03/01/2026
Carla Perotti, stimata insegnante di yoga, laureata in filosofia, figlia del dott. Enrico Vecchia amico di Rol, aveva conosciuto Gustavo da bambina e negli anni giovanili, poi si erano persi di vista per un tempo abbastanza lungo, per le vicende della vita e anche per alcune (solo apparenti) divergenze "filosofiche". Finché...
«Finché, inaspettatamente, cominciai a sognarlo. Questo accadeva due volte la settimana, anche più. Poiché questo fenomeno andava ripetendosi, presi l'abitudine, andando a dormire, di chiedermi se l'avrei incontrato anche oggi nel sogno. Sentivo di addormentarmi, ma mi sembrava di entrare nel sonno come si entra in una stanza, poi mi sembrava di svegliarmi, ma se Gustavo era venuto a trovarmi in sogno, non ero troppo convinta di essere davvero sveglia.
Ero certa che questi sogni non provenissero dall'immensa memoria culturale di cui parla Jung, era più probabile che sorgessero per compensare gli squilibri della mia vita cosciente. Per questo pensai che Gustavo non mi aveva affatto dimenticata ma stava forse lavorando con me a questo livello di astrazione. Un maestro può sempre lavorare a grande distanza con il proprio discepolo (...).
Non avevo ancora immaginato che Gustavo fosse un maestro spirituale, ma attraverso lo yoga mi ero già trovata nella posizione dalla quale si guarda alla vita senza trarre alcuna conclusione.
Quando sognavo Gustavo, e anche quando cominciai ad avvetire la sua presenza senza che egli si manifestasse fisicamente, mi divenne chiaro che il personaggio sognato non è altro che il mentale del sognatore colto nel momento in cui esso non è condizionato dalla presenza o dall'assenza dell'oggetto del suo sogno. In altre parole, i personaggi del sogno non arrivano da qualche parte e non si allontanano. Essi ci abitano e sono sempre con noi. (...)
Così Gustavo divenne un ospite abituale dei miei sogni. A un certo punto fui io ad invitarlo, gli facevo delle richieste, andavamo insieme nei luoghi dell'immaginario e io mi sentivo come Alice nel Paese delle Meraviglie. (...)
A questo punto telefonai a Gustavo, gli chiesi di incontrarci al Caffè Fiorio, ci guardammo negli occhi sorridendo e lui entrò in scena come se conoscesse perfettamente tutta la storia del mio cammino.
Nascose una delle mie mani tra le sue e disse:
"Una notte sognai di essere una farfalla che volava felice della propria sorte. Poi mi destai, ero il saggio Tchouang Tseu, ma non sapevo se ero il filosofo Tchouang Tseu che ricordava di avere sognato di essere una farfalla, o se ero una farfalla che in questo momento sognava di essere il filosofo Tchouang Tseu"...
Come sapere se il sogno ci appartiene e possiamo dire "ho sognato", o se noi apparteniamo al sogno, se siamo noi ad essere sognati?
Dissi a Gustavo che tutto questo mondo, tutto ciò che percepiamo allo stato di veglia, è il sogno del Brahman. Nulla è mai nato, dice l'Upanishad.
Bevemmo una cioccolata calda e pastosa, ridendo, senza sapere chi eravamo. Disse che nessuno, in fondo, aveva compreso chi fosse, tutti lo travestivano da mago o da sensitivo, ma sperava che un giorno o l'altro, forse dopo la sua morte, qualcuno sarebbe riuscito a spiegare il vero significato dei fenomeni che produceva.
"Alla fine della vita vorrei poter lasciare una dottrina che faccia da specchio allo spirito di una persona. Tutti devono poter entrare in questa dimensione. Su questo piano la persona sarà libera da ogni sofferenza, vedrà i propri problemi come movimenti del divino ... ".
Scegliemmo ancora due "soupir" alla crema, perché ci sentivamo felici».
(da: C. Perotti, "Gustavo Rol. Il mio primo maestro", 2013, pp. 47-50)
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