Simone Gussoni

Simone Gussoni Il dott. Simone Gussoni è Amministratore Unico presso la società di servizi sanitari Studio Gussoni Salute Srl

Il percorso formativo di alcuni centri accreditati a formare operatori socio sanitari e assistenti infermieri viene mess...
06/05/2026

Il percorso formativo di alcuni centri accreditati a formare operatori socio sanitari e assistenti infermieri viene messo in discussione, in seguito ad alcuni particolari emersi.

La formazione dell'operatore socio-sanitario è essenziale, non un'opzione. Essa rappresenta il pilastro della sicurezza nell'assistenza. L’OSS non agisce da solo, ma è un elemento vitale della catena di cura, una catena che è guidata e gestita dall'infermiere. Ogni azione compiuta dall’operatore sui pazienti ricade, in ultima analisi, sul professionista che coordina il lavoro.

Purtroppo, oggi questo meccanismo si è inceppato. L'inchiesta che lo mette in evidenza è chiara. Il sistema di formazione è fuori controllo, con test falsificati, risposte fornite a voce alta e candidati promossi senza una reale comprensione della pressione arteriosa. Persone che ignorano le basi dell'assistenza ottengono un titolo e si ritrovano nei reparti, a stretto contatto con pazienti reali.

Questa situazione non è solo ingiusta per chi si impegna seriamente nello studio, ma rappresenta un rischio concreto. L'infermiere non può fare affidamento su un OSS formato in questo modo, non può delegare con tranquillità. È costretto a monitorare ogni singola azione, a correggere errori evitabili e a convivere con l'ansia che anche un compito semplice possa trasformarsi in un danno per il paziente. Questo stress logora i team e compromette la qualità delle cure.

L'unica soluzione è restituire all'infermiere il ruolo che gli spetta. Deve essere lui a formare l’OSS sul campo, a convalidare le competenze pratiche e a stabilire un rapporto di fiducia professionale che attualmente manca. Solo in questo modo l’operatore diventa un alleato affidabile e non un soggetto da sorvegliare.

È fondamentale introdurre controlli rigorosi e tempestivi, coinvolgendo commissari esterni e realizzando esami autentici. Perché in gioco c'è la vita delle persone. La cura non può essere lasciata al caso e non deve trasformarsi in una farsa.

Quale sarà il futuro della sanità pubblicità italiana?
05/05/2026

Quale sarà il futuro della sanità pubblicità italiana?

Una mattina di ordinario servizio presso l’ospedale Cardarelli, il più grande del Mezzogiorno, si è trasformata in un in...
05/05/2026

Una mattina di ordinario servizio presso l’ospedale Cardarelli, il più grande del Mezzogiorno, si è trasformata in un incubo inaccettabile. Erano circa le 8:50 quando un infermiere, intento a svolgere il proprio lavoro, è stato brutalmente aggredito nel parcheggio riservato al personale, a pochi passi dal Pronto Soccorso. Vittima di un tentativo di rapina, ha cercato di difendere il proprio portafoglio, ma è stato colpito e ferito gravemente, necessitando delle cure dai suoi stessi colleghi.

Questo episodio ha rapidamente scosso la città, suscitando indignazione e preoccupazione nelle istituzioni. Il prefetto di Napoli, Michele di Bari, ha espresso la sua ferma condanna, definendo l'accaduto come un atto inaccettabile. Ha sottolineato come la violenza contro un professionista della salute non rappresenti solo un attacco alla vittima, ma un vero e proprio affronto all'intera comunità. «Non possiamo tollerare che chi si dedica a salvare vite umane subisca tali aggressioni», ha affermato, evidenziando la gravità della situazione.

In risposta, le autorità hanno intensificato i servizi di vigilanza attorno al Cardarelli, cercando di garantire un ambiente sicuro per medici e infermieri. Questi professionisti, ogni giorno, si trovano a fronteggiare un degrado sociale che spesso sfocia nella violenza, anche all’interno di un luogo destinato alla cura e alla salvezza.

L’episodio ha riacceso un acceso dibattito sulla sicurezza negli ospedali. Il Prefetto ha espresso solidarietà all’infermiere ferito, augurandogli una pronta guarigione e riconoscendo il suo atto di coraggio. Tuttavia, tra il personale sanitario permane una tensione palpabile. Molti si chiedono se un incremento della vigilanza sia sufficiente o se siano necessarie misure più drastiche e permanenti.

La comunità napoletana è in allerta e la questione della sicurezza negli ospedali continua a sollevare discussioni accese. Qual è il futuro della protezione per chi lavora in prima linea? La risposta a questi interrogativi appare ancora lontana, mentre le voci di preoccupazione si fanno sempre più forti in città.

La Rianimazione Cardio-Polmonare (RCP) in posizione prona è una procedura eccezionale, utilizzata quasi esclusivamente i...
05/05/2026

La Rianimazione Cardio-Polmonare (RCP) in posizione prona è una procedura eccezionale, utilizzata quasi esclusivamente in ambito clinico o chirurgico quando non è possibile girare immediatamente il paziente.

In una situazione di emergenza standard, la regola d'oro è girare sempre la vittima in posizione supina prima di iniziare il massaggio.

Se però la vittima non può essere girata (ad esempio per un trauma spinale complesso o durante un intervento chirurgico), ecco come si interviene:

Punto di pressione: Le mani vanno posizionate sulla schiena, precisamente sulla colonna vertebrale toracica tra le vertebre T7 e T10 (l'area tra le scapole).

Contropressione: Per essere efficaci, è ideale avere un supporto rigido sotto il torace della vittima o un secondo soccorritore che eserciti una pressione contraria sullo sterno.

Tecnica: Si utilizzano le mani intrecciate, mantenendo le stesse frequenze (100-120 al minuto) e profondità (5-6 cm) della RCP standard.

Defibrillazione: Le piastre del DAE possono essere posizionate in modalità antero-posteriore o lateralmente, senza dover necessariamente girare la persona.

Quando è indicata?

Pazienti critici ospedalizzati: Spesso utilizzato per pazienti intubati (es. COVID-19) che si trovano già in posizione prona per migliorare l’ossigenazione.

Chirurgia: Durante interventi alla colonna vertebrale o neurochirurgia, dove girare il paziente metterebbe a rischio l'operazione o la vita stessa.

Nota bene: Se ti trovi in strada e trovi qualcuno prono che non respira, le linee guida ufficiali raccomandano di girarlo immediatamente a pancia in su per massaggiare lo sterno, poiché la RCP sulla schiena è molto meno efficace e difficile da eseguire correttamente senza attrezzature specifiche.

Non ci pensi fino a quando il momento ti ferma.Mezzo vestito, le maniche già indossate, le mani pronte per il prossimo c...
04/05/2026

Non ci pensi fino a quando il momento ti ferma.

Mezzo vestito, le maniche già indossate, le mani pronte per il prossimo compito, poi ti fermi. Non perché lo vuoi, ma perché devi.
I lacci sono appena fuori portata dietro la tua schiena.

E come un meccanismo ben oliato, qualcuno entra in scena.

Un rapido ti**re. Un nodo sicuro. Nessuna parola necessaria.

Poi tornate entrambi in movimento.

Quel piccolo momento che si ripete decine di volte durante un turno. I camici in cotone spesso lavati, sterilizzati, riutilizzati, erano parte della routine. Erano pratiche, affidabili e richiedevano sempre quell'ulteriore paio di mani per completare il lavoro.

Non si trattava solo del camice sterile.

Si trattava del ritmo di lavorare fianco a fianco. Di un tipo di lavoro di squadra che non rallentava le cose, che non necessitava spiegazioni e che non cercava attenzione.

Solo un aiuto silenzioso, e via al prossimo paziente.

Le cose sono cambiate nel tempo, e anche l'attrezzatura, ed i camici sono diventati monouso.
Ma quell'istinto di intervenire, di aiutare senza che nessuno lo richieda espressamente,
non è andato via affatto.

E forse è proprio questa la parte che conta di più.

Una meta-analisi evidenzia le conseguenze psicologiche e somatiche sui professionisti della salute (medici e infermieri)...
04/05/2026

Una meta-analisi evidenzia le conseguenze psicologiche e somatiche sui professionisti della salute (medici e infermieri) coinvolti nell'assistenza al suicidio assistito, un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico.

Eutanasia: a chi giova realmente?

Nel contesto del dibattito sull'eutanasia, l'attenzione mediatica è prevalentemente rivolta al paziente. Al contrario, le ripercussioni psicologiche, fisiche e etiche sulle figure professionali coinvolte nella procedura sono raramente discusse.

Un recente studio di meta-analisi internazionale offre un'immagine radicalmente diversa dalla concezione di “morte dignitosa”: l'assistenza al suicidio frequentemente comporta sofferenza, stress morale e, in alcuni casi, abbandono della professione tra i professionisti della salute.

Eutanasia e impatti sugli infermieri

La ricerca, pubblicata sulla rivista "Ethik in der Medizin", organo ufficiale dell'Accademia tedesca per l'etica in medicina, ha esaminato 25 studi internazionali, sia di natura quantitativa che qualitativa, descrivendo un fenomeno noto come “stress morale”. Questo si riferisce al disagio sperimentato dai professionisti della salute costretti a compiere o assistere a pratiche ritenute contrarie alla loro coscienza etica.

Gli infermieri coinvolti riportano esperienze di colpa, angoscia, impotenza e paura. Alcuni segnalano reazioni somatiche immediate, quali nausea o sensazione di soffocamento.

Secondo gli autori della ricerca, queste esperienze non sono eventi isolati. Molti professionisti ammettono di portare a casa il peso emotivo di tali situazioni, con ripercussioni che possono sfociare in burnout, depressione e abbandono della professione.

Obiezione di coscienza

In Germania, uno studio condotto dalla Società Tedesca di Medicina Palliativa ha rivelato che l'82% dei professionisti intervistati (766 su 930) non desidera partecipare a procedure di suicidio assistito. Oltre un terzo dei 134 infermieri consultati considera problematico assistere i pazienti in contesti di suicidio pianificato.

Alcuni operatori temono il giudizio o l'isolamento da parte dei colleghi se si rifiutano di partecipare per motivi etici; infatti, i livelli più elevati di stress morale si registrano quando il personale si sente costretto a intervenire contro la propria volontà.

Assenza di diritto alla complicità

Questo dato è significativo poiché confuta una delle convinzioni comuni tra i sostenitori dell'eutanasia: l'idea che l'assistenza al suicidio assistito costituisca un atto medico neutro e compassionevole. Al contrario, facilitare o provocare la morte del paziente entra in conflitto con l'essenza stessa della professione sanitaria.

I risultati della ricerca tedesca avvalorano la nostra posizione contraria alla legalizzazione del suicidio assistito. Nel dossier, infatti, viene sostenuto che non esiste alcun diritto di esigere che la classe medica e lo Stato collaborino attivamente alla propria morte, praticando intenzionalmente l'omicidio e violando la legge sull'“omicidio del consenziente”.

A maggior ragione, se gli effetti sulla professione medica risultano così deleteri e nocivi, come indicato dall'Accademia tedesca per l'etica in medicina.

Dicono che un’infermiera sia "abbastanza forte da tollerare qualsiasi cosa e abbastanza dolce da capire chiunque." Sembr...
03/05/2026

Dicono che un’infermiera sia "abbastanza forte da tollerare qualsiasi cosa e abbastanza dolce da capire chiunque." Sembra una descrizione da supereroe, vero?

Ma noi conosciamo la verità. Non è un superpotere, è una scelta.

Scegliamo di essere forti quando il personale è ridotto e le richieste sono elevate. Tolleriamo la stanchezza, il demansionamento, le umiliazioni e i momenti "senza riconoscimenti" perché sappiamo che il nostro lavoro conta.

Ma la vera magia avviene nella dolcezza. È il modo in cui possiamo spiegare una diagnosi complessa a un familiare spaventato affinché si senta finalmente in pace. È il modo in cui cogliamo i bisogni "non espressi" dei nostri pazienti. Non puoi imparare tutto questo in un libro di testo. Non puoi "tollerare" il tuo modo di diventare una buona infermiera; devi sentirlo.

Ai miei colleghi infermieri: non lasciate che le giornate difficili vi facciano perdere la dolcezza. Quell'empatia è il vostro più grande patrimonio. È ciò che vi rende più di semplici professionisti medici; è ciò che vi fa diventare guaritori.

Qual è una cosa che vi ha mantenuti "dolci" e radicati questa settimana? Una parola gentile da un paziente? Una risata con un collega? Condividiamo qualche successo nei commenti.

La parte più difficile della professione infermieristica non è ciò che accade nella stanza di un paziente. È ciò che suc...
02/05/2026

La parte più difficile della professione infermieristica non è ciò che accade nella stanza di un paziente. È ciò che succede in macchina mentre torni a casa.

Non hai pianto quando il tracciato sul monitor è diventato piatto.
Non hai pianto quando hai effettuato le cure post-mortem sulla salma del tuo paziente.
Non hai pianto quando hai parlato con la sua famiglia.

Le tue mani erano ferme. La tua "voce da infermiere" era calma. La tua documentazione clinica era perfetta. Eri il professionista di cui tutti avevano bisogno.

Ma questo è il pesante segreto di questo lavoro: il dolore ha una lista d'attesa.

Ha atteso che timbrassi il cartellino. Ti ha seguito attraverso le porte dell'ospedale. Si è seduto nel sedile passeggero della tua auto. Alla fine ti ha raggiunto nel silenzio della tua cucina alle 2:00 di notte.

Non hai pianto perché quel paziente se ne era andato.
Hai pianto perché dovevi restare.
Hai pianto per la versione di te che ha imparato a "mettere in pausa" la propria anima solo per portare a termine il lavoro.

Se hai mai avuto un "crollo nel parcheggio", non sei solo.
Ci portiamo dentro ciò che gli altri non possono.

La scuola primaria sembra che sia diventata una clinica psichiatrica, sono tutti discalculici, disgrafici, dislessici, a...
02/05/2026

La scuola primaria sembra che sia diventata una clinica psichiatrica, sono tutti discalculici, disgrafici, dislessici, asperger, autistici, ma chi l'ha detto?

Ai tempi miei non c'erano queste condizioni, c'era uno che era più bravo e quell'altro un po' meno bravo che poi si esercitava e diventava bravo.

Perché patologizzare tutte le insufficienze?

Umberto Galimberti

Un recente caso al Tribunale Militare di Roma ha messo in luce la questione del rispetto per gli infermieri nel sistema ...
02/05/2026

Un recente caso al Tribunale Militare di Roma ha messo in luce la questione del rispetto per gli infermieri nel sistema sanitario. Un medico è stato accusato di aver offeso un infermiere dicendo: "sei solo un infermiere", ma il giudice ha deciso che non si trattava di ingiuria, sollevando interrogativi sulla percezione della professione.

Questo episodio riflette una realtà più ampia: gli infermieri sono spesso considerati come "l'ultima ruota del carro". Nonostante la loro formazione e competenza, subiscono stereotipi negativi e una mancanza di riconoscimento.

Le condizioni di lavoro, caratterizzate da stress e turni lunghi, contribuiscono a una bassa autostima professionale.

Sarà mai possibile cambiare questa narrazione, riconoscendo il valore degli infermieri e il loro ruolo fondamentale nel garantire la qualità dell'assistenza ai pazienti pur mantenendo questa denominazione ormai completamente inflazionata e squalificata?

Il COVID non ci ha fermati, ma il mondo lo ha dimenticatoQuando è arrivato il COVID,Il mondo si è chiuso.Porte chiuse.Le...
01/05/2026

Il COVID non ci ha fermati, ma il mondo lo ha dimenticato

Quando è arrivato il COVID,
Il mondo si è chiuso.

Porte chiuse.
Le strade sono diventate silenziose.
Vita in pausa.

Ma non per noi.

Ci siamo fatti avanti
nel silenzio.
Tutti gli altri sono scappati.

Indossavamo delle maschere
che nascondevano le nostre espressioni,
guanti che ci hanno bruciato la pelle,
e la paura che abbiamo imparato a portare
senza lasciarlo vedere.

Dietro scudi e camici,
abbiamo continuato a respirare nel caos
in modo che gli altri possano continuare a respirare.

Siamo diventati le voci
per le famiglie che non hanno potuto entrare.
Le mani che stringevano gli estranei
quando a nessun altro è stato permesso di toccarli.
La presenza dietro i telefoni
quando l'addio doveva viaggiare attraverso uno schermo.

Siamo rimasti tutta la notte
che non sembravano più notti.
Codice dopo codice.
Perdita dopo perdita.
Speranza tenuta insieme
per sfinimento e istinto.

Ci chiamavano eroi.
Abbiamo continuato a lavorare.

Perché non c'era tempo
per restare fermi in quel titolo.

E poi, lentamente...
il mondo è andato avanti.

Le maschere si sono tolte.
Gli applausi sono scomparsi.
I titoli sono svaniti.

E quello che portavamo
è rimasto nel passato
di cui nessuno parla più.

Ma noi ricordiamo.

Ogni stanza.
Ogni nome.
Ogni silenzio che abbiamo dovuto per sopravvivere.

Il COVID non ci ha fermati.
Abbiamo tenuto vivo il mondo.

Ma il mondo ha dimenticato
chi lo ha fatto respirare.

La contenzione fisica, spesso vista come un atto di protezione, porta con sé un carico di tristezza e nostalgia. È un ge...
01/05/2026

La contenzione fisica, spesso vista come un atto di protezione, porta con sé un carico di tristezza e nostalgia. È un gesto che, sebbene a volte necessario, ricorda quanto possa essere fragile la nostra esistenza. Immagino un paziente, vulnerabile e spaventato, legato al letto non per punizione, ma per salvaguardare la propria vita.

La voce autoritaria del medico, che ordina la contenzione, risuona come un eco distante di una normalità perduta, un momento in cui il corpo è prigioniero della mente, bloccato in un limbo di sofferenza e desiderio di libertà.

Questa pratica, in apparenza crudele, può rivelarsi essenziale, un male necessario per tutelare chi non può proteggersi da solo. Eppure, la dolcezza di un abbraccio, la delicatezza di una mano che accarezza, sono ciò che tutti desideriamo in momenti di vulnerabilità. La contenzione strappa via la possibilità di un contatto umano, lasciando un vuoto incolmabile.

Riflettendo su questo, emerge una triste consapevolezza: la bellezza della vita è spesso accompagnata da una lotta interiore. E in quel conflitto, troviamo la fragilità dell’amore, l’intensità della connessione umana, persino nei momenti più bui.

La contenzione, sebbene necessaria, diventa un simbolo di ciò che abbiamo perso, un ricordo di come l’amore e la cura possono a volte trasformarsi in prigionia, lasciando nel cuore un’ombra di malinconia.

Indirizzo

Corso Europa 386/4
Genova
16132

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