09/07/2025
"..ma l'impresa eccezionale -dammi retta- è essere normale."
Il bisogno di sentirsi speciali non si manifesta sempre come una ricerca di grandezza o successo visibile. A volte prende forme più ambigue, più cupe, probabilmente più subdole, eppure altrettanto centrali nella struttura psichica: ci si sente speciali nella propria inferiorità, unici nel proprio dolore, irrimediabilmente diversi per ciò che manca.
Questa è forse la versione più sottile e ingannevole del bisogno nevrotico di distinzione.
Non è il bisogno orgoglioso di distinguersi in quanto a grandezza a guidare, ma ci si convince che il proprio fallimento sia più profondo, la propria fragilità più tragica, la propria stranezza più incomprensibile di quella di chiunque altro.
Si vivono le proprie carenze come fossero un marchio identitario, un destino singolare.
In entrambi i casi, che si tratti di sentirsi superiori o irrimediabilmente inferiori, il punto centrale resta lo stesso: ci si allontana dalla realtà.
Si resta imprigionati in una narrazione di sé che cerca disperatamente significato attraverso la distanza dagli altri, mai attraverso la comunanza.
Ma questa necessità di distinzione, di “specialità”, non è crescita. È difesa.
È una costruzione, spesso inconscia, nata per proteggere un nucleo di vergogna, di confusione o di paura.
In nome di questa illusione, ci si condanna a un’eterna prestazione, o al suo opposto, a una fissazione nel dolore, nell’inadeguatezza, nella sensazione di essere “troppo” o “non abbastanza”.
L’unica via d’uscita è abbracciare la propria normalità.
Non intesa come mediocrità, ma come condizione umana condivisa.
Riconoscere di non essere né più grandi né più piccoli degli altri: semplicemente umani.
Fatti di limiti, di desideri, di errori e di speranze comuni.
Questo atto di coraggioso realismo ci libera dalla pressione di dover costantemente dimostrare o giustificare la propria esistenza attraverso l’eccezionalità.
Accettare di non essere “speciali”, né nel bene né nel male, significa tornare a casa.
Significa accedere a una forma di pace profonda che nasce dall’intimità con la propria realtà, senza interpretazioni eroiche né tragiche.
In quella quiete si può cominciare davvero a vivere.
E forse, proprio lì, nel cuore dell’ordinario, può nascere qualcosa di autentico.
Non più eccezionale, ma vero.
•Contenuto tratto dalla pagina della Dott.ssa Marina Noviello - Psicologa e Psicoterapeuta.