Forum Violenze Femminicidi

Forum Violenze Femminicidi Una comunità di donne e uomini che stringono un patto per promuovere azioni sistemiche antiviolenza.

L'orazione a Genova di Benedetta Tobagi : Genova, 25 aprile 2026."1. Voglio partire da una lettera, datata proprio 25 ap...
26/04/2026

L'orazione a Genova di Benedetta Tobagi : Genova, 25 aprile 2026.

"1. Voglio partire da una lettera, datata proprio 25 aprile 1945. La firma “Chicchi”, ovvero la partigiana Teresa Mattei, genovese di nascita, all’epoca 24enne, che ancora non ha idea che sarà la più giovane eletta alla costituente. Scrive da Firenze a una compagna partigiana di Milano, Anna Maria Magni, appena mezz’ora dopo – pensate - aver sentito alla radio che “Torino e Milano sono liberate dai patrioti”, dice proprio così – perché i patrioti sono, e resteranno sempre, i partigiani, anche se da destra usurpano spesso e volentieri questa parola. Dice: “Io sono sempre in giro: ho un lavoro enorme. Ora aspettiamo il ‘vento del Nord’: ne abbiamo bisogno! Basandoci sull’esperienza di qui, per ciò che può valere, vi consigliamo di impiantare al più presto una salda organizzazione anche per le donne”. In vista del primo voto ovviamente!
La cosa pazzesca di questa lettera è che ci dà il senso del continuum, del flusso magmatico della storia in cui siamo immersi – Mattei non si rende conto che sta scrivendo in quella che sarà la data simbolo della Liberazione! Ancor più importante, ci restituisce, in quel flusso vorticoso di eventi, le cose chiare e cruciali da subito: in questo caso, il tema su cui vogliamo soffermarci oggi, il nesso tra Resistenza e nascita della Repubblica e il ruolo centrale che in esso hanno la donne, divenute finalmente cittadine.
Un passaggio fondamentale nella storia delle donne, per la loro emancipazione. Ma ancor più, un passaggio in cui le donne sono state fondamentali per la storia del Paese intero: per la Resistenza, prima; per la nascita della Repubblica e la genesi della Costituzione, poi. Una pagina di storia che ha ancora molto da dirci.

2. Cominciamo col dire che senza donne, la Resistenza non si sarebbe potuta fare. Punto. In un Paese spaccato in due e in larga parte occupato dai nazisti e dai fascisti del regime di Salò, quel complesso di attività clandestine di opposizione, sabotaggio e guerriglia, sarebbe stato impraticabile. Per anni è prevalsa una retorica riduttiva, secondo cui le donne hanno solo collaborato, aiutato, partecipato. Invece sono state fondamentali: la maggior parte dei combattenti armati sono stati uomini, indubbiamente, ma le donne hanno dato corpo alla indispensabile rete di assistenza, logistica, supporto, comunicazione e anche di intelligence, che ha consentito loro di sopravvivere e operare. Per dirla con le parole della ex partigiana Teresa Vergalli, “Senza le donne non si poteva fare niente: le donne erano la radio, la portaerei, le infermiere, il dottore. Erano tutto”.
Ci sono voluti decenni, per cambiare lo sguardo su questa storia, perché le resistenti, insieme alle tante forme di Resistenza civile, potessero ottenere il giusto riconoscimento e la dignità di attrici protagoniste, accanto agli uomini; alla pari, pur nella diversità.
Le donne si attivano perché hanno sperimentato la ferocia della guerra di aggressione voluta da Hi**er e sostenuta dal Duce, che ha mandato in pezzi le menzogne del regime. La sola Genova, tra il giugno ‘40 e l’agosto del ’43 subisce 16 bombardamenti aerei, che lasciano senza dimora 60mila persone. Il 28 ottobre 1942, una donna genovese di nome Erica, che in uno di quei bombardamenti ha perso la figlia, scrive a Mussolini: “Che c’entrava una bimba di sette anni? [...] Questa non è una guerra tra soldati: in prima linea siamo noi che stiamo a casa”. Trascinate in prima linea, decine e decine di migliaia di donne scelgono di non essere solo vittime, non si girano dall’altra parte davanti all’orrore, aspettando che la tempesta passi, ma si fanno protagoniste attive.
Quando cade il fascismo, il 25 luglio del ’43, le donne partecipano alle manifestazioni e agli scioperi per il pane e la pace... E con l’armistizio dell’8 settembre, si attivano subito per aiutare, nascondere, sfamare e rivestire i soldati allo sbando e i prigionieri di guerra fuggitivi – spesso con espedienti ingegnosi da commedia all’italiana!
Vincenzina Musso, per esempio, gestisce il banco del lotto al Campasso, lo usa per nasconderci i soldati, rivestirli da civili e farli scappare, mettendo in piedi un ingegnoso sistema di false estrazioni del lotto. Per lei e tante altre tutto comincia da un gesto di cura – maternage di massa, l’hanno chiamato. Ma la più tradizionale funzione femminile diventa sovversiva, quando esce dalle mura di casa e si ribella al potere e alla sua logica brutale. Tra le molte cose che la Resistenza delle donne ci insegna, c’è proprio il valore rivoluzionario della cura dei vulnerabili, un messaggio che risuona particolarmente potente, nel nostro tempo. Perché ormai è considerata sovversiva, per esempio, la difesa e la cura dei corpi migranti. E anche portare cibo a degli innocenti affamati, segregati e massacrati ormai p sovversivo: per questo tutta Italia ha guardato con ammirazione e con fierezza alla Genova in fila per donare cibo da caricare sulle barche della flottilla per Gaza; per questo è particolarmente bello che, proprio oggi, tempo permettendo, un’altra flottilla sia in partenza dalla Sicilia.

3. Nella guerra, Genova ha un’importanza strategica enorme, per questo la Resistenza si dispiega qui in modo massiccio e capillare – nei carrugi, nel porto, nelle fabbriche e nei cantieri, cittadelle antifasciste che sfidano i nazisti e vedono oltre 1.500 operai deportati nei lager. E le donne ci sono sempre.
Ci sono le operaie, all’Ansaldo e negli altri grandi stabilimenti, che organizzano scioperi, mobilitazioni, sabotaggi e furti di materiale utile alla Resistenza. Ci sono le ragazze che si uniscono ai Gap, con le loro azioni spettacolari, dagli attentati ai sabotaggi dei tralicci. C’è una moltitudine di donne, giovani e non, che fa pernacchie ai pregiudizi (non solo fascisti), che le vogliono stupide o deboli, o comunque inoffensive, e anzi impara a sfruttarli, per mettere a segno missioni ad altissimo rischio.
Come una studentessa di famiglia operaia, che a 17 anni già trasporta documenti essenziali per la Resistenza, senza fare un plissé, e si guadagna un posto nella segreteria del Cln genovese. E la conoscete tutti perché si chiama Mirella Alloisio e ha compiuto da poco cento anni. Racconta: “Mi avevano dato una borsa a doppio fondo; nel doppio fondo mettevo i documenti e sopra sceglievo sempre o latino o filosofia, le cose un po’ più difficili, perché siccome le Brigate nere erano ignoranti di fronte a queste erano un po’ più... allora mi facevano passare” (...poi dicono che la cultura non serve!). Riuscirà a contrabbandare anche le mappe delle mine collocate dai nazifascisti nel porto di Genova, mappe che permettono ai camalli e ai partigiani delle Sap di salvare questa infrastruttura vitale.
La repressione nazifascista è feroce. Anche qui, le donne sono accanto agli uomini. Per tutte ricordiamo Alice Noli, a cui sarà intitolata una delle tre brigate partigiane femminili di questo territorio. La vedova di uno squadrista disse che Alice avrebbe potuto salvarsi “se fosse stata un po’ più sottomessa”. Tocca a tante, questo tipo di sfregio. Dicono che se la sono cercata, che dovevano stare a casa. Oppure sono bollate come puttane, e pagano il prezzo della maldicenza dopo la guerra.
La Resistenza, però, in cambio, offre alle donne un’occasione formidabile per evadere dalle gabbie asfissianti imposte dalla società, possono muoversi da sole, possono fare “cose da uomini”, incluso combattere armate e diventare comandanti. Possono essere davvero libere. Per tutte, cito Rosa Biggi, di Fontanigorda, un paesino sui monti qui dietro, che a 17 anni diventa la partigiana Nuvola e di quel tempo straordinario dice: “per la prima volta mi sono sentita qualcuno”.
Le donne, insomma, sono indispensabili alla Resistenza, ma la Resistenza fa moltissimo per loro. Anche questo è un grande insegnamento: possiamo realizzarci davvero, trovare una dimensione profonda di senso, quando andiamo oltre l’orticello del nostro interesse, impegnandoci nel mondo, con e per gli altri.

4. Tutto questo è possibile perché i Gruppi di Difesa della Donna, la grande organizzazione femminile della Resistenza per impulso del CLN, trasversale rispetto alle forze politiche (non è solo di sinistra, la Resistenza!), s’impegna in modo sistematico perché possa cambiare tutto non solo sul piano personale, ma su quello politico. Non si accontentano di un ruolo operativo. Vogliono che la resistenza sia il primo passo nel cammino per diventare cittadine.
Le dirigenti tracciano un grande progetto politico per il futuro. Vogliono portare la donna su un piano di parità giuridico, economico e sociale con l’uomo! Parità salariale, tutele per le lavoratrici madri, sostegno all’istruzione dei bambini... tutto messo nero su bianco, dal novembre del 1943. La marcia di emancipazione delle donne nella Repubblica comincia lì, si radica nella lotta delle donne nella Resistenza – tutte, cattoliche, comuniste, liberali, socialiste (Alla luce di questo dato storico, vi rendete conto dell’assurdità che la prima donna alla guida del governo di questo Paese non si riconosca nell’antifascismo? Assurdo!)
I Gruppi di difesa s’impegnano perché la donna deve partecipare alla lotta contro il nazifascismo non solo “attivamente”, ma “coscientemente”. E guardate la bellezza di questo avverbio: è il sovvertimento totale del “credere obbedire combattere” fascista. Sfidano il pregiudizio per cui le donne sono creature inferiori, che non meritano istruzione, né i diritti civili! sono pronte a essere combattenti, e poi cittadine, consapevoli, semplicemente bisogna insegnarglielo! Allora, anche nel pieno del conflitto, fanno riunioni, per spiegare a donne che magari non sanno nemmeno leggere, cos’è la democrazia, come potrà essere l’Italia del futuro. L’impegno si moltiplica man mano che l’Italia va liberandosi: è il lavoro di cui scriveva Teresa Mattei nella lettera da cui siamo partiti.
La prima richiesta ovviamente è il diritto di voto. Lo ottengono alla vigilia della Liberazione. Il governo, ancora espressione tutte le forze del CLN, su impulso di De Gasperi e Togliatti, conferisce alle maggiori di 21 anni il sospirato diritto di voto, che le italiane avevano soltanto sfiorato dopo la prima guerra mondiale con decreto del 1° febbraio 1945 - subito prima della grande mobilitazione che le donne avevano annunciato da tempo.
Il decreto però non prevede la possibilità per le donne di essere elette! Non è una dimenticanza. C’è un forte interesse dei partiti di massa a conquistare le nuove elettrici (si sa che il voto delle donne sarà cruciale); importa molto meno dar loro la possibilità di rappresentare se stesse.
Allora le donne riprendono la lotta. Insieme, anche se con la Liberazione arrivano prime fratture politiche importanti tra cattoliche e comuniste. E nel giro di un anno, nel marzo del 1946, si conquistano anche la possibilità di essere elette. Appena in tempo per le tornate del voto amministrativo. E vogliamo ricordare il risultato, sorprendente, date le difficoltà e i tempi strettissimi, delle prime dodici sindache d’Italia, elette in piccoli Paesi, ma in ogni angolo del Italia, anche nel profondo sud.
Poi le donne più consapevoli si impegnano strenuamente per portare anche tutte le altre alle urne per la prova fatidica del 2 giugno, il referendum per scegliere tra monarchia e Repubblica, per eleggere la Costituente. Devono smentire chi dice che non sono mature, che a votare nemmeno ci andranno. Ancora Mirella Alloisio ci racconta che lo sforzo fu particolarmente intenso tra loro, le ex partigiane, perché “i compagni ci dicevano: se vince la monarchia è colpa delle donne!”: temevano un voto reazionario, dettato dai preti. Alloisio non era maggiorenne, non ha potuto votare, ma ha fatto una campagna elettorale scatenata a Genova e provincia, 7-8 comizi al giorno, pure con personaggi del calibro di Pertini! E poi le donne vanno porta a porta, nei cortili, nelle botteghe: perché tante non possono andare in piazza, o ancora non ne hanno il coraggio.
In un Paese distrutto, affamato, largamente analfabeta, è un risultato straordinario, e una vittoria soprattutto loro, che il 2 giugno 1946 votino quasi il 90% delle donne aventi diritto, e in Assemblea Costituente vadano 21 deputate. Poche, ma lasciano il segno. Dobbiamo a loro che in Costituzione siano entrati i principi cardine della parità di genere. Anche grazie a loro, la nostra Carta dà tanto spazio anche ai diritti sociali. Per tutte, ricordo che fu Teresa Mattei a voler rafforzare l’art. 3, per affermare che la Repubblica deve impegnarsi a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociali che limitano “di fatto” la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.

5. Bellissimo, eh? Ma, fuor di retorica, c'è qualcosa di incredibilmente frustrante nella democrazia. La Resistenza delle donne ha molto da insegnarci anche su questo: alla faccia della Costituzione, le donne poi entrano in magistratura solo nel 1963, il diritto di famiglia si democratizza nel ’75, per la parità salariale bisogna aspettare il ’77, e nel privato ancora non c’è... e la Costituzione, in generale, in tanti aspetti, resta un bellissimo progetto, non ancora realizzato.
Allora possiamo guardare a questo passato in due modi: con le lenti amare di chi si concentra sulle promesse mancate, sulla realtà abissalmente lontana ideali, sulla “resistenza tradita” (che è stata una ferita reale e dolorosissima per tanti ex partigiani e partigiane).
Oppure possiamo capire e sentire, grazie a loro, che la democrazia è fatica e impegno costante, è costruzione, manutenzione, ricostruzione, passi avanti e passi indietro. Credo che il grande dono che può la storia può fare alla memoria, sia proprio offrire un respiro ampio, una prospettiva di lungo periodo in cui limiti e mancanze non ci fanno perdere di vista la grandezza dei traguardi raggiunti, la dimensione degli ostacoli. Per coltivare la speranza in modo consapevole.
In questo mondo in fiamme, terribile e per molti versi spaventoso, è facile provare un senso di impotenza e angoscia. Ma proprio per questo, il 25 aprile non è solo memoria o commemorazione, magari retorica, ma rivela la sua vitalità scalpitante. Proprio perché la guerra d’aggressione e la legge del più forte picconano ogni giorno i fondamenti del diritto internazionale; perché tante persone guardano all’estrema desta per paura, per rabbia, perché credono dia risposta ai loro bisogni; in un’Italia governata da una destra che non vuole saperne di riconoscersi nella matrice antifascista della Repubblica, che continua a sfidare, forzare, addirittura cerca di picconare Costituzione, che rilancia parole abominevoli come la remigrazione. Più che mai, l’antifascismo e la Costituzione con i loro cardini, la giustizia sociale, l’uguaglianza, l’orizzonte federalista europeo, restano un faro, pilastri a cui sorreggersi e da difendere, attorno a cui ritrovarsi. Come è accaduto poco più di un mese fa.
Siamo stati in quindici milioni - sorpresi noi stessi di essere così tanti - a dire No al referendum per difendere la Costituzione. Un No che ne conteneva molti altri – No alle tentazioni autoritarie, no alla forzatura delle regole, no alla forza oltre il diritto, no a una propaganda di b***e clamorose che ci tratta da cretini per spaventarci. Un No pieno di affermazioni positive, che poi è anche l’essenza stessa della Resistenza. Come ha detto una ragazza di vent’anni qualche giorno fa: l’antifascismo non è essere contro qualcosa, è “volere una società bellissima”.

In questo tempo difficile, è un simbolo davvero potente l’immagine della città di Genova che si libera da sola, con le truppe naziste che – caso unico in Europa - si arrendono non agli Alleati, ma direttamente ai partigiani, e marciano disarmate dietro agli uomini e alle donne della resistenza, guidate dall’operaio Remo Scappini, Ci ricorda che non siamo impotenti. Siamo parte di una storia più grande, luminosa, che ci precede, ci attraversa e ci sostiene, ci dà forza e ispirazione e ci trascende. Ma l’esperienza di chi ci ha donato la libertà ci insegna pure che lavorare per “una società bellissima” è anche frustrazione, mediazione instancabile tra idee diverse, scontri a volte feroci, lavoro quotidiano, un passo alla volta.
Il 25 aprile è una porta che si è aperta, sempre e di nuovo da attraversare. È l’inizio di un’altra battaglia, “più lunga, più difficile, più estenuante, anche se meno cruenta” scrisse Ada Gobetti. Infatti Teresa Mattei, Anna Maria Magni, come tante e tanti altri, nel giorno della Liberazione stavano lavorando per il dopo, con un pragmatismo che non perdeva la capacità di ancorarsi ai grandi ideali.
Portiamoci dietro questo spirito, questa emozione, questa storia, nell’impegno di ogni giorno.
Perché sia un buon 25 aprile per tutto l’anno.

Appuntamento il 21 giugno a Roma per rammendare insieme tutti i teli d'Italia.
13/04/2026

Appuntamento il 21 giugno a Roma per rammendare insieme tutti i teli d'Italia.

"Agiscono in coro, con voci singole", le donne invadono la piana di Catania alle porte della Base NATO di Sigonella, qui...
12/04/2026

"Agiscono in coro, con voci singole", le donne invadono la piana di Catania alle porte della Base NATO di Sigonella, qui continuiamo ad animare le 10, 100, 1000 piazze della Pace con la nostra presenza non solo fisica, quella grazie a cui saremo anche il prossimo 21 giugno a Roma.

Un pensiero pacifista e femminista lungo poco meno di 2 secoli che ha alimentato le speranze delle donne "comunarde" dopo la Rivoluzione francesce, le donne dei Fasci Siciliani, il pensiero delle femministe anarchiche e socialiste a Pietroburgo come a Firenze, che nel nome della Pace subivano processi e carcere, fino alle donne partigiane, alle madri costituenti.
E ancora la lotta per il lavoro, le terre, l'acqua, i movimenti antimilitaristi contro la leva obbligatoria, le marce contro i missili a Comiso e ora a Niscemi e Sigonella.
La Sicilia è terra di Pace.

Da "Comunarde.Storie di donne sulle barricate" di Federica Castelli.
"È proprio ciò che fanno le donne del popolo parigino il 18 marzo 1871. Evitano lo scontro e ridefiniscono le modalità del conflitto a vantaggio della soggettività più generale che rappresentano, quella della moltitudine urbana. I soldati infatti prima tentennano, poi fraternizzano con la folla, e infine arrestano i propri ufficiali.
È l’inizio della Comune ed è un incipit che si fonda sul rovesciamento dell’assunto secondo cui lo spazio del femminile è quello domestico. Le comunarde ci dicono da subito che il loro spazio è quello pubblico, lo spazio della città."

03/04/2026
Lanciata da una giovane donna l'8 marzo 2026, Marika Schillaci, presso i locali dello Spi Cgil e dell'Auser di Lineri, i...
29/03/2026

Lanciata da una giovane donna l'8 marzo 2026, Marika Schillaci, presso i locali dello Spi Cgil e dell'Auser di Lineri, in occasione dell'80esimo del voto alle donne, subito accolta dalle associazioni di donne e uomini che nel territorio si impegnano quotidianamente nella diffusione delle pratiche di gestione non violenta dei conflitti, di tessitura della pace e concreto benessere per bambine e bambini, ieri, anche a Misterbianco "10 100 1000 Piazze di Donne per la Pace" si è manifestata come nelle piazze di tutta Italia.

Un lavoro intergenerazionale e un passaggio di testimone, già registrato dopo l'esito referendario con la vittoria del NO cui anche la Sicilia e Misterbianco in particolare ha contribuito con numeri superiori alla media nazionale, che premiamo il protagonismo di giovani generazioni che tornano a vivere e sperare nella nostra comunità.

Le performance, le parole, i giochi, i colori, i fili di questa tessitura tra le mani di donne, di bambini, di uomini per la pace non può cessare, deve restare la nostra voce permanente e disarmante sul NO a tutte le guerre.

29/03/2026

Performance sulla 10,100,1000 Piazze di Donne tessono la Pace 28 marzo 2026 Misterbianco

29/03/2026

10,100,1000 Piazze per la Pace 28 marzo 2026 Misterbianco.

22/03/2026

Le italiane arrivano tardi al diritto di voto, al suffragio universale attivo e passivo, esattamente come le francesi, nonostante Olympe de Gouges e la Rivoluzione. È con il decreto legislativo luogotenenziale del 1° febbraio 1945 (n. 23) che si riconosce alle maggiorenni di 21 anni il diritto di voto attivo, mentre sarà il decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74 che riconoscerà alle donne maggiori di 25 anni il diritto di voto passivo.

Le uniche a essere escluse dal diritto di voto attivo saranno le donne citate nell’articolo 354 del regolamento per l’esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza cioè "le pr******te schedate che lavorano al di fuori delle case dove è loro concesso esercitare la professione". Ma la lotta per l'emancipazione e la parità dei diritti nell'Italia del Regno post unitario non era stata vana, sull'onda delle "suffragiste" - denigrate in suffragette - quelle che tra Nuova Zelanda, Norvegia e Finlandia avevano già ottenuto il voto nei primi anni del novecento, quella lotta anche in Italia aveva visto i movimenti femministi protagonisti di un lungo cammino con una portentosa battaglia culturale e politica, portata avanti da figure come Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori e Anna Kuliscioff a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, lotta che le aveva viste materializzarsi in tutta Italia, Messina compresa [ma*****ia ai documenti distrutti con il terremoto del 1908] con il deposito di una petizione per ottenere l'iscrizione alle liste elettorali nel 1906, petizione di maestre [Luigia Mandolini Matteucci], laureate [Montessori, pedagogista], giornaliste [Mozzoni], mediche [Kuliscioff], avvocate[Poet] riconosciuta dal solo giudice di Ancona, quel Lodovico Mortara - "personalmente contrario, giuridicamente favorevole"- degnamente descritto nel romanzo di Rosa Maria Cutrufelli quale giudice imparziale ed unico a sapersi spogliare del suo pregiudizio per ammetterle al voto. Tuttavia la petizione, fondata sulla non esclusione delle donne tra i "regnicoli" dello Statuto Albertino, sarà poi miseramente bocciata nel resto del regno d'Italia e nel frattempo anche il suffragio universale maschile riconosciuto solo dal 1918/1919 fino al 1925 sarà abolito da Mussolini. Un'articolata e avvincente lectio magistralis, la docente e formatrice di storia, Josè Calabrò, la offre in occasione di questo 8 marzo 2026 che celebra gli 80 anni del primo voto alle donne quel 10 marzo 1946, nel quale potranno esercitare l'elettorato attivo, mentre aspetteranno il 7 aprile del 1946 per godere dell'elettorato passivo ed essere elette come sindache, ben 12 in tutta Italia. Una lectio che parte da una rivista storica "Noi Donne" che racconta la ricca vicenda dell'U.D.I. - quell'Unione Donne in Italia, l'associazione di partigiane figlia dei Gruppi Difesa Donna nati nel 1944 e di cui un'articolazione corposa era presente a Misterbianco già nel 1945 - ben 300 donne - ne scrive in prima persona la maestra Agata Fiorito - tesoriera e segretaria di un'UDI che da Misterbianco conquista le pagine nazionali della rivista per essere d'esempio per l'attivismo mutualistico e l'emancipazione delle donne. Calabrò può tranquillamente passare dalla storia locale a quella siciliana e nazionale intrecciandole profondamente con precisi riferimenti storici e puntuali fonti d'epoca, non solo perché ne possiede i titoli accademici, ma perché ne padroneggia lo spirito dei tempi e la genuina immedesimazione per tutte le lotte che le donne, in ogni parte del mondo, hanno inteso promuovere e vincere, senza violenza, senza sopraffazione con la sola forza della perseveranza e della resistenza al dominio maschile patriarcale. E, naturalmente, a questo racconto storico sul primo voto delle italiane 80 anni fa che attraversa tutto lo Stivale non possono mancare la rilevanza di tutti i mezzi di comunicazione di massa, non solo giornali e riviste politiche, oltre al cinema [Senza Rossetto/ C'è ancora domani] - tra cui la radio, lo strumento più diretto, per raccontare la cronaca e l'emozione di una giornata particolare, attraverso la trasmissione di Radio Roma, a cura della giornalista Anna Garofalo a cui dopo la liberazione dal nazifascismo, nel settembre 1944, quando “le donne italiane facevano la fila alle fontane, tagliavano i bollini delle tessere e cucinavano con il carbone”, gli alleati affidarono la guida della trasmissione "Parole di una donna", con i suoi tre appuntamenti settimanali nell'orario di massimo ascolto accompagna la vita delle italiane e tutte le questioni di lavoro, diritti, politica, libertà.
E così la suggestiva e fedele cronaca del voto del 2 giugno 1946 - il referendum su monarchia e Repubblica -:
"Lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali. Sembra di essere tornate alle code per l’acqua, per i generi razionati. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame,[…]stringiamo
le schede elettorali come biglietti d’amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi e molte tasche gonfie per il pacchetto della colazione.
Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, alla pari".

Tra un intervento e l'altro del numeroso parterre intervenuto presso la Sala dello Spi Cgil di Lineri [Igor, Nastasi, Lino Bonomo, Marika Schillaci], la profssa Calabrò trova il tempo di correggere bonariamente una vulgata, frutto della guerra fredda, oggi diremmo una , sulla nascita della celebrazione dell'8 marzo come frutto di un episodio di sfruttamento delle lavoratrici a Chicago, riportando le lancette della storia e le sue protagoniste alle donne per la pace contro la prima guerra mondiale a San Pietroburgo.
La storia della Giornata internazionale della donna, istituita dall’ONU nel 1977, ha in realtà radici più antiche e dalla forte connotazione politica, che risalgono alla prima metà del XX secolo. L’8 marzo 1917 (secondo il calendario gregoriano: in Russia era la fine di febbraio) le donne di San Pietroburgo guidarono infatti una grande manifestazione che reclamava la fine della partecipazione del Paese alla Prima guerra mondiale, e che fu la miccia della Rivoluzione russa di febbraio e della fine degli zar. Fu così che nel 1921, durante la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, si decise di fissare all’8 marzo la data condivisa della Giornata internazionale dell’operaia. Fu poi l’istituzione di una giornata “per i diritti della donna e per la pace internazionale” da parte dell’ONU, che si fece coincidere appunto con l’8 marzo già celebrato in molti Paesi, ad assegnarle definitivamente il valore universale che conosciamo oggi: quello di un’occasione per celebrare e sostenere il riconoscimento dei diritti delle donne e la loro piena e paritaria partecipazione alla vita civile, economica, sociale e politica.

Insomma il colore di questo manifesto è la scelta politica di vederlo ancora ai nostri giorni il fascismo che tenta sempre di opprimere i poveri, i precari, le donne nominate solo per parata, i poteri abusati e ridotti a uno solo, come nei peggiori progetti eversivi, e allo stesso tempo la consapevolezza di non arrendersi, di sapere che se le grandi conquiste non sono per sempre, ora e sempre si difendono con un voto. Libero, segreto, uguale. Anche i prossimi 22 e 23 marzo.

Ci siamo, anche oggi, come 80 anni fa. Distribuiamo mimose e carte costituzionali come nel 1946 - primo voto amministrat...
08/03/2026

Ci siamo, anche oggi, come 80 anni fa.
Distribuiamo mimose e carte costituzionali come nel 1946 - primo voto amministrativo il 10 marzo 1946 e poi il referendum costituzionale del 2 giugno su monarchia e repubblica- il primo suffragio femminile universale delle donne in Italia dopo la guerra di liberazione dal nazifascismo e il ripristino della democrazia e della libertà dopo le leggi razziali e il partito unico e lo squadrismo violento che colpiva il dissenso in parlamento - Matteotti - e il dissenso delle Camere del Lavoro messe a ferro e fuoco in tutto lo stivale.
Introduce la segretaria Giuseppina Rotella, ricordando l'impegno di questo luogo del cuore, la Camera del Lavoro Cgil di Lineri- Misterbianco presidio di servizi, mutualismo e partecipazione, un luogo e un tempo in cui l'incontro con Josè Calabrò ha illuminato un percorso di comunanza, di lotta, di costruzione dei percorsi dei diritti delle donne e della cittadinanza.
E quel voto nel 1946 si rinnova quest'anno nel referendum oppositivo del 22 e 23 marzo 2026 che vorrebbe travolgere 7 articoli della Costituzione nel nome di una riforma sulla giustizia che non cambia la vita delle persone nel quotidiano ma vuole spostare l'asse dei poteri in favore del governo.

Un 8 marzo di lotta, celebra quest'anno - 1946/2026 -  l'anniversario del primo suffragio femminile in Italia: “80 anni ...
04/03/2026

Un 8 marzo di lotta, celebra quest'anno - 1946/2026 - l'anniversario del primo suffragio femminile in Italia:
“80 anni di voto alle donne. Libertà, democrazia, futuro”.
Con questo filo conduttore Auser Sicilia, FareStormo_Ilcerchiodelledonne domenica pomeriggio, alle 17,00 nella sede SpiCgil della Camera del Lavoro di Lineri- Misterbianco, invitano istituzioni, associazioni e ogni persona interessata a celebrare una conquista storica e, al tempo stesso, rilanciare una sfida ancora aperta. A ottant’anni dal suffragio femminile, la partecipazione delle donne è stata indicata come motore strategico per il futuro del Paese.

Insieme a Nicoletta Gatto, della presidenza Auser Sicilia, la segretaria Spi Cgil Giuseppina Rotella e la presidente dell'associazione FareStormo_Ilcerchiodelledonne, Josè Calabrò.

Non basta la ricostruzione storica e politica che sarà proposta da Gatto, per ricordare come “questa iniziativa voglia rievocare e celebrare il coraggio e la determinazione di quelle donne che furono determinanti per la costruzione della democrazia nel nostro Paese”. Dal decreto del 1945 che riconobbe il diritto di voto fino all’elezione delle 21 Madri costituenti.
Insieme con Rotella e Calabrò
sarà ricordato il ruolo decisivo delle donne nella scrittura della Carta e nelle battaglie civili successive.
Non dimentichiamo che “A 80 anni di distanza dobbiamo ancora registrare discriminazioni nel lavoro e una parità retributiva che è ancora da conquistare”.
È congiunto l’appello all'insegna del prossimo appuntamento referendario sulla riforma della giustizia: “Difendiamo la nostra Costituzione, la Costituzione più bella del mondo”.
Difendiamola con la partecipazione vigile e consapevole.
“Come le donne di 80 anni fa anche oggi siamo chiamate a mobilitarci per difendere la democrazia”, perché temiamo i probabili effetti della legge Nordio sull’equilibrio dei poteri e sull’assetto parlamentare disegnato dalla Costituzione.

Indirizzo

Misterbianco
95045

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