Annarita Arso Psicologa

Annarita Arso Psicologa Qui la psicologia non insegna nulla: sussurra, provoca, punge, spiazza, accarezza. Una pagina per chi cerca la mente nei dettagli e l’anima tra le righe.

Se vi piacciono i pensieri che graffiano e le verità scomode ma ben servite, siete nel posto giusto.

C’è chi tende a pensare che il proprio valore risieda nella correttezza assoluta, nella coerenza senza sbavature, in una...
23/04/2026

C’è chi tende a pensare che il proprio valore risieda nella correttezza assoluta, nella coerenza senza sbavature, in una forma che non lasci spazio a incertezze o deviazioni.

Come se la propria bellezza coincidesse con la perfezione e tutto ciò che si discosta da quell’idea rappresentasse una perdita di qualità.

Bisognerebbe invece riconoscere che ciò che appare più vivo, più riconoscibile, più capace di entrare in relazione con gli altri non è ciò che è levigato fino a diventare astratto, ma ciò che conserva tracce del processo che lo ha generato. Piccole irregolarità, passaggi non del tutto lineari, segni che raccontano un attraversamento reale. La bellezza risiede nell'imperfezione.

Nell'imperfezione non c’è una mancanza, ma una forma di verità. È come se ciò che è autentico emergesse proprio dove il controllo si allenta, dove non tutto è stato previsto, dove qualcosa ha preso una direzione leggermente diversa da quella immaginata.

Non si tratta più di valutare ciò che si è fatto in base a un ideale astratto di completezza, ma di riconoscere che ciò che si è costruito porta con sé una sua coerenza interna anche nelle sue irregolarità. Una coerenza che non dipende dall’assenza di errore, ma dalla capacità di sbagliare con stile.

Perché ciò che è autentico non coincide con ciò che è impeccabile, ma con ciò che riesce a restare fedele alla propria natura anche mentre si modifica, anche mentre mostra le proprie crepe, anche mentre si espone nella sua imperfezione.

Ciò che è autentico risiede proprio nella bellezza delle proprie imperfezioni.

Dott.ssa Annarita Arso

La nascita di un figlio viene spesso associata a immagini di pienezza, gioia, realizzazione. È una narrazione culturalme...
22/04/2026

La nascita di un figlio viene spesso associata a immagini di pienezza, gioia, realizzazione. È una narrazione culturalmente radicata, che orienta lo sguardo collettivo e definisce ciò che una donna “dovrebbe” vivere in quel momento.

Eppure, accanto a questa dimensione, esiste anche altro.

Esiste una fatica profonda, un senso di sopraffazione, una stanchezza che non si esaurisce nel riposo, una difficoltà a riconoscersi dentro un cambiamento che coinvolge il corpo, la mente, l’identità. In alcuni casi questa esperienza si struttura in una condizione più complessa, che non si risolve con il tempo e che diventa difficile da riconoscere, perché si colloca in un punto in cui le aspettative sociali e l’esperienza reale possono entrare in forte contrasto.

Quando questo accade, il rischio più grande è l’invisibilità.

Perché la distanza tra ciò che si prova e ciò che si pensa di dover provare può diventare fonte di isolamento. La difficoltà a esprimere vissuti che sembrano inaccettabili, la paura del giudizio altrui, il timore di non essere comprese o di essere percepite come inadeguate possono portare a un progressivo silenziamento.

E in questo silenzio la sofferenza può intensificarsi.

Non si tratta di mancanza di amore verso il figlio ma di uno stato mentale che può alterare profondamente la percezione di sé, degli altri, della realtà, rendendo difficile accedere a risorse che in condizioni diverse sarebbero disponibili.

Per questo, quando si parla di queste esperienze, è fondamentale spostare lo sguardo. Uscire da letture semplicistiche, evitare interpretazioni che riducono tutto a una questione di volontà o di carattere, riconoscere che alcune condizioni richiedono attenzione, competenza, cura.

Allo stesso tempo, diventa essenziale creare contesti in cui sia possibile dire anche ciò che appare difficile da dire. Spazi in cui la complessità dell’esperienza possa essere accolta senza essere giudicata e in cui chiedere aiuto non venga vissuto come una sconfitta, ma come una possibilità.

Perché ci sono momenti in cui ciò che serve non è essere all’altezza di un’aspettativa sociale, ma essere riconosciuti nella propria fatica e supportati per evitare di restarne sopraffatti.

E in quei momenti, la differenza può farla la possibilità di non restare soli in compagnia della propria sofferenza.

Dott.ssa Annarita Arso

Ci sono momenti in cui qualcosa si strappa.A volte accade lentamente, lungo usure sottili che si accumulano nel tempo, f...
21/04/2026

Ci sono momenti in cui qualcosa si strappa.

A volte accade lentamente, lungo usure sottili che si accumulano nel tempo, fino a lasciare tra le mani solo stracci.

Restano frammenti di ciò che si era costruito, parti di sé investite, offerte, adattate, brandelli che raccontano quanto si è cercato di tenere insieme qualcosa che, a un certo punto, ha smesso di reggere.

Dentro quei frammenti c’è molto più di una perdita.

C’è tutto il tempo dedicato, le energie spese, le parti di sé modellate per far funzionare ciò che, nel tempo, ha perso la propria tenuta.

E spesso emerge il desiderio di ricomporre, di ricucire in fretta, di restituire una forma familiare, di riportare le cose a un equilibrio già conosciuto.

Ma non tutto ciò che si rompe porta con sé la richiesta o il bisogno di essere riparato.

Alcuni strappi rendono semplicemente palese il punto esatto in cui qualcosa ha ceduto, mostrando ciò che prima restava sullo sfondo e separando con precisione talvolta chirurgica ciò che non può più condividere la stessa forma.

In quei frammenti non c’è solo ciò che si è perso.

C’è tutto ciò che si è continuato a tenere insieme anche quando, dentro, qualcosa aveva già smesso di stare al proprio posto.
C’è il punto in cui si è continuato a scegliere ciò che faceva male, sperando che smettesse di farlo.

Dott.ssa Annarita Arso

Alcuni bambini crescono in case dove sembra esserci tutto: cibo, vestiti alla moda, giochi di ogni tipo, una quotidianit...
20/04/2026

Alcuni bambini crescono in case dove sembra esserci tutto: cibo, vestiti alla moda, giochi di ogni tipo, una quotidianità organizzata. All’esterno la vita familiare può apparire adeguata, ordinata, persino funzionale. Eppure, a volte, proprio dentro quell’infanzia manca qualcosa di vitale: lo sguardo.

Essere visti non significa soltanto essere guardati. Significa essere riconosciuti nella propria unicità, nelle emozioni, nei bisogni, nei tentativi di esprimere tutto questo. Significa incontrare adulti capaci di accorgersi di ciò che accade nel mondo interno del bambino, di dare un nome alle sue emozioni, di restituirgli l’immagine di qualcuno che esiste, che conta, che occupa un posto nella mente e nel cuore dell’altro.

Quando questo sguardo non c'è oppure arriva distratto, intermittente o distante, il bambino cresce con una sensazione difficile da definire. È come se una parte della propria identità in costruzione restasse sospesa, in attesa di essere confermata. Dentro si forma un interrogativo silenzioso, una ricerca di riconoscimento che non trova ancora risposta.

Quella ricerca inappagata non si esaurisce con l’infanzia. Attraversa l’adolescenza, entra nelle relazioni affettive, si riattiva ogni volta che qualcuno diventa emotivamente importante. La relazione con l’altro assume allora un compito molto più grande di quello che potrebbe sostenere: diventare lo specchio in cui finalmente riconoscersi.

Così alcune persone entrano nelle relazioni con una fame di riconoscimento che non appartiene soltanto al presente, ma a una storia molto più antica. Cercano nello sguardo del partner una conferma continua del proprio valore, della propria importanza, della propria consistenza emotiva.

Quando a sua volta quello sguardo vacilla, si distrae o semplicemente non riesce a riempire quel vuoto originario, la relazione diventa terreno di sofferenza. Crescono le richieste di attenzione, si intensificano le paure di abbandono, emergono i tentativi di trattenere l’altro a tutti i costi. In altre storie prende forma il movimento opposto: ci si adatta completamente ai bisogni dell’altro pur di restare dentro quello sguardo che finalmente sembra riconoscere.

Il nodo non riguarda l’intensità dell’amore, ma il peso della funzione che viene affidata alla relazione. Nessun partner può restituire ciò che è mancato nelle relazioni di attaccamento primarie: la sensazione profonda di essere stati visti, riconosciuti, accolti nella propria esistenza emotiva.

Solo quando questa correlazione diventa consapevole, la ricerca affannosa dello sguardo dell’altro può lasciare spazio a un compito più maturo: imparare a riconoscersi, a darsi valore, a costruire dentro di sé uno sguardo più stabile e benevolo.

Ed è proprio in quel momento che le relazioni smettono di essere il luogo in cui cercare disperatamente se stessi e possono diventare finalmente lo spazio in cui incontrare l’altro, senza affidargli il compito di riparare una mancanza che appartiene a un tempo andato.

Dott.ssa Annarita Arso

𝐈𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐬𝐢𝐜𝐡𝐞, 𝐍𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐞 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢𝐥𝐚Quando ascolto certe storie familiari mi colpisce sempre la stessa cosa: arrivan...
19/04/2026

𝐈𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐬𝐢𝐜𝐡𝐞, 𝐍𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐞 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢𝐥𝐚

Quando ascolto certe storie familiari mi colpisce sempre la stessa cosa: arrivano già ordinate.

Da una parte c’è un genitore difficile, duro, a volte descritto come freddo o distante o anaffettivo.
Dall’altra quello “buono”, quello che c’è stato, che ha capito, che in qualche modo ha fatto solo quello che poteva.

Il racconto è chiaro, lineare. E soprattutto, è così stabile da apparire da subito rigido.

Mentre parlano, mi accorgo che quella lettura ha fatto da bussola per anni. Ha dato un senso alle cose, ha permesso di orientarsi, di sapere da che parte stare quando serviva protezione.

E infatti, quasi sempre, il legame più forte è proprio lì. Con il genitore descritto come “buono”. Un legame stretto, fatto di complicità, di confidenze, di quella sensazione molto profonda di essere dalla stessa parte.

Poi però, mentre il racconto si dipana, iniziano a comparire dettagli molto significativi.
Emergono piano piano, in modo timido ma nitido, come piccole e apparentemente insignificanti scene di ordinaria quotidianità.

Il fatto di sapere troppo presto cose che avrebbero dovuto riguardare solo la coppia genitoriale.
Il sentirsi attivamente coinvolti, attraverso una narrazione univoca.
L’avere assunto, senza accorgersene, già una posizione definita dentro quel rapporto.

A volte lo vedo chiaramente: mentre raccontano, prendono posizione anche adesso, come se quella parte fosse rimasta attiva, presente, necessaria.

Solo con il tempo, adottando un'angolazione diversa nel modo di guardare alla propria storia familiare, si accorgono che non tutti i conti tornano. E i conti, per definizione, prevedono sempre un prezzo da pagare.

Perché quella vicinanza così esclusiva e speciale a una delle due figure genitoriali, inizia a mostrare faticosamente anche l'altra faccia.

Solo con il tempo e con grande fatica si arriva a un ribaltamento di prospettiva: “Non avevo mai pensato che quello sguardo potesse non essere del tutto mio.”

È un punto di svolta che cambia il clima della stanza. Perché non riguarda più solo quello che è successo, ma il modo in cui è stato vissuto, costruito, interiorizzato.
E da lì il lavoro insieme prende una direzione diversa.
Non si tratta di ribaltare le parti, né di stabilire chi dei due genitori aveva ragione.

Si tratta di restituire spazio a se stessi.

Spazio per guardare entrambe le figure senza una posizione già assegnata, per sentire cosa si prova davvero, al di là di ciò che sentono gli altri, per costruire uno sguardo che non sia più un atto di fedeltà, ma una scelta.

Uno spazio in cui non serve più essere “dalla parte di” ma nel quale iniziare a distinguere, a rimettere insieme, a capire cosa appartiene davvero a sé.
È un passaggio sottile, ma potente perché quando quel movimento si attiva, qualcosa di colpo si scioglie: la dicotomia tra buoni e cattivi, tra santi e demoni, tra bianco e nero.

Perché nelle storie familiari, come nella vita, la verità si nasconde sempre nelle sfumature.

A chi entra nello studio, a chi entra in questo spazio virtuale e a chi mi scrive che, tra un caffè e una pausa pranzo, trova qui uno spazio in cui riconoscersi, va il mio grazie più pieno. La stima che mi donate è energia che torna.

Ci sono momenti in cui ci si ritrova a stare dentro una situazione adattandosi più di quanto si sia capaci di tollerare....
18/04/2026

Ci sono momenti in cui ci si ritrova a stare dentro una situazione adattandosi più di quanto si sia capaci di tollerare.

All’inizio si osserva, si ascolta, si prova a comprendere. Poi, poco alla volta, qualcosa si sposta. Si inizia a modulare il proprio modo di essere, a limare gli spigoli, a riorganizzare le proprie esigenze per trovare una forma di equilibrio che tenga insieme tutto.

Si riduce lo spazio delle richieste, si alleggerisce la presenza, si dosa ogni reazione. E nel tempo prende forma un assetto che appare stabile, quasi naturale.
L'adattamento diventa una forma di compiacenza e la compiacenza diventa un modo di stare nella relazione.
Un modo comodo, fatto di continui aggiustamenti interni, che permette alla relazione di andare avanti senza scosse evidenti.

Nel frattempo, dall’altra parte, tutto resta coerente con ciò che è sempre stato. I movimenti seguono traiettorie conosciute, familiari, che non richiedono particolari cambiamenti. Nessun paso avanti, nessun cambiamento, nessuna negoziazione, nessun compromesso.

E così tra i due si crea gradualmente una distanza siderale.

Una distanza che non si misura in passi, ma in peso. Nel peso di chi sostiene, regola, contiene. Nel peso di chi, poco alla volta, finisce per portare anche la parte dell’altro.

Uno si muove per due.
L’altro resta esattamente dove si trova. Comodo e spensierato.

Nel tempo, questa differenza prende consistenza e diventa un terzo incomodo perché ogni apparente equilibrio costruito in questo modo funziona finché uno dei due continua a sostenerlo.

Perché nelle relazioni il problema non è chi dà di più. Ognuno dà ciò che può in base a ciò che ha e ai bisogni contingenti dell'altro.
Il problema nasce quando uno dei due smette di fare la propria parte e l’altro continua a farla anche per lui.

Dott.ssa Annarita Arso

Quando qualcuno vive un lutto, il suo dolore viene spesso trattato come qualcosa da contenere.Si invita a non piangere, ...
17/04/2026

Quando qualcuno vive un lutto, il suo dolore viene spesso trattato come qualcosa da contenere.

Si invita a non piangere, a farsi forza, a non lasciarsi andare, come se l’intensità del dolore fosse qualcosa da regolare invece che da comprendere.

In alcuni contesti culturali questo atteggiamento diventa ancora più emblematico e problematico. Si arriva a dire che chi è morto non vorrebbe vedere lacrime, che il dolore di chi resta possa in qualche modo disturbare il suo riposo. E così, a una perdita già devastante, si aggiunge un elemento ulteriore: un senso di colpa ingiusto, immotivato, che finisce per complicare ulteriormente l’esperienza emotiva.

Il punto è che il dolore non funziona per contenimento imposto. Non si riduce perché viene corretto, né si trasforma perché viene messo a tacere. Al contrario, quando non trova uno spazio di espressione, tende a irrigidirsi, a lievitare dall'interno, a rallentare il processo attraverso cui la mente prova lentamente a prendere contatto con ciò che è accaduto.

Il pianto ha una funzione precisa: è il punto in cui parte del dolore trova una via di uscita. Permette di rendere più maneggiabile ciò che, se trattenuto interamente dentro, rischia di rimanere in una forma più grezza, più difficile da elaborare.

In particolare di fronte alla morte, dove i meccanismi di negazione sono frequenti e quasi inevitabili, dare spazio alle emozioni aiuta a contrastare quella sensazione iniziale di irrealtà che accompagna ogni perdita significativa.

In questo senso, chi si trova accanto a una persona che soffre non ha il compito di correggere o orientare ciò che prova. Ha la possibilità, molto più semplice e molto più complessa insieme, di adattarsi a quel dolore. Offrire una presenza, una vicinanza concreta, un gesto che non interferisce ma accompagna. Una mano, un abbraccio quando è possibile, una frase che riconosce senza ridimensionare: "Il tuo dolore è enorme, posso solo immaginarlo, ma ci sono. Sono qui".

E quando questa forma di presenza non è accessibile, quando mancano gli strumenti o il contatto con il proprio dolore rende difficile stare accanto a quello degli altri, esiste un'alternativa valida.

Tacere.

Perché nel rapporto con la sofferenza, il silenzio mantiene una qualità che molte parole perdono: non invade, non corregge, non aggiunge peso a ciò che è già difficile da sostenere.

Dott.ssa Annarita Arso

La sofferenza mentale viene ancora trattata come se fosse una questione di volontà.Come se bastasse reagire, distrarsi. ...
16/04/2026

La sofferenza mentale viene ancora trattata come se fosse una questione di volontà.

Come se bastasse reagire, distrarsi. Come se bastasse “fare qualcosa” per uscirne.
Se fosse davvero così semplice, certi malesseri non esisterebbero.

Nessuno resterebbe intrappolato in una depressione.
Nessuno verrebbe travolto da un attacco di panico.
Nessuno arriverebbe a sentirsi estraneo a sé stesso.

E invece accade. Ogni giorno.

Accade perché la sofferenza mentale non è un capriccio, non è un atteggiamento, non è una mancanza di impegno. Soprattutto, non è una scelta!
È un’esperienza complessa, profonda, che non si lascia ridurre a consigli veloci o frasi rassicuranti.

Eppure è proprio lì che spesso viene portata. Nei suggerimenti semplici, nelle soluzioni immediate, in quelle parole che vorrebbero aiutare, ma finiscono per semplificare ciò che semplice non è.
Ogni volta che viene semplificata, qualcosa si aggiunge al peso già presente.
La fatica di non essere capiti, la sensazione di dover stare meglio in fretta, il dubbio di non essere legittimati a stare male. Chi soffre si ritrova a dover gestire non solo ciò che prova, ma anche il peso di sentirsi frainteso, ridimensionato, liquidato come un elemento di disturbo.

Come se la sofferenza dovesse essere giustificata.
Come se dovesse rientrare in una forma più accettabile.

La verità è meno comoda.
La sofferenza mentale non si risolve con una frase motivazionale.
E quando viene trattata così, non aiuta.

Fa sentire ancora più terribilmente soli.

Dott.ssa Annarita Arso

Ci sono dolori discreti.Non interrompono la quotidianità, non la spezzano in modo evidente.Non costringono a fermarsi, n...
15/04/2026

Ci sono dolori discreti.

Non interrompono la quotidianità, non la spezzano in modo evidente.
Non costringono a fermarsi, non chiedono spiegazioni ad alta voce.

Restano sotto.

Sono quelli che ti fanno ancora funzionare, andare al lavoro, rispondere ai messaggi, sorridere quando serve. Quelli che non ti impediscono di andare avanti ma che ti riversano addosso una stanchezza fastidiosa, una distanza sottile da tutto.
La sensazione di non essere più completamente presenti nella propria vita.

Sono dolori difficili da raccontare, perché non hanno una forma chiara.
Non c’è un evento preciso da indicare, una causa netta da nominare.

E così spesso non vengono riconosciuti e presi sul serio.

Si confondono con il carattere, con un periodo storto, con la stanchezza.
Si minimizzano. Si rimandano.

Il punto è che non tutto il dolore esplode in modo deflagrante.

Alcune ferite lavorano in silenzio.
Si depositano nelle abitudini, nei pensieri automatici, nel modo in cui ci si allontana lentamente da sé stessi senza accorgersene.
E proprio perché si muovono con discrezione, rischiano di restare più a lungo.

Per questo imparare ad ascoltarsi non significa solo capire quando qualcosa si rompe.
Significa accorgersi anche di ciò che si spegne piano.

Perché non tutto ciò che continua a funzionare, gode di ottima salute.
E non tutto ciò che non si vede… fa meno male.

Dott.ssa Annarita Arso

Ci sono persone che, nelle relazioni, hanno imparato a diventare più piccole.Non perché lo siano davvero, ma perché, a u...
14/04/2026

Ci sono persone che, nelle relazioni, hanno imparato a diventare più piccole.

Non perché lo siano davvero, ma perché, a un certo punto, qualcuno ha fatto capire loro che così era più facile restare. Meno richieste, meno spazio, meno bisogni. Meno “peso”.

Allora iniziano a limarsi. Abbassano il tono della voce quando qualcosa le ferisce.
Rimandano le conversazioni importanti. Trasformano i bisogni in pensieri silenziosi, nella speranza che qualcuno li colga senza doverli esprimere.
Si abituano a essere “gestibili”, a non disturbare, a non creare problemi.

E così, poco alla volta, ciò che provano smette di trovare spazio nella relazione.

Succede lentamente. Nel modo in cui si rinuncia a dire “questa cosa mi fa male”, nel modo in cui si giustifica ciò che ferisce, in quello in cui si resta anche quando dentro qualcosa si è già ritirato.

Il punto è che non si nasce con la paura di essere “troppo”. La si impara.

Si impara quando l’amore sembra arrivare solo a certe condizioni, quando esprimersi costa distanza, quando mostrarsi per intero espone al rischio di perdere l’altro.

Ma una relazione in cui bisogna ridursi per restare non è un luogo sicuro.
È un equilibrio fragile costruito sulla rinuncia.
E la rinuncia, nel tempo, non solo non protegge il legame, ma spegne la persona.

Perché non è vero che si è “troppo”.
Si è semplicemente stati visti troppo poco nel modo giusto.
E restare dove non c’è spazio per ciò che si è, alla lunga, non è amore.
È adattamento.

Dott.ssa Annarita Arso

A volte il dolore non si presenta come un evento netto, riconoscibile, con un prima e un dopo. Si insinua, piuttosto, ne...
13/04/2026

A volte il dolore non si presenta come un evento netto, riconoscibile, con un prima e un dopo. Si insinua, piuttosto, nelle pieghe della familiarità, e prende la forma di ciò che abbiamo già conosciuto troppo presto per poterlo mettere in discussione.

Ha il suono delle case in cui siamo cresciuti, dei silenzi che imparavamo a decifrare prima ancora delle parole, degli sguardi che diventavano regole non dette. E così, senza accorgercene, da adulti tendiamo a riconoscere come “amore” ciò che somiglia a quel primo vocabolario emotivo, anche quando quel vocabolario era fatto di attese, adattamenti e piccole rinunce silenziose.

Si resta, allora, in ciò che è prevedibile. Anche quando ciò che è prevedibile stringe. Anche quando la relazione diventa un luogo in cui ci si muove con cautela, come se ogni passo potesse disturbare un equilibrio fragile. Si impara a ridurre il proprio spazio, a modulare i bisogni, a non occupare troppo posto emotivo, perché è quello che, in qualche modo, ha già garantito la sopravvivenza un tempo.

E ciò che ferisce, proprio perché familiare, smette lentamente di sembrare estraneo. Diventa una lingua conosciuta. Una grammatica emotiva che non si è scelto di imparare, ma che si parla ancora senza accorgersene.

Il punto è che il familiare non coincide con il sano. E il riconoscibile non coincide con ciò che nutre.

A volte si chiama amore ciò che è solo paura di attraversare il vuoto che si aprirebbe lasciando andare ciò che ci è noto. Paura di non sapere più chi si è fuori da quella dinamica. Paura di scoprire che esiste un modo diverso di stare nelle relazioni, meno doloroso, ma anche meno conosciuto.

Eppure l’amore, quello che non confonde la presenza con il possesso, non nasce mai dalla contrazione. Non chiede di rimpicciolirsi per essere accolti. Non insegna a trattenere il respiro per restare.

L’amore, quando è tale, non costringe alla sopravvivenza emotiva. Non si nutre della paura di perdere, ma della possibilità di incontrarsi senza perdersi.

Per questo, lasciare un legame che ferisce non è mai un gesto semplice. È un passaggio attraverso un vuoto che inizialmente sembra ingestibile, perché toglie non solo una persona, ma anche una forma di identità costruita dentro quella relazione.

Ma è proprio in quel vuoto che, lentamente, si ricomincia a distinguere ciò che è stato imparato da ciò che è autenticamente proprio.

E a volte, il primo gesto di cura verso di sé non è restare. È attraversare.

Dott.ssa Annarita Arso

𝐈𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐬𝐢𝐜𝐡𝐞, 𝐍𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐞 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢𝐥𝐚Nei giorni scorsi mi sono fermata.Qualche giorno di stacco, un po’ per aggiornam...
12/04/2026

𝐈𝐥 𝐝𝐢𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐬𝐢𝐜𝐡𝐞, 𝐍𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨 𝐞 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐨𝐦𝐢𝐥𝐚

Nei giorni scorsi mi sono fermata.

Qualche giorno di stacco, un po’ per aggiornamento professionale, un po’ per sfuggire alla quotidianità e godere degli affetti a tempo pieno. Quando me lo concedo non si tratta solo di una pausa, ma proprio di una necessità, perché questo è un lavoro che chiede una cosa imprescindibile: essere sempre presente, centrata, lucida.

E soprattutto saper usare le parole nel modo giusto. Senza effetti collaterali indesiderati.

Non tanto per quello che dicono nel momento in cui vengono pronunciate, ma per quello che fanno dopo le sedute. Si infilano da qualche parte, sedimentano, trovano un punto in cui appoggiarsi e lì rimangono, anche quando sembra che non stia succedendo niente.

Ogni tanto questa cosa torna indietro, in modo molto concreto.
Arriva un messaggio, a distanza di anni: “Sa che mi sono trovata in una situazione e mi è tornato in mente quello che lei mi disse tempo fa…”
E ogni volta penso la stessa cosa: le parole giuste non servono subito, servono quando servono.

È un po’ come piantare qualcosa senza sapere esattamente quando crescerà. Per un po’ sembra immobile, poi cambia la stagione e quello che era invisibile diventa bello, utilizzabile, vivo.

Ed è lì che si vede davvero cosa è possibile raccogliere. Quando una persona si ritrova dentro una situazione che avrebbe vissuto come sempre e invece si accorge di avere uno spazio in più, uno scarto, una possibilità diversa: quella di fare una scelta nuova, più aderente, più sua.

Alla fine è tutto lì.

Non nel dire la cosa perfetta, ma nel lasciare qualcosa che, nel tempo, aiuti a guardare le cose con più chiarezza e a muoversi dentro la propria vita con più gradi di libertà.

Grazie a chi, anche dopo tanto tempo, torna a raccontarmi cosa è rimasto.
E a chi, in quei messaggi, trova sempre le parole giuste al momento giusto.

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