Dr. Enrico Contin - Studio Analisis

Dr. Enrico Contin - Studio Analisis consulenza psicologica e psicoterapia

Mentre c’è stato un tempo nel quale quei ragazzi difendevano la loro differenza dal mondo borghese e dai suoi valori aff...
23/03/2026

Mentre c’è stato un tempo nel quale quei ragazzi difendevano la loro differenza dal mondo borghese e dai suoi valori affermando con orgoglio la propria diversità, attualmente questa eterogeneità sembra essersi dissolta.

Uno tra gli autori più amati del mondo del rap e tra i più lucidi autori italiani di questo genere, Fabio Rizzo, in arte Marracash, ha come uno dei suoi temi rappresentativi la vita nelle periferie. È la dimensione più autobiografica della sua opera: prima l’impatto disorientante con il quartiere della Barona nella periferia Sud-Ovest di Milano, poi la vita della strada e i suoi miti, infine il suo lento e tortuoso processo di riscatto. Anche per questo la sua figura ha assunto per molti giovani un carattere quasi mitologico. Non si tratta soltanto di un autore di successo, ma di una voce capace di interpretare una condizione esistenziale diffusa, quella di chi è cresciuto ai margini della città e avverte sulla propria pelle la distanza incolmabile tra la promessa sociale di inclusione e la realtà vissuta dell’esclusione. Ma la sua scrittura non indulge mai alla retorica dell’autocelebrazione del reietto o dell’eroe fuori dalla legge. Al contrario, registra con una lucidità quasi clinica la tensione che attraversa le periferie contemporanee.
Mentre c’è stato un tempo nel quale i ragazzi delle periferie difendevano la loro differenza dal mondo borghese e dai suoi valori affermando con orgoglio la propria diversità, attualmente questa eterogeneità sembra essersi dissolta. Se si osservano in particolare le nuove generazioni si dovrà constatare che gli oggetti del desiderio sono i medesimi: l’orologio, le scarpe, il giubbotto, i gioielli, i simboli effimeri del successo appaiono del tutto equivalenti, valgono tanto per la periferia quanto per il centro. L’eterogeneità che distingue l’una dall’altro non sembra esprimersi più attraverso modelli di vita alternativi ma unicamente attraverso la distanza economica che separa chi può possedere gli oggetti-idoli da chi vive invece la frustrazione di poterli solo desiderare senza mai possederli. Aveva allora ragione Walter Benjamin quando descriveva il capitalismo come una specie di nuova religione di massa. Una religione senza trascendenza, fondata unicamente sul culto permanente del carattere idolatrico delle merci. Marracash registra questo mutamento con la precisione di un sismografo. Nel brano Power Slap formula una domanda ironica e insieme sconsolata: “Il cash compra la felicità, dov’è il negozio?”. Non è soltanto una battuta. È la forma sarcastica che assume una diagnosi sociale: la promessa della felicità è stata completamente assorbita e sequestrata dalla logica effimera del consumo.
La domanda non è quella di un mondo più giusto ma di un’integrazione conformista. Per questa ragione il conflitto politico non prende più la forma di uno scontro tra mondi diversi, ma si è trasformato in una competizione per accedere agli stessi oggetti di desiderio. Non esiste più una vera opposizione tra concezioni del mondo. Esiste piuttosto una domanda diffusa di integrazione nel sistema.

Al link, "Omologazione", il mio articolo di oggi su Repubblica: https://drive.google.com/file/d/1L6EMFhfhXnSbpXybMDQbidRVEHZhw3iI/view?usp=sharing
[Cover: A. Aziz & S. Cucher, Dystopia (1994)]

L'odio può dare senso a una vita che al suo centro è abitata da un vuoto profondo. È un tema di triste attualità.
07/03/2026

L'odio può dare senso a una vita che al suo centro è abitata da un vuoto profondo.
È un tema di triste attualità.

L’odio è il fondamento passionale di ogni guerra. Nel mondo animale non esiste né crimine né guerra perché non esiste la passione dell’odio. L’istinto aggressivo si scatena solo per la difesa del proprio territorio, per la sopravvivenza della propria esistenza o di quella del proprio branco. In ogni caso, essa non assume mai il valore irresistibile di una passione destinata a durare nel tempo e a corrompere la vita. Per questo, Lacan la definisce una carriera senza limiti. Ci sono vite individuali e vite collettive che sostengono la loro identità sulla mobilitazione permanente dell’odio. Gli psicoanalisti sanno bene quanto l’odio possa dare senso a una vita che al suo centro è abitata da un vuoto profondo. Ho assistito più volte allo sprofondamento depressivo di persone che, per ragioni diverse, avevano perso contatto con il loro oggetto d’odio. Era la passione dell’odio a mantenerle in vita.
Ma come si può interrompere la catena dell’odio? Quando il magistero di Gesù evoca l’amore come antidoto radicale della passione dell’odio non concede nulla alla retorica dei buoni sentimenti. La sua parola non sospinge infatti ad amare il simile, ad amare chi ci ama, ma, in modo inaudito, ad amare il nemico. È il passaggio vertiginoso del suo pensiero che nemmeno Sigmund Freud può accettare. Eppure il suo messaggio resta oggi più che mai tanto scabroso quanto essenziale: la fratellanza non è affatto un’esperienza di assimilazione, di uniformazione e, a rigore, nemmeno di condivisione.
Con l’invito paradossale ad amare il nemico Gesù intende piuttosto sconvolgere ogni concezione ingenuamente armoniosa e pacificata dell’amore per metterne in luce il lato più indigesto. Amare il nemico significa infatti amare chi non è a nostra disposizione, chi sfugge al nostro governo, chi non può mai essere assimilato al nostro Io. In questo senso la passione dell’amore è una passione di decentramento, mentre quella dell’odio è, al contrario, una passione di accentramento. Il nemico diventa un bersaglio, un’alterità da disprezzare o da annientare, di fronte alla quale ribadire la propria superiorità morale, etica, razziale o culturale. Saremo dunque responsabili davanti alle nuove generazioni di avere sostenuto una cultura della guerra e dell’odio al posto di una cultura radicale dell’amore?

Al link, "Educare all'odio?", il mio articolo di oggi su Repubblica: https://drive.google.com/file/d/1I6UIEiGtoKTTobg2p2PXygkZNpQRckzl/view?usp=sharing
[Cover: Antony Micallef - Senza titolo]

26/02/2026

Linguaggio: nel cervello umano, ogni parola è esattamente questo: un’onda che parte da un punto preciso e si propaga nelle regioni che regolano emozioni, memoria, decisioni e perfino la fisiologia del corpo.

09/02/2026

È boom di disgrafia, di posture sbagliate e l'abuso di tastiere ci sta sta privando del gesto grafico, che “se non viene esercitato, si perde”. La grafologia lancia l’allarme e chiede una nuova alleanza tra scuola, carta e penna. “La scrittura attiva tredici a...

09/02/2026
06/02/2026

PERCHÈ LA PSICOTERAPIA PSICOANALITICA LACANIANA FUNZIONA?

Prima di tutto: non promette di aggiustarti. E proprio per questo è interessante.
La psicoanalisi lacaniana parte dall’idea che il sintomo non sia un errore da eliminare in fretta, ma una risposta soggettiva, una soluzione singolare che il soggetto ha trovato al proprio modo di desiderare, soffrire, godere. Curare non significa normalizzare, ma capire perché proprio quella soluzione.

Un altro punto forte: prende sul serio la tua parola.
Non lavora su protocolli standardizzati né su categorie rigide. Ciò che conta non è “che diagnosi hai”, ma come parli, dove inciampi, cosa ritorna sempre uguale nei tuoi racconti. In questo senso, la terapia non ti spiega chi sei: ti permette di ascoltarti diversamente.

Dal punto di vista lacaniano, il disagio non nasce solo da traumi o eventi, ma dal rapporto del soggetto con il linguaggio, il desiderio e l’Altro. Molta sofferenza deriva dal tentativo di rispondere alle aspettative altrui, di essere “come si dovrebbe”. La clinica lacaniana apre uno spazio in cui puoi smettere di essere all’altezza e iniziare a essere più vero.

C’è poi un aspetto spesso sottovalutato: non ti dice cosa fare.
Questo può spiazzare, ma è un punto di forza. La psicoanalisi non si sostituisce al soggetto; lavora perché il soggetto assuma la responsabilità del proprio desiderio, invece di delegarlo a regole, tecniche o consigli.

Infine, è da provare perché non mira alla felicità obbligatoria, ma a una forma di libertà più sobria e reale:
meno ripetizioni inutili
meno colpa
meno dipendenza da ideali irraggiungibili
Non promette di stare sempre bene, ma di soffrire meglio, e spesso anche di godere in modo meno distruttivo.

la psicoanalisi lacaniana è da provare se non cerchi una scorciatoia, ma un incontro con ciò che in te insiste, ritorna e chiede di essere ascoltato.

Psicoanalisi e Dintorni

05/02/2026

ADDIO, CARL ROGERS!

“Il curioso paradosso è che quando mi accetto per come sono, allora posso cambiare”.

Carl Ransom Rogers è scomparso il 4 febbraio del 1987. È stato uno dei padri della psicoterapia moderna; il suo approccio, carismatico e vivace, è chiamato “terapia centrata sul cliente”: si tratta di un approccio non direttivo, basato sugli assunti della psicologia umanistica.

Per Rogers, al centro dell’esperienza umana si trova il bisogno innato di conoscere e di auto-realizzarsi nel mondo. Il libro che lo ha reso noto nel mondo è “Counseling e Psicoterapia”, pubblicato nel 1942, seguito da “La terapia centrata sul cliente” del 1951.

Dal punto di vista di Rogers, è necessario focalizzarsi sulle “risorse” di cui un individuo dispone per stimolare il processo di autodeterminazione e realizzazione di sé. Rogers rifiutò di utilizzare il termine “paziente”, per evitare l’associazione automatica con il concetto di “malattia”; al suo posto, scelse di chiamare “cliente” chi si rivolgeva a lui, in modo tale da stabilire una modalità di rapporto meno asimmetrica.

Afferma Rogers:
“Un approccio centrato sulla persona è basato sulla premessa che l’essere umano sia un organismo fondamentalmente degno di fiducia, capace di valutare la situazione interna ed esterna, di comprendere sé stesso nei propri contenuti, di fare scelte essenziali riguardo ai successivi passi nella vita e di agire in base a queste scelte”

Nel lavoro clinico, Rogers rifiuta l’idea dell’esistenza di una vera e propria malattia mentale intesa come “entità statica”, assoluta e immutabile, preferendo il concetto di “crisi”, di “inibizione” e di “conflitto”. Nella sua prospettiva, la psicoterapia ha lo scopo di mobilitare le risorse necessarie per favorire lo spontaneo e ciclico processo di autoregolazione della psiche. Per Rogers, il cliente arrivava a soffrire di uno stato di “incongruenza”, frutto di un conflitto interiore sul versante del bisogno di autenticità.

La ricerca dell’’autenticità e della piena consapevolezza diventa il cuore vivo della terapia per come Carl Rogers la immagina.

Rogers aveva una grande fiducia nella razionalità umana e rifiutava il concetto di “pulsione” introdotto da Freud: al cosiddetto “pessimismo freudiano” sulla condizione umana, Rogers preferiva alimentare un grande ottimismo verso la possibilità di guarigione e di crescita dell’individuo.

Secondo Rogers, la fiducia può essere definita come “un sentimento di sicurezza che deriva dal confidare in qualcuno in qualcosa”; la fiducia avrebbe quindi sempre un’anima relazionale, perché, continua Rogers, “la relazione di fiducia risulta sempre reciproca”.

Il terapeuta è quindi un “facilitatore”, colui che non impone un protocollo o un sapere bensì offre l’esperienza di un incontro finalmente autentico e per questo trasformativo.

I tre pilastri sui quali Rogers fonda il proprio modello sono la “non-direttività”, l’“empatia” e l’“accettazione”: il terapeuta rogersiano infatti non si colloca in una posizione apertamente asimmetrica, favorendo invece l’istaurarsi di un processo motivazionale di mobilitazione delle risorse del “cliente”; il terapeuta è altresì invitato ad esplorare la costruzione che il cliente elabora di sé e del mondo, così da poterlo pienamente capire; infine, l’accettazione incondizionata di pensieri ed azioni costituisce un elemento imprescindibile e preliminare al possibile cambiamento.

Rogers divenne assai celebre in vita, grazie al suo carisma, al suo lavoro con gli adolescenti in crisi e al suo lavoro di conferenziere.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Carl Rogers – “Counseling e Psicoterapia”;
-Carl Rogers – “La terapia centrata sul cliente”;
-Carl Rogers – “Da persona a persona. Il problema di essere umani”.

04/02/2026

Se i nostri morti non possono sentire la nostra voce, noi possiamo sentire ancora la loro nella forma residuale di un resto che il tempo non può cancellare mai del tutto. Si tratta di riconoscere il carattere indistruttibile di un resto melanconico che non è però destinato a generare colpa o rimpianto, ma gioia. Perché se c’è in ogni lutto qualcosa di interminabile - inconsolabile, irriconciliabile -, proprio per questo qualcosa è destinato a restare nel futuro, a non morire mai del tutto.

Dal mio "Il seme santo. La poetica di Anselm Kiefer" (Marsilio, 2026)
[Cover: A. Hamilton, Flectere (2000)]

Dopo un decennio di insegnamento con tablet e smartphone, Copenhagen ci ripensa: non è per forza un bene e non è il modo...
18/01/2026

Dopo un decennio di insegnamento con tablet e smartphone, Copenhagen ci ripensa: non è per forza un bene e non è il modo migliore di insegnare l’innovazione e il futuro. Troppi rischi di educare i ragazzi alla solitudine, pochi benefici.

Dopo un decennio di insegnamento con tablet e smartphone, Copenhagen ci ripensa: non è per forza un bene e non è il modo migliore di insegnare l’innovazione e …

12/01/2026

Se ogni lutto, anche quello più elaborato, più “accettato”, conservasse sempre un resto, una scheggia, un punto dolente che continua a pulsare dentro di noi?
Ho sempre pensato che esista qualcosa di irriducibile nel dolore della perdita, una ferita che non guarisce mai del tutto.
Possiamo provare a rimarginarla, a darle un senso, ma resta sempre lì: come una cicatrice che, al cambiare del tempo o delle stagioni, torna a farsi sentire...
Forse dovremmo accettare che il lutto non è qualcosa che si supera, ma qualcosa che si trasforma.
Che dentro di noi non muore mai davvero ciò che abbiamo amato: cambia forma, si riconfigura, diventa un’altra presenza.
È un’operazione di metamorfosi, un’opera interiore di trasformazione del dolore in significato, della perdita in creazione.
Il lutto, se resta senza lavoro, ci incatena al passato, ci condanna alla paralisi della malinconia.
Ma se trova una via, se riesce a generare senso, allora può aprirci di nuovo alla vita.
È qui che nasce una nuova forma di nostalgia — non quella sterile del rimpianto, ma quella grata, viva, che illumina come la luce delle stelle morte: una luce che ci raggiunge da un corpo che non esiste più, ma che continua a splendere.
La nostalgia delle stelle morte è questo: la memoria che non spegne, ma accende; il dolore che non distrugge, ma trasforma;
il passato che non ci trattiene, ma ci invita ad andare avanti.
Il lutto, allora, non è mai solo perdita.
È anche promessa.
È un ritorno di luce - quella che proviene da ciò che abbiamo amato, e che, anche se non c’è più, continua a mostrarci la via.

Massimo Recalcati

03/01/2026

Non si può morire a quest'età.
Estraggo e condivido quanto scrive oggi su Repubblica Massimo Recalcati.

“Non ci sono parole, si dice in questi casi. E si dice la verità. Non ce ne sono infatti per descrivere la disperazione dei sopravvissuti alla tragedia di questo Capodanno, che si è consumata in un locale nel quale si festeggiava la notte di San Silvestro. Non ci sono parole per chi, mentre celebrava la nascita del nuovo anno, ha perso la propria vita. La morte è arrivata prepotente, come un terribile intruso, ad un appuntamento alla quale non era invitata. Non ci sono parole perché una tragedia così non sarebbe dovuta succedere.

I morti e i feriti sono tutti giovanissimi. Potevano essere, come ancora si dice, i nostri stessi figli. Ma non toccherebbe mai a loro morire. A loro toccherebbe solo vivere. Perché non si può morire così a quindici anni. Sono ragazzi e ragazze travolti dalla morte proprio nell’età in cui la vita dovrebbe aprirsi alla vita nel modo più spensierato e più gioioso. È forse questa situazione a rendere tutto ancora più insensato e atroce, a renderlo psichicamente indigeribile. Non toccherebbe mai a loro. Toccherebbe a noi, piuttosto. Alle vecchie generazioni. A chi la vita l’ha più o meno già vissuta.

La tragedia è certamente nella morte atroce tra le fiamme, ma è soprattutto nell’inversione brutale dell’ordine naturale delle cose. Se è vero che la morte nella forma umana della vita è sempre prematura, viene sempre troppo in anticipo, innaturale, ingiusta, lo è certamente ancora di più quando le sue vittime sono delle vite all’inizio della vita.

Ne La stanza del figlio (2001) Nanni Moretti era riuscito a cogliere il dramma di questo testacoda osceno: non sono i genitori che si congedano dai loro figli, come dovrebbe naturalmente accadere, ma sono i genitori ad essere costretti ad assistere alla perdita brutale e inattesa di chi hanno generato. Non si può accettare, non si può metabolizzare in nessun modo. Nel racconto di quel film il dolore per la perdita del figlio finisce per separare i genitori inchiodando ciascuno di loro in una solitudine senza scampo.
Non c’è niente di più straziante che vedere un figlio morire. In questo modo poi.
Non c’è la lenta disperazione di una malattia; c’era solo una festa, un rito propiziatorio. La morte irrompe dove avrebbe dovuto esserci solo la vita. Niente di più sconvolgente.

Cosa accade a questi genitori che restano e che però non potranno più ascoltare la voce dei loro figli? Un’ombra scura discende improvvisamente sulla loro vita togliendo ogni luce al mondo.

È quello che conosciamo come il trauma del lutto. In questi casi però il trauma appare ancora più violento e insopportabile perché, come abbiamo visto, contraddice l’avvicendamento naturale tra le generazioni.

La morte di un figlio mostra con una violenza che non ha eguali che nessun genitore – nemmeno i più premurosi e i più sensibili – può garantire la vita dei propri figli, perché l’intrusione insensata della morte fa drammaticamente parte della vita. Può accadere con una malattia, con un incidente stradale, con un qualunque altro passo falso o imprevisto.

Ma resta anche una domanda di giustizia che rivolgiamo alla vita, e che non possiamo non rivolgere con accanimento: perché?
Perché proprio a noi?
Perché proprio in questa maldetta notte?

La morte diviene reale quando, mettendoci le mani addosso, ci strappa la vita di chi amiamo o la nostra stessa vita.
Ma la sola solidarietà che conta inizia proprio da qui. Nel riconoscerci uguali di fronte all’inesorabilità e all’insensatezza senza parole della morte, che può sempre arrivare.
Se capissimo davvero questo, la guerra di tutti contro tutti lascerebbe il posto a quella pietas che sola ci rende umani.”

Dalla fine degli anni ’90 fino ad oggi ha iniziato a prendere sempre più piede lo studio dei correlati biologici grazie ...
30/12/2025

Dalla fine degli anni ’90 fino ad oggi ha iniziato a prendere sempre più piede lo studio dei correlati biologici grazie all’uso della risonanza magnetica strutturale (MRI) e funzionale (fMRI), dei processi psicologici. Questi avanzati sistemi di ricerca sono stati applicati anche allo studio dell’amore, in particolare a quello romantico.

Il Temporal model of love va a chiudere il cerchio della serie di articoli ”Anatomia dell’amore”, “La verità, vi prego sull’amore” e “Amore non è amore se (non) muta”. Abbiamo visto come a differenza di quanto si pensi esistono differenti tipi d’amore e come questi vadano ad agi...

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