21/01/2026
Vi propongo un mio approfondimento psicologico su Emily Dickinson dopo averne letto poesie, lettere e biografia. Oltre alla passione per la sua sensibilità poetica, mi ha spinto il desiderio di capirne meglio i motivi del ritiro sociale. La Dickinson passerà la maggior parte della vita chiusa in stanza, non uscendo nemmeno per il funerale di suo padre. Praticamente una delle prime hikikomori di cui si ha traccia.
La tradizione la descrive come una puritana, sempre vestita di bianco, che dopo una delusione d’amore si chiude in casa e sviluppa sintomi agorafobici.
Dall’analisi dei suoi scritti emerge invece una donna devota ma non bigotta, molto intelligente, sensibile, anticonformista e terribilmente angosciata dalla morte. Inoltre mi ha sorpreso trovare anche sensualità ed erotismo in alcune lettere dedicate ai grandi amori della sua vita, in particolare due uomini e una donna.
Sappiamo che a un certo punto iniziò a soffrire di una malattia agli occhi non meglio specificata. Inoltre nella sua famiglia era presente ereditarietà verso l’epilessia, avendone documentato lei stessa due casi in parenti stretti. Le biografie ci informano di ricette mediche, a nome di Emily, contenenti preparazioni farmaceutiche che a quel tempo si usavano anche per combattere l’epilessia. Uno dei sintomi che preannunciano le crisi epilettiche sono particolari disturbi visivi, gli scotomi. Sempre a quel tempo, si era soliti far vestire di bianco gli epilettici perché durante le crisi potevano sporcarsi e gli abiti bianchi erano più facili da lavare. Se tre indizi fanno una prova, direi che questo quadro mi sembra molto più interessante e verosimile rispetto alla sua immagine stereotipata.
Sono abbastanza convinto che fosse l’epilessia la causa della volontaria reclusione domestica della Dickinson.
Nella foto, la stanza di Emily ad Amherst, Massachusetts.