Gabriella Marano - Criminologa

Gabriella Marano - Criminologa Gabriella Marano. Criminologa. Vivo e lavoro tra Latina, Roma e Milano. Da sempre, combatto la violenza di genere. Cerco la verità, in ogni dettaglio.

Davanti a quel cancello non c’è solo un perimetro. C’è una soglia. Il nastro dei   incrociato sulla rete, i fiori legati...
21/01/2026

Davanti a quel cancello non c’è solo un perimetro. C’è una soglia. Il nastro dei incrociato sulla rete, i fiori legati con un gesto fragile, il terreno dietro, ormai muto: tutto parla di fine. Non di una fine astratta, ma concreta, irreversibile. È uno di quei luoghi in cui il mondo sembra essersi fermato un istante prima di crollare. Quel cumulo di terra e di fiori non è solo memoria: è il segno minimo lasciato davanti a qualcosa che non può più essere riparato.
E dietro, non c’è il vuoto. C’è un uomo che non ha accettato una fine, legittima. È lì che si apre lo spazio in cui il gesto prende forma. In quella solitudine che precede ogni violenza. Essere soli, anche in mezzo alla gente. È questa la condizione che ritorna, sempre uguale, nei grandi delitti domestici: una solitudine che non riguarda l’assenza fisica, ma il vuoto interno. Un deserto silenzioso, senza confini.
Chi vive in questo spazio non cammina: si aggrappa. Ha bisogno di ancore, di presenze che tengano insieme i frammenti. Ogni distanza diventa abbandono, ogni silenzio una condanna, ogni autonomia dell’altro un tradimento. È lì che nasce la rabbia. Non improvvisa, ma stratificata. Un deposito lento di frustrazione, paura, inadeguatezza. Una rabbia che non trova parole e allora cerca un corpo, un volto, un bersaglio. Resta un solo pensiero: se non sei mia, non sei e non sarai. Il gesto estremo diventa un tentativo disperato di fermare il tempo, di annullare la distanza con l’unico mezzo che resta: la distruzione.
Dopo, resta il silenzio. Un silenzio più grande di prima. Perché la solitudine non se ne va con il sangue. Si espande. Si fa definitiva. E il delitto, quello vero, è iniziato molto prima: nel punto esatto in cui qualcuno ha smesso di sentirsi visto, riconosciuto, esistente.

Il 5 gennaio 2022, a Trieste, la verità venne appoggiata a terra e lasciata lì.Avvolta nella plastica, compressa, ridott...
05/01/2026

Il 5 gennaio 2022, a Trieste, la verità venne appoggiata a terra e lasciata lì.
Avvolta nella plastica, compressa, ridotta al silenzio.
Così fu ritrovato il corpo di in un’area verde ai margini della città, non lontana dall’ex ospedale psichiatrico. Un luogo defilato, ma non irraggiungibile. Un posto scelto, non casuale.
Liliana era scomparsa il 14 dicembre 2021. Una donna discreta, mite, lontana da ogni forma di esposizione. Quando venne ritrovata, la scena parlava da sola: sacchi di plastica chiusi in modo approssimativo, un cordino al collo, un corpo trattato come qualcosa da nascondere in fretta. Eppure, quasi immediatamente, il racconto prese un’altra direzione. Ipotesi rapide. Spiegazioni rassicuranti. Una semplificazione che strideva con ciò che gli occhi vedevano.
Alla violenza della morte si aggiungeva dunque quella successiva: il modo in cui Liliana veniva raccontata, ridotta a possibilità, a congettura, a fastidio. Come se la fretta di chiudere fosse più importante del dovere di capire.
Quattro anni dopo, siamo ancora qui. Con un’indagine che non ha restituito una verità piena, con domande rimaste sospese, con una sensazione di incompiutezza che pesa come una colpa collettiva.
Ricordare Liliana oggi non è un gesto rituale.
È un atto di resistenza contro l’oblio e contro l’idea che il tempo possa sostituirsi alla giustizia. Quella scena non è il finale di una storia: è l’inizio di una verità che continua a essere rimandata.
Liliana non è un , non è un’ipotesi.
È una persona a cui, dopo quattro anni, non è stato ancora restituito ciò che spetta a ogni essere umano: rispetto, chiarezza, verità.

.ssa.oriana.psicoterapeuta .micheli.14

In tanti mi chiedete cosa accade da un punto di vista clinico e come bisogna intervenire in queste circostanze drammatic...
02/01/2026

In tanti mi chiedete cosa accade da un punto di vista clinico e come bisogna intervenire in queste circostanze drammatiche.
La strage avvenuta in Svizzera impone un intervento psicologico necessariamente differenziato, perché differenti sono le condizioni traumatiche in gioco e, di conseguenza, i bisogni clinici e psicosociali delle persone coinvolte:
1) Vi è il trauma dell’evento, che riguarda i sopravvissuti, sia illesi sia feriti. Si tratta di soggetti che hanno sperimentato direttamente l’irruzione della violenza, l’esposizione al pericolo di morte e, in alcuni casi, lesioni fisiche. Le conseguenze possono manifestarsi sotto forma di iperattivazione neurovegetativa, reazioni dissociative, alterazioni del sonno e della vigilanza, oltre a un profondo senso di perdita di controllo e di sicurezza. Bisogna dunque intervenire con un lavoro di contenimento immediato, che non è cura ma stabilizzazione/riduzione degli stati di iperattivazione (confusione, panico, dissociazione).
2. Vi è poi il trauma della morte, che coinvolge coloro che si confrontano con una perdita certa. In questi casi il dolore è inscritto nella dimensione del lutto, ma in una fase acuta spesso ancora priva di una cornice simbolica ed elaborativa. Pertanto è da qui che bisogna cominciare a lavorare.
3. Infine, vi è il trauma dell’assenza, che interessa i familiari delle persone disperse. Questa è una condizione particolarmente complessa, caratterizzata da una sospensione emotiva tra speranza e disperazione, in cui non è possibile né aggrapparsi a una certezza di vita, né elaborare una perdita definitiva. L’assenza di informazioni chiare impedisce l’avvio del lutto e mantiene i soggetti in uno stato di costante allerta emotiva, spesso accompagnato da colpa, impotenza e pensiero circolare.
In una fase come questa, è fondamentale legittimare l’ambivalenza emotiva, normalizzando reazioni apparentemente contraddittorie, e aiutare le persone a tollerare l’assenza di risposte immediate, senza forzare processi di elaborazione che, in questa fase, sarebbero prematuri e potenzialmente destabilizzanti.

Il nostro pranzo per festeggiare insieme, nel tempo del Natale, tutto il lavoro svolto in quest’anno. Guardare questa fo...
22/12/2025

Il nostro pranzo per festeggiare insieme, nel tempo del Natale, tutto il lavoro svolto in quest’anno. Guardare questa foto mi emoziona, perché racchiude e restituisce il senso di ciò che, con dedizione, fatica e sacrifici nel tempo, sono riuscita a costruire.
Si parte spesso da soli, ma passo dopo passo si arriva a creare realtà grandi e armoniche, dove tutto ha un senso, dove ognuno porta la propria competenza e il proprio valore. Insieme, come squadra, si raggiungono obiettivi importanti e risultati che parlano di impegno, visione condivisa e crescita continua.
Questa immagine non racconta solo un pranzo, ma un percorso, una storia fatta di lavoro, persone e traguardi raggiunti e di molti altri ancora che stiamo costruendo, insieme.
Da Studio Indāgo, buon Natale a tutti!
Stay tuned...

📚✨ Oggi alla   ✨📚Oggi ho avuto l’onore di tenere una lezione presso la Facoltà di   della Sapienza Università di Roma, d...
17/12/2025

📚✨ Oggi alla ✨📚

Oggi ho avuto l’onore di tenere una lezione presso la Facoltà di della Sapienza Università di Roma, dedicata all’ psicologica, uno strumento clinico e investigativo complesso e affascinante, ambito nel quale sto portando avanti un mio percorso di
e .
È stata una lezione introduttiva, preliminare a un progetto di lavoro articolato e di grande interesse, che avrà seguito e sviluppo con la Facoltà di Psicologia della Sapienza, all’interno di un contesto accademico di altissimo profilo.
Questo percorso prende forma sotto la guida autorevole e illuminata della professoressa Anna Maria Giannini, figura di assoluta eccellenza nel panorama scientifico e accademico italiano, punto di riferimento per rigore, competenza e visione.
Un sincero ringraziamento va a Lei per l’invito e per la calorosa e generosa accoglienza.
Giornate come questa ricordano quanto sia importante il dialogo tra ricerca, e ambito investigativo.

C’è un legame che precede ogni parola, ogni scelta, ogni confine: quello tra genitore e figlio.È dentro questo legame ch...
15/12/2025

C’è un legame che precede ogni parola, ogni scelta, ogni confine: quello tra genitore e figlio.
È dentro questo legame che i bambini imparano cosa aspettarsi dal mondo, come leggere le emozioni, come sentirsi al sicuro o in pericolo. Ed è proprio qui che dovremmo fermarci a chiederci a cosa li stiamo esponendo.
La non è uno sfondo neutro.
Non è “solo” vedere, sentire, intuire. È vivere immersi nella respirarla ogni giorno, adattarsi a un clima di paura, tensione e imprevedibilità. Dal punto di vista clinico e scientifico, la è riconosciuta come una forma di primario, non secondario né accessorio.
Autori come Zulueta arrivano a definirla una vera e propria forma di psicologica: non perché vi sia necessariamente un atto fisico diretto sul minore, ma perché l’esposizione ripetuta alla violenza altera in profondità i sistemi di regolazione emotiva, la percezione di sé e dell’altro, il senso stesso di sicurezza.
I rischi per i minori sono concreti e documentati.
L’esposizione alla violenza assistita aumenta in modo significativo la probabilità di sviluppare:
• disturbi d’ansia e stati di ipervigilanza
• sintomatologia depressiva
• disturbi del sonno e somatizzazioni
• difficoltà nella regolazione emotiva e nel controllo degli impulsi
• disturbi dell’attaccamento
• quadri post-traumatici complessi
• in alcuni casi, strutturazioni di personalità fragili o disorganizzate.
Si tratta di rischi reali, tanto più gravi quanto più l’esposizione è precoce, prolungata e non riconosciuta.
La violenza assistita non insegna a “resistere”. Insegna ad adattarsi alla paura, a normalizzare il dolore, a confondere l’amore con la minaccia. E questo lascia tracce profonde, spesso silenziose, che emergono nel tempo.
Per questo i bambini vanno con . Non solo protetti, ma riconosciuti. Non minimizzati, non esposti, non costretti a essere forti al posto degli adulti. Sono esseri fragili, in formazione, e hanno diritto a crescere in contesti che non li feriscano mentre imparano chi sono.
Questo è un monito, prima ancora che una riflessione: ciò a cui esponiamo i nostri figli conta. Sempre.

La legge del "πάθει μάθος":Attraverso il dolore, si impara.[Dall'Agamennone di Eschilo - V sec. a.C.]Nel pensiero greco ...
14/12/2025

La legge del "πάθει μάθος":
Attraverso il dolore, si impara.
[Dall'Agamennone di Eschilo - V sec. a.C.]

Nel pensiero greco la sofferenza non è mero patire, ma processo conoscitivo: un’esperienza limite che produce consapevolezza. Il dolore interrompe l’automatismo dell’agire, impone riflessione, riorienta il comportamento secondo misura e responsabilità. È da questa elaborazione che nasce il giusto agire, non come norma esterna, ma come acquisizione interiore.
.ssa.oriana.psicoterapeuta

29/11/2025

Oggi a Novara ho avuto il privilegio di partecipare a un evento organizzato da Humanity, guidata da Simone Policano, che ringrazio per l’accoglienza e la cura.
In sala c’erano tantissime persone: diverse per età, storie e percorsi, ma unite dalla volontà di capire, ascoltare e confrontarsi sul tema della violenza di genere.
È in incontri così che si percepisce quanto sia forte il desiderio di costruire una comunità più consapevole e responsabile.
Porto con me emozioni, riflessioni e la certezza che il cambiamento nasce proprio da queste occasioni di dialogo condiviso.

Dall’ordinanza del Tribunale per i Minorenni de L’Aquila del 13 novembre 2025 emerge che i bambini vivevano in condizion...
28/11/2025

Dall’ordinanza del Tribunale per i Minorenni de L’Aquila del 13 novembre 2025 emerge che i bambini vivevano in condizioni abitative, di cura e di istruzione tali da non garantire i loro diritti primari. L’immobile in cui risiedevano era privo dei requisiti minimi di sicurezza, igiene e salubrità, mentre sul piano educativo e sanitario si registravano gravi omissioni: i minori non erano inseriti in un percorso scolastico regolare, mancava un’adeguata assistenza pediatrica e i genitori avevano oltretutto ostacolato gli accertamenti richiesti dal Servizio Sociale, interrompendo anche ogni forma di collaborazione con gli operatori.
Alla luce di queste - ed altre - criticità, il Tribunale è intervenuto per tutelare immediatamente i minori, disponendo il loro inserimento in una casa famiglia insieme alla madre. Si tratta, tuttavia, di una misura eccezionale e temporanea, adottata soltanto per garantire la sicurezza dei bambini nell’immediato. Nulla esclude che, una volta effettuati gli accertamenti sanitari, valutata la stabilità dell’immobile e superate le criticità riscontrate, i minori possano fare ritorno nella loro abitazione. Il provvedimento attuale, dunque, risponde esclusivamente alla necessità di assicurare ogni forma di tutela e di protezione ai minori in attesa dell'esito di tutti gli accertamenti necessari. Cosa ne pensate?

25/11/2025

Cosa resta?
Resta un album di fotografie consunte dal tempo, pagine ingiallite che raccontano chi era Joanna prima che qualcuno decidesse per lei, prima che le venisse strappato il futuro dalle mani. Resta la zia che scorre quelle immagini con delicatezza, come se potesse proteggerla ancora una volta. Resta il sorriso di una bambina che guardava il mondo con fiducia, i sogni che aveva negli occhi, la vita che voleva mordere a pieno, senza paura.

Cosa resta?
Resta il silenzio pesante di una gelida giornata di gennaio, il giorno in cui tutto si è spezzato. Resta il vuoto lasciato da una vita interrotta, da un amore negato, da un femminicidio che ha dilaniato più esistenze.
E resta, soprattutto, il dovere di non voltarsi dall’altra parte.
Non dobbiamo limitarci a contare le vittime: dobbiamo fare in modo che non ce ne siano più. Dobbiamo ascoltare, educare, intervenire, cambiare. Perché ogni fotografia ingiallita è una vita che non tornerà. E perché nessuna famiglia dovrebbe più sfogliare un album sapendo che ciò che resta è solo il ricordo.

Cosa resta?
Resta la responsabilità di tutti noi.
E la promessa che il sacrificio di Joanna, e di tutte le altre, non solo non verrà dimenticato, ma darà senso e direzione alle azioni future.ssa.oriana.psicoterapeuta

Ieri, nella splendida cornice della Protomoteca del Campidoglio, si è svolto il convegno “Libere dalla violenza”: un mom...
19/11/2025

Ieri, nella splendida cornice della Protomoteca del Campidoglio, si è svolto il convegno “Libere dalla violenza”: un momento intenso, ricco di voci autorevoli che hanno portato riflessioni, dati, esperienze e soprattutto urgenze.
Il filo rosso che ha attraversato tutti gli interventi è stato chiaro e unanime: la lotta alla violenza di genere non può essere vinta senza risorse adeguate, senza investimenti concreti e continui, senza un impegno strutturale che oggi, purtroppo, ancora manca.
Nel mio intervento ho voluto sottolineare un punto che non possiamo più ignorare: esiste un’ipocrisia di Stato.
Non possiamo chiedere ai centri antiviolenza, ai professionisti seri che tutti i giorni si sporcano mani e piedi, alle forze dell’ordine, agli operatori sociali di sostenere un’emergenza quotidiana senza strumenti, senza fondi stabili, senza percorsi formativi, senza strutture capaci di accogliere e proteggere.
Non si può più aspettare.
Non possiamo continuare a riempire le sale di parole, commozione e impegni morali se poi, nei fatti, chi combatte in prima linea resta solo. Servono decisioni politiche, serve coraggio istituzionale, serve una volontà reale di cambiare il sistema e di renderlo finalmente all’altezza delle vite che dobbiamo proteggere.
Il convegno si è concluso con una consapevolezza condivisa: la violenza di genere non è una fatalità, è una responsabilità collettiva. E ogni ritardo, oggi, si paga in vite.
.ssa.oriana.psicoterapeuta

Avere una sorella significa conoscere un tipo di amore che non si sceglie, ma si costruisce. Il nostro è un legame nato ...
18/11/2025

Avere una sorella significa conoscere un tipo di amore che non si sceglie, ma si costruisce. Il nostro è un legame nato per caso e cresciuto per volontà: attraverso cadute condivise, risate che solo noi capiamo, amori finiti che ci hanno rese più forti e quei momenti duri in cui non servivano parole, bastava esserci.
Le relazioni tra sorelle sono tra le più complesse e affascinanti dei legami familiari: un misto di identificazione e differenziazione, di complicità e distanza, di conflitti che non rompono ma modellano. La psicologia relazionale lo definisce un legame diadico evolutivo: significa che cresce con noi, cambia forma, si riconfigura, ma rimane una costante emotiva.
Nel rapporto tra sorelle esiste una memoria affettiva che non si può cancellare: conosciamo l’una le versioni dell’altra che nessun altro ha mai visto, e forse nessuno vedrà più. Per questo l’amore tra sorelle non è solo affetto: è testimonianza reciproca. È sapere da dove veniamo, ricordarci chi siamo state e, a volte, ricordarci chi possiamo ancora diventare.
Con mia sorella ho imparato che si può litigare senza rompersi, allontanarsi senza perdersi, cambiare senza smettere di riconoscersi.
E che, nonostante tutto, la sua presenza è un po’ come un punto di gravità costante: non importa quante volte la vita ci scuota, so che se mi volto lei è lì e io sono lì per lei.
Le sorelle condividono un tipo di amore che non ha bisogno di essere perfetto: ha solo bisogno di essere vero.

Indirizzo

Latina
04100

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Gabriella Marano - Criminologa pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi

Share on Facebook Share on Twitter Share on LinkedIn
Share on Pinterest Share on Reddit Share via Email
Share on WhatsApp Share on Instagram Share on Telegram

Digitare