Psycolan-Ro

Psycolan-Ro Psicologia

01/02/2016

Storie di quotidiana resilienza
ROSA PSYCOLAN·LUNEDÌ 1 FEBBRAIO 2016

Gli eventi traumatici infantili, nella casistica clinica sono spesso correlati a storie di vita tragiche in età adulta sia dei pazienti presi in esame che dei suoi familiari, come effetto delle catene intergenerazionali di trasmissione della sofferenza, espressi in disturbi mentali, atti suicidari, aggressività eterodiretta e omicidi. Ma vi sono anche eccezioni frequenti di persone con una propensione alla sopravvivenza e all’evoluzione che appaiono serene o addirittura creative pur avendo esperito gravi sventure. Sono tantissimi gli esempi di quotidiana resilienza emersi da diversi studi epidemiologici.
Boris Cyrulnik, ha definito la resilienza , ovvero di destreggiarsi di fronte ai colpi della vita e all’imprevedibilità degli eventi. Lui stesso rimase orfano di entrambi i genitori durante l’infanzia, deportati e uccisi nei campi nazisti, riuscì, grazie a quelli che egli definisce , a costruire una personalità sana e ben disposta all’incontro con il prossimo e, a ottenere grandi soddisfazioni in ambito professionale. Un caso emblematico dell’infinitezza delle capacità resilienti, anche dopo eventi traumatici è incarnato nella storia di Mara Selvini Palazzoli descritta da Matteo Selvini (2002)[2]. Una storia che dimostra l’esistenza di una catena intergenerazionale della resilienza ma anche dei modelli di attaccamento interiorizzati è ravvisabile nell’infanzia dura a cui è fu sottoposto il padre di Mara, rifiutato dalla figura paterna e orfano di madre dall’età di tre anni. Una crescita deprivante, da randagio disamato può spiegare l’incapacità di costruire legami significativi in età adulta e il comportamento violento, collerico, rifiutante e burbero anche nei confronti della sua stessa famiglia compresa Mara. Mara, quarta figlia di Italia, nasce nel periodo della guerra mondiale, in un ambiente familiare particolarmente teso e caotico. Alla madre viene consigliato di abortire ma la vocazione religiosa impedisce l’infausto gesto così, Mara nasce e viene affidata a lungo ad una contadina fino all’età di due anni e otto mesi, era la primavera del 1919 quando per la prima volta fece ritorno a casa, dalla sua famiglia. In quell’ambiente sconosciuto aveva trovato rifugio sotto la scrivania fino al giorno in cui fuggì per strada e chiese di tornare da mamma Rosa.
La famiglia a quel punto decise di rimandarla dalla balia insieme alla sorella e dopo sei mesi tornarono entrambe nella loro casa. Il clima regnante era molto pesante: il padre guadagnava ma sperperava denaro, i fratelli subivano le angherie di questo padre e riscattavano la loro sofferenza infierendo contro le sorelle mentre mamma Italia cercava faticosamente di tenere a bada il marito. Nel periodo adolescenziale Mara trova rifugio nello studio forsennato, in un contesto scolastico aristocratico entro cui non si riconosceva proprio come suor Marie, l’unica persona a cui si lega. Il suo percorso scolastico è florido di successi e le procura diversi riconoscimenti ai quali i genitori non hanno mai presenziato. L’immersione e la fuga mentale nel mondo della letteratura classica le procura una base sicura aggiuntiva a quella dello sguardo della sua mamma balia, un’ambiente artificioso come fuga dalla triste realtà, l’estraneità familiare e la conseguente sensazione di libertà di scelta, il contrapporsi al sistema come fonte di motivazione alla sfida, sono tutte le reazioni che le anno permesso di non sentirsi una vittima impotente fornendogli importanti fattori di resilienza. Ella non ha mai smesso di combattere e dimostrarsi attiva protagonista della sua vita, dando sempre il meglio di sé, anche quando mamma Italia si ammala di cancro, lei se ne prese cura e le restò vicino fino alla sua morte sfuggendo alla trappola insidiosa della vendetta che le permise di rafforzare il sentimento di valore personale oltre ad offrile un altro fattore di resilienza. A differenza di soggetti resilienti che corrono il serio rischio di divenire affettivamente aridi, individualisti e autarchici, Mara ha potuto sperimentare la riparazione di almeno uno dei genitori come basilare fonte di resilienza e umanizzazione. Grazie a questo dono Mara riesce a stabilire la sua prima relazione sentimentale veramente importante, quella con Aldo Selvini, che sposerà nell’ottobre del 1947. Altro fattore di resilienza che permise alla Selvini di diventare uno dei grandi pionieri della terapia familiare fu la sua capacità di costruire legami di appartenenza, di affiliazione alternativi a quelli familiari e di dipendenza sana.
Valeria Ugazio (allieva di Mara), nella sua testimonianza sulla Selvini (Terapia Familiare, n° 64, pp. 93-95), definisce il resiliente come una persona che ha vissuto sulla propria pelle la constatazione che non solo l’amore è il carburante che gli ha permesso di vivere da protagonista. Anche la rabbia, l’odio, la sfida, la provocazione hanno fatto di lui quel che è. E questo esempio aiuta lo psicoterapeuta familiare ad essere capace di lavorare su più registri emotivi, non solo su quello della comprensione empatica. Per risultare efficace la provocazione dev’essere autentica, integra e non può ridursi ad un misero giochetto. Il terapeuta deve credere fino in fondo a ciò che sta dicendo. Da bambina era definita “la bocca della verità” perche nella sua vita non ha mai saputo o voluto fare una distinzione tra il proprio ruolo professionale e la propria persona. Poteva essere sempre e solo se stessa, in qualunque contesto si trovasse. L’aveva imparato nella sua coraggiosa solitudine infantile, reagendo alle percosse dei fratelli, e alla latitanza dei genitori. Da adulta questa sua integrità è divenuta la matrice della sua creatività. Nessuna sudditanza nei confronti dell’autorità costituita, come ad esempio Sigmund Freud, ma un prioritario credere nelle proprie idee, imparando dalle esperienze costruite insieme alla propria squadra.

[1] Cyrulnik B. brutti anatroccoli. Le paure che ci aiutano a crescere. Frassinelli (2002)
[2] Scuola di psicoterapia Mara Selvini Palazzoli [Online],2015, http,//www.scuolamaraselvini.it ...

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23/01/2016

Approccio integrato...EMDR e Terapia Familiare

Negli ultimi anni si è diffusa una procedura psicologica per il trattamento dei disturbi emotivi causati da una varietà d’esperienze di vita disturbanti. Si configura come una metodologia che pone al centro dell’attenzione il paziente e si avvale della tecnica di stimolazione bilaterale per facilitare una rielaborazione delle memorie traumatiche. Nel 1987 la psicologa Francine Shapiro scoprì su se stessa che i movimenti oculari volontari riducevano l’intensità dei pensieri negativi disturbanti.
Da questa rilevazione, iniziò uno ricerca (Shapiro 1989) per esaminare l’efficacia dell’EMDR nel trattamento di veterani della guerra del Vietnam vittime di traumi e nelle vittime di abusi sessuali. I risultati confermarono una riduzione significativa dei sintomi del disturbo da stress post-traumatico (PTSD) nel campione oggetto di studio. Il primo studio controllato e stato pubblicato nello Journal of traumatic stress anno in cui si compiono anche i primi studi sulla terapia di esposizione prolungata e dell’ipotesi di terapeutica sul Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD). Nel 1990 si scopre che altre forme di stimolazione alternata bilaterale come tamburellamenti o toni uditivi danno esito positivo nel trattamento del PTSD. Secondo l’ideatore, i movimenti oculari guidati possano stimolare lo stesso processo innescato nella fase del sonno REM. Gli ultimi sviluppi delle scienze neurologiche hanno suggerito che la funzione dello stadio del sonno REM è proprio quella di favorire l’elaborazione e l’immagazzinamento dell’informazione nella memoria (Fishbein e Gutwein 1977; Gabel, 1987; Sutton,Mamelak e Hobson 1992; Winson, 1993). Altre ricerche compiute da Van Etten & Taylor (1989)[1] suggerirono che l’EMDR associato alla terapia comportamentale si dimostrava più efficace rispetto ad altri. Inoltre Heber-Kellner- Yehuda (2002) hanno riscontrato un abbassamento del livello basale di cortisolo successivamente alla somministrazione dell’EMDR . Un approccio globale al trattamento del trauma capace di affrontare tutti gli aspetti della disregolazione e disfunzione sia a carattere individuale che sistemico, è ravvisabile nell’applicazione congiunta della terapia familiare sistemica e del metodo EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing - Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari ).
Una modalità d’intervento che unisce due trattamenti e la loro forza sinergica per offrire una completezza terapeutica. L’EMDR, applicabile a livello individuale agisce sulle radici della patologia del soggetto mentre la terapia familiare sistemica si basa sulla modifica dei pattern d’interazione disfunzionali. “l’EMDR permette al sapere acquisito durante le sedute familiari precedenti di essere “sentito” e “vissuto” e non solo “pensato”. Questa differenza risulta essere di grande importanza in quanto eventuali spunti ed ipotesi dati dal terapeuta vengono fatti propri dal paziente in maniera più veloce e più completa mediante l’integrazione con l’EMDR consolidandone i benefici ed i cambiamenti anche ad un livello più profondo della personalità” (Gaudin 2011 pag. 47-48)[2]. La strategia dell’EMDR si è dimostrata efficace anche con i bambini e adolescenti nonostante la documentazione specifica a questa popolazione è più limitata rispetto alla vasta ricerca effettuata su quella adulta. Attualmente gli studi e le ricerche in corso tendono ad accertare l’efficacia di questo approccio con i bambini traumatizzati, anche se esistono già prove cliniche in cui si riscontra il successo ottenuto in questo ambito e con i disturbi d’ansia, depressione, disordini dell’attaccamento, difficoltà comportamentali e in modo innovativo a bambini con disturbi dell’apprendimento per facilitare la reintegrazione psichesoma[3]. Secondo quest’ultima ipotesi, i disturbi dell’apprendimento specifici sarebbero dovuti a problematiche collegate all’incompleta o carente integrazione psicosoma scatenato da aspetti collegati ad esperienze traumatiche infantili e in particolare nel periodo preverbale, in cui il bambino non ha la possibilità di esprimere con le parole le esperienze gravose che hanno compromesso il senso di stabilità e continuità psichica.
Una tecnica che mette in asse cognizioni-sentimenti-sensazioni corporee ed è anche un metodo correttivo alla disintegrazione dell’identità. Inoltre, permette di Intervenire nell’elaborazione del trauma innescando un cambiamento dei modelli operativi interiorizzati distorti dall’esperienza traumatica. L’intervento EMDR veicola in modo implicito un messaggio di protagonismo del paziente nel processo di guarigione che viene enfatizzato per accrescerne il forte potere terapeutico e, in tal modo, si permette al soggetto di non percepirsi come una vittima impotente ma come attivo protagonista capace di cambiare le sorti della propria vita. L’approccio terapeutico standardizzato dell’EMDR impiegato per una vasta gamma di disturbi basati sull’esperienza, utilizza un protocollo d’intervento suddiviso in otto fasi inserite in un piano terapeutico globale.

[1] Van Etten, Michelle L.; Taylor, Steven (1998)."Comparative efficacy of treatments for post-traumatic stress disorder: a meta-analysis." Clinical Psychology & Psychotherapy 5(3): (pp126-144)
[2] SCUOLA DI PSICOTERAPIA MARA SELVINI PALAZZOLI [Online],2015, http,//www.scuolamaraselvini.it .
[3] Elena Simonetti. Esperienze traumatiche di vita in età evolutiva. Franco Angeli (2015)

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22/01/2016

L’unità ritrovata

Dagli anni 50 la psicanalisi ha cominciato a prendere in esame l’individuo come un soggetto non frammentato, mettendo in evidenza le connessioni tra mente e corpo che, ha permesso di superare le dicotomie imperanti della cultura occidentale a partire da Platone a Cartesio. Il tema dell’unità ritrovata assume il carattere di una rivoluzione scientifica che vede convergere e integrare gli sviluppi della psicologia, psicoterapia con le neuroscienze che, inscrivono i processi mentali nei loro substrati neurobiologici, ed ha evidenziato l’inscindibile unità psicosomatica del soggetto e la necessità di una valutazione nel contesto d’interazione di un organismo, ovvero, dell’intero corpo, con l’ambiente circostante, da cui è possibile comprendere appieno i fenomeni mentali.
La mente quindi va considerata come il risultato di un continuum circolare tra some-psiche-ambiente, mettendo in evidenza l’aspetto centrale del corpo, in quanto sede di emozioni e tramite delle connessioni con l’ambiente e, che funge da cornice per i processi neurali da cui scaturisce la mente. L’esperienza inibisce la trascrizione di alcuni geni, mentre attiva l’espressione di altri[1]. Dicotomie come geni/ambiente, biologico/psicosociale o farmaco/psicoterapia sono implicati nella polarità cervello/mente. Ed è per questo impensabile l’indipendenza del funzionamento dell’attività dei neuroni e della produzione mentale che ne deriva, dal resto del corpo che fornisce una base materiale delle rappresentazioni cerebrali. A tal proposito Bateson (1984) parla della mente come meta-funzione organizzatrice di tutti i processi vitali alimentati dalla relazionalità con l’ambiente in una dinamica di interinfluenze reciproche. Siegel fornisce a questa prospettiva un evidenza scientifica di ciò che definisce una mente relazionale[2], cioè, di una mente che emerge da interazioni tra processi neurofisiologici e relazioni interpersonali. Queste ultime già in età precoce, svolgono una funzione importante di orientamento delle attività mentali del bambino e delle relative strutture neuronali poiché, come sostenuto anche da Laing, la biochimica di un essere umano è molto sensibile alle circostanze interpersonali e sociali. Le recenti scoperte delle neuroscienze confermano la predisposizione biologica dell’uomo all’intersoggettività e alla relazionalità e, in particolare la scoperta dei neuroni specchio mostra appunto, il profondo legame che unisce l’uno agli altri e dell’inscindibilità dell’Io senza un Noi.
Le trame relazionali, inoltre, promuovono la nascita della coscienza che inizia dall’acquisizione del potere cerebrale di produrre un racconto privo di parole svolto entro i confini corporei, come una storia composta da esperienze e stati dell’organismo che scandiscono il tempo e vengono alterati dall’incontro con oggetti e eventi dell’ambiente. Non potendo esistere una mente se non nell’interazione esplicita, conscia e implicita con altri, il bambino crea la propria mente come un prodotto dei desideri, delle azioni, pensieri e credenze degli altri, sotto l’influenza della storia esistenziale e dei contesti socio-culturali in cui gli scambi si attuano.

[1] Glen. O. Gabbard. Mente, cervello e personalità. Franco Angeli (2006)
[2] Luigi Onnis. Una nuova alleanza tra psicoterapia e neuroscienze. Dall’intersoggettività ai neuroni specchio. Dialogo tra Daniel Stern e Vittorio Gallese. Franco Angeli (2015)

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22/01/2016

Proposta teorico-clinica di Cancrini e trasmissione del “disagio mentale”.

L’imponente proposta teorico-clinica[1] di Luigi Cancrini si compone in un viaggio nell’intricato labirinto psichico, popolato da incontri con storie di infanzie infelici da cui si orienta per ricercare nell’adulto con gravi difetti di funzionamento, il bambino ferito che è stato e, la possibilità preventiva di curare il bambino di oggi nel quale intravede le linee di frattura che possono spingerli al disturbo di personalità. L’obbiettivo è quello di basare la diagnosi sullo studio delle caratteristiche di personalità, piuttosto che sui sintomi, analizzando gli schemi difensivi che fanno regredire il soggetto a livello borderline o psicotico.
Basandosi sulla tipologia delle infanzie infelici, egli propone una revisione rivoluzionaria delle classificazioni nosografiche, rifacendosi alle undici ricostruzioni che, Lorna Smith Benjamin presenta delle vicende infantili raccontate dai suoi pazienti adulti e, colloca le tipologie isolate dalla studiosa sullo sfondo teorico degli autori su cui si è formato come: Kernberg, Mahler, Anna Freud, Minuchin, Haley, Ignacio Matte Blanco e Freud. Nel libro “La cura delle infanzie infelici” Cancrini descrive undici tipi di infanzie infelici denominate dal corrispondente disturbo di personalità, il cui oggetto esposto riguarda l’originarsi del disturbo nelle situazioni interpersonali e contestuali più che l’osservazione di sintomi e sindromi, anche se il bambino nel tentativo di adattarsi esibisce dei sintomi molto simili a quelli che emergeranno nel tempo, quando il disturbo di personalità arriva a cristallizzarsi. Ai tre cluster clinici suddivisi in gruppo A / B e C del DSM basati su criteri di ordine fenomenologico, relativi al paziente adulto si aggiunge l’ipotesi di distinguere altri gruppi di disturbi che contengano specifiche situazioni infantili. Il cluster D rappresenta il primo gruppo in cui vengono inseriti i disturbi borderline, antisociale, paranoide e schizotipico caratterizzato da un maltrattamento e/o abuso evidente e grave del bambino. Una complicanza frequente nell’infanzia borderline è quella legata all’abuso che, Ferenczi analizza descrivendo il doppio movimento dell’abusante che inizialmente parla con il linguaggio dell’amore e della tenerezza per poi passare a quello egoistico del piacere, del distacco e della minaccia che può originare nel bambino una scissione e l’identificazione con l’aggressore pur di attutire il dolore e mantenere vivo il legame. L’infanzia del bambino è segnata da ripetute esperienze di perdita che, nei sintomi dell’adulto diagnosticato borderline si rivela come terrore dell’abbandono reale o presunto che si manifesta con forti coinvolgimenti, con comportamenti fuori misura, gelosia eccessiva che può sfociare in forme di violenza, con comportamenti di controllo, attacchi rabbiosi etero o autodiretti come autopunizioni.
L’infanzia antisociale è distinta da vissuti di trascuratezza, freddezza e non curanza riscontrati maggiormente in famiglie multiproblematiche caratterizzate da sistemi ricorsivi che, rendono questi bambini, a differenza dei borderline, meno legati al loro passato e gravi difficoltà nell’inserimento in situazioni nuove perché, questi bambini non sono abituati a ricercare affetto e protezione, non sanno cosa sia e soprattutto hanno imparato ad essere sufficienti a se stessi dopo ripetuti fallimenti di ricerca d’attenzione e d’incontro con le figure genitoriali. Si pongono fin da subito sul piano della sfida, manifestano comportamenti aggressivi e/o chiusura in se stessi che prepara in età diverse a un rifiuto più strategico delle regole. In questi casi è indispensabile l’uso delle fermezza affettuosa e del controllo perché siano rispettate le regole con adulti che però li riconoscano e che si accorgano di loro, dei loro bisogni e, quindi, non li sottopongano ad ulteriori perdite o mancanze a cui si erano abituati. La condizione del disturbo antisociale può essere modificata solo attraverso interventi tempestivi sulla condizione contestuale ma senza avvalersi della collaborazione dei genitori, il cui comportamento è quello tipico del paziente psicotico grave o antisociale e questo non permette loro di accettare un intervento di loro spontanea volontà perché lo ritengono una forma di controllo. Questo disturbo evidenzia gli effetti svolti dalla trasmissione intergenerazionale della follia, in quanto, è quello che in modo semplice e diretto può passare dai genitori ai figli. Quando entrambi i genitori ignorano il bambino, lo attaccano o usano una severità discontinua, una carenza di cure e delega delle proprie responsabilità, si verifica spesso un’evoluzione verso una situazione meno grave di tipo borderline.
L’infanzia paranoidea è marchiata da un controllo sadico e deformante che trasmette ostilità sobria e fredda applicata con un’indignazione virtuosa cioè, con un sistema di credenze che la giustificano e, le punizioni, le botte e la violenza espressa già verso il lattante in maniera ripetitiva e razionale viene fatta passare come un comportamento doveroso da parte dei genitori verso un bambino cattivo che merita queste punizioni e che, deve tacere perché responsabile. Il bambino può identificarsi con il personaggio debole e amato sottoposto allo stesso trattamento come ad esempio la madre e, sognare di poterla liberare, di riscattare quest’esperienza se diverrà il più forte. Così il bambino impara presto a non chiedere, a non piangere, a stare lontano e ad obbedire agli ordini per evitare abusi e violenze fisiche e psicologiche. Tuttavia il bambino interpreta il mondo in modo realistico ma quando la forza dei ricordi altererà la sua percezione, l’interpretazione del mondo diverrà delirante. Nella storia della psichiatria, la corrispondenza tra vissuto infantile e disturbo paranoide di personalità è stata evidenziata da Freud con il caso del presidente Shreber, anche se Freud non conosceva le torture a cui era sottoposto da parte del padre che, sperimentava sul piccolo i metodi pedagogici basati sulla costrizione fisica e mentale violente e umilianti. Proprio come una crudeltà manifestata intorno al grande tema che la giustifica. Mentre, le caratteristiche contestuali in cui è inserito un bambino che può sviluppare un disturbo schizotipico di personalità si manifestano in comportamenti di punizione quando manifesta una volontà di autonomia che è riservata ai genitori indifferenti ai bisogni del bambino che viene biasimato e obbligato a svolgere compiti ritenuti vitali. Gli abusi sono fisici e soprattutto psicologici a cui si accompagna un invasione dei confini personali del bambino che è costretto a imparare a contenere la propria rabbia. La vita del bambino si svolge nella completa solitudine legata alle forti proibizioni dell’autonomia che costringono il bambino all’isolamento sia fisico che psicologico ma allo stesso tempo hanno grande difficoltà a distaccarsi sia fisicamente che emotivamente da un genitore costantemente sorvegliante. Il piccolo impara a rifugiarsi in un mondo fantastico per evitare il mondo reale che gli appare abitato solo da figure genitoriali. Questi bambini devono affrontare maltrattamenti, trascuratezza e atteggiamenti di disconferma caratteristici dei processi di comunicazione psicotici. In alcuni casi l’isolamento del bambino può essere tanto grave da spingerlo in comportamenti di ritiro quasi autistico che, assume una forma di disturbo complessivo dello sviluppo con un ritardo anche a livello cognitivo. Il secondo gruppo: E, comprende il disturbo narcisistico, istrionico, ossessivo-compulsivo, evitante e schizoide, in cui si evidenziano processi di cura mal posti e maltrattamenti di ordine essenzialmente psicologico. La ricerca clinica ha frequentemente riscontrato nei soggetti con disturbo di personalità narcisistica un forte corrispondenza con traumi legati alla sfera sessuale in età infantile. Il gruppo F racchiude il disturbo dipendente e aggressivo-passivo di personalità che, si differenzia dal precedente cluster poiché in questo caso i processi di cura da parte dei caregiver sono inizialmente sufficienti ma divengono insoddisfacenti nel tempo e, in molti casi il bambino può essere colto da “conflitti di lealtà” che manifesta in veri e propri attacchi verso chi tenta di prendersene cura perché hanno sperimentato e costruito legami molto forti prima di perdere l’affetto e la tenerezza del genitore. L’osservazione diretta dei bambini infelici e dei disturbi causati anche in situazione non vistosamente estreme come quelle vissute nell’infanzia narcisista, istrionica, ossessivo-compulsivo, evitante, schizoide, dipendente e passivo-aggressivo, dove, vi è comunque la tendenza ad invalidare il figlio con le proprie rappresentazioni interne, sotto forma di fantasie, di timore, di dubbio o di aspettative è una tendenza fisiologica dell’essere umano.
Tuttavia come Freud sottolineava la diversità fra ciò che è normale e ciò che è patologico è sempre di tipo quantitativo. La differenza tra i bambini infelici e quelli più fortunati risiede quindi, nelle capacità genitoriali di temperare queste tendenze umane e a non considerare il figlio come oggetto di rappresentazioni che lo riguardano, fino ad usarli come un oggetto o un prolungamento del Sé. In tal caso si blocca il processo evolutivo del bambino che ne esce ferito e deformato poiché il figlio diviene l’oggetto dei movimenti transferali del genitore che, lo vive come oggetto o bersaglio di fantasie, emozioni e pulsioni riguardante i fantasmi delle figure di riferimento affettive dei genitori. I bambini rivestono così, il ruolo di schermo su cui gli adulti immaturi e infelici proiettano le proprie emozioni. Lorna Smith Benjamin afferma che, il dinamismo che porta alla situazione vissuta dal bambino a quella di disturbo nell’adulto, è quello dei processi di copia. Infatti, i sintomi esibiti dal bambino all’adulto possono essere letti in termini di un comportarsi come l’altro si comporta e si è comportato, di un comportarsi come se l’altro fosse ancora qui e di un trattare se stessi come l’altro ti trattava e ti tratta. È importante sottolineare che un certo tipo di infanzia infelice non conduce necessariamente allo sviluppo di un disturbo di personalità corrispondente poiché, è sempre possibile curare, costruendo rapporti nutritivi e protettivi con figure di riferimento alternative e, aiutando questi bambini con un tempestivo intervento psicoterapeutico che favorisca l’elaborazione del trauma, delle perdite e del lutti vissuti precedentemente. In questo senso, l'importanza dell’'intervento terapeutico non riguarda solo la prevenzione dello sviluppo della psicopatologia in età adulta ma anche la trasmissione intergenerazionale del disturbo. Di fatto il problema della trasmissione intergenerazionale della follia dovrebbe essere considerato il cuore di ogni progetto realistico di prevenzione.
Curare le infanzie infelici è fondamentale per prevenire disturbi psicopatologici di personalità, di forme di dipendenza grave compresa quella del gioco e del sesso e della criminalità giovanile e adulta. La relazione interpersonale interiorizzata o la famiglia interna popola la mente e il vissuto che, spesso, dietro la facciata lascia intravedere il gravare di un profondo sconforto, una tristezza e una sofferenza inespressa delle tante possibilità perdute. Sulla base delle osservazioni avvenute nel corso degli anni è possibile ritenere che molti bambini che hanno subito traumi importanti nel proprio ambiente naturale, riescano a trovare all’interno di esso le condizione per guarire dal danno prodotto. Questo fenomeno non è possibile nel caso del maltrattamento perché si tratta di una lunga serie ripetuta di traumi che si accompagnano alla perdita della protezione, della sicurezza e dell’amorevole cura da parte delle figure significative. Si tratta di ferite trascurate e frequentemente riaperte che, possono evolvere in piaghe difficili da rimarginare come accade ai bambini del gruppo D. L’esposizione prolungata al maltrattamento produce una regressione nel breve termine a un livello di funzionamento borderline con manifestazioni che rispecchiano la tipologia del maltrattamento subito e l’innescarsi di meccanismi di difesa intenti a negare l’esperienza. Infanzie che possono essere medicate, curate se riconosciute e collegate agli eventi interpersonali da cui originano e in cui trovano senso. Il numero delle infanzie ferite è estremamente alto anche in tempi attuali e in situazioni socio economiche favorevoli e, il mancato intervento adeguato al caso, può condannare a una vita di sofferenze dei protagonisti di storie infelici e di chi intratterrà rapporti affettivi con essi. Non di rado, infatti, i figli di questi bambini divenuti adulti, saranno a loro volta vittime della trasmissione intergenerazionale che riprodurrà traumi simili a quelli subiti dagli stessi.
Solo curando i bambini feriti di oggi può essere fermata la trasmissione dei disagi mentali, comportamentali e relazionali definiti da Scutzenberg “sindrome degli antenati” [2]e che, Gasseau[3] ritrova descritta nella bibbia con l’affermazione che, il peccato commesso dal padre ricade sulla testa dei figli per tre o quattro generazioni che, gli antichi testi cinesi allargano addirittura a undici generazioni. È però, possibile far riemergere in psicoterapia o durante un processo formativo memorie sepolte o obliate veicolate tramite gli scambi comunicativi, espliciti o impliciti di una famiglia. Questa memoria familiare, inconscio familiare, attraverso cui sentimenti, comportamenti e ferite non curate, vengono trasmessi da una generazione all’altra spingendo gli individui a riprodurre situazioni vissute in epoche e generazioni precedenti, si pone come urgenza clinica nei casi in cui possono generare un disturbo serio, che può essere evitato con un lavoro terapeutico capace di valorizzare la specificità di ciascuno e permettere al soggetto di prendere in mano le sorti della propria esistenza.

[1] Luigi Cancrini. La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’origine dell’oceano borderline. Raffaello Cortina Editore (2013)
[2] Corrado Bogoglio. Transgenerazionalità e psicoterapie. Una rassegna di ipotesi ed esperienze. Franco Angeli (2013)
[3] Gasseau. M., Gasca G. Lo psicodramma junghiano, Bollati Boringhieri, Torino (1991)

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22/01/2016

Dal rapporto diadico a quello triadico e di sistema relazionale

L’approfondimento dei disordini relazionali a partire dagli anni 50 ha allargato l’osservazione includendo oltre l’individuo inserito nella relazione diadica anche l’intero assetto familiare e la storia della stessa nel tempo e nelle generazioni da cui scaturisce la matrice che origina la sofferenza umana. I territori teorici sconfinano nella complessa esplorazione dei contenuti clinici accogliendo l’intero sistema in cui si manifestano le varianti psicopatologiche e i peculiari assetti in cui si può verificare il contagio della follia, l’origine della ferita dovuta alla perdita e l’esperienza traumatica.
La teoria dell’attaccamento rese documentabili gli effetti dei pattern relazionali ripetuti sullo sviluppo cognitivo ed affettivo del bambino ponendo le basi per spunti di riflessione su cui ampliare le ricerche. Ciononostante la teoria dell’attaccamento e la descrizione dei rapporti diadici sono da considerare fenomeni semplici e lineari d’interazione e quindi non possono spiegare la complessità della situazione e delle dinamiche familiari in cui il bambino forma la propria personalità in senso patologico o sano. I limiti[1] della concezione diadica sono prevalentemente quelli di non aver preso in esame l’influenza dei sistemi diadici come sottosistemi all’interno della famiglia o di sistemi triadici ovvero, unità complesse, per spiegare i disturbi di personalità e, di aver considerato come sistema motivazionale esclusivamente l’attaccamento e l’influenza che opera sull’organizzazione di personalità senza, tuttavia, dare risposta alla complessa manifestazione della sofferenza psichica, dell’esperienza traumatica o di perdite non elaborate a cui era stata riconosciuta la trasmissione attraverso le generazioni ma, ad un solo tronco monoparentale della genealogia familiare come risultava documentato con l’uso dell’Adult Attachment Interview. L’ambito clinico e teorico non può tralasciare l’incidenza convergente dei due tronchi parentali in cui avviene lo scambio ereditato dalle proprie famiglie d’origine della coppia che viene trasmesso al figlio in un ottica di trasmissione triadica ed è questa a garantire l’esito di una base sicura o una forma di attaccamento insicuro-ambivalente caratteristico della famiglia invischiata e, gli aspetti rappresentazionali del sistema familiare espresso negli schemi familiari condivisi o teatro interiore di relazione, su cui il bambino struttura il proprio comportamento, i propri valori e affetti interiorizzati che, danno forma alla propria personalità. Le implicazioni teorico/cliniche seguono la messa a fuoco della persona nei suoi caratteri distintivi e delle sue relazioni in un gioco di influenze reciproche, in costante evoluzione per tracciare una mappa della trama relazionale dei membri della famiglia. In tal modo, il percorso di osservazione, valutazione riguarda non solo i comportamenti di attaccamento come aspetto della vita familiare ma anche la multi-coincidenzialità dei fattori di rischio evolutivo che possano dar ragione dello sviluppo psicopatologico e della eziopatogenesi o di un blocco evolutivo quali: i comportamenti carenziali o maltrattanti e modelli interattivi-comunicativi disfunzionali che possono condurre a esiti drammatici; i conflitti di potere; le triangolazioni; i vincoli di lealtà; il grado di coesione, di adattabilità e i confini all’interno del sistema famiglia; che vengono analizzati lungo il processo situazionale del ciclo vitale della famiglia inteso come successione regolare di fasi e degli eventi paranormativi e le microtransizioni che ne sovvertono la regolarità, palesati della capacità del sistema interpersonale di favorire o interferire sullo sviluppo della fase di separazione e individuazione che, preparano alla fase dello svincolo, avviata al termine dell’adolescenza e, che interessa e richiede una ristrutturazione di tutto il sistema. In questa visione i parametri di ciclo vitale e di aree di funzionamento psicopatologiche permettono di classificare, tipizzare la sofferenza psichica come espressione di patologie dello svincolo.
Da questo resoconto risulta fondamentale uno spostamento che guidi l’indagine della storia evolutiva del bambino come membro o componente inscindibile di un’appartenenza sistemica, a cui accedere esaminando all’interno del mondo familiare e socio-culturale in cui è inserito il bambino, combinata ad una adeguata conoscenza, lettura delle relazioni e dei fenomeni scaturiti in famiglie multiproblematiche e, dei processi patogenetici e sintomatici causati da esperienze di perdita, di disastri emozionali dalla valenza traumatica che permeano le infanzie dei bambini infelici, abusati e interferiscono sul sano sviluppo psicofisiologico e socio emotivo. Questi bambini feriti abitano il corpo di giovani e meno giovani condizionandoli finche’ il loro dolore, la loro confusione e il piangere, urlare e tremare di paura celato nei sintomi e nei disturbi non viene ascoltato, riconosciuto e consolato dal lavoro terapeutico. Già Bowlby propose di collegare i diversi comportamenti del bambino, dal loro primo manifestarsi al loro cristallizzarsi in sintomi a difetti della situazione concreta con cui egli vive e su cui non ha possibilità di decisione.

[1] Luigi Cancrini. Cecilia La Rosa. Il vaso di Pandora. Manuale di psichiatria e psicopatologia. Carocci editore (2013)

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Indirizzo

Salerno

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 17:00
Martedì 09:00 - 17:00
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