08/02/2026
Copio e incollo ma faccio mia questa sensazione, è l'analisi perfetta della "nuova" sanità. Tutta numeri, incentivi, DRG, profitti, tempi calcolati.
Come se il sostegno ad una mamma in crisi dopo il parto potesse essere cronometrato, come se aspettare che il saccarosio faccia effetto prima di eseguire un prelievo su un neonato potesse essere un rallentamento...
Dobbiamo tornare ad essere valutati come professionisti non solo per il numero di pazienti che facciamo passare. Il modo in cui li mandiamo a casa...sereni e tranquilli è il nostro più grande guadagno. In un' epoca di disumanizzazione cerchiamo almeno noi di rimanere umani.
Dopo quarantacinque anni a salvare vite, mi hanno detto che il mio “tocco umano” rallentava l’efficienza: sono uscita senza voltarmi, lasciando la torta del pensionamento nel cestino e un reparto intero in silenzio.
La glassa diceva: “Auguri, Teresa”, ma lo sguardo del direttore amministrativo diceva tutt’altro. Guardò l’orologio, uno di quelli lucidi che ti mettono soggezione, mentre mi porgeva una forchettina di plastica.
«Ci serve la sala relax fra dieci minuti per la riunione del cambio turno» disse, senza neanche incrociarmi gli occhi. «I numeri di produttività sono scesi questo trimestre.»
Non assaggiai la torta.
Era una torta semplice, presa al supermercato con i fondi “di reparto”, e in quel momento capii che, per loro, la mia vita di lavoro valeva quello: zucchero, una foto di rito, e poi via, a liberare la stanza.
Oggi ho consegnato il mio tesserino. 1981 – 2026.
Quando ho iniziato all’ospedale provinciale, avevo ventidue anni e una divisa bianca stirata con cura. Non avevo tablet. Non avevo schermi che lampeggiavano e mi ricordavano che mancavano tre minuti alla prossima procedura.
Avevo le mani. Avevo l’istinto.
Allora non si curavano “utenti” e “codici”. Si curavano vicini di casa. Gente che incontravi al mercato, al bar, in chiesa la domenica. Si sapeva chi era il padre di chi, chi aveva perso il lavoro, chi stava tirando avanti con poco.
Ricordo le notti negli anni Ottanta: un incidente in autostrada, una giovane moglie seduta in corridoio con le spalle al muro, le dita fredde come pietre. Rimasi con lei tre ore, senza parlare troppo, solo tenendole la mano finché le nocche non tornarono a sciogliersi.
Nessuno mi accusò di “rubare tempo”. Nessuno mi disse che stavo rovinando un indice.
Quello era il lavoro. Le medicine curavano il corpo, ma noi—noi provavamo a salvare anche l’anima.
Poi, a un certo punto, sono arrivati i completi eleganti, le parole nuove, i grafici, le mail con le faccine sorridenti e le scadenze. Sono arrivati i “percorsi”, i “tempi standard”, le “performance”.
E la paura.
Settimana scorsa ero con il signor Giorgio Marini, un ex operaio di porto, tumore al quarto stadio. Non ha figli, non ha fratelli che vengano a trovarlo. Solo una foto ingiallita sul comodino e una radiolina che prende male.
Piangeva in silenzio, come fanno gli uomini che hanno imparato a non chiedere niente.
«Ho paura di morire da solo» mi sussurrò, «al buio.»
Così ho tirato una sedia. Ho messo da parte la fretta. Gli ho chiesto del mare, di quando lavorava con le mani spaccate dal sale, dei compagni di turno, della ragazza che aspettava fuori dal cancello con un foulard rosso.
Per venti minuti non era “un letto occupato”. Era un uomo. Un uomo che aveva vissuto e che stava salutando il mondo.
Quando uscii dalla stanza, la nuova coordinatrice mi fermò nel corridoio. Aveva il tablet in mano, lo sguardo di chi non dorme più bene la notte.
«Teresa» disse, picchiettando sullo schermo. «Hai passato ventidue minuti nella 312. Il controllo parametri deve durare quattro minuti. Ci abbassi la media.»
La media.
Da quando stringere la mano a un morente è una colpa?
Provai a spiegare che era spaventato. Lei mi interruppe, gentile ma dura: «Per quello ci sono altri servizi. Tu devi registrare, somministrare, chiudere. Abbiamo bisogno di liberare i letti.»
Liberare i letti.
In quel momento ho capito che era finita.
Questa non è più sanità. È una catena. Una fila che deve scorrere, anche quando davanti hai una persona che trema. Ci chiedono di correre, di spuntare caselle, di guardare più i numeri che gli occhi.
I giovani infermieri che arrivano oggi sono bravi, studiano, imparano tutto. Ma li vedo: entrano già stanchi. Sono schiacciati dai turni, dalle carte, dalla paura di sbagliare, dalla paura di una denuncia, dalla paura di “fare male all’immagine del reparto”. Guardano il monitor più della pelle. Si fidano della macchina, perché è l’unica cosa che non li giudica.
Non ce l’ho con loro. Il sistema li ha spezzati prima ancora che potessero diventare davvero infermieri.
Ma io… io sono in lutto.
Sono in lutto per quando un medico si fidava dell’istinto di una caposala più che di un grafico. Per quando il rispetto non arrivava una volta l’anno con un bigliettino stampato, ma lo sentivi ogni giorno in un “grazie” sincero, in un sorriso, in un “resti un attimo con me?”.
Anni fa ebbi un paziente importante, uno di quelli che parlano al telefono anche con la flebo attaccata. Schioccò le dita per farmi portare acqua.
«Prima controllo la flebo» dissi.
Lui mi guardò dall’alto in basso e rispose: «Sbrigati. Sei solo un’infermiera.»
Solo un’infermiera.
Io ho fatto massaggio cardiaco a un bambino la sera della Vigilia. Ho retto il catino a chi vomitava dopo la chemio, senza girare la faccia. Ho lavato corpi che le famiglie non riuscivano più a toccare, perché il dolore fa paura e a volte paralizza.
Ho portato dentro di me il peso di mille respiri.
E oggi, davanti a una torta con il mio nome scritto sopra, mi hanno parlato di “efficienza”.
Così ho lasciato la torta sul tavolo. Poi l’ho presa, tutta intera, e l’ho buttata nel cestino vicino alle bottiglie vuote. Un gesto piccolo, ma era l’unico modo per dire: la mia dignità non è una fetta.
Sono uscita nel parcheggio, verso la mia vecchia utilitaria piena di graffi. Non mi porto via le loro valutazioni, i loro grafici, le loro medie.
Mi porto via la stretta del signor Marini, quando mi ha preso la mano e ha detto: «Grazie per essere rimasta.»
Mi porto via la madre che, dopo venti ore di travaglio, ha chiamato sua figlia come me perché “quella notte mi hai salvata”. Mi porto via i corridoi, le albe viste dai vetri dell’atrio, le risate rubate nonostante tutto.
Quelli sono i miei numeri. Quella è la mia “media”.
E a chi lavora ancora con il cuore—agli insegnanti di una volta, ai meccanici che ascoltano il motore con l’orecchio, agli infermieri che non hanno paura di una mano sulla spalla—voglio dire una cosa semplice:
Non siete superati. Siete l’ultima parte vera rimasta.
Io appendo lo stetoscopio, sì. Ma non appendo la mia umanità.
Dimmi: anche tu senti la mancanza di quando le persone contavano più dei risultati? O sono solo una donna anziana che parla al vento? Se ti è successo, scrivilo—così chi sta crollando in silenzio capisce di non essere solo.
Elisa Edel