24/04/2026
Noi abbiamo cominciato il lavoro di prevenzione vera, già da tempo.
Voi aiutateci a diffondere, sensibilizzare, fare cultura e avviare una sana trasformazione.
Di seguito un articolo di riflessione e approfondimento della nostra presidentessa, sui temi della prevenzione, sul nostro progetto Emily, sui rischi della mancanza di aiuto alle donne nel post parto e sulla necessità urgente di supporto alla famiglia.
"La giornata di domenica organizzata da Aspic per la Famiglia, ha visto genitori partecipi e attenti, motivati e soprattutto desiderosi di riflettere insieme sui temi più delicati, ai quali sono esposti come genitori, come educatori e anche come figli della precedente generazione.
Essere stati figli in un certo modo, ci predispone a essere genitori in un certo modo, ripetendo i copioni per similitudine o andando nella direzione opposta, per contrasto.
Infatti, durante la mattina, abbiamo portato avanti il seminario sul mestiere dell'amore, parlando di educazione e relazione genitori-figli; nel pomeriggio abbiamo organizzato lo screening per individuare le forme di vulnerabilità all'interno della maternità: baby blues e depressione post parto.
Perché questi due momenti?
Perché sembrano separati ma non lo sono, perché il 'prima' non visto e non curato, determina problemi e ricadute sul 'dopo'.
E allora è bene lavorare su entrambi i poli, come facce della stessa medaglia: la prevenzione e l'intervento.
Ed entrambi sono state affrontati domenica.
Entrambi sono obiettivi di lavoro molto sentiti da Aspic per la Famiglia, che promuove progetti di prevenzione e risponde a richieste di intervento.
Quando i figli sono già cresciuti e portano dei sintomi di cui vogliamo comprendere meglio il messaggio, allora ci muoviamo sull'asse dell'intervento. Quando vogliamo arrivare prima e pre-venire i disagi e i vissuti problematici, allora dobbiamo pianificare e strutturare interventi che si muovono su quello che c'è prima.
Che accade quando nasce un figlio e nasce anche una famiglia? Quali aiuti sono previsti per le donne che, quando i mariti-compagni tornano a lavoro dopo 12 giorni di congedo paternità, si ritrovano sole a gestire un dentro e un fuori così delicato?
L'Italia è un paese che si occupa poco di prevenzione, preferisce intervenire sulle emergenze, sul problema già conclamato, ma spesso nemmeno quello avviene in maniera adeguata.
Quando la politica stanzia denaro solo su problemi già avviati, si condanna un paese intero a produrne continuamente, perché non si interviene mai per generare progetti di prevenzione che possano evitarli quei problemi.
Aspic per la Famiglia ha pensato, progettato e costruito un progetto per affiancare e sostenere le donne nel post parto e proteggere il triangolo primario, cioè la giovane famiglia che nasce.
Eppure la politica, quando abbiamo chiesto sostegno economico per poterlo diffondere maggiormente, ci ha risposto che non ci sono fondi, perché vengono distribuiti per le situazioni già conclamate di sofferenza psichica o di necessità assistenziali.
E così abbiamo scelto di proseguire comunque, portando aiuto a chi ce lo chiede e a chi può sostenerlo autonomamente.
Non dovrebbe essere così.
Le politiche di aiuto alle famiglie devono essere una risorsa di benessere per tutta la società e quindi dovrebbero far parte di scelte basiche di una società, che vuole prendersi cura del benessere emotivo e non solo assistere alla sofferenza e alla violenza, che si fanno sempre più dilaganti.
La prevenzione non viene contemplata, nella realtà, nonostante i buoni propositi del Ministero della Salute che, nelle sue linee guida, auspica interventi di prevenzione per la depressione post parto e nonostante i suggerimenti dell'organizzazione Mondiale della Sanità, circa l'attenzione da porre alla maternità post parto.
E così, mentre sembrerebbe così ovvio che la decisione di investire del denaro nella prevenzione e quindi nel 'prima', porterebbe riduzioni drastiche di sofferenza psichica e dunque l'abbattimento della spesa pubblica per gli interventi nel 'dopo', non è così ovvio che questo diventi reale.
Di conseguenza dobbiamo assistere, impotenti e arrabbiati, a tragedie come quelle della donna che ha "scelto" di saltare nel vuoto con tre bambini, perché evidentemente stanca e sfinita di stare sola in un vuoto di aiuto, sostegno e presenza concreta.
Certo, non possiamo sapere cosa è accaduto davvero e possiamo solo oscillare tra l'ipotesi paranoide, ma nemmeno così sbagliata, che l'ha spinta a salvare se stessa e i bambini dalla società mostruosa e inadatta, a quella di un profondo stato di sconforto e stanchezza emotiva, così profondo e lontano dalla salvezza, da non saper trovare la strada di ritorno e risalita, dal suo buio interiore.
Eppure la vediamo la sofferenza e la fatica che fanno le donne equilibriste, nel tenere tutto in piedi e in corsa, tra famiglia, lavoro, casa e accudimenti vari. E spesso tengono tutto in piedi così bene, che poi crollano a pezzi, perché nel frattempo si sono disperse, spezzettate e frammentate in quelle dimensioni che ne hanno risucchiato tutta l'energia vitale.
Ci sono fatti che ci sconvolgono, proprio come questo evento, perché sappiamo che se fossimo intervenuti prima e avessimo prestato attenzione, a quello che questa donna stava vivendo, sotto un'apparente maschera di maternità adeguata, sarebbe stato diverso.
La maternità non è mai cosa semplice, né banale né ovvia, anche se porta tracce di naturalità.
Dietro la maternità c'è una narrazione idealizzata che poggia sul sacrificio delle donne, che alla società serve per risparmiare denaro, invece di investirlo in aiuti reali e alle donne comporta di rimanere incastrate in fatiche fisiche ed emotive che, laddove incontrano una fragilità interna, si fanno buco nero che risucchia.
Come fa una madre a dire "non ce la faccio", se tutto il mondo si aspetta che debba farcela, per il solo fatto di saper generare e di avere un corpo biologico predisposto alla procreazione?
Come fa a sentirsi bene con se stessa, quando porta sentimenti ambivalenti verso il figlio, che possono essere giudicati innaturali e indegni per una buona madre?
Tutto questo rende difficile dire a voce alta che la maternità ha bisogno di aiuto, che le donne ne hanno bisogno e che alle famiglie serve come acqua nel deserto.
Eppure ci si sconvolge sempre dopo, quando gli si dedicano post e articoli, servizi al telegiornale e sproloqui vari, per poi passare alla notizia successiva.
Quando c'è da fare veramente, si volge lo sguardo altrove e si investe il denaro in altro.
E invece ci dobbiamo fermare e pretendere.
Bisogna cominciare a pretendere: sensibilità e attenzione al tema, ascolto e presenza per vedere la difficoltà e la sofferenza, in modo da muovere scelte concrete di sostegno e aiuto.
Proprio pochi mesi fa, è stata rigettata la proposta del congedo parallelo paterno, finita nella confusione della guerra.
Perché?
Perché si sottovaluta il problema, perché è troppo comodo contare sul carico di lavoro di cura delle donne, perché il denaro si preferisce disperderlo in altro, non nelle politiche sociali di aiuto reale alle famiglie.
Dove sono finiti i programmi di assistenza alla nascita e al post parto, che tutto il mondo possiede? Almeno tutto il mondo civile e che voglia dirsi evoluto.
Perché le donne si ritrovano ancora, dopo anni di battaglie e di richieste paritarie, ad essere date per scontate nella loro disponibilità alla maternità? E perché, quando sono disponibili a esserlo, si ritrovano con un carico enorme, concreto ed emotivo?
Possibile che l'unico aiuto alle famiglie che la nostra politica è riuscita a riservare alle donne e alle famiglie, siano l'assegno familiare e quei pochi e spesso inadeguati nidi?
Vogliamo l'assistenza a domicilio nel post parto e in tutto il primo anno, chiediamo sensibilità e ascolto nei reparti di maternità, affiancamento all'allattamento e consulenti ostetriche e psicologhe perinatali, a domicilio, per accompagnare, accogliere e sostenere.
E, laddove si ravvedano vulnerabilità importanti e stati di sofferenza emotiva significativa, bisogna attivare progetti reali e concreti, di accompagnamento alla famiglia, per la tutela della salute delle donne e, di conseguenza, dei figli e della famiglia tutta.
Ma prima, prima di tutto questo, è necessario fare cultura, sensibilizzare e aprire gli occhi, perché le donne rischiano di chiuderli per sempre, quando a guardare nell'orrore del vuoto e nella profondità degli abissi depressivi sono lasciate sole.
Per questo, bisogna educare e insegnare che la maternità non è solo magia, che l'accudimento dei figli è meraviglioso e terribile insieme e che la famiglia, oggi soprattutto, non può farcela senza gli aiuti necessari.
La politica non può non tenerne conto.
E la cultura deve trasformarsi, per poter attivare nuovi funzionamenti e nuove scelte nelle persone.
Se la decisione di fare figli è una scelta personale e familiare, la modalità di prendersene cura è anche culturale e politica, quindi sociale ed economica.
Noi abbiamo cominciato già da un po' questo processo trasformativo e accuditivo della famiglia.
Abbiamo presentato il progetto Emily e abbiamo ragionato su quanto sia importante fare cultura, sensibilizzare e promuovere l'attenzione alla fase della gravidanza e dell'immediato post parto fino ai primi anni di vita, fase così delicata per le donne, per gli uomini e per la famiglia nascente.
E vorremmo non apprendere più questo genere di notizie, perché è un fallimento per tutti, quando scopriamo che una donna, nell'insostenibile peso di ogni giorno così uguale a se stesso, ha "scelto" di andarsene per sempre nell'invisibilità, non essendo stata vista nel suo dolore e di crollare sfinita a terra, e non simbolicamente, sopraffatta e schiacciata da sentimenti che non le hanno lasciato scampo, mentre il mondo era distratto."
Dott.ssa Daniela Marinelli