10/02/2026
Bentornati! Per questo undicesimo appuntamento la 𝐃𝐫.𝐬𝐬𝐚 𝐄𝐥𝐞𝐨𝐧𝐨𝐫𝐚 𝐅𝐚𝐛𝐛𝐫𝐢 ci propone il suo articolo dal titolo 𝐁𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐢𝐯𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐥 𝐥𝐮𝐭𝐭𝐨, in cui spiega come il lutto viene vissuto dai giovanissimi.
Quando un adulto si confronta con la malattia grave o con la morte, porta con sé un sistema di significati costruito nel tempo. Il bambino, invece, vive questi eventi senza disporre degli stessi strumenti cognitivi ed emotivi, ma non per questo ne è escluso. I bambini percepiscono i cambiamenti, colgono le assenze e sentono il dolore emotivo degli adulti anche e soprattutto quando nessuno ne parla apertamente.
Il silenzio, spesso adottato con l’intento di proteggere, può trasformarsi in uno spazio carico di fantasie e solitudine emotiva. Parlare di lutto non significa traumatizzare, ma offrire una cornice di senso entro cui collocare ciò che il bambino già sente.
Nel mio percorso formativo ho avuto la possibilità di svolgere due anni di tirocinio di specializzazione presso il reparto di oncologia dell’ospedale di Prato. In quel contesto, il lavoro con adulti e famiglie coinvolti dall’esperienza della malattia oncologica ha fatto emergere più volte il tema di come parlare ai bambini della malattia, della perdita o della possibilità della morte, soprattutto quando a essere coinvolto era un genitore o un fratello. Questo ha reso evidente come il bisogno di verità, ascolto e accompagnamento emotivo attraversi l’intero sistema familiare, anche quando i bambini non sono direttamente coinvolti nel percorso di cura.
La comprensione della morte evolve nel tempo. Nei primi anni di vita domina il pensiero magico: la morte può essere vissuta come temporanea o reversibile, o collegata ai propri pensieri e comportamenti.
Durante l’età scolare il pensiero diventa più logico e organizzato: il bambino inizia a comprendere l’irreversibilità e l’universalità della morte, pur senza riuscire sempre a integrarle emotivamente. Già prima dell’adolescenza questa comprensione può essere piuttosto chiara sul piano cognitivo, mentre l’elaborazione emotiva resta più discontinua.
Questo va a confermare quanto i bambini non siano estranei al tema del lutto: semplicemente, lo pensano e lo sentono con modalità diverse da quelle dell’adulto. Il rischio maggiore non è parlarne quanto lasciarli soli a costruire significati.
La questione cardine diventa non tanto se parlare di morte con i bambini … ma come; hanno bisogno di verità proporzionate, espresse con parole semplici e adeguate alla loro età. Le mezze verità o le spiegazioni evasive rischiano di generare ancora più confusione e paure collaterali.
In ambito clinico emerge spesso il timore che il bambino possa dimenticare la persona amata se non se ne parla ma, in realtà, i bambini mantengono i legami anche in assenza di parole … “semplicemente” il ricordo ha bisogno di uno spazio condiviso per diventare pensabile. Nominare la persona scomparsa e parlarne insieme non fissa il dolore, ma consente al legame di trasformarsi e continuare.
L'assunto di base è che non esiste un modo “giusto” o universale per vivere la sofferenza.
Il lutto nei bambini può manifestarsi attraverso pianto, rabbia, regressione, gioco o silenzio. Queste oscillazioni, spesso disorientanti per gli adulti, rappresentano modalità adattive di regolazione emotiva. Il bambino non elabora il lutto in maniera lineare: può avvicinarsi e allontanarsi dal dolore, potrebbe anche tornare a giocare subito dopo una domanda profonda e, dal nostro punto di vista, destabilizzante.
Per affrontare il lutto, strumenti preziosi sono gli albi illustrati. Attraverso storie e immagini il bambino può riconoscere le proprie emozioni e sentirsi meno solo. Ve ne cito alcuni che, dal mio punto di vista, riescono a toccare con delicatezza un tema così impattante: “𝐼𝑙 𝑐𝑢𝑜𝑟𝑒 𝑒 𝑙𝑎 𝑏𝑜𝑡𝑡𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎” di Oliver Jeffers, “𝑙’𝑎𝑛𝑎𝑡𝑟𝑎, 𝑙𝑎 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑒 𝑒 𝑖𝑙 𝑡𝑢𝑙𝑖𝑝𝑎𝑛𝑜” di Wolf Erlbruch, “𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑚𝑒” di Debi Gliori.
La lettura condivisa non serve a spiegare il lutto, ma a creare uno spazio relazionale di ascolto e presenza.
Accompagnare e non soltanto provare a proteggere dal dolore.
Il compito dell’adulto, infatti, non è evitare la sofferenza, ma supportare il bambino nell’attraversarla: esserci, tollerare il proprio dolore, accogliere domande ed emozioni anche quando sembrano non esserci risposte.
Il lutto, anche nell’infanzia, è parte dell’esperienza umana: evitarlo non lo rende meno doloroso. Parlare di morte con i bambini significa riconoscerli come emotivamente competenti, capaci di sentire e trasformare il dolore, se accompagnati con rispetto.
Accompagnare un bambino nel lutto non significa trovare le parole giuste, ma esserci, con autenticità e continuità, nel momento in cui la perdita non colpisce solo il singolo, ma l’intero sistema relazionale che deve ridefinire ruoli, legami e significati.
Grazie per la lettura.