17/04/2026
In questi giorni, sia in terapia che fuori, mi sto imbattendo spesso in situazioni simili. Tutte hanno un punto in comune: trovarsi accanto a una persona che è nell’attesa di una diagnosi importante — Parkinson, sclerosi multipla, un possibile tumore cerebrale.
Quello che noto con frequenza è la difficoltà a “stare accanto” senza finire per “mettersi al posto di”.
Quando arriva una diagnosi (o anche solo il sospetto), è facile che scatti un meccanismo di protezione: iniziamo a decidere, anticipare, guidare, come se l’altra persona non fosse più in grado di capire da sola cosa sia meglio per sé.
Non si tratta di controllo, ma di paura 😔. Del tentativo sincero di proteggere. E proprio per questo è così sottile: senza accorgercene, rischiamo di smettere di ascoltare davvero i bisogni dell’altro e iniziamo a rispondere a quelli che immaginiamo noi.
Il punto, invece, è un altro: imparare a stare accanto. So-stare.
Stare accanto non vuol dire fare meno. Vuol dire fare in modo diverso.
Vuol dire ricordarsi che l’altra persona, anche se preoccupata, resta un adulto capace di sentire, capire e scegliere per sé.
Vuol dire ascoltare davvero: non ciò che preoccupa noi, ma ciò che sta dicendo lui o lei, sul piano emotivo e pratico.
E vuol dire anche accettare qualcosa che non è semplice: non avere la risposta giusta, non sapere cosa sia meglio, non poter controllare tutto.
“Stare accanto” — so-stare — è più difficile, ma è ciò che permette all’altro di non sentirsi sostituito 🤍.
La cura, in questi casi, sta proprio qui: non nel prendere il posto di chi ha il problema, ma nel restargli vicino senza togliergli la sua voce 🫶.