11/02/2026
Erving Polster diceva che ogni vita merita un romanzo. Un romanzo fatto di capitoli, svolte, ritorni, ripetizioni. E anche di pagine che, a volte, rileggiamo all’infinito.
Nel suo lavoro, Polster osservava come molte persone restino intrappolate in una narrazione rigida di sé, una storia che si restringe, che si impoverisce, che finisce per raccontare sempre la stessa cosa. È qui che spesso nascono i rimuginii: quel tornare continuamente sugli stessi pensieri, sugli stessi episodi, sulle stesse frasi interiori. Ripensare, analizzare, rivedere, controllare, come se girando ancora un po’ intorno a quella ferita, prima o poi smettesse di far male.
A volte il rimuginio riguarda ciò che è successo, altre volte riguarda quello che gli altri pensano di noi, o quello che immaginiamo pensino. “Chissà cosa ha capito”, “avrà pensato che sono incapace”, “sicuramente mi giudica”, “non valgo abbastanza”, “mi sono resa ridicola”, “ho sbagliato tutto”. La mente costruisce vere e proprie storie parallele, processi interiori fatti di accuse e sentenze, spesso senza alcuna prova.
Dal punto di vista clinico, il rimuginio non è solo un’abitudine mentale fastidiosa. È un tentativo di protezione, un modo per cercare controllo, sicurezza, senso. Se capisco tutto, forse non soffrirò. Se prevedo ogni giudizio, forse non mi farò male. Se mi critico prima io, forse gli altri non potranno farlo.
Ma più si rimugina, più la storia si restringe. Il romanzo si riduce a un solo capitolo, e quel capitolo diventa: “non valgo”, “non sono abbastanza”, “sbaglio sempre”, “non mi vedono davvero”. In terapia questo lo incontriamo spesso: persone intelligenti, sensibili, profonde, che però si raccontano attraverso una lente durissima, come se tutta la loro identità passasse da lì.
Il lavoro clinico, allora, non è far smettere di pensare, né dire “non ci pensare”, “lascia perdere”, “pensa positivo”. È aiutare la persona a rimettere quella pagina dentro una storia più grande, a vedere che quella scena non è tutto, che ci sono stati altri capitoli, che ce ne possono essere ancora, che dentro di sé esistono molte voci, non una sola. È rileggere insieme la propria vita con più ampiezza, dare spazio anche a ciò che è rimasto ai margini, restituire complessità, umanità, movimento.
E piano piano, il rimuginio cambia forma.
Da gabbia diventa racconto, da circuito chiuso diventa percorso, da autocondanna diventa comprensione. Come diceva Polster, non si tratta di cancellare il passato, ma di riscriverlo in modo più vero, più ampio, più gentile.
Perché ogni vita merita un romanzo.
Non una pagina ripetuta all’infinito.