23/05/2026
Il cervello ha un’abitudine antica: davanti a una persona nuova decide in pochi secondi se appartiene al nostro gruppo o no.
Tutto quello che segue passa attraverso quella prima classificazione.
Chi è “uno dei nostri” riceve il beneficio del dubbio, chi non lo è deve dimostrare il doppio.
Non lo sentiamo come pregiudizio, ma come istinto, esperienza o buon senso.
Lo vediamo al lavoro, quando assumiamo qualcuno convinti di aver scelto sulla base delle competenze. In famiglia, con il figlio che ci somiglia e capiamo subito, e con l’altro che ci sembra sempre fuori posto.
Nelle amicizie, dove le persone più vicine la pensano quasi sempre come noi e questo ci sembra un segno di qualità, mentre è il segnale di un mondo che si sta rimpicciolendo.
Non possiamo spegnere questo meccanismo perché è insito in noi ma possiamo smettere di credergli ogni volta, riconoscerlo quando succede, dargli un nome, e davanti a chi il cervello ha messo “fuori dal gruppo” cercare attivamente un punto di contatto.
La diversità è la condizione per non vivere dentro la stessa stanza tutta la vita.
Ti è mai capitato? Raccontacelo!