Annarita Arso Psicologa

Annarita Arso Psicologa Qui la psicologia non insegna nulla: sussurra, provoca, punge, spiazza, accarezza. Una pagina per chi cerca la mente nei dettagli e l’anima tra le righe.

Se vi piacciono i pensieri che graffiano e le verità scomode ma ben servite, siete nel posto giusto.

C’è chi ancora suggerisce di ignorare il pianto di un bambino, di lasciarlo piangere perché “deve imparare ad autoregola...
05/01/2026

C’è chi ancora suggerisce di ignorare il pianto di un bambino, di lasciarlo piangere perché “deve imparare ad autoregolarsi”.
Ma l’autoregolazione non nasce dal silenzio forzato, né dalla solitudine, né dalla negazione del bisogno. È un processo che prende forma dentro la relazione, nel ritmo condiviso tra due corpi, due sguardi, due presenze che si riconoscono.

Un bambino, soprattutto nelle primissime fasi dello sviluppo, non impara a calmarsi perché viene lasciato solo con la propria angoscia. Impara a farlo con il tempo, se prima qualcuno lo ha aiutato a farlo. Se chi si prende cura di lui ha dato un nome al suo disagio, ha contenuto il suo pianto, ha prestato il proprio sistema nervoso a un mondo interno che è ancora tutto da costruire.

È dentro quella relazione diadica che il bambino scopre se stesso: i confini del proprio corpo, la possibilità di affidarsi, la certezza che il proprio segnale non cade nel vuoto. Ogni volta che una lacrima viene accolta, il bambino impara qualcosa di fondamentale: che il suo dolore è legittimo, che può essere condiviso, che non è troppo, né sbagliato, né fastidioso. Impara che può e sa comunicare e che c'è qualcuno interessato a decodificare quel linguaggio.

Lasciare un bambino piangere e disperarsi significa immergerlo in un’esperienza di angoscia e solitudine che si deposita in profondità, proprio mentre si stanno gettando le fondamenta del suo mondo interno. È un’esperienza che si insinua nelle ossa, sulla pelle, nella mente appena germogliata.

È nelle braccia della figura di accudimento che il bambino può diventare un bravo manager delle emozioni. È lì che impara la fiducia, la sicurezza, il valore della cura. È lì che prende forma l’idea, ancora fragile ma decisiva, di valere abbastanza da essere consolato, di poter contare su qualcuno, di meritare amore e protezione.

Perché un bambino non smette di piangere quando viene ignorato.
Smette quando sente di non essere solo.
E ogni volta che lo prendiamo in braccio, che lo consoliamo, che lo guardiamo negli occhi, gli stiamo insegnando l'inestimabile valore terapeutico dell'accudimento.

Dott.ssa Annarita Arso

In ciascuno di noi esiste una stanza invisibile dove releghiamo tutto ciò che non riusciamo a digerire. Quando perdiamo ...
04/01/2026

In ciascuno di noi esiste una stanza invisibile dove releghiamo tutto ciò che non riusciamo a digerire.

Quando perdiamo il senso di chi siamo, quando sembra necessario ridisegnarci, spesso è perché quella stanza è diventata troppo affollata: vi sono le lacrime che non abbiamo pianto, le parole che abbiamo soffocato in gola, le lettere che non abbiamo scritto, le porte che non abbiamo chiuso.

C’è l’odore di muffa delle relazioni che teniamo in piedi per timore della solitudine o perché ci hanno fatto credere che non meritassimo niente di meglio da respirare; ci sono l’orgoglio ferito, la dignità calpestata, i pregiudizi inamidati, le smagliature del cuore che disegnano la mappa dei nostri fallimenti.

In quella stanza invisibile dentro noi stessi ci sono in bella mostra i residui bellici di tutte le battaglie più dure, quelle combattute in silenzio, avvolti nella solitudine dei propri pensieri taciuti, alla ricerca di un cerotto abbastanza grande per coprire le ferite ingiustamente subite.

In quel luogo nascosto si cela tutto ciò che ci ostiniamo a negare per paura o per legittima difesa, ma è solo li, tra le cianfrusaglie emotive di cui liberarsi e i tesori interiori da rispolverare ed esporre in salotto, che è possibile trovare ciò che abbiamo smarrito.

Che si tratti di fiducia, di autostima o del coraggio di avere paura. Qualunque sia il collante in grado di ricomporre i pezzettini in cui ci sentiamo dispersi, non lo troveremo fuori di noi.

Dott.ssa Annarita Arso

Kierkegaard definiva l’invidia una forma di segreta e dolorosa ammirazione.Ed è una definizione chirurgica, perché cogli...
03/01/2026

Kierkegaard definiva l’invidia una forma di segreta e dolorosa ammirazione.
Ed è una definizione chirurgica, perché coglie il punto esatto in cui questo sentimento smette di essere superficiale e rivela la sua natura più profonda.

Dal punto di vista psicologico, l’invidia nasce dal rammarico per la felicità o il successo altrui, ma non si limita a questo. Porta con sé un doppio movimento: da un lato il desiderio di appropriarsi di ciò che l’altro possiede, dall’altro la speranza, spesso inconfessabile, che l’altro lo perda. Non tanto per guadagnarci qualcosa, quanto per ristabilire un equilibrio interno minacciato.
Se l’altro smette di brillare, il confronto si attenua. Se l’altro cade, il dolore si placa.

L’invidia è raramente un sentimento “puro”. È un impasto complesso di senso di ingiustizia, impotenza, disvalore personale. È la ferita narcisistica di chi vive il successo altrui come una prova vivente di ciò che sente di non essere stato, di non aver saputo ottenere, di non valere abbastanza.
E in alcuni casi, a questa ferita si aggiunge una quota di rabbia distruttiva: il bisogno di sminuire, ridicolizzare, sabotare. Non potendo colmare la distanza, si tenta di accorciare il divario tirando l’altro verso il basso.

Si tende a pensare che l’invidia appartenga solo a rapporti lontani o apertamente competitivi. È una consolazione ingenua.
In realtà, le dinamiche più intrise di invidia si annidano spesso nei legami stretti: amicizie, relazioni sentimentali, rapporti familiari. Proprio dove il confronto è più intimo e inevitabile, e dove il successo dell’altro non può essere ignorato né neutralizzato con la distanza.

Quando chi ci è vicino non riesce a interrogarsi sulle radici di questo sentimento, a riconoscerlo, contenerlo, trasformarlo, l’invidia diventa tossica. Non stimola crescita, ma corrosione. Non genera competizione sana, ma svalutazione silenziosa.

Forse andrebbe rivisto un vecchio luogo comune: non è solo nel bisogno che si riconoscono le relazioni autentiche.
Spesso la loro qualità si misura nei momenti di vittoria, quando si è in cima al podio e si stappa una bottiglia per festeggiare.
C’è chi applaude davvero.
E chi, invece, preferisce commentare l’etichetta, il vitigno, la temperatura di servizio.

E in quel gesto, apparentemente innocuo, si svela molto più di quanto si vorrebbe ammettere.

Dott.ssa Annarita Arso

Risale agli anni ’80 la pubblicazione del libro della psicologa americana Robin Norwood "Donne che amano troppo". Fu anc...
02/01/2026

Risale agli anni ’80 la pubblicazione del libro della psicologa americana Robin Norwood "Donne che amano troppo". Fu anche grazie alla diffusione capillare di quel testo che la dipendenza affettiva uscì dagli studi clinici e iniziò a trovare un nome nel linguaggio comune.

Ancora oggi non rientra tra i disturbi formalmente diagnosticati nei manuali nosografici e resta complesso isolare in modo netto i suoi correlati neurobiologici, psicologici, sociali e culturali. Ma l’assenza di un’etichetta non ne attenua gli effetti.

La dipendenza affettiva attecchisce quasi sempre su un terreno fragile: una bassa autostima, una storia relazionale segnata da incuria, umiliazioni, mancanze, talvolta abusi. È in quel terreno che si forma l’idea, silenziosa ma potentissima, di non valere abbastanza, di dover meritare l’amore attraverso la rinuncia a sé.

Così, da adulti, ci si ritrova dentro relazioni sbilanciate, dove la sottomissione viene scambiata per dedizione e la passività per fedeltà. I bisogni personali vengono progressivamente silenziati, fino a scomparire sullo sfondo di un legame simbiotico e patologico. L’amore, deformato, diventa oggetto di dipendenza: non molto diverso da una sostanza, capace di dare sollievo momentaneo e di chiedere, in cambio, sempre più sacrifici.

Da una prospettiva psicodinamica, il rapporto disfunzionale con il partner non è casuale. In quella relazione, il dipendente affettivo cerca senza saperlo la conferma di un copione antico: la prova che il proprio disvalore è reale, che l’amore va sofferto, che per essere visti bisogna sopportare.

È un tentativo disperato di salvarsi, che però passa attraverso il luogo sbagliato. Nel tentativo di colmare i propri vuoti affettivi, ci si affida a chi li amplifica. Ci si getta nelle braccia di un carnefice sperando che diventi salvatore, finendo invece al centro di un abisso spesso più profondo di quello che si porta dentro.

E così la relazione, invece di curare la ferita originaria, la riattiva.
Perché ciò che non è stato riparato nel passato tende a ripresentarsi nel presente, finché non viene finalmente visto, nominato, attraversato.

Dott.ssa Annarita Arso

Il primo giorno dell’anno arriva sempre in punta di piedi.Senza fuochi, senza conto alla rovescia, senza testimoni.Non h...
01/01/2026

Il primo giorno dell’anno arriva sempre in punta di piedi.
Senza fuochi, senza conto alla rovescia, senza testimoni.
Non ha l’euforia della sera prima, né l’illusione che tutto possa cambiare per magia.

È un giorno sobrio, quasi dimesso.
Un giorno che non promette niente e proprio per questo non mente.
Non è l’inizio epico che ci hanno insegnato ad aspettarci, ma un inizio possibile.
E questa, forse, è la sua forma più onesta.

Il primo dell’anno non chiede di diventare persone migliori.
Chiede piuttosto di fare spazio.
Di allentare la presa, di smettere di trattare il tempo come un nemico da ba***re o un giudice da convincere.
È il giorno in cui il futuro non è ancora un obbligo, né una prestazione.
È solo una possibilità aperta.

Che questo nuovo anno non vi chieda di fare di più.
Ma di provare ad essere più leggeri.
Meno allineati alle aspettative altrui, più fedeli alla vostra traiettoria.
Meno rumorosi, più centrati.
Meno impegnati a dimostrare, più disponibili a sentire.

Perché i veri inizi non hanno fuochi d’artificio.
Non hanno bisogno di grandi proclami né di rivoluzioni personali.
Basta un passo credibile.
Una scelta che somigli a voi.
Un gesto che non sia fatto per impressionare, ma per abitarsi.

E forse è proprio da qui che vale la pena cominciare: non cercando un anno straordinario, ma un anno sufficientemente vero da potervi restare dentro,
giorno dopo giorno, senza dovervi allontanare da voi stessi per tenergli fede.

Dott.ssa Annarita Arso

Sono ore di bilanci e buoni propositi, tra una fetta di pandoro e una di panettone.Bilanci di fine anno che costringono ...
31/12/2025

Sono ore di bilanci e buoni propositi, tra una fetta di pandoro e una di panettone.
Bilanci di fine anno che costringono a rimettere sul tavolo tutte le carte, a sollevare il velo di Maya e a guardare oltre le difese acquistate a saldo l’anno precedente.

E forse anche quest’anno, per molti, la bilancia non penderà dal lato desiderato.
Per chi ha visto inciampi, perdite e circostanze sfavorevoli smontare, uno dopo l’altro, i progetti imbastiti con entusiasmo 365 giorni fa.
Per chi conserva un intero cassetto di buoni propositi accuratamente confezionati, pronti a essere riaperti, spolverati e riciclati per l’occasione.
Per chi prepara buoni propositi a chilometro zero, da dispensare tra lo zampone e la portata successiva o da usare come eleganti segnaposto o riempitivi di conversazione.

Ci sarà allora chi, per non sentire il peso di quei conti, volgerà lo sguardo altrove: verso la prima we**am a portata di naso, abbandonandosi a un altro selfie da postare sui social, con l’albero sfavillante sullo sfondo e una coppa di champagne comprato a rate nell’altra mano.

E poi ci sarà chi troverà il coraggio di fermarsi. Di rifare i calcoli.
Di liberarsi dalle rassicuranti bugie che, negli ultimi dodici mesi, hanno preso il posto delle scomode verità.
Consapevole che la mezzanotte che sta per sopraggiungere non sarà diversa da quella di ieri né da quella di domani.
Perché il fragore dei brindisi onorerà solo una delle tante convenzioni sociali che l’uomo ha inventato per darsi coordinate spazio-temporali entro cui incasellare la propria vita.
Un punto arbitrario sulla linea del tempo, caricato di aspettative salvifiche.

E allora auguri a chi, questa notte, non rivestirà i propri bilanci di paillettes e apparenza.
A chi non confonderà il rumore con la sostanza.
A chi non dimenticherà che la vita vera, più che sul palcoscenico, accade nel backstage.

Perché, che i nostri bilanci siano intessuti con stoffe pregiate o avvolti in fogli ingialliti di giornale, che siano sobri o sfavillanti, seducenti o impacciati, ciò che più conta, al di là degli steccati imposti, del conformismo di circostanza, delle maschere subite e dei ruoli preconfezionati, è concedersi il lusso più raro di tutti: quello di essere autentici, anche e soprattutto quando nessuno applaude.

Dott.ssa Annarita Arso

Negli ultimi giorni questa pagina ha praticato una forma avanzata di ritiro contemplativo forzato. L'influenza, che non ...
30/12/2025

Negli ultimi giorni questa pagina ha praticato una forma avanzata di ritiro contemplativo forzato. L'influenza, che non avevo di certo messo in agenda, ha deciso di prendersi la scena con grande determinazione.

In compenso, ho potuto dedicarmi al piacere della lettura, riscoprendo il valore terapeutico del divano, il calore del camino, la nobiltà delle tisane e l’insospettabile lezione di qualche momento di inattesa lentezza.

Ora sono di nuovo qui, sebbene ancora in fase di ricarica, ma con la sensazione che, a fine anno, rallentare sia in fondo un modo elegante per chiudere il cerchio. Qualcuno potrebbe chiamarlo ozio, a me piace "pianificazione strategica del recupero".

E con questa piccola pausa alle spalle, si riparte più leggeri, portando con sé il piacere delle piccole cose e quella sensazione rara che, a volte, fermarsi è il modo migliore per continuare.

Dott.ssa Annarita Arso

A volte la verità emotiva di un bambino non passa dalla voce, ma da una linea tracciata senza pensarci.È lì che comincia...
29/12/2025

A volte la verità emotiva di un bambino non passa dalla voce, ma da una linea tracciata senza pensarci.
È lì che comincia il suo racconto.

Il disegno di un bambino potrebbe considerarsi il più affascinante tra gli strumenti proiettivi: potente, enigmatico, privo di qualsiasi pretesa scientifica ma capace di aprire mondi che nessun test standardizzato saprebbe mostrare.

Perché nei disegni dei bambini accade una magia rara: tu vedi una nuvola e loro stavano disegnando una nave all’orizzonte; tu ci leggi un omino smilzo e loro avevano immaginato una bacchetta magica; tu intravedi una bolla di sapone e loro ci avevano costruito una casa calda, segreta, abitata da sogni che non sanno ancora raccontare.
Il disegno infantile strappa le briglie alla nostra immaginazione e la costringe a rallentare, ad ascoltare, a tornare urtata e meravigliata in quei luoghi antichi dove anche noi, un tempo, inventavamo mondi senza paura di sbagliare forma o colore.

È un dono prezioso, perché quando un bambino ci porge un disegno non ci sta mostrando solo un foglio: ci sta spalancando un passaggio segreto verso il suo mondo interno.
Un invito ad attraversare ciò che sente, ciò che teme, ciò che desidera.
Una piccola porta attraverso cui, per un attimo, ci permette di guardare la sua anima senza filtri.

E dovremmo ricordarcelo: ogni disegno consegnato non è un compito da valutare,
ma un frammento di verità emotiva offerta nelle nostre mani.
Un gesto semplice ma sempre profondamente sacro.
Un modo per dirti: “Ecco chi sono”

Dott.ssa Annarita Arso

Quando qualcuno che amiamo muore, non perdiamo solo una persona.Perdiamo una porzione di realtà.Non è solo assenza, è so...
19/12/2025

Quando qualcuno che amiamo muore, non perdiamo solo una persona.
Perdiamo una porzione di realtà.

Non è solo assenza, è sottrazione.
Come se il mondo, all’improvviso, avesse meno punti d’appoggio.
Le cose restano dove sono, ma non tengono più allo stesso modo.
Le stanze sembrano identiche, eppure hanno perso densità.
Il tempo continua a scorrere, ma senza più lo stesso attrito.

Perché le persone davvero importanti non abitano solo accanto a noi.
Abitano dentro il nostro modo di stare al mondo.
Sono lo sguardo che ci rimandava una versione precisa di noi stessi,
testimoni silenziosi di chi siamo stati,
custodi di parti della nostra storia che con altri non hanno mai preso forma.

Con loro esisteva un linguaggio irripetibile.
Un codice fatto di gesti minimi, silenzi comprensibili, ricordi condivisi.
Quando se ne vanno, quel linguaggio si estingue.
E nessuno, per quanto vicino, potrà mai imitarlo davvero.

È per questo che il lutto disorienta.
Ci sentiamo diminuiti perché qualcuno portava con sé una parte della nostra prova di esistenza.
Una parte del nostro peso.
Una parte della nostra continuità.

E forse il lavoro più difficile del lutto non è imparare a fare a meno di chi non c’è più ma rinegoziare la propria presenza nel mondo.
Accettare che, dopo certe perdite, non si torna interi.
Si continua, ma con una diversa geometria del proprio mondo interno.

Dott.ssa Annarita Arso

Il Natale funziona un po’ come un album di fotografie che si apre da solo.Basta avvicinarsi a questo periodo e le pagine...
18/12/2025

Il Natale funziona un po’ come un album di fotografie che si apre da solo.
Basta avvicinarsi a questo periodo e le pagine iniziano a sfogliarsi senza chiedere permesso: immagini che credevamo assopite tornano vive, si rialzano dal passato e si siedono accanto a noi.

Ritornano i Natali di ieri come stanze ancora calde, dove la luce non si è mai spenta del tutto.
Stanze che conosciamo a memoria: le risate, i volti, quel rituale della Vigilia che credevamo di aver dimenticato.
La nostalgia è questa lampada silenziosa che illumina ciò che ci ha formati, che ci ha cresciuti, che ci ha toccati così a fondo da farsi sentire ancora.

Perché i ricordi, alla fine, sono fili: tengono insieme ciò che eravamo e ciò che siamo diventati, sono radici che ci sorreggono anche quando pensiamo di vacillare.

Il rischio però, è restare incantati da quelle fotografie al punto da non vedere che l’album ha ancora pagine bianche.
Che ciò che viviamo adesso è già un ricordo in costruzione.

La verità è che dentro di noi c’è spazio per tutto.
Per le presenze e per le mancanze.
Per le sedie vuote del cuore e per quelle che oggi sono occupate.
Per i Natali che ci hanno accompagnati e per quelli che stanno arrivando.

La nostalgia non dovrebbe oscurare la gioia.
E la gioia non dovrebbe cancellare la nostalgia.
Sono due immagini sovrapposte dello stesso album: una in bianco e nero, una a colori.
Una racconta da dove veniamo, l’altra cosa stiamo vivendo adesso.

E noi siamo abbastanza profondi, abbastanza complessi, abbastanza capienti da contenere entrambe senza romperci.

Forse il senso del Natale è proprio questo: sfogliare con gratitudine le vecchie pagine senza smettere di scattarne di nuove.
Tenere nel cuore chi c’era e restare presenti con chi c’è.

Perché ogni Natale porta con sé un piccolo miracolo silenzioso: la possibilità di far convivere ciò che è stato con ciò che ancora può essere.
E diventare, un giorno, la memoria calda di qualcun altro.

Dott.ssa Annarita Arso

Ognuno parla d’amore come parlerebbe della propria casa interiore.C’è chi lo descrive come un fuoco che prima o poi si s...
17/12/2025

Ognuno parla d’amore come parlerebbe della propria casa interiore.
C’è chi lo descrive come un fuoco che prima o poi si spegne, chi come una pianta che, se la curi, non muore mai.
Chi lo chiama fortuna, come fosse un biglietto vincente e chi lo considera un’illusione, un trucco di luci che svanisce appena cambia l’inquadratura.
C’è chi giura di riconoscerlo all’istante e chi capisce di averlo incontrato solo quando è svanito.

Perché l’amore non è un concetto condiviso: è una lente.
E ognuno guarda attraverso la propria.
È fatta di ciò che hai ricevuto e di ciò che ti è mancato, dei nodi che non hai sciolto, dei silenzi che hai ingoiato, delle ferite che hai curato da solo, delle mani che ti hanno tenuto e di quelle che ti hanno lasciato cadere.
Non esiste un’unica definizione.
Esiste quella che ti abita, quella che hai cucito addosso alla pelle e alla tua storia.

L’amore è un dizionario personale: ognuno scrive la propria voce con l’inchiostro della sua biografia e con tutto ciò che, per sopravvivere, ha dovuto silenziare.
Ecco perché discutere su cos’è “davvero” l’amore è un vicolo cieco: non è un teorema, non è una formula, non è un manuale.
È qualcosa che vibra sotto la pelle, che riconosci nello sguardo che ti disarma, nel passo che fai verso qualcuno o in quello che non riesci più a fare.
Si rivela nei modi in cui ti lasci toccare e nei modi in cui ti proteggi per paura di farlo ancora.

E forse l’unica verità comune è questa: che l’amore, qualunque forma assuma, si manifesta nel modo in cui incontriamo l’altro.
E in quell’incontro, ogni volta, ci mostra la parte di noi che stava aspettando di essere finalmente vista.

Dott.ssa Annarita Arso

"Non ho perso tempo. È lui che mi ha lasciato indietro.”È la frase di una nota canzone che, se la ascolti bene, racconta...
16/12/2025

"Non ho perso tempo. È lui che mi ha lasciato indietro.”

È la frase di una nota canzone che, se la ascolti bene, racconta di quel preciso momento in cui ti accorgi che il tuo passo non coincide più con quello che il mondo pretende da te.

Viviamo immersi in una retorica che idolatra la velocità.
Bisogna arrivare prima, capire subito, guarire in fretta, decidere senza esitazioni.
Chi rallenta viene etichettato come indeciso, fragile, fuori tempo massimo.
E invece no. A volte non sei tu ad aver perso tempo.
È il tempo che hai scelto di abitare, ad andare in una direzione diversa.

Ci sono persone che camminano veloci per non sentire.
E altre che si fermano perché sentono troppo.
Ci sono vite che avanzano a colpi di scadenze e altre che hanno bisogno di sostare, di guardarsi intorno, di metabolizzare ciò che è accaduto prima di fare il passo successivo.

Restare indietro, in certi momenti, è solo un modo sano di scegliere la profondità invece della prestazione.

Il problema non è quando il tempo passa.
Il problema è quando ci costringiamo a seguirlo anche se ci sta portando lontano da ciò che ci fa stare bene.
Perché non tutto ciò che è veloce è evoluzione.
E non tutto ciò che è lento è regressione.

A volte il tempo corre e tu resti fermo perché stai facendo qualcosa che non si vede:
stai capendo, stai elaborando, stai diventando.

E forse non sei rimasto indietro. Ti stai ritrovando. Stai riprogrammando il navigatore
verso una destinazione che ti renda felice. O stai semplicemente facendo una pausa per ritrovare il ritmo giusto con cui riprendere il passo.

Dott.ssa Annarita Arso

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Lecce

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