16/11/2025
Ci sono partite che non parlano solo di tennis. Raccontano cosa significa competere quando l’aria è tesa e ogni punto può cambiare il corso della serata.
La sfida tra e a è stata una di queste: per il modo in cui i due sono rimasti fedeli a un’idea pulita di sport. Hanno portato in campo aggressività, ma l’aggressività giusta, quella che serve a costruire il gioco e non a distruggere l’Altro. Una forza che non si trasforma mai in ostilità, ma resta energia pura, diretta alla bellezza del punto. E che punti!
Ogni scambio mostrava che si può lottare fino all’ultimo senza perdere la misura. Nessun gesto fuori posto, nessuna provocazione inutile. Solo intensità.
Sinner e Alcaraz hanno dimostrato che voler vincere non significa aggredire chi hai di fronte, ma superare il meglio dell’Altro attraverso il meglio di sé. È raro vedere due giovani capaci di una tale qualità emotiva, in cui la competizione diventa una forma di rispetto reciproco e non una guerra personale.
Il pubblico lo ha percepito e lo ha custodito. Tifo forte, ma mai tossico. Un’arena che non cercava rumore, ma autenticità. Ogni applauso sembrava sostenere non solo il giocatore del cuore, ma l’idea stessa di una sfida leale.
Poi è arrivata l’immagine che resterà. L’abbraccio finale.
Breve, reale, senza posa. Lì dentro c’era tutto: la fatica, la stima, la consapevolezza che un vero rivale non ti consuma, ma ti migliora. Alcaraz che sorride con sincerità, Sinner che ricambia senza bisogno di parole. È il gesto che chiude una battaglia intensa e la trasforma in una lezione di sportività.
Torino ha assistito a questo. Non solo a una grande partita, ma alla prova che la competizione, quando è sana, non ferisce. Eleva. Non schiaccia. Fa crescere. Una serata in cui il tennis ha vinto insieme agli uomini che lo hanno giocato.
Iolanda Gaeta