Gabriella Marano - Criminologa

Gabriella Marano - Criminologa Gabriella Marano. Criminologa. Vivo e lavoro tra Latina, Roma e Milano. Da sempre, combatto la violenza di genere. Cerco la verità, in ogni dettaglio.

Vi aspettiamo a Latina sabato 18 aprile, alle ore 18:00, presso "Mostra Rago" in via Pio VI, 8, per la presentazione del...
15/04/2026

Vi aspettiamo a Latina sabato 18 aprile, alle ore 18:00, presso "Mostra Rago" in via Pio VI, 8, per la presentazione dell'evento "1 MINUTO DI RUMORE" - passeggiata sociale contro la violenza IN genere.
Non mancate!
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Siamo di fronte a un quadro in cui emergono chiaramente discontrollo degli impulsi, disregolazione emotiva, instabilità ...
13/04/2026

Siamo di fronte a un quadro in cui emergono chiaramente discontrollo degli impulsi, disregolazione emotiva, instabilità e una marcata incapacità di gestire rabbia e frustrazione. Elementi che, pur senza la pretesa di formulare una diagnosi in assenza di una valutazione diretta, rimandano a configurazioni già strutturate, riconducibili alla macroarea dei disturbi della condotta e del comportamento.
Non si tratta, purtroppo, di un’eccezione isolata. Sempre più spesso incontriamo ragazzi che presentano questo tipo di funzionamento, caratterizzato da difficoltà profonde nel contenimento emotivo e nella regolazione degli agiti. Ma questi ragazzi non “diventano” così nel momento in cui commettono il reato. Quello che vediamo è l’esito finale di un percorso. Prima sono stati bambini, poi adolescenti. E lungo questo sviluppo, verosimilmente, segnali ce ne sono stati. Perché non si arriva a livelli così estremi di violenza senza che vi siano stati precedenti indicatori: comportamenti antisociali, trasgressioni, difficoltà relazionali, incapacità di tollerare il limite. Non dimentichiamo, infatti, che l’uomo è stato aggredito mentre cercava di fermare un’azione già deviante: il lancio di oggetti contro una vetrina. Questo elemento è cruciale, perché ci mostra come la condotta antisociale fosse già in atto. Allora è inevitabile chiedersi: dove eravamo prima?
Quando la rabbia si trasforma in violenza, la frustrazione in distruzione e il disagio in reato, significa che siamo arrivati troppo tardi. Significa che non siamo riusciti a intercettare e contenere quel malessere prima che diventasse irreversibile.
E c’è un punto che non possiamo permetterci di ignorare: ogni volta che normalizziamo, banalizziamo o minimizziamo segnali di questo tipo, stiamo creando il terreno fertile per nuove morti.
La risposta non può essere soltanto repressiva. Non è nei metal detector nelle scuole, nelle norme o nelle misure emergenziali che si gioca la partita principale. La vera sfida è arrivare prima.
Prima che il disagio diventi violenza, prima che la violenza diventi cronaca nera. Perché dietro ogni atto estremo, quasi sempre, c’è una storia che non siamo riusciti ad ascoltare in tempo.

La verità non è mai soltanto ciò che viene dichiarato.Dal punto di vista psicologico, il linguaggio verbale può essere m...
12/04/2026

La verità non è mai soltanto ciò che viene dichiarato.
Dal punto di vista psicologico, il linguaggio verbale può essere modulato, controllato, costruito. Ma esiste un livello più primitivo e meno governabile della comunicazione: lo sguardo. Nel mio lavoro ho imparato a osservare proprio questo spazio sottile. A guardare negli occhi e a cogliere, spesso, quelle micro-discrepanze tra ciò che viene detto e ciò che viene vissuto. Non si tratta di “certezze”, ma di segnali: pause, evitamenti, rigidità improvvise, incoerenze dello sguardo rispetto al contenuto verbale.
E quando questi segnali emergono in persone a cui si vuole bene, il dato psicologico smette di essere neutro. Subentra qualcosa di più complesso: la consapevolezza di ciò che si è già intuito. E, a volte, la delusione per ciò che è stato taciuto, per le verità non dette che sono state nascoste nei silenzi o mascherate dietro fatti improbabili.
L’onestà, in questo senso, non è solo una scelta etica ma una forma di coerenza interna. Quando questa coerenza si incrina, il corpo — e in particolare lo sguardo — diventa il primo luogo in cui la discrepanza si rende visibile.
Per questo si dice che la verità passa dagli occhi: perché è spesso lì che il controllo si interrompe e, anche solo per un istante, l’autenticità emerge.
In definitiva, la verità non è mai un atto isolato del dire, ma una condizione complessa dell’essere. E l’onestà non coincide semplicemente con ciò che viene affermato, ma con la capacità di mantenere allineati pensiero, emozione e comportamento. Quando questo allineamento si spezza, il linguaggio può ancora reggere, ma lo sguardo — inevitabilmente — inizia a raccontare altro. E son dolori!

La profanazione della tomba di Pamela Genini per modalità, scelta e violenza simbolica, è un atto feroce, lucido nella s...
03/04/2026

La profanazione della tomba di Pamela Genini per modalità, scelta e violenza simbolica, è un atto feroce, lucido nella sua atrocità, che lascia intravedere una matrice disturbata e inquietante.
A mio avviso, si potrebbe ipotizzare una mutilazione selettiva e simbolica.
Chi ha agito non avrebbe soltanto violato un sepolcro: potrebbe aver compiuto un gesto di appropriazione estrema, scegliendo di sottrarre proprio la parte del corpo più identitaria e simbolicamente rappresentativa: la testa. E la testa non è un dettaglio anatomico qualsiasi. È identità, riconoscibilità, memoria, presenza.
È il luogo simbolico del volto, del nome, dell’esistenza stessa. Per questo la sua sottrazione potrebbe parlare il linguaggio dell’ossessione, del possesso deviato, del bisogno patologico di trattenere con sé ciò che non si è riusciti a controllare in vita.
La logica sottesa, se questa lettura trovasse riscontro, potrebbe essere agghiacciante: “Non ho potuto averti da viva, ti prendo da morta.”
In chiave criminologica, non si può escludere che dietro un gesto simile possa esserci una mente morbosamente fissata per la vittima, qualcuno che la viveva come un oggetto di culto, di dominio o anche di rancore ossessivo.
Non necessariamente necrofilia in senso tecnico, ma una possibile dinamica predatoria e necrosimbolica, compatibile con una logica di trofeo, di feticizzazione e di annientamento simbolico della persona.
Se così fosse, saremmo davanti a un gesto che potrebbe raccontare una personalità gravemente disturbata e pericolosa. Perché qui non è stata profanata soltanto una tomba. Qui è stato violato, ancora una volta, il confine ultimo della dignità umana. E questo è forse l’aspetto più spaventoso: quando qualcuno non si accontenta neppure della morte, significa che non sta cercando un corpo, ma un dominio assoluto sulla vittima.
Pamela, in questo gesto, non viene solo, e ancora una volta, violata e oltraggiata nel corpo. Viene colpita nella sua identità, come persona da annientare e possedere anche oltre la fine. Ed è proprio qui che questo fatto smette di essere solo macabro e diventa, a tutti gli effetti, terrificante.

C’è un equivoco profondo che spesso attraversa il modo in cui guardiamo ai figli: una sorta di tendenza, quasi inconsape...
28/03/2026

C’è un equivoco profondo che spesso attraversa il modo in cui guardiamo ai figli: una sorta di tendenza, quasi inconsapevole, a considerarli come una nostra estensione, qualcosa che ci appartiene. Ma i figli non sono proprietà dei genitori.
Se così fosse, non potremmo nemmeno riconoscere e perseguire tutte quelle forme di violenza che, purtroppo, si consumano proprio all’interno delle mura domestiche.
I figli non sono nemmeno proprietà dello Stato, se non nella misura in cui lo Stato è chiamato a proteggerli e a garantirne i diritti. Allo stesso modo, non appartengono ai giudici, se non per il compito che questi hanno di applicare la legge.
I figli sono persone. Soggetti di diritto, non oggetti di appartenenza.
E forse è proprio qui che si gioca la differenza: nel passaggio da un’idea di possesso a una cultura della responsabilità. Perché educare non significa trattenere, ma accompagnare. Non significa decidere chi saranno, ma metterli nelle condizioni di diventarlo.
Riconoscere che non ci appartengono è, in fondo, il primo vero atto d’amore.

Questa foto può sembrare leggera, quasi effimera: un cavallo a dondolo, una giostra antica, un momento sospeso tra gioco...
23/03/2026

Questa foto può sembrare leggera, quasi effimera: un cavallo a dondolo, una giostra antica, un momento sospeso tra gioco e memoria. Eppure richiama qualcosa di più profondo: il bambino che ciascuno di noi continua a custodire dentro di sé, con i suoi desideri, le sue paure e il bisogno fondamentale di essere visto, ascoltato e accolto. Oggi, negli studi Mediaset, una giovane ragazza si è aperta con me e mi ha raccontato quanto sia stato difficile vivere la propria da . Mi ha parlato della fatica di accettarsi in un contesto in cui non si sentiva compresa, dove la sua identità sembrava costantemente sotto esame, come se dovesse giustificare chi era per poter esistere. E anche oggi, mi ha detto, permane la sensazione di dover spiegare sé stessa, come se la propria verità fosse sempre un peso da difendere. Questa esperienza, pur personale, riflette una realtà condivisa da molti giovani: quando la famiglia — coloro che dovrebbero essere il primo rifugio sicuro — non riesce a vedere, non ascolta, o si volta dall’altra parte, la sofferenza cresce in profondità. Non si tratta solo di incomprensione o distanza emotiva: è la percezione che ciò che sei non meriti attenzione o amore, che mina l’autostima, la fiducia nelle relazioni e la capacità di sentirsi al sicuro nel mondo. I ragazzi imparano presto che mostrare chi sono davvero può significare delusione, rifiuto o abbandono, e spesso chiudono in sé i propri vissuti, trattenendo emozioni e identità. Questo silenzio imposto diventa una ferita invisibile ma persistente, che può segnare il loro equilibrio per anni. Nei miei colloqui in studio incontro spesso questa difficoltà: ragazzi e ragazze che arrivano con lacrime, confusione, paura di raccontarsi, timore di essere respinti. La loro sofferenza nasce dal sentirsi invisibili agli occhi di chi più conta, troppo spesso di chi più li ama. In questo contesto, l’omosessualità diventa fonte di tensione, vergogna e isolamento. Eppure, il bambino che resta dentro ciascuno di noi continua a ricordarci ciò che è fondamentale: la verità di un giovane ha bisogno di essere accolta, non ignorata, non giudicata, MAI rifiutata.

Ci sono persone che rappresentano un’altra faccia del mio lavoro: quella del confronto vero, del dibattito che arricchis...
23/03/2026

Ci sono persone che rappresentano un’altra faccia del mio lavoro: quella del confronto vero, del dibattito che arricchisce, della stima reciproca.
Con loro ci sono sempre dialoghi edificanti, spunti profondi e il piacere di condividere pensiero e professionalità.
Persone belle, prima ancora che grandi professionisti.
Alla prossima
Con .nuzzi e

"Che io possa andare oltre.”In termini psicologici, questa formula attribuita a Saffo, richiama la possibilità trasforma...
22/03/2026

"Che io possa andare oltre.”
In termini psicologici, questa formula attribuita a Saffo, richiama la possibilità trasformativa dell’apparato psichico: la capacità di elaborare l’esperienza, di simbolizzarla, di iscriverla in una trama di senso che non annulli la ferita, ma la renda pensabile. Si va oltre non quando si cancella ciò che è accaduto, bensì quando ciò che è accaduto non esercita più un dominio assoluto sull’identità, sul desiderio, sul modo di abitare il mondo. Ma “andare oltre” significa anche un’altra cosa, forse ancora più difficile: andare oltre le apparenze. Oltre ciò che, a un primo sguardo, sembra evidente. Oltre la superficie dei fatti, oltre le reazioni immediate, oltre le versioni più comode o più rassicuranti della realtà. Significa entrare dentro le condizioni che hanno generato il dolore e le distanze, interrogarle, comprenderle, decodificarle. Andare oltre, allora, non equivale ad allontanarsi, ma ad avvicinarsi in modo più autentico. Vuol dire entrare nelle ambivalenze, nei vissuti; vuol dire capire sé stessi, ma anche tentare di capire l’altro, non per assolvere, non per giustificare, bensì per avvicinarsi a una verità meno deformata dall’immediatezza, meno tradita dall’apparenza. È un lavoro di profondità che esige ascolto, rigore e la disponibilità a sostare nella complessità.
Per questo, “oltre” può significare oltre il trauma, oltre la perdita, oltre l’umiliazione, oltre il giudizio interiorizzato, ma anche oltre le letture rigide, oltre le semplificazioni, oltre le narrazioni che riducono l’esperienza umana a un’unica chiave interpretativa. Andare oltre è, in questo senso, un atto di riorganizzazione interiore e insieme di conoscenza: non la negazione del passato, ma il suo attraversamento; non l’espulsione del dolore, ma la sua integrazione; non l’arresto alla superficie dei fatti, ma il tentativo di coglierne il significato più profondo e più vero.La grandezza di Saffo, allora, sta anche nella sua modernità: nell’aver intuito che la parte più profonda dell’essere umano non è soltanto quella che sente, ma quella che, sentendo fino in fondo, può ancora trasformarsi e conoscere.

Passano i mesi, gli anni e la vita va avanti, sempre. Perché è così che deve andare, perché non potrebbe essere altrimen...
19/03/2026

Passano i mesi, gli anni e la vita va avanti, sempre.
Perché è così che deve andare,
perché non potrebbe essere altrimenti, perché anche quando perdiamo qualcuno, noi restiamo. Spezzati, ammaccati, cambiati, diversi, lacerati nell'anima, con un dolore che si trasforma ogni giorno, che a volte si muove e scuote, altre volte è immobile e silenzioso come una belva addormentata.
Quando perdiamo qualcuno siamo noi a non essere più gli stessi e, qualunque cosa accada, quel cambiamento è irrefrenabile, niente può essere quello che è stato e nessuno potrà mai essere chi non c'è più fisicamente.
Non c'è tempo che possa scalfire il ricordo, non ci sono giorni, nemmeno migliaia e milioni di giorni, che possano attutire nella mia testa, papà, il suono della tua risata, così come il vuoto del tuo sguardo, quello dei tuoi ultimi giorni, quando non c'eri già più.
Passa il tempo, ma tu resti; resti tutto, in tutto, intatto.
Vorrei farti vedere quante cose sono cambiate dopo di te.
Vittoria è sempre più simpatica e tu avresti riso tantissimo oggi con lei. Spesso mi dice che le manchi e che avrebbe voglia di giocare ancora con te. Ti fa rivivere sempre, pronunciando le tue parole in dialetto napoletano o imitandoti in gesti e comportamenti.
Diego, ad ogni festa, mi ricorda di quella banconota che gli facevi scivolare tra le dita e che, per vincerla, doveva riuscire a trattenerla senza farla precipitare a terra. Nella tua concezione di uomo d'altri tempi, anche nel gioco bisognava meritarsi e guadagnarsi il premio. Nulla era possibile senza sacrificio.
Hai lasciato un segno indelebile e io non posso che ringraziarti ogni giorno.
Avevo però bisogno di più tempo, mi hai lasciata a metà, senza la possibilità di poterti spiegare alcune cose e di poter ascoltare le tue risposte. Ti porti via segreti, confidenze, pensieri, idee.
Avevo ancora tanto da imparare da te...da te che la vita l'avevi vissuta di petto, in prima linea, per strada, con coraggio.
In un mondo sempre più spoglio, piccolo e distratto, tu eri il mio porto sicuro, la voce che guidava e dava forza.
Riposa nella tua meritata pace.
Per sempre orgogliosa di te, mio primo grande amore.
Buona festa del papà 🤍

Come ho scritto in Osservatorio sul Merito, “la qualità della prevenzione è la vera misura della nostra capacità di cont...
17/03/2026

Come ho scritto in Osservatorio sul Merito, “la qualità della prevenzione è la vera misura della nostra capacità di contrastare il fenomeno”. È da qui che bisogna partire: non dall’emergenza, ma dalla capacità di leggere, comprendere e intervenire prima.
Nel lavoro di psicologa forense, il punto non è semplicemente osservare o interpretare, ma farlo attraverso un metodo solido, rigoroso, verificabile. Perché “rendere intelligibile ciò che appare incomprensibile” non è un esercizio teorico, ma un passaggio fondamentale quando si entra in contesti delicati come quelli della violenza di genere.
Significa saper leggere le dinamiche relazionali, i contesti, le fragilità, senza cedere a semplificazioni o narrazioni superficiali. Significa mantenere uno sguardo lucido anche quando ciò che si osserva è emotivamente complesso.
Significa, soprattutto, non dimenticare mai che ogni valutazione ha un impatto concreto, giuridico e umano.
La psicologia forense, in questo senso, è un ponte tra ciò che non si vede e ciò che deve essere riconosciuto; tra la dimensione psicologica e quella giuridica; tra il vissuto delle persone e la necessità di tradurlo in elementi comprensibili e utilizzabili. Per questo il rigore metodologico non è un’opzione, ma una condizione imprescindibile.
Perché senza metodo non c’è tutela. E senza tutela non c’è neanche prevenzione reale.

Ci sono volti della televisione che non sono stati solo personaggi, ma in qualche modo pezzi della nostra vita.Con la sc...
12/03/2026

Ci sono volti della televisione che non sono stati solo personaggi, ma in qualche modo pezzi della nostra vita.
Con la scomparsa di Enrica se ne va anche un frammento dei nostri sogni di ragazze. Quelli delle canzoni di cantate a memoria, delle emozioni che accompagnavano le prime cotte, i primi amori, l’idea un po’ romantica che avevamo del futuro.
Lei era lì, dentro quello schermo, mentre noi vivevamo dall’altra parte dei sogni, quelli di giovani donne. E in qualche modo ne è diventata il simbolo.
Oggi resta un caldo ricordo per aver fatto parte, anche senza saperlo, della colonna sonora di una stagione della nostra vita✨
Un bacio nel vento...🤍

Quel momento in cui sorridie capisci che ne è valsa la pena.Immensamente grata...
10/03/2026

Quel momento in cui sorridi
e capisci che ne è valsa la pena.
Immensamente grata...

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