15/04/2026
Lavoro in una comunità per tossicodipendenti e svolgo con loro dei gruppi terapeutici. Mi sono spesso persa nel caos di un sistema fallimentare e nella rabbia che cerca di mettere ordine. Ho cercato struttura nella ragione e nelle parole e nel già costruito.
Poi C’è un momento, durante i nostri gruppi in comunità, in cui le parole smettono di servire da scudo. Husserl diceva che bisogna “tornare alle cose stesse”, ed è incredibile quanto sia difficile farlo quando per una vita intera abbiamo imparato a nasconderci dietro i racconti che facciamo di noi stessi.
In questo spazio, però, il gioco si rompe. È facile perdersi nel dolore degli altri o nel labirinto dei propri pensieri, ma poi arriva il corpo. La carne non mente. Senti il cuore che accelera, il respiro che si fa corto, quella vibrazione sottile che ti attraversa le gambe o ti chiude la gola. È il sentire che ci muove nel mondo, quello strato primordiale che ci ricorda che siamo vivi, qui e ora.
A volte questa intensità fa paura. Ti senti perso, come se l’incontro con l’altro avesse il potere di spezzarti in mille pezzi. Senti la fragilità di essere un “esser-ci” esposto, senza difese. Ma ho imparato che è proprio in quel punto di rottura, dove il corpo vibra più forte, che inizia la ricostruzione. Ci si spezza per lasciar uscire il vecchio e ci si ricostruisce su basi nuove: più solide perché più vere, più umane perché condivise.
Uscire da quel cerchio di sedie non significa tornare come prima. Significa portarsi addosso la consapevolezza che, nonostante il timore di perdersi, tornare alla sostanza del nostro sentire è l’unico modo per abitare davvero la propria vita.
Esserci Consapevolezza Sentire CorpoEMente