09/12/2025
Elisa ha trentotto anni.
Occhi chiari come un mattino d’inverno, lineamenti sottili, un modo di parlare che sembra chiedere sempre il permesso. La sua presenza è elegante senza volerlo, come quelle persone che non occupano spazio ma lo rendono più abitabile.
La sua storia, invece, pesa.
Un padre severo fino alla crudeltà, una madre fragile che si spegneva lentamente dietro un sorriso educato. A quindici anni Elisa era già adulta, e non per vocazione. Ha studiato, lavorato, amato troppo presto un uomo più grande di lei, convinta che protezione e dipendenza fossero la stessa cosa.
Si è sposata, ha avuto una figlia.
Poi ha scoperto che quell’uomo, impeccabile fuori casa, era un tiranno dentro: controllava tutto — telefono, spese, orari, vestiti — finché un giorno, dopo l’ennesimo silenzio punitivo, è scappata con una valigia e la bambina addormentata.
Da allora stringe i denti.
Sempre.
Quando arriva da me, racconta di una lombalgia che non dà tregua. Un dolore sordo, ostinato, che peggiora quando deve dormire. Dice che è iniziato “dopo la separazione”, quasi scusandosi.
La prima parte della seduta è una valutazione.
La seconda è silenzio che si scioglie.
Mi descrive le notti in cui si sveglia di colpo per controllare se la porta è chiusa, i pomeriggi in cui la figlia le chiede perché papà urla anche al telefono, il senso di colpa per non essere stata abbastanza forte dieci anni fa, quando tutto era iniziato.
Il suo dorso è teso come un animale in allerta da troppo tempo.
La muscolatura paravertebrale sembra non voler concedere tregua.
La respirazione è alta, corta, trattenuta.
Le spiego che quel dolore non è solo meccanico: è il corpo che ha imparato a essere un’armatura.
Lavoriamo con tecniche dolci, mobilizzazioni lente.
Poi le insegno un esercizio di respirazione diaframmatica da fare ogni sera e un rituale di scarico per creare sicurezza corporea. Le consiglio anche un percorso psicologico: non come fuga, ma come liberazione.
Quando torna dopo una settimana, entra nello studio con la stessa voce pacata, ma cammina diversa.
Dice che il dolore è diminuito.
La notte riesce a dormire senza svegliarsi tre volte.
“Non guarita”, precisa. “Ma meglio. Molto meglio.”
E lo dice con un sorriso piccolo e prezioso, come una crepa in un muro che finalmente lascia entrare la luce.
Che bel lavoro, quando accade questo