Il corpo aveva scritto la paura nel DNA, come un archivio biologico di quello che aveva attraversato.

Aspetta. Perché è qui che la storia si complica.

Nei loro figli, la metilazione dello stesso gene era diminuita del 7,7%. Non uguale. Non assente. Opposta — ma ugualmente reale, ugualmente misurabile, ugualmente associata a una vulnerabilità aumentata alle stesse patologie dei genitori.

Due firme biologiche diverse, prodotte dallo stesso evento, su generazioni diverse. Come se il trauma avesse due lingue per scrivere lo stesso messaggio.

Questo è il campo dell'epigenetica: lo studio di come le esperienze — guerre, carestie, violenze — modificano non la sequenza del DNA, ma il modo in cui i geni vengono accesi o spenti. E come queste modifiche possono essere trasmesse ai figli prima ancora che nascano.

Lo studio di Yehuda, pubblicato su Biological Psychiatry, è stato il primo a dimostrare una trasmissione pre-concezionale del trauma con alterazioni genetiche misurabili sia nei genitori che nei figli. Non un'ipotesi. Un dato.

Il trauma di Auschwitz era finito nelle cellule di persone che Auschwitz non l'avevano mai visto.

In breve:
Studio del Mount Sinai su 32 sopravvissuti e i loro figli: il trauma dell'Olocausto lascia tracce biologiche misurabili nel gene FKBP5.
Nei sopravvissuti metilazione +10%, nei figli -7,7%: direzione opposta, vulnerabilità analoga a PTSD e depressione.
Prima prova scientifica di trasmissione pre-concezionale del trauma con alterazioni genetiche misurabili in entrambe le generazioni.

05/04/2026

Quando nasce con cesareo, tuo figlio ripara la cicatrice che tu hai fatto per lui.

Non è una metafora. È quello che succede, letteralmente, dentro il tuo corpo.

Nello studio di Mahmood e O'Donoghue, pubblicato su Chimerism nel 2014, i ricercatori hanno analizzato biopsie cutanee di 70 donne che avevano partorito con taglio cesareo. Cercavano qualcosa di preciso: cellule con DNA maschile, dentro tessuto materno.

Le hanno trovate.

Nelle cicatrici delle madri che avevano avuto un figlio maschio, c'erano cheratinociti vivi — cellule della pelle — con cromosoma Y. Cellule del figlio. Lì, nel punto esatto in cui la madre era stata incisa.

E non stavano ferme.

Queste cellule producevano collagene I, collagene III e TGF-β3: le molecole che il corpo usa per ricostruire la pelle dopo una ferita. Non stavano sopravvivendo per caso — stavano lavorando. Stavano ricucendo.

Aspetta. Perché la parte più assurda non è che ci fossero, ma dove non c'erano.

Nelle donne che avevano avuto un figlio maschio con parto vaginale, le cellule maschili nella zona addominale erano praticamente assenti. Nelle cicatrici cesaree, invece, si concentravano lì, in quel preciso punto di danno. Come se conoscessero l'indirizzo.

I ricercatori hanno contato fino a 9 cellule maschili per sezione di tessuto — un numero piccolo in termini assoluti, ma abnorme considerando che quelle cellule non avrebbero motivo biologico di trovarsi lì, e invece ci sono, e invece producono.

La biologia ha un nome per questo fenomeno: microchimerismo fetale. Il figlio lascia cellule proprie nel corpo della madre durante la gravidanza. Di solito rimangono in circolo, nel sangue. Ma quando c'è una ferita — la cicatrice del cesareo — qualcosa le chiama lì.

Tuo figlio non sapeva di farlo. Non c'è intenzione. C'è solo una logica evolutiva che ancora non capiamo del tutto, e che produce questo risultato: la ferita che la nascita lascia, viene riparata da chi è nato.

La madre porta la cicatrice. Il figlio la ricuce dall'interno.

In breve:
Le cellule del figlio (con DNA maschile) migrano nella cicatrice cesarea della madre
Queste cellule producono collagene I, collagene III e TGF-β3, le molecole della riparazione cutanea
Il fenomeno si chiama microchimerismo fetale e le cellule si concentrano nel punto esatto della ferita

21/03/2026

Nel 1991, sulle Alpi tra Austria e Italia, due escursionisti trovano un ca****re nel ghiaccio.
Non è un morto recente. Ha 5.300 anni.

Lo chiamano Ötzi. È la mummia naturale più antica e meglio conservata d'Europa.
E sul suo corpo c'è qualcosa che nessuno si aspettava.

Sessantuno tatuaggi.

Non sono decorativi. Non sono simboli tribali. Non raccontano battaglie o divinità.
Sono linee parallele e croci, tracciate strofinando carbone nelle incisioni della pelle.
Una tecnica rozza, ripetuta in più sessioni sullo stesso punto — lo dicono le zone più scure, analizzate al microscopio.

Aspetta.

Guarda dove sono concentrati questi segni: vertebre lombari, ginocchio destro, caviglie, polpacci, costole.
Poi guarda la diagnosi radiologica di Ötzi: artrosi avanzata esattamente in quelle zone.
Vertebra per vertebra. Articolazione per articolazione.

La sovrapposizione è quasi perfetta con i punti classici dell'agopuntura tradizionale cinese.

Il problema è che la Cina codifica l'agopuntura nell'Huangdi Neijing — il testo medico fondamentale — intorno al 100-200 a.C.
Ötzi viveva nel 3300 a.C. circa.
Duemila anni prima.

Un uomo delle Alpi, probabilmente un pastore o un cacciatore, si faceva incidere la pelle sulle articolazioni malate.
Con carbone. Con un utensile appuntito. Per gestire il dolore cronico.

Non sapeva nulla di meridiani energetici o di qi.
Eppure centrava gli stessi punti.

Spoiler:

Il 61° tatuaggio è rimasto invisibile per decenni, nascosto sotto la pelle scurita dal tempo.
È stato identificato solo nel 2015-2016 grazie al multispettral imaging — tecniche di imaging avanzato usate dal team di Eurac Research di Bolzano, coordinato da Albert Zink dell'Institute for Mummies and the Iceman.
Senza quella tecnologia, saremmo ancora fermi a 60.

Ötzi è conservato al Museo Archeologico dell'Alto Adige di Bolzano, in una cella a -6°C e umidità controllata.
Puoi andarci. Puoi vederlo.

La prima terapia del dolore documentata al mondo non nasce in un tempio asiatico, non è scritta su papiro, non ha un nome.
È incisa su un corpo reale, in una teca di vetro, a Bolzano.

In breve:
Ötzi, mummia di 5.300 anni custodita a Bolzano, ha 61 tatuaggi terapeutici — linee e croci di carbone incise sulla pelle.
I tatuaggi coincidono con le articolazioni artrosiche di Ötzi e con i punti classici dell'agopuntura cinese, praticata 2.000 anni dopo.
Il 61° tatuaggio era invisibile ad occhio n**o: scoperto nel 2015-2016 con imaging multispettrale da Eurac Research.

20/03/2026

(✏Stefano Vicari) Nel caso dell’ansia sociale, il mondo viene percepito come imprevedibile, giudicante o eccessivamente stimolante. L’adolescente può sentirsi costantemente esposto allo sguardo degli altri e vivere ogni situazione sociale come una prova. In questo quadro l’evitamento diventa una strategia di regolazione. Restare a casa riduce temporaneamente il disagio, ma nel tempo rinforza l’idea che fuori sia pericoloso e restringe progressivamente gli spazi di vita, con ricadute su scuola, relazioni, sonno, umore e autostima.
Per genitori e insegnanti la cosa più importante è tenere insieme due esigenze che sembrano opposte. Da una parte non punire né colpevolizzare. Il ritiro non è un capriccio e la vergogna peggiora tutto. Dall’altra non assecondare troppo, perché ogni evitamento che funziona nell’immediato rischia di rinforzarsi e di rendere il passo successivo ancora più difficile. Nella pratica significa mantenere una cornice stabile anche quando la scuola è in crisi. Orari di addormentamento e di sveglia il più possibile regolari, pasti regolari, una quota di studio o di attività domestiche compatibile ma non azzerata, e limiti chiari all’uso dei dispositivi elettronici, soprattutto la sera e nelle ore in cui dovrebbe esserci scuola

18/03/2026

Scuotere un bambino per farlo smettere di piangere è uno dei gesti più pericolosi che possa compiere un genitore e che in pochi secondi può creare danni irreversibili.

I neonati piangono spesso e il loro pianto sembra non avere fine. Notti insonni, genitori esausti, nervi tesi. È un’esperienza comune, universale. Ma proprio in quei minuti di disperazione può consumarsi uno dei gesti più pericolosi e meno conosciuti dell’infanzia: scuotere un bambino per farlo smettere di piangere.

Un gesto che può durare solo pochi secondi. Ma che può provocare danni irreversibili.

La Sindrome del Bambino Scosso, conosciuta a livello internazionale come Shaken Baby Syndrome, rappresenta oggi una delle forme più gravi di maltrattamento infantile nei primi mesi di vita. Non sempre nasce da violenza intenzionale: può essere frutto di stanchezza, inesperienza o perdita momentanea di controllo. Ma le conseguenze possono essere devastanti.

I dati emersi dalla “Prima indagine sui casi di bambini e bambine vittime di Shaken Baby Syndrome in Italia”, realizzata nel 2023 da Terre des Hommes insieme alla Rete Ospedaliera contro il Maltrattamento Infantile, fotografano una realtà ancora poco conosciuta nel nostro Paese.

Leggi l’articolo completo di Elena Bozzola su salute.eu

Vi aspetto ad aprile a Feltre!
17/03/2026

Vi aspetto ad aprile a Feltre!

11/03/2026

Uno studio di Stanford ha rilevato che i modelli AI più diffusi — inclusi ChatGPT e Gemini — tendono a dare ragione agli utenti molto più di quanto farebbe un essere umano (+50%), anche quando questi ammettono di aver manipolato o danneggiato qualcuno.
In un esperimento con 1.600 partecipanti, chi ha usato un’AI adulatrice è diventato meno disposto a scusarsi, a scendere a compromessi o a considerare il punto di vista altrui. Paradossalmente, però, questi utenti hanno giudicato quell’AI come la migliore e più affidabile — innescando un circolo vizioso: gli utenti premiano la lusinga, le aziende ottimizzano per la soddisfazione, l’AI diventa sempre più brava a compiacere.
Il risultato: milioni di persone cercano consigli su relazioni e conflitti, e quasi sempre sentono che hanno ragione loro.​​​​​​​​​​​​​​​​

11/03/2026

Indirizzo

Viale Venezia 50
Cassola
36022

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 12:00
14:00 - 18:00
Martedì 09:00 - 19:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 19:00
Venerdì 09:00 - 19:00

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