25/02/2026
Eh già, ci vuole coraggio a non aggiustarsi! Chi di noi non riconosce in sè alcune fragilità, alcune parti sensibili che se sfiorate... generano sofferenza. A volte possono essere "toccate" e attivate dai comportamenti altrui, a volte siamo noi stessi a provocarle inconsapevolmente.
La sofferenza che, di tanto in tanto, costella la vita di tutti noi, non è necessariamente una patologia che richiede immediata medicalizzazione.
Può essere un sintomo, certo. Ma io preferisco chiamarla esperienza: qualcosa che appartiene alla condizione umana dalla notte dei tempi.
Come scrive Umberto Galimberti:
“E siccome per essere al mondo bisogna farsi contaminare dal mondo,
la vulnerabilità è la nostra condizione, e la ferita che ne consegue è la nostra apertura comunicativa.
Per questo non dobbiamo guardare al male e al dolore come a dei cedimenti dello stato di salute.
Questo ‘stato’ non esiste. Esiste invece la ‘dinamica’ della contaminazione, perché se il mondo non ci contagia, non siamo semplicemente al mondo.”
Per molti popoli antichi la sofferenza — e perfino la malattia — aveva un valore iniziatico. Non si poteva entrare pienamente nella comunità senza aver attraversato una prova. Il “male” non era visto solo come lesione, ma come trasformazione.
Il processo di guarigione era uno spazio aperto e condiviso: il gruppo sosteneva e partecipava. E questo valeva non solo per il corpo, ma anche per la psiche.
Esistono certamente disagi che richiedono una valutazione e un intervento medico specialistico, e quando necessario è importante riconoscerlo con responsabilità.
Tuttavia non ogni sofferenza è una malattia.
Non ogni fragilità è un disturbo.
Non ogni momento di crisi è qualcosa da sopprimere.
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