26/04/2026
L'orazione a Genova di Benedetta Tobagi : Genova, 25 aprile 2026.
"1. Voglio partire da una lettera, datata proprio 25 aprile 1945. La firma “Chicchi”, ovvero la partigiana Teresa Mattei, genovese di nascita, all’epoca 24enne, che ancora non ha idea che sarà la più giovane eletta alla costituente. Scrive da Firenze a una compagna partigiana di Milano, Anna Maria Magni, appena mezz’ora dopo – pensate - aver sentito alla radio che “Torino e Milano sono liberate dai patrioti”, dice proprio così – perché i patrioti sono, e resteranno sempre, i partigiani, anche se da destra usurpano spesso e volentieri questa parola. Dice: “Io sono sempre in giro: ho un lavoro enorme. Ora aspettiamo il ‘vento del Nord’: ne abbiamo bisogno! Basandoci sull’esperienza di qui, per ciò che può valere, vi consigliamo di impiantare al più presto una salda organizzazione anche per le donne”. In vista del primo voto ovviamente!
La cosa pazzesca di questa lettera è che ci dà il senso del continuum, del flusso magmatico della storia in cui siamo immersi – Mattei non si rende conto che sta scrivendo in quella che sarà la data simbolo della Liberazione! Ancor più importante, ci restituisce, in quel flusso vorticoso di eventi, le cose chiare e cruciali da subito: in questo caso, il tema su cui vogliamo soffermarci oggi, il nesso tra Resistenza e nascita della Repubblica e il ruolo centrale che in esso hanno la donne, divenute finalmente cittadine.
Un passaggio fondamentale nella storia delle donne, per la loro emancipazione. Ma ancor più, un passaggio in cui le donne sono state fondamentali per la storia del Paese intero: per la Resistenza, prima; per la nascita della Repubblica e la genesi della Costituzione, poi. Una pagina di storia che ha ancora molto da dirci.
2. Cominciamo col dire che senza donne, la Resistenza non si sarebbe potuta fare. Punto. In un Paese spaccato in due e in larga parte occupato dai nazisti e dai fascisti del regime di Salò, quel complesso di attività clandestine di opposizione, sabotaggio e guerriglia, sarebbe stato impraticabile. Per anni è prevalsa una retorica riduttiva, secondo cui le donne hanno solo collaborato, aiutato, partecipato. Invece sono state fondamentali: la maggior parte dei combattenti armati sono stati uomini, indubbiamente, ma le donne hanno dato corpo alla indispensabile rete di assistenza, logistica, supporto, comunicazione e anche di intelligence, che ha consentito loro di sopravvivere e operare. Per dirla con le parole della ex partigiana Teresa Vergalli, “Senza le donne non si poteva fare niente: le donne erano la radio, la portaerei, le infermiere, il dottore. Erano tutto”.
Ci sono voluti decenni, per cambiare lo sguardo su questa storia, perché le resistenti, insieme alle tante forme di Resistenza civile, potessero ottenere il giusto riconoscimento e la dignità di attrici protagoniste, accanto agli uomini; alla pari, pur nella diversità.
Le donne si attivano perché hanno sperimentato la ferocia della guerra di aggressione voluta da Hi**er e sostenuta dal Duce, che ha mandato in pezzi le menzogne del regime. La sola Genova, tra il giugno ‘40 e l’agosto del ’43 subisce 16 bombardamenti aerei, che lasciano senza dimora 60mila persone. Il 28 ottobre 1942, una donna genovese di nome Erica, che in uno di quei bombardamenti ha perso la figlia, scrive a Mussolini: “Che c’entrava una bimba di sette anni? [...] Questa non è una guerra tra soldati: in prima linea siamo noi che stiamo a casa”. Trascinate in prima linea, decine e decine di migliaia di donne scelgono di non essere solo vittime, non si girano dall’altra parte davanti all’orrore, aspettando che la tempesta passi, ma si fanno protagoniste attive.
Quando cade il fascismo, il 25 luglio del ’43, le donne partecipano alle manifestazioni e agli scioperi per il pane e la pace... E con l’armistizio dell’8 settembre, si attivano subito per aiutare, nascondere, sfamare e rivestire i soldati allo sbando e i prigionieri di guerra fuggitivi – spesso con espedienti ingegnosi da commedia all’italiana!
Vincenzina Musso, per esempio, gestisce il banco del lotto al Campasso, lo usa per nasconderci i soldati, rivestirli da civili e farli scappare, mettendo in piedi un ingegnoso sistema di false estrazioni del lotto. Per lei e tante altre tutto comincia da un gesto di cura – maternage di massa, l’hanno chiamato. Ma la più tradizionale funzione femminile diventa sovversiva, quando esce dalle mura di casa e si ribella al potere e alla sua logica brutale. Tra le molte cose che la Resistenza delle donne ci insegna, c’è proprio il valore rivoluzionario della cura dei vulnerabili, un messaggio che risuona particolarmente potente, nel nostro tempo. Perché ormai è considerata sovversiva, per esempio, la difesa e la cura dei corpi migranti. E anche portare cibo a degli innocenti affamati, segregati e massacrati ormai p sovversivo: per questo tutta Italia ha guardato con ammirazione e con fierezza alla Genova in fila per donare cibo da caricare sulle barche della flottilla per Gaza; per questo è particolarmente bello che, proprio oggi, tempo permettendo, un’altra flottilla sia in partenza dalla Sicilia.
3. Nella guerra, Genova ha un’importanza strategica enorme, per questo la Resistenza si dispiega qui in modo massiccio e capillare – nei carrugi, nel porto, nelle fabbriche e nei cantieri, cittadelle antifasciste che sfidano i nazisti e vedono oltre 1.500 operai deportati nei lager. E le donne ci sono sempre.
Ci sono le operaie, all’Ansaldo e negli altri grandi stabilimenti, che organizzano scioperi, mobilitazioni, sabotaggi e furti di materiale utile alla Resistenza. Ci sono le ragazze che si uniscono ai Gap, con le loro azioni spettacolari, dagli attentati ai sabotaggi dei tralicci. C’è una moltitudine di donne, giovani e non, che fa pernacchie ai pregiudizi (non solo fascisti), che le vogliono stupide o deboli, o comunque inoffensive, e anzi impara a sfruttarli, per mettere a segno missioni ad altissimo rischio.
Come una studentessa di famiglia operaia, che a 17 anni già trasporta documenti essenziali per la Resistenza, senza fare un plissé, e si guadagna un posto nella segreteria del Cln genovese. E la conoscete tutti perché si chiama Mirella Alloisio e ha compiuto da poco cento anni. Racconta: “Mi avevano dato una borsa a doppio fondo; nel doppio fondo mettevo i documenti e sopra sceglievo sempre o latino o filosofia, le cose un po’ più difficili, perché siccome le Brigate nere erano ignoranti di fronte a queste erano un po’ più... allora mi facevano passare” (...poi dicono che la cultura non serve!). Riuscirà a contrabbandare anche le mappe delle mine collocate dai nazifascisti nel porto di Genova, mappe che permettono ai camalli e ai partigiani delle Sap di salvare questa infrastruttura vitale.
La repressione nazifascista è feroce. Anche qui, le donne sono accanto agli uomini. Per tutte ricordiamo Alice Noli, a cui sarà intitolata una delle tre brigate partigiane femminili di questo territorio. La vedova di uno squadrista disse che Alice avrebbe potuto salvarsi “se fosse stata un po’ più sottomessa”. Tocca a tante, questo tipo di sfregio. Dicono che se la sono cercata, che dovevano stare a casa. Oppure sono bollate come puttane, e pagano il prezzo della maldicenza dopo la guerra.
La Resistenza, però, in cambio, offre alle donne un’occasione formidabile per evadere dalle gabbie asfissianti imposte dalla società, possono muoversi da sole, possono fare “cose da uomini”, incluso combattere armate e diventare comandanti. Possono essere davvero libere. Per tutte, cito Rosa Biggi, di Fontanigorda, un paesino sui monti qui dietro, che a 17 anni diventa la partigiana Nuvola e di quel tempo straordinario dice: “per la prima volta mi sono sentita qualcuno”.
Le donne, insomma, sono indispensabili alla Resistenza, ma la Resistenza fa moltissimo per loro. Anche questo è un grande insegnamento: possiamo realizzarci davvero, trovare una dimensione profonda di senso, quando andiamo oltre l’orticello del nostro interesse, impegnandoci nel mondo, con e per gli altri.
4. Tutto questo è possibile perché i Gruppi di Difesa della Donna, la grande organizzazione femminile della Resistenza per impulso del CLN, trasversale rispetto alle forze politiche (non è solo di sinistra, la Resistenza!), s’impegna in modo sistematico perché possa cambiare tutto non solo sul piano personale, ma su quello politico. Non si accontentano di un ruolo operativo. Vogliono che la resistenza sia il primo passo nel cammino per diventare cittadine.
Le dirigenti tracciano un grande progetto politico per il futuro. Vogliono portare la donna su un piano di parità giuridico, economico e sociale con l’uomo! Parità salariale, tutele per le lavoratrici madri, sostegno all’istruzione dei bambini... tutto messo nero su bianco, dal novembre del 1943. La marcia di emancipazione delle donne nella Repubblica comincia lì, si radica nella lotta delle donne nella Resistenza – tutte, cattoliche, comuniste, liberali, socialiste (Alla luce di questo dato storico, vi rendete conto dell’assurdità che la prima donna alla guida del governo di questo Paese non si riconosca nell’antifascismo? Assurdo!)
I Gruppi di difesa s’impegnano perché la donna deve partecipare alla lotta contro il nazifascismo non solo “attivamente”, ma “coscientemente”. E guardate la bellezza di questo avverbio: è il sovvertimento totale del “credere obbedire combattere” fascista. Sfidano il pregiudizio per cui le donne sono creature inferiori, che non meritano istruzione, né i diritti civili! sono pronte a essere combattenti, e poi cittadine, consapevoli, semplicemente bisogna insegnarglielo! Allora, anche nel pieno del conflitto, fanno riunioni, per spiegare a donne che magari non sanno nemmeno leggere, cos’è la democrazia, come potrà essere l’Italia del futuro. L’impegno si moltiplica man mano che l’Italia va liberandosi: è il lavoro di cui scriveva Teresa Mattei nella lettera da cui siamo partiti.
La prima richiesta ovviamente è il diritto di voto. Lo ottengono alla vigilia della Liberazione. Il governo, ancora espressione tutte le forze del CLN, su impulso di De Gasperi e Togliatti, conferisce alle maggiori di 21 anni il sospirato diritto di voto, che le italiane avevano soltanto sfiorato dopo la prima guerra mondiale con decreto del 1° febbraio 1945 - subito prima della grande mobilitazione che le donne avevano annunciato da tempo.
Il decreto però non prevede la possibilità per le donne di essere elette! Non è una dimenticanza. C’è un forte interesse dei partiti di massa a conquistare le nuove elettrici (si sa che il voto delle donne sarà cruciale); importa molto meno dar loro la possibilità di rappresentare se stesse.
Allora le donne riprendono la lotta. Insieme, anche se con la Liberazione arrivano prime fratture politiche importanti tra cattoliche e comuniste. E nel giro di un anno, nel marzo del 1946, si conquistano anche la possibilità di essere elette. Appena in tempo per le tornate del voto amministrativo. E vogliamo ricordare il risultato, sorprendente, date le difficoltà e i tempi strettissimi, delle prime dodici sindache d’Italia, elette in piccoli Paesi, ma in ogni angolo del Italia, anche nel profondo sud.
Poi le donne più consapevoli si impegnano strenuamente per portare anche tutte le altre alle urne per la prova fatidica del 2 giugno, il referendum per scegliere tra monarchia e Repubblica, per eleggere la Costituente. Devono smentire chi dice che non sono mature, che a votare nemmeno ci andranno. Ancora Mirella Alloisio ci racconta che lo sforzo fu particolarmente intenso tra loro, le ex partigiane, perché “i compagni ci dicevano: se vince la monarchia è colpa delle donne!”: temevano un voto reazionario, dettato dai preti. Alloisio non era maggiorenne, non ha potuto votare, ma ha fatto una campagna elettorale scatenata a Genova e provincia, 7-8 comizi al giorno, pure con personaggi del calibro di Pertini! E poi le donne vanno porta a porta, nei cortili, nelle botteghe: perché tante non possono andare in piazza, o ancora non ne hanno il coraggio.
In un Paese distrutto, affamato, largamente analfabeta, è un risultato straordinario, e una vittoria soprattutto loro, che il 2 giugno 1946 votino quasi il 90% delle donne aventi diritto, e in Assemblea Costituente vadano 21 deputate. Poche, ma lasciano il segno. Dobbiamo a loro che in Costituzione siano entrati i principi cardine della parità di genere. Anche grazie a loro, la nostra Carta dà tanto spazio anche ai diritti sociali. Per tutte, ricordo che fu Teresa Mattei a voler rafforzare l’art. 3, per affermare che la Repubblica deve impegnarsi a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociali che limitano “di fatto” la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
5. Bellissimo, eh? Ma, fuor di retorica, c'è qualcosa di incredibilmente frustrante nella democrazia. La Resistenza delle donne ha molto da insegnarci anche su questo: alla faccia della Costituzione, le donne poi entrano in magistratura solo nel 1963, il diritto di famiglia si democratizza nel ’75, per la parità salariale bisogna aspettare il ’77, e nel privato ancora non c’è... e la Costituzione, in generale, in tanti aspetti, resta un bellissimo progetto, non ancora realizzato.
Allora possiamo guardare a questo passato in due modi: con le lenti amare di chi si concentra sulle promesse mancate, sulla realtà abissalmente lontana ideali, sulla “resistenza tradita” (che è stata una ferita reale e dolorosissima per tanti ex partigiani e partigiane).
Oppure possiamo capire e sentire, grazie a loro, che la democrazia è fatica e impegno costante, è costruzione, manutenzione, ricostruzione, passi avanti e passi indietro. Credo che il grande dono che può la storia può fare alla memoria, sia proprio offrire un respiro ampio, una prospettiva di lungo periodo in cui limiti e mancanze non ci fanno perdere di vista la grandezza dei traguardi raggiunti, la dimensione degli ostacoli. Per coltivare la speranza in modo consapevole.
In questo mondo in fiamme, terribile e per molti versi spaventoso, è facile provare un senso di impotenza e angoscia. Ma proprio per questo, il 25 aprile non è solo memoria o commemorazione, magari retorica, ma rivela la sua vitalità scalpitante. Proprio perché la guerra d’aggressione e la legge del più forte picconano ogni giorno i fondamenti del diritto internazionale; perché tante persone guardano all’estrema desta per paura, per rabbia, perché credono dia risposta ai loro bisogni; in un’Italia governata da una destra che non vuole saperne di riconoscersi nella matrice antifascista della Repubblica, che continua a sfidare, forzare, addirittura cerca di picconare Costituzione, che rilancia parole abominevoli come la remigrazione. Più che mai, l’antifascismo e la Costituzione con i loro cardini, la giustizia sociale, l’uguaglianza, l’orizzonte federalista europeo, restano un faro, pilastri a cui sorreggersi e da difendere, attorno a cui ritrovarsi. Come è accaduto poco più di un mese fa.
Siamo stati in quindici milioni - sorpresi noi stessi di essere così tanti - a dire No al referendum per difendere la Costituzione. Un No che ne conteneva molti altri – No alle tentazioni autoritarie, no alla forzatura delle regole, no alla forza oltre il diritto, no a una propaganda di b***e clamorose che ci tratta da cretini per spaventarci. Un No pieno di affermazioni positive, che poi è anche l’essenza stessa della Resistenza. Come ha detto una ragazza di vent’anni qualche giorno fa: l’antifascismo non è essere contro qualcosa, è “volere una società bellissima”.
In questo tempo difficile, è un simbolo davvero potente l’immagine della città di Genova che si libera da sola, con le truppe naziste che – caso unico in Europa - si arrendono non agli Alleati, ma direttamente ai partigiani, e marciano disarmate dietro agli uomini e alle donne della resistenza, guidate dall’operaio Remo Scappini, Ci ricorda che non siamo impotenti. Siamo parte di una storia più grande, luminosa, che ci precede, ci attraversa e ci sostiene, ci dà forza e ispirazione e ci trascende. Ma l’esperienza di chi ci ha donato la libertà ci insegna pure che lavorare per “una società bellissima” è anche frustrazione, mediazione instancabile tra idee diverse, scontri a volte feroci, lavoro quotidiano, un passo alla volta.
Il 25 aprile è una porta che si è aperta, sempre e di nuovo da attraversare. È l’inizio di un’altra battaglia, “più lunga, più difficile, più estenuante, anche se meno cruenta” scrisse Ada Gobetti. Infatti Teresa Mattei, Anna Maria Magni, come tante e tanti altri, nel giorno della Liberazione stavano lavorando per il dopo, con un pragmatismo che non perdeva la capacità di ancorarsi ai grandi ideali.
Portiamoci dietro questo spirito, questa emozione, questa storia, nell’impegno di ogni giorno.
Perché sia un buon 25 aprile per tutto l’anno.