13/11/2025
“A tredici anni avevo già il fuoco tra le dita.
A diciotto, per “festeggiare” la vita, ho iniziato a distruggerla.
La prima pasticca, la prima fuga, la prima volta che ho creduto di essere invincibile, e invece stavo solo precipitando.
Da lì è cominciato tutto: una corsa cieca tra euforia e disperazione, tra notti senza fine e mattine che non volevo più vedere.
Ridevo tanto, ma dentro morivo piano.
Una notte ho perso completamente il controllo.
Ero fatto, su un taxi, il cervello annebbiato, la realtà che si piegava e spariva.
È arrivata la polizia, uno mi ha colpito, io ho reagito come una bestia, mosso solo dall’adrenalina e dal buio che avevo dentro.
Poi il primo TSO.
E dopo quello, altri sei.
A Padova, almeno, qualcuno mi ha guardato negli occhi.
A Milano, invece, mi hanno legato al letto per tre giorni, mani e piedi bloccati, perché avevo solo sfiorato un infermiere.
Gridavo che avevo bisogno del pappagallo, ma nessuno mi ascoltava.
E lì, immobilizzato e umiliato, mi sono fatto la p**ì addosso.
In quel momento ho toccato il fondo.
Non mi restava più nulla, solo la vergogna di essere diventato un corpo che nessuno voleva capire.
Poi è arrivata la Svizzera.
Una clinica, una stanza bianca, e qualcuno che per la prima volta non mi ha giudicato.
Mi hanno detto:
“Hai due strade: puoi continuare a morire lentamente, o puoi restare qui e ricominciare da zero. Scegli tu.”
E io, per la prima volta, ho scelto la vita.
Mi hanno salvato.
Mi hanno insegnato il valore del silenzio, della libertà vera, quella che non ti distrugge ma ti ricostruisce.
Se fossi rimasto fuori altri dieci giorni, sarei morto.
Mia madre ha pianto tanto.
Mio padre… lui non piange mai.
L’unica lacrima che gli ho visto scendere è stata il giorno in cui mi hanno portato via, imbottito di farmaci, vuoto dentro.
Gli chiedevo solo di lasciarmi andare, di aiutarmi a morire.
E lui, quel giorno, ha pianto davvero.
Poi è arrivato il miracolo.
Il giorno in cui sono uscito dalla clinica, mio padre era lì, ad aspettarmi.
Nel cielo, un doppio arcobaleno.
L’ho abbracciato forte, piangendo come un bambino.
“Papà, guarda… ce l’abbiamo fatta. Ce lo dice anche il cielo.”
Da quel giorno, ogni volta che lo ricordo, prendo il telefono e gli dico solo: “Grazie.”
Oggi non ho più paura dei miei demoni.
Li porto con me come cicatrici che parlano, come segni di vita.
Non mi vergogno più: ho fatto pace con il mio passato, perché il dolore non si cancella, si trasforma.
Per guarire non serve dimenticare. Serve accettare, comprendere e andare avanti.
Sono fiero di me.
Fiero di aver smesso, di essere sopravvissuto, di aver scelto la luce dopo anni di buio.
Perché sì, la droga ti fa credere di toccare il cielo.
Ma solo quando impari a farne a meno, scopri davvero quanto sia bello vivere.”
Achille Costacurta