05/02/2026
La prima visita con un nuovo paziente non è una valutazione, è un test di sopravvivenza.
Tu sei lì con la tua cartella aperta e la penna in mano, lui è lì con la diagnosi già fatta (da Google, dal cugino o dal barbiere).
Dopo trenta secondi indica una zona del corpo senza contorni definiti.
“Mi fa male qua.”
E tu già sai che il dolore non è localizzato, la storia non sarà lineare e nessuna risposta sarà abbastanza breve.
Chiedi da quanto tempo.
“Da un po’.”
Chiedi quanto è forte.
“Dipende.”
Chiedi cosa lo peggiora.
“Tutto.”
Chiedi cosa lo migliora.
“Niente.”
Nel frattempo pensi che se il buongiorno lo vedi dal mattino, sarà una giornata lunghissima.
Poi arriva il racconto del trauma fantasma.
“Niente di che, una caduta, però anni fa, ma non c’entra.”
Certo, non c’entra mai, finché non c’entra esattamente.
Provi a spiegare che il dolore non è sempre proporzionale al danno, che il corpo si adatta, che servono tempo, movimento, carico graduale.
Lui annuisce, ma lo vedi che sta aspettando altro.
Sta aspettando la causa giusta (per lui), la manovra giusta (secondo lui), la frase motivazionale giusta (era tutto bloccato).
Quando dici che serviranno più sedute, cala il gelo.
Quando dici che dovrà fare esercizi anche da solo, percepisci l'esatto momento in cui la sua speranza si spezza.
Quando dici che dovrà cambiare abitudini, hai appena bestemmiato.
E lì arriva la verità che nessuno dice mai ad alta voce.
Durante la prima visita il professionista non sempre tratta il paziente ma tratta l’idea che il paziente ha del proprio corpo.
E spesso perde.
Perché il paziente vuole la soluzione, non il processo.
Vuole stare meglio, non capire.
Vuole delegare, non partecipare.
E tu lo sai che, qualunque cosa tu dica, uscirà da quel colloquio pensando: “Boh, vediamo se funziona.”
E l'indomani probabilmente manderà un messaggio a un altro chiedendo: “Scusa, ma secondo te, perché mi fa male qua?”
Fine visita.
Cartellina chiusa.
Avanti il prossimo….