23/04/2026
C’è chi tende a pensare che il proprio valore risieda nella correttezza assoluta, nella coerenza senza sbavature, in una forma che non lasci spazio a incertezze o deviazioni.
Come se la propria bellezza coincidesse con la perfezione e tutto ciò che si discosta da quell’idea rappresentasse una perdita di qualità.
Bisognerebbe invece riconoscere che ciò che appare più vivo, più riconoscibile, più capace di entrare in relazione con gli altri non è ciò che è levigato fino a diventare astratto, ma ciò che conserva tracce del processo che lo ha generato. Piccole irregolarità, passaggi non del tutto lineari, segni che raccontano un attraversamento reale. La bellezza risiede nell'imperfezione.
Nell'imperfezione non c’è una mancanza, ma una forma di verità. È come se ciò che è autentico emergesse proprio dove il controllo si allenta, dove non tutto è stato previsto, dove qualcosa ha preso una direzione leggermente diversa da quella immaginata.
Non si tratta più di valutare ciò che si è fatto in base a un ideale astratto di completezza, ma di riconoscere che ciò che si è costruito porta con sé una sua coerenza interna anche nelle sue irregolarità. Una coerenza che non dipende dall’assenza di errore, ma dalla capacità di sbagliare con stile.
Perché ciò che è autentico non coincide con ciò che è impeccabile, ma con ciò che riesce a restare fedele alla propria natura anche mentre si modifica, anche mentre mostra le proprie crepe, anche mentre si espone nella sua imperfezione.
Ciò che è autentico risiede proprio nella bellezza delle proprie imperfezioni.
Dott.ssa Annarita Arso