05/01/2026
C’è chi ancora suggerisce di ignorare il pianto di un bambino, di lasciarlo piangere perché “deve imparare ad autoregolarsi”.
Ma l’autoregolazione non nasce dal silenzio forzato, né dalla solitudine, né dalla negazione del bisogno. È un processo che prende forma dentro la relazione, nel ritmo condiviso tra due corpi, due sguardi, due presenze che si riconoscono.
Un bambino, soprattutto nelle primissime fasi dello sviluppo, non impara a calmarsi perché viene lasciato solo con la propria angoscia. Impara a farlo con il tempo, se prima qualcuno lo ha aiutato a farlo. Se chi si prende cura di lui ha dato un nome al suo disagio, ha contenuto il suo pianto, ha prestato il proprio sistema nervoso a un mondo interno che è ancora tutto da costruire.
È dentro quella relazione diadica che il bambino scopre se stesso: i confini del proprio corpo, la possibilità di affidarsi, la certezza che il proprio segnale non cade nel vuoto. Ogni volta che una lacrima viene accolta, il bambino impara qualcosa di fondamentale: che il suo dolore è legittimo, che può essere condiviso, che non è troppo, né sbagliato, né fastidioso. Impara che può e sa comunicare e che c'è qualcuno interessato a decodificare quel linguaggio.
Lasciare un bambino piangere e disperarsi significa immergerlo in un’esperienza di angoscia e solitudine che si deposita in profondità, proprio mentre si stanno gettando le fondamenta del suo mondo interno. È un’esperienza che si insinua nelle ossa, sulla pelle, nella mente appena germogliata.
È nelle braccia della figura di accudimento che il bambino può diventare un bravo manager delle emozioni. È lì che impara la fiducia, la sicurezza, il valore della cura. È lì che prende forma l’idea, ancora fragile ma decisiva, di valere abbastanza da essere consolato, di poter contare su qualcuno, di meritare amore e protezione.
Perché un bambino non smette di piangere quando viene ignorato.
Smette quando sente di non essere solo.
E ogni volta che lo prendiamo in braccio, che lo consoliamo, che lo guardiamo negli occhi, gli stiamo insegnando l'inestimabile valore terapeutico dell'accudimento.
Dott.ssa Annarita Arso