21/01/2026
Davanti a quel cancello non c’è solo un perimetro. C’è una soglia. Il nastro dei incrociato sulla rete, i fiori legati con un gesto fragile, il terreno dietro, ormai muto: tutto parla di fine. Non di una fine astratta, ma concreta, irreversibile. È uno di quei luoghi in cui il mondo sembra essersi fermato un istante prima di crollare. Quel cumulo di terra e di fiori non è solo memoria: è il segno minimo lasciato davanti a qualcosa che non può più essere riparato.
E dietro, non c’è il vuoto. C’è un uomo che non ha accettato una fine, legittima. È lì che si apre lo spazio in cui il gesto prende forma. In quella solitudine che precede ogni violenza. Essere soli, anche in mezzo alla gente. È questa la condizione che ritorna, sempre uguale, nei grandi delitti domestici: una solitudine che non riguarda l’assenza fisica, ma il vuoto interno. Un deserto silenzioso, senza confini.
Chi vive in questo spazio non cammina: si aggrappa. Ha bisogno di ancore, di presenze che tengano insieme i frammenti. Ogni distanza diventa abbandono, ogni silenzio una condanna, ogni autonomia dell’altro un tradimento. È lì che nasce la rabbia. Non improvvisa, ma stratificata. Un deposito lento di frustrazione, paura, inadeguatezza. Una rabbia che non trova parole e allora cerca un corpo, un volto, un bersaglio. Resta un solo pensiero: se non sei mia, non sei e non sarai. Il gesto estremo diventa un tentativo disperato di fermare il tempo, di annullare la distanza con l’unico mezzo che resta: la distruzione.
Dopo, resta il silenzio. Un silenzio più grande di prima. Perché la solitudine non se ne va con il sangue. Si espande. Si fa definitiva. E il delitto, quello vero, è iniziato molto prima: nel punto esatto in cui qualcuno ha smesso di sentirsi visto, riconosciuto, esistente.