Forum Violenze Femminicidi

Forum Violenze Femminicidi Una comunità di donne e uomini che stringono un patto per promuovere azioni sistemiche antiviolenza.

03/04/2026
Lanciata da una giovane donna l'8 marzo 2026, Marika Schillaci, presso i locali dello Spi Cgil e dell'Auser di Lineri, i...
29/03/2026

Lanciata da una giovane donna l'8 marzo 2026, Marika Schillaci, presso i locali dello Spi Cgil e dell'Auser di Lineri, in occasione dell'80esimo del voto alle donne, subito accolta dalle associazioni di donne e uomini che nel territorio si impegnano quotidianamente nella diffusione delle pratiche di gestione non violenta dei conflitti, di tessitura della pace e concreto benessere per bambine e bambini, ieri, anche a Misterbianco "10 100 1000 Piazze di Donne per la Pace" si è manifestata come nelle piazze di tutta Italia.

Un lavoro intergenerazionale e un passaggio di testimone, già registrato dopo l'esito referendario con la vittoria del NO cui anche la Sicilia e Misterbianco in particolare ha contribuito con numeri superiori alla media nazionale, che premiamo il protagonismo di giovani generazioni che tornano a vivere e sperare nella nostra comunità.

Le performance, le parole, i giochi, i colori, i fili di questa tessitura tra le mani di donne, di bambini, di uomini per la pace non può cessare, deve restare la nostra voce permanente e disarmante sul NO a tutte le guerre.

29/03/2026

Performance sulla 10,100,1000 Piazze di Donne tessono la Pace 28 marzo 2026 Misterbianco

29/03/2026

10,100,1000 Piazze per la Pace 28 marzo 2026 Misterbianco.

22/03/2026

Le italiane arrivano tardi al diritto di voto, al suffragio universale attivo e passivo, esattamente come le francesi, nonostante Olympe de Gouges e la Rivoluzione. È con il decreto legislativo luogotenenziale del 1° febbraio 1945 (n. 23) che si riconosce alle maggiorenni di 21 anni il diritto di voto attivo, mentre sarà il decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74 che riconoscerà alle donne maggiori di 25 anni il diritto di voto passivo.

Le uniche a essere escluse dal diritto di voto attivo saranno le donne citate nell’articolo 354 del regolamento per l’esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza cioè "le pr******te schedate che lavorano al di fuori delle case dove è loro concesso esercitare la professione". Ma la lotta per l'emancipazione e la parità dei diritti nell'Italia del Regno post unitario non era stata vana, sull'onda delle "suffragiste" - denigrate in suffragette - quelle che tra Nuova Zelanda, Norvegia e Finlandia avevano già ottenuto il voto nei primi anni del novecento, quella lotta anche in Italia aveva visto i movimenti femministi protagonisti di un lungo cammino con una portentosa battaglia culturale e politica, portata avanti da figure come Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori e Anna Kuliscioff a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, lotta che le aveva viste materializzarsi in tutta Italia, Messina compresa [ma*****ia ai documenti distrutti con il terremoto del 1908] con il deposito di una petizione per ottenere l'iscrizione alle liste elettorali nel 1906, petizione di maestre [Luigia Mandolini Matteucci], laureate [Montessori, pedagogista], giornaliste [Mozzoni], mediche [Kuliscioff], avvocate[Poet] riconosciuta dal solo giudice di Ancona, quel Lodovico Mortara - "personalmente contrario, giuridicamente favorevole"- degnamente descritto nel romanzo di Rosa Maria Cutrufelli quale giudice imparziale ed unico a sapersi spogliare del suo pregiudizio per ammetterle al voto. Tuttavia la petizione, fondata sulla non esclusione delle donne tra i "regnicoli" dello Statuto Albertino, sarà poi miseramente bocciata nel resto del regno d'Italia e nel frattempo anche il suffragio universale maschile riconosciuto solo dal 1918/1919 fino al 1925 sarà abolito da Mussolini. Un'articolata e avvincente lectio magistralis, la docente e formatrice di storia, Josè Calabrò, la offre in occasione di questo 8 marzo 2026 che celebra gli 80 anni del primo voto alle donne quel 10 marzo 1946, nel quale potranno esercitare l'elettorato attivo, mentre aspetteranno il 7 aprile del 1946 per godere dell'elettorato passivo ed essere elette come sindache, ben 12 in tutta Italia. Una lectio che parte da una rivista storica "Noi Donne" che racconta la ricca vicenda dell'U.D.I. - quell'Unione Donne in Italia, l'associazione di partigiane figlia dei Gruppi Difesa Donna nati nel 1944 e di cui un'articolazione corposa era presente a Misterbianco già nel 1945 - ben 300 donne - ne scrive in prima persona la maestra Agata Fiorito - tesoriera e segretaria di un'UDI che da Misterbianco conquista le pagine nazionali della rivista per essere d'esempio per l'attivismo mutualistico e l'emancipazione delle donne. Calabrò può tranquillamente passare dalla storia locale a quella siciliana e nazionale intrecciandole profondamente con precisi riferimenti storici e puntuali fonti d'epoca, non solo perché ne possiede i titoli accademici, ma perché ne padroneggia lo spirito dei tempi e la genuina immedesimazione per tutte le lotte che le donne, in ogni parte del mondo, hanno inteso promuovere e vincere, senza violenza, senza sopraffazione con la sola forza della perseveranza e della resistenza al dominio maschile patriarcale. E, naturalmente, a questo racconto storico sul primo voto delle italiane 80 anni fa che attraversa tutto lo Stivale non possono mancare la rilevanza di tutti i mezzi di comunicazione di massa, non solo giornali e riviste politiche, oltre al cinema [Senza Rossetto/ C'è ancora domani] - tra cui la radio, lo strumento più diretto, per raccontare la cronaca e l'emozione di una giornata particolare, attraverso la trasmissione di Radio Roma, a cura della giornalista Anna Garofalo a cui dopo la liberazione dal nazifascismo, nel settembre 1944, quando “le donne italiane facevano la fila alle fontane, tagliavano i bollini delle tessere e cucinavano con il carbone”, gli alleati affidarono la guida della trasmissione "Parole di una donna", con i suoi tre appuntamenti settimanali nell'orario di massimo ascolto accompagna la vita delle italiane e tutte le questioni di lavoro, diritti, politica, libertà.
E così la suggestiva e fedele cronaca del voto del 2 giugno 1946 - il referendum su monarchia e Repubblica -:
"Lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali. Sembra di essere tornate alle code per l’acqua, per i generi razionati. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame,[…]stringiamo
le schede elettorali come biglietti d’amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi e molte tasche gonfie per il pacchetto della colazione.
Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, alla pari".

Tra un intervento e l'altro del numeroso parterre intervenuto presso la Sala dello Spi Cgil di Lineri [Igor, Nastasi, Lino Bonomo, Marika Schillaci], la profssa Calabrò trova il tempo di correggere bonariamente una vulgata, frutto della guerra fredda, oggi diremmo una , sulla nascita della celebrazione dell'8 marzo come frutto di un episodio di sfruttamento delle lavoratrici a Chicago, riportando le lancette della storia e le sue protagoniste alle donne per la pace contro la prima guerra mondiale a San Pietroburgo.
La storia della Giornata internazionale della donna, istituita dall’ONU nel 1977, ha in realtà radici più antiche e dalla forte connotazione politica, che risalgono alla prima metà del XX secolo. L’8 marzo 1917 (secondo il calendario gregoriano: in Russia era la fine di febbraio) le donne di San Pietroburgo guidarono infatti una grande manifestazione che reclamava la fine della partecipazione del Paese alla Prima guerra mondiale, e che fu la miccia della Rivoluzione russa di febbraio e della fine degli zar. Fu così che nel 1921, durante la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, si decise di fissare all’8 marzo la data condivisa della Giornata internazionale dell’operaia. Fu poi l’istituzione di una giornata “per i diritti della donna e per la pace internazionale” da parte dell’ONU, che si fece coincidere appunto con l’8 marzo già celebrato in molti Paesi, ad assegnarle definitivamente il valore universale che conosciamo oggi: quello di un’occasione per celebrare e sostenere il riconoscimento dei diritti delle donne e la loro piena e paritaria partecipazione alla vita civile, economica, sociale e politica.

Insomma il colore di questo manifesto è la scelta politica di vederlo ancora ai nostri giorni il fascismo che tenta sempre di opprimere i poveri, i precari, le donne nominate solo per parata, i poteri abusati e ridotti a uno solo, come nei peggiori progetti eversivi, e allo stesso tempo la consapevolezza di non arrendersi, di sapere che se le grandi conquiste non sono per sempre, ora e sempre si difendono con un voto. Libero, segreto, uguale. Anche i prossimi 22 e 23 marzo.

Ci siamo, anche oggi, come 80 anni fa. Distribuiamo mimose e carte costituzionali come nel 1946 - primo voto amministrat...
08/03/2026

Ci siamo, anche oggi, come 80 anni fa.
Distribuiamo mimose e carte costituzionali come nel 1946 - primo voto amministrativo il 10 marzo 1946 e poi il referendum costituzionale del 2 giugno su monarchia e repubblica- il primo suffragio femminile universale delle donne in Italia dopo la guerra di liberazione dal nazifascismo e il ripristino della democrazia e della libertà dopo le leggi razziali e il partito unico e lo squadrismo violento che colpiva il dissenso in parlamento - Matteotti - e il dissenso delle Camere del Lavoro messe a ferro e fuoco in tutto lo stivale.
Introduce la segretaria Giuseppina Rotella, ricordando l'impegno di questo luogo del cuore, la Camera del Lavoro Cgil di Lineri- Misterbianco presidio di servizi, mutualismo e partecipazione, un luogo e un tempo in cui l'incontro con Josè Calabrò ha illuminato un percorso di comunanza, di lotta, di costruzione dei percorsi dei diritti delle donne e della cittadinanza.
E quel voto nel 1946 si rinnova quest'anno nel referendum oppositivo del 22 e 23 marzo 2026 che vorrebbe travolgere 7 articoli della Costituzione nel nome di una riforma sulla giustizia che non cambia la vita delle persone nel quotidiano ma vuole spostare l'asse dei poteri in favore del governo.

Un 8 marzo di lotta, celebra quest'anno - 1946/2026 -  l'anniversario del primo suffragio femminile in Italia: “80 anni ...
04/03/2026

Un 8 marzo di lotta, celebra quest'anno - 1946/2026 - l'anniversario del primo suffragio femminile in Italia:
“80 anni di voto alle donne. Libertà, democrazia, futuro”.
Con questo filo conduttore Auser Sicilia, FareStormo_Ilcerchiodelledonne domenica pomeriggio, alle 17,00 nella sede SpiCgil della Camera del Lavoro di Lineri- Misterbianco, invitano istituzioni, associazioni e ogni persona interessata a celebrare una conquista storica e, al tempo stesso, rilanciare una sfida ancora aperta. A ottant’anni dal suffragio femminile, la partecipazione delle donne è stata indicata come motore strategico per il futuro del Paese.

Insieme a Nicoletta Gatto, della presidenza Auser Sicilia, la segretaria Spi Cgil Giuseppina Rotella e la presidente dell'associazione FareStormo_Ilcerchiodelledonne, Josè Calabrò.

Non basta la ricostruzione storica e politica che sarà proposta da Gatto, per ricordare come “questa iniziativa voglia rievocare e celebrare il coraggio e la determinazione di quelle donne che furono determinanti per la costruzione della democrazia nel nostro Paese”. Dal decreto del 1945 che riconobbe il diritto di voto fino all’elezione delle 21 Madri costituenti.
Insieme con Rotella e Calabrò
sarà ricordato il ruolo decisivo delle donne nella scrittura della Carta e nelle battaglie civili successive.
Non dimentichiamo che “A 80 anni di distanza dobbiamo ancora registrare discriminazioni nel lavoro e una parità retributiva che è ancora da conquistare”.
È congiunto l’appello all'insegna del prossimo appuntamento referendario sulla riforma della giustizia: “Difendiamo la nostra Costituzione, la Costituzione più bella del mondo”.
Difendiamola con la partecipazione vigile e consapevole.
“Come le donne di 80 anni fa anche oggi siamo chiamate a mobilitarci per difendere la democrazia”, perché temiamo i probabili effetti della legge Nordio sull’equilibrio dei poteri e sull’assetto parlamentare disegnato dalla Costituzione.

5 MOTIVI PER VOTARE NO ALLA RIFORMA DEL CSM Col referendum del 22-23 marzo 2026 siamo chiamate a confermare o bocciare l...
17/02/2026

5 MOTIVI PER VOTARE NO ALLA RIFORMA DEL CSM

Col referendum del 22-23 marzo 2026 siamo chiamate a confermare o bocciare la cosiddetta «riforma Nordio», cioè la legge di riforma costituzionale della magistratura recante «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare» del 30 ottobre 2025.

SU COSA SI VOTA?

Questa legge modifica sette articoli della Costituzione e prevede, in sintesi:
a) l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura (CSM), uno per la magistratura giudicante (i giudici), uno per la magistratura requirente (i pubblici ministeri, ovvero i sostenitori dell’accusa), al posto del CSM unico per tutti i magistrati;
b) l’estrazione a sorte (anziché l’elezione) dei loro componenti, con modalità diverse per magistrati e componente «politica»;
c) la creazione di un’Alta Corte disciplinare per i soli magistrati ordinari (togliendo il potere disciplinare ai CSM).
Attenzione, quindi. Questa riforma costituzionale non introduce solo la «separazione delle carriere» tra giudici e pm, come si sente dire spesso. Fa molto di più.

PERCHÉ DICIAMO NO ALLA RIFORMA
I. 🧭 Perché minaccia l’autonomia e l’indipendenza della magistratura
Il Consiglio superiore della magistratura è un organo di rilievo costituzionale (cioè previsto dalla Costituzione) che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, penale e civile. È composto per due terzi da magistrati (i «togati») e per un terzo da avvocati e professori universitari di diritto (i «laici»), eletti, rispettivamente, dai magistrati e dal Parlamento.
I padri e le madri costituenti hanno assegnato al CSM il potere di nominare, trasferire, promuovere e infliggere sanzioni disciplinari ai magistrati: dicevano che questi poteri erano come quattro «chiodi» piantati per mantenere salda l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario, preservandolo da qualunque
ingerenza.
Questa riforma, però, cambia il modello costituzionale del CSM.
Non solo «spacchetta» il CSM in tre
organi (un CSM per i giudici, uno per i pm e un’Alta corte disciplinare), ma modifica natura e attribuzioni dei nuovi CSM. In questo modo, altera profondamente l’equilibrio tra poteri disegnato dalla nostra Costituzione, in particolare tra potere giudiziario (esercitato dai magistrati), potere esecutivo (il governo) e potere legislativo (il Parlamento).

In una parola: nella Costituzione resta scritto (art. 104) che «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere», ma la riforma ha picconato i pilastri posti a salvaguardia di questo principio sacrosanto.
Come?
• La riforma toglie ai magistrati la possibilità di eleggere i propri rappresentanti, che saranno scelti per sorteggio. Così si privano i magistrati – solo loro, tra tutti i cittadini! – della possibilità di scegliere le persone che ritengono più adatte e competenti a rappresentarli e ad amministrare la loro vita professionale.
• La riforma crea un pesante squilibrio tra componenti «togati» e «laici» di nomina politica: i togati 2 selezionati con sorteggio puro, i «laici» che invece saranno sorteggiati all’interno di una lista preselezionata di eletti in Parlamento (maggioranza parlamentare): di fatto, un finto sorteggio.
• La riforma toglie ai CSM il potere disciplinare, uno dei quattro pilastri posti a tutela della sua indipendenza e autonomia.
• La riforma, infine, trasferisce il potere disciplinare a un’Alta corte, la cui composizione, rispetto al vecchio Csm, riduce la percentuale dei magistrati. Rispetto a questo nuovo organismo, le preoccupazioni maggiori riguardano i collegi giudicanti costituiti all’interno dell’Alta corte per valutare i singoli casi. Questi collegi verranno formati in modalità ancora da definire: per ora la legge dice solo che in essi i magistrati «saranno rappresentati» – ma non dice in che numero e in che proporzione. Una maggioranza politica potrebbe, per esempio, fare una legge secondo cui sono i suoi rappresentanti a giudicare, in maggioranza, il magistrato. Il rischio di pressioni, interferenze e intimidazioni, quindi, esiste. Per i giudizi dell’Alta corte, inoltre, non è previsto il ricorso in Cassazione, ma solo il ricorso in
appello davanti a un altro collegio dell’Alta corte stessa.

DICIAMO NO
II. 🌓 Perché non risolve i problemi della giustizia che gravano sui cittadini (anzi, disperde risorse perché moltiplica i costi!)
La riforma non fa nulla per affrontare le vere emergenze e i molti mali che affliggono la giustizia italiana. Tempi lunghissimi, mancanza di personale e di risorse, burocrazia e linguaggio complicati...
Il disagio dei cittadini nasce soprattutto da questi problemi, che resteranno immutati. Deve essere chiaro che votando sì alla riforma non ci sarà una giustizia più efficiente e più vicina ai cittadini.
Per di più, sostituire il vecchio, unico CSM con tre organismi indipendenti triplica i costi, disperdendo risorse che potrebbero essere utilmente investite per far funzionare meglio le procure e i tribunali.

DICIAMO NO
III. ♨️ Perché separare le carriere di giudici e pubblici ministeri può «snaturare» la pubblica
accusa (senza aumentare in modo significativo le garanzie di imputati e indagati)
Oggi, giudici e pubblici ministeri si formano e fanno il concorso insieme, la carriera è una, poi assumono funzioni diverse, giudicante o requirente. Possono cambiare una volta sola, passando dall’una all’altra, e per farlo devono anche trasferirsi in un’altra città o regione. Non succede quasi mai (nel 2024, appena 42 passaggi su quasi 9.000 magistrati: lo 0,4%). Dunque esiste già, di fatto, una separazione di funzioni.
L’alta percentuale di processi che termina con l’assoluzione (cioè il giudice che rifiuta le richieste del pubblico ministero) mostra che, con questo sistema, il giudice è già «terzo e imparziale» come vuole la Costituzione (art. 111), e non dà ragione al pm solo perché sono «colleghi».
Insieme alla carriera, poi, i magistrati condividono la stessa cultura giurisdizionale: in concreto, giudici e accusa condividono una funzione pubblica, il PM non deve «vincere», ma deve cercare anche le prove a discarico dell’imputato. Questo è una garanzia a protezione di indagati e imputati (l’avvo-
cato, invece, che è una parte privata, non deve cercare anche le prove a carico).
Cosa può succedere con la carriera separata? Se il pm diventa semplicemente una parte speculare alla difesa, a quel punto non deve preoccuparsi di cercare la verità, ma solo di ottenere una condanna. Questo rende
più vulnerabili gli imputati che non possono permettersi costosi collegi di difesa.
Si rischia di avere un pm «superpoliziotto», dicono alcuni, più forte coi deboli, più debole coi forti perché maggiormente condizionabile (per le ragioni già esposte sopra).

DICIAMO NO
IV. 🚦Per il modo in cui la riforma è stata approvata (che è l’opposto di quello raccomandato dalla Costituzione)
La Costituzione prevede la possibilità di modifiche, ma prevede anche un procedimento complesso, per
incoraggiare una condivisione ampia e tempi di riflessione distesi, sia in Parlamento, sia nella società 3 (per esempio, richiede quattro approvazioni parlamentari anziché due, e fra l’una e l’altra devono passare necessariamente tre mesi, perché si possa discutere dentro e fuori dall’Aula). Proprio il contrario di quello che è avvenuto.
Siamo chiamati al referendum perché la riforma non ha ottenuto l’approvazione dei due terzi del Parlamento. In assenza di una condivisione larga, il governo, anziché favorire la discussione, ha voluto fare da solo, con un procedimento «blindato»: dopo la prima approvazione, per le altre tre votazioni previste non è stato possibile presentare emendamenti. Si è arrivati in fondo con lo stesso testo con cui era iniziato il percorso d’approvazione.
È la prima volta nella storia della repubblicana che una riforma della Costituzione viene approvata in questo modo.
Una procedura affrettata e «chiusa» che è esattamente il contrario di quella auspicata da padri e madri costituenti.

DICIAMO NO
V. 🚑 Perché dichiarazioni pubbliche del governo confermano (e aggravano) le preoccupazioni per l’indipendenza e l’autonomia della magistratura
Da molti mesi, il governo attacca il lavoro della magistratura ed esprime insofferenza verso il controllo di legalità. Per esempio, la presidente del Consiglio ha parlato dell’esigenza di «fermare l’invadenza» della magistratura rispetto alle decisioni del potere politico (in relazione ai doverosi controlli della Corte dei Conti, che tutela i soldi raccolti con le tasse pagate dai cittadini). Ha detto pure che spesso la magistratura «vanifica il lavoro delle forze di sicurezza», menzionando casi in cui i giudici sono intervenuti annullando misure di fermo, detenzione o espulsione applicando le leggi esistenti a garanzia dei cittadini.
Il ministro della Giustizia Nordio addirittura lamenta che i dirigenti dell’opposizione «sanno benissimo quanto sia stata limitata la sovranità della politica davanti all’invadenza delle procure» e li biasima perché,
opponendosi alla riforma, «compromettono la loro libertà di azione di domani».
Ma l’indipendenza della magistratura serve proprio a far si che il potere giudiziario possa limitare il potere esecutivo e controllare che rispetti le leggi, a tutela di tutti i cittadini. È uno dei cardini delle democrazie liberali, che non a caso oggi è sotto attacco in molti Paesi, in Europa e nel mondo.
Altrimenti la legge non è uguale per tutti.


https://effimera.org/epstein-files-o-dellirriformabilita-del-maschio-cishet-e-delloccidente-di-maddalena-fragnito/?fbcli...
09/02/2026

https://effimera.org/epstein-files-o-dellirriformabilita-del-maschio-cishet-e-delloccidente-di-maddalena-fragnito/?fbclid=IwdGRjcAP27lVjbGNrA_btj2V4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAABHghoNbk3c1G09TVnXAv2dYzvmEBLhmo0AcddVFgm0BtxuwXFH-9rXuNAv6kQ_aem_TqtS7u3FDRoL7w2ZRsuUJg

  Quello che emerge dai cosiddetti Epstein Files — torture, abusi, stupri, sparizioni sospette e possibili omicidi di ragazze, traffico di bambini e bambine, impunità e insabbiamenti bipartisan — non è una sequenza di crimini eccezionali né l’ennesima prova della degenerazione delle élite...

"L'unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante".Cesare Pavese,...
25/12/2025

"L'unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante".
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere: Diario 1935-1950

Il file rouge sono i minori. "Bambine e bambini: il grido, l'ascolto". Un parterre specialistico dell'antimafia sociale ...
23/11/2025

Il file rouge sono i minori.
"Bambine e bambini: il grido, l'ascolto".
Un parterre specialistico dell'antimafia sociale e terzo settore avanzato, inclusivo, tra magistrata, giornalisti, psicologa degli orti sociali, presidio di Libera, attiviste ambientaliste.
"Parole e cose", fatti, analisi, strumenti, dubbi, auto-critiche e proposte da non vanificare, da mettere in rete, per non disperdere un intervento civico che deve porgere l'orecchio all'ascolto, ma anche costruire cantieri di offerta culturale primo indispensabile substrato sociale per l'emancipazione di una terra devastata dalla devianza minorile [impietosa la relazione annuale della Corte d'Appello di Catania riportati da Rosa Maria Di Natale: 577 violenze in famiglia di cui 465 violenza assistita e 112 maltrattamenti; su 889 segnalazioni di dispersione scolastica ben 211 ricorsi al corrispondente tribunale, definiti quasi sempre con la ripresa della frequenza scolastica da parte dei minori coinvolti] devastata dalla dispersione scolastica, dai tassi percentuali dei reati commessi da minorenni e relativo soggiorno negli istituti di pena minorili, dalla povertà educativa, dalle marginali prospettive di lavoro.
Dora Bonifacio, consigliera della Corte d'Appello di Catania, componente della giunta esecutiva sezionale dell'ANM, non si limita a tratteggiare l'escursus costituzionale del diritto all'istruzione pensato da padri e madri costituenti non solo come diritto/dovere libero e aperto, da assicurare ai capaci e metitevoli ben al di là di un ministero che di ispira al merito per censo e opportunità di partenza, senza rimuovere gli ostacoli che di fatto ne limitano la promozione sociale. Accenna al progetto "Liberi di scegliere" in cui lo Stato dopo aver tolto i patrimoni alle mafie ne contrasta la cultura e il perpetuarsi della violenza, sottraendogli i figli, quella manovalanza a destino unico certificato quando non si ribellano madri e familiari di un sistema patriarcale arcaico.
Del progetto, ideato dal presidente del Tribunale dei Minori, Roberto Di Bella, che da Reggio Calabria dove lo ha sperimentato in via giurisprudenziale, lo ha fatto approdare attraverso Libera, anche al parlamento siciliano, ha parlato Luigi Patitucci, presidente di Libera presidio Don Pino Puglisi, lo scorso 25 maggio all'Ars, infatti, il progetto è diventato legge regionale rivelandosi anche lo strumento - inaspettato - per la collaborazione di giustizia di ben 8 donne di famiglie mafiose.
Rosa Maria Di Natale, giornalista, scrittrice, fondatrice di blog di e della newsletter Civilia Italia, premio Ilaria Alpi 2007 e poi "Pro bono Veritatis - Livatino nel 2011 per il video documentario su "Hotel Librino", avendo incrociato per cronaca le piazze di spaccio in mano alle vedette minorenni, le inchieste sui senza tetto e i senza fissa dimora, le vittime minorenni di violenza assistita si è interrogata con accenni critici sulla professione e sul maggiore contributo che la categoria dell'informazione può dare, partendo sicuramente dalla Carta di Treviso e dal codice deontologico ma chiedendo uno sforzo di analisi e di contesto per raccontare più organicamente i singoli fatti di cronaca - quasi unendo i punti di un disegno che si delinea in filigrana ma non viene poi "visto" nella sua interezza.
Ne supporta rilievi e dati il saggista Antonio Fisichella, già presidente dell'Agenzia dei Beni confiscati alla mafia, componente dell' Associazione Memoria e Futuro, che ricorda i numeri della povertà educativa a Catania: tempo pieno a scuola solo 9%; asili nido solo 5-6%; la più alta percentuale di minori non diplomati in Italia; un distacco del 10% tra i laureati rispetto al 31% nel resto d'Italia e al 40% in Europa; una percentuale di reati minorili nel distretto della corte d'Appello di Catania che comprende anche Ragusa/Siracusa [circa 2 milioni di abitanti] che rivaleggia con il distretto campano che di abitanti ne ha 4 milioni e con l'omologo popoloso distretto laziale. Il decreto Caivano denuncia, a Catania, è diventata un'altra cosa non un intervento sulle strutture d'integrazione sociale ma un intervento sulle strutture viarie turistiche.
La psicologa Maria Fabiana Currenti, operatrice delle Fattorie sociali degli Orti del Mediterraneo, bene confiscato alla mafia in contrada Erbe Bianche a Misterbianco, vero gioiello di cooperativa sociale che include lavoratori con spettro autistico oppure messi in prova alle pene alternative, racconta il progetto ispirato alla Laudato Si' con cui producono miele, farine, conserve sperimentando i percorsi di autonomia per il "Dopo di noi" la legge per l'accudimento delle persone con disabilità alla morte di famiari e cargiver.
Non resta che ringraziare la socia e co-cordinatrice della serata Maria Caruso, imprenditrice, madre e cittadina fondatrice del ComitatoContro LaDiscarica di Misterbianco e Motta [unite nella lotta!] che non ha mai smesso di lottare per la sua comunità, la ragazza "Tienanmen" che bloccava i camion sulla strada statale 121 come non è più possibile fare dopo i decreti sicurezza mentre gli ecomostri continuano a prosperare.
Ieri sera non si è tenuto il sorteggio, pertanto, l'invito è a non mancare stasera per l'ultimo abbraccio di comunità alla e per i prossimi appuntamenti a Catania a piazza Stesicoro martedì 25 novembre con tutta la rete femminista per la e mercoledì 26 novembre per l'ultimo mercoledì del mese insieme alle associazioni della rete Restiamoumani Incontriamoci

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Misterbianco
95045

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