22/01/2016
Proposta teorico-clinica di Cancrini e trasmissione del “disagio mentale”.
L’imponente proposta teorico-clinica[1] di Luigi Cancrini si compone in un viaggio nell’intricato labirinto psichico, popolato da incontri con storie di infanzie infelici da cui si orienta per ricercare nell’adulto con gravi difetti di funzionamento, il bambino ferito che è stato e, la possibilità preventiva di curare il bambino di oggi nel quale intravede le linee di frattura che possono spingerli al disturbo di personalità. L’obbiettivo è quello di basare la diagnosi sullo studio delle caratteristiche di personalità, piuttosto che sui sintomi, analizzando gli schemi difensivi che fanno regredire il soggetto a livello borderline o psicotico.
Basandosi sulla tipologia delle infanzie infelici, egli propone una revisione rivoluzionaria delle classificazioni nosografiche, rifacendosi alle undici ricostruzioni che, Lorna Smith Benjamin presenta delle vicende infantili raccontate dai suoi pazienti adulti e, colloca le tipologie isolate dalla studiosa sullo sfondo teorico degli autori su cui si è formato come: Kernberg, Mahler, Anna Freud, Minuchin, Haley, Ignacio Matte Blanco e Freud. Nel libro “La cura delle infanzie infelici” Cancrini descrive undici tipi di infanzie infelici denominate dal corrispondente disturbo di personalità, il cui oggetto esposto riguarda l’originarsi del disturbo nelle situazioni interpersonali e contestuali più che l’osservazione di sintomi e sindromi, anche se il bambino nel tentativo di adattarsi esibisce dei sintomi molto simili a quelli che emergeranno nel tempo, quando il disturbo di personalità arriva a cristallizzarsi. Ai tre cluster clinici suddivisi in gruppo A / B e C del DSM basati su criteri di ordine fenomenologico, relativi al paziente adulto si aggiunge l’ipotesi di distinguere altri gruppi di disturbi che contengano specifiche situazioni infantili. Il cluster D rappresenta il primo gruppo in cui vengono inseriti i disturbi borderline, antisociale, paranoide e schizotipico caratterizzato da un maltrattamento e/o abuso evidente e grave del bambino. Una complicanza frequente nell’infanzia borderline è quella legata all’abuso che, Ferenczi analizza descrivendo il doppio movimento dell’abusante che inizialmente parla con il linguaggio dell’amore e della tenerezza per poi passare a quello egoistico del piacere, del distacco e della minaccia che può originare nel bambino una scissione e l’identificazione con l’aggressore pur di attutire il dolore e mantenere vivo il legame. L’infanzia del bambino è segnata da ripetute esperienze di perdita che, nei sintomi dell’adulto diagnosticato borderline si rivela come terrore dell’abbandono reale o presunto che si manifesta con forti coinvolgimenti, con comportamenti fuori misura, gelosia eccessiva che può sfociare in forme di violenza, con comportamenti di controllo, attacchi rabbiosi etero o autodiretti come autopunizioni.
L’infanzia antisociale è distinta da vissuti di trascuratezza, freddezza e non curanza riscontrati maggiormente in famiglie multiproblematiche caratterizzate da sistemi ricorsivi che, rendono questi bambini, a differenza dei borderline, meno legati al loro passato e gravi difficoltà nell’inserimento in situazioni nuove perché, questi bambini non sono abituati a ricercare affetto e protezione, non sanno cosa sia e soprattutto hanno imparato ad essere sufficienti a se stessi dopo ripetuti fallimenti di ricerca d’attenzione e d’incontro con le figure genitoriali. Si pongono fin da subito sul piano della sfida, manifestano comportamenti aggressivi e/o chiusura in se stessi che prepara in età diverse a un rifiuto più strategico delle regole. In questi casi è indispensabile l’uso delle fermezza affettuosa e del controllo perché siano rispettate le regole con adulti che però li riconoscano e che si accorgano di loro, dei loro bisogni e, quindi, non li sottopongano ad ulteriori perdite o mancanze a cui si erano abituati. La condizione del disturbo antisociale può essere modificata solo attraverso interventi tempestivi sulla condizione contestuale ma senza avvalersi della collaborazione dei genitori, il cui comportamento è quello tipico del paziente psicotico grave o antisociale e questo non permette loro di accettare un intervento di loro spontanea volontà perché lo ritengono una forma di controllo. Questo disturbo evidenzia gli effetti svolti dalla trasmissione intergenerazionale della follia, in quanto, è quello che in modo semplice e diretto può passare dai genitori ai figli. Quando entrambi i genitori ignorano il bambino, lo attaccano o usano una severità discontinua, una carenza di cure e delega delle proprie responsabilità, si verifica spesso un’evoluzione verso una situazione meno grave di tipo borderline.
L’infanzia paranoidea è marchiata da un controllo sadico e deformante che trasmette ostilità sobria e fredda applicata con un’indignazione virtuosa cioè, con un sistema di credenze che la giustificano e, le punizioni, le botte e la violenza espressa già verso il lattante in maniera ripetitiva e razionale viene fatta passare come un comportamento doveroso da parte dei genitori verso un bambino cattivo che merita queste punizioni e che, deve tacere perché responsabile. Il bambino può identificarsi con il personaggio debole e amato sottoposto allo stesso trattamento come ad esempio la madre e, sognare di poterla liberare, di riscattare quest’esperienza se diverrà il più forte. Così il bambino impara presto a non chiedere, a non piangere, a stare lontano e ad obbedire agli ordini per evitare abusi e violenze fisiche e psicologiche. Tuttavia il bambino interpreta il mondo in modo realistico ma quando la forza dei ricordi altererà la sua percezione, l’interpretazione del mondo diverrà delirante. Nella storia della psichiatria, la corrispondenza tra vissuto infantile e disturbo paranoide di personalità è stata evidenziata da Freud con il caso del presidente Shreber, anche se Freud non conosceva le torture a cui era sottoposto da parte del padre che, sperimentava sul piccolo i metodi pedagogici basati sulla costrizione fisica e mentale violente e umilianti. Proprio come una crudeltà manifestata intorno al grande tema che la giustifica. Mentre, le caratteristiche contestuali in cui è inserito un bambino che può sviluppare un disturbo schizotipico di personalità si manifestano in comportamenti di punizione quando manifesta una volontà di autonomia che è riservata ai genitori indifferenti ai bisogni del bambino che viene biasimato e obbligato a svolgere compiti ritenuti vitali. Gli abusi sono fisici e soprattutto psicologici a cui si accompagna un invasione dei confini personali del bambino che è costretto a imparare a contenere la propria rabbia. La vita del bambino si svolge nella completa solitudine legata alle forti proibizioni dell’autonomia che costringono il bambino all’isolamento sia fisico che psicologico ma allo stesso tempo hanno grande difficoltà a distaccarsi sia fisicamente che emotivamente da un genitore costantemente sorvegliante. Il piccolo impara a rifugiarsi in un mondo fantastico per evitare il mondo reale che gli appare abitato solo da figure genitoriali. Questi bambini devono affrontare maltrattamenti, trascuratezza e atteggiamenti di disconferma caratteristici dei processi di comunicazione psicotici. In alcuni casi l’isolamento del bambino può essere tanto grave da spingerlo in comportamenti di ritiro quasi autistico che, assume una forma di disturbo complessivo dello sviluppo con un ritardo anche a livello cognitivo. Il secondo gruppo: E, comprende il disturbo narcisistico, istrionico, ossessivo-compulsivo, evitante e schizoide, in cui si evidenziano processi di cura mal posti e maltrattamenti di ordine essenzialmente psicologico. La ricerca clinica ha frequentemente riscontrato nei soggetti con disturbo di personalità narcisistica un forte corrispondenza con traumi legati alla sfera sessuale in età infantile. Il gruppo F racchiude il disturbo dipendente e aggressivo-passivo di personalità che, si differenzia dal precedente cluster poiché in questo caso i processi di cura da parte dei caregiver sono inizialmente sufficienti ma divengono insoddisfacenti nel tempo e, in molti casi il bambino può essere colto da “conflitti di lealtà” che manifesta in veri e propri attacchi verso chi tenta di prendersene cura perché hanno sperimentato e costruito legami molto forti prima di perdere l’affetto e la tenerezza del genitore. L’osservazione diretta dei bambini infelici e dei disturbi causati anche in situazione non vistosamente estreme come quelle vissute nell’infanzia narcisista, istrionica, ossessivo-compulsivo, evitante, schizoide, dipendente e passivo-aggressivo, dove, vi è comunque la tendenza ad invalidare il figlio con le proprie rappresentazioni interne, sotto forma di fantasie, di timore, di dubbio o di aspettative è una tendenza fisiologica dell’essere umano.
Tuttavia come Freud sottolineava la diversità fra ciò che è normale e ciò che è patologico è sempre di tipo quantitativo. La differenza tra i bambini infelici e quelli più fortunati risiede quindi, nelle capacità genitoriali di temperare queste tendenze umane e a non considerare il figlio come oggetto di rappresentazioni che lo riguardano, fino ad usarli come un oggetto o un prolungamento del Sé. In tal caso si blocca il processo evolutivo del bambino che ne esce ferito e deformato poiché il figlio diviene l’oggetto dei movimenti transferali del genitore che, lo vive come oggetto o bersaglio di fantasie, emozioni e pulsioni riguardante i fantasmi delle figure di riferimento affettive dei genitori. I bambini rivestono così, il ruolo di schermo su cui gli adulti immaturi e infelici proiettano le proprie emozioni. Lorna Smith Benjamin afferma che, il dinamismo che porta alla situazione vissuta dal bambino a quella di disturbo nell’adulto, è quello dei processi di copia. Infatti, i sintomi esibiti dal bambino all’adulto possono essere letti in termini di un comportarsi come l’altro si comporta e si è comportato, di un comportarsi come se l’altro fosse ancora qui e di un trattare se stessi come l’altro ti trattava e ti tratta. È importante sottolineare che un certo tipo di infanzia infelice non conduce necessariamente allo sviluppo di un disturbo di personalità corrispondente poiché, è sempre possibile curare, costruendo rapporti nutritivi e protettivi con figure di riferimento alternative e, aiutando questi bambini con un tempestivo intervento psicoterapeutico che favorisca l’elaborazione del trauma, delle perdite e del lutti vissuti precedentemente. In questo senso, l'importanza dell’'intervento terapeutico non riguarda solo la prevenzione dello sviluppo della psicopatologia in età adulta ma anche la trasmissione intergenerazionale del disturbo. Di fatto il problema della trasmissione intergenerazionale della follia dovrebbe essere considerato il cuore di ogni progetto realistico di prevenzione.
Curare le infanzie infelici è fondamentale per prevenire disturbi psicopatologici di personalità, di forme di dipendenza grave compresa quella del gioco e del sesso e della criminalità giovanile e adulta. La relazione interpersonale interiorizzata o la famiglia interna popola la mente e il vissuto che, spesso, dietro la facciata lascia intravedere il gravare di un profondo sconforto, una tristezza e una sofferenza inespressa delle tante possibilità perdute. Sulla base delle osservazioni avvenute nel corso degli anni è possibile ritenere che molti bambini che hanno subito traumi importanti nel proprio ambiente naturale, riescano a trovare all’interno di esso le condizione per guarire dal danno prodotto. Questo fenomeno non è possibile nel caso del maltrattamento perché si tratta di una lunga serie ripetuta di traumi che si accompagnano alla perdita della protezione, della sicurezza e dell’amorevole cura da parte delle figure significative. Si tratta di ferite trascurate e frequentemente riaperte che, possono evolvere in piaghe difficili da rimarginare come accade ai bambini del gruppo D. L’esposizione prolungata al maltrattamento produce una regressione nel breve termine a un livello di funzionamento borderline con manifestazioni che rispecchiano la tipologia del maltrattamento subito e l’innescarsi di meccanismi di difesa intenti a negare l’esperienza. Infanzie che possono essere medicate, curate se riconosciute e collegate agli eventi interpersonali da cui originano e in cui trovano senso. Il numero delle infanzie ferite è estremamente alto anche in tempi attuali e in situazioni socio economiche favorevoli e, il mancato intervento adeguato al caso, può condannare a una vita di sofferenze dei protagonisti di storie infelici e di chi intratterrà rapporti affettivi con essi. Non di rado, infatti, i figli di questi bambini divenuti adulti, saranno a loro volta vittime della trasmissione intergenerazionale che riprodurrà traumi simili a quelli subiti dagli stessi.
Solo curando i bambini feriti di oggi può essere fermata la trasmissione dei disagi mentali, comportamentali e relazionali definiti da Scutzenberg “sindrome degli antenati” [2]e che, Gasseau[3] ritrova descritta nella bibbia con l’affermazione che, il peccato commesso dal padre ricade sulla testa dei figli per tre o quattro generazioni che, gli antichi testi cinesi allargano addirittura a undici generazioni. È però, possibile far riemergere in psicoterapia o durante un processo formativo memorie sepolte o obliate veicolate tramite gli scambi comunicativi, espliciti o impliciti di una famiglia. Questa memoria familiare, inconscio familiare, attraverso cui sentimenti, comportamenti e ferite non curate, vengono trasmessi da una generazione all’altra spingendo gli individui a riprodurre situazioni vissute in epoche e generazioni precedenti, si pone come urgenza clinica nei casi in cui possono generare un disturbo serio, che può essere evitato con un lavoro terapeutico capace di valorizzare la specificità di ciascuno e permettere al soggetto di prendere in mano le sorti della propria esistenza.
[1] Luigi Cancrini. La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’origine dell’oceano borderline. Raffaello Cortina Editore (2013)
[2] Corrado Bogoglio. Transgenerazionalità e psicoterapie. Una rassegna di ipotesi ed esperienze. Franco Angeli (2013)
[3] Gasseau. M., Gasca G. Lo psicodramma junghiano, Bollati Boringhieri, Torino (1991)
© ROSA LANARO