11/01/2026
Il Vuoto: il luogo dove tutto tace e tutto inizia
Dr. Carlo D’Angelo/Voce delle Soglie
Ci sono esperienze umane che non sappiamo nominare, ma che tutti, almeno una volta, abbiamo attraversato. Una di queste è il vuoto. Il vuoto non è solo una sensazione: è uno stato dell’esistenza. È un luogo interiore, una soglia, una stanza spoglia dove qualcosa è finito… ma il nuovo non è ancora arrivato. Di solito entriamo nel vuoto dopo una perdita, una separazione, una disillusione, un cambiamento non scelto. A volte basta un evento. A volte basta una parola. A volte basta accorgerci che ciò che ci teneva in piedi non regge più. Il vuoto ci mette davanti a una verità che cerchiamo in tutti i modi di evitare:
non possiamo continuare come prima.
La tentazione più grande: riempire subito. Quando il vuoto arriva, la prima tentazione è antica, istintiva, quasi animale: riempirlo. Riempirlo di persone. Riempirlo di rumore.
Riempirlo di lavoro, di impegni, di cibo, di relazioni di rimbalzo. Riempirlo di distrazioni, di scuse, di connessioni che non ci connettono a nulla. Buttiamo dentro al vuoto qualunque cosa pur di non sentirlo. Perché? Perché il vuoto ha una caratteristica che ci terrorizza:
nel vuoto si sente la verità. E molte vite non reggerebbero una verità nuda. Cosa temiamo davvero del vuoto. Non temiamo il vuoto in sé. Temiamo ciò che il vuoto ci costringe a vedere: ciò che manca e non tornerà, ciò che non abbiamo mai ricevuto, ciò che abbiamo chiesto alle persone sbagliate, ciò che abbiamo chiamato amore, ma era dipendenza, ciò che abbiamo scambiato per forza, ma era controllo, ciò che abbiamo costruito per sopravvivere, non per vivere. Il vuoto ci toglie tutte le finzioni. E l’essere umano è disposto a tutto pur di non perdere le proprie maschere.
Il pieno che non c’è. Molti vivono inseguendo un “pieno” che in realtà non esiste. Un pieno fatto di: approvazione, presenza continua degli altri, affetto senza limiti, certezze assolute, garanzie che nessuna relazione può dare È un pieno mitico, infantile. E ogni volta che il mondo non ce lo restituisce, ci sentiamo svuotati, traditi, in difetto. Il pieno che cerchiamo non esiste. Esiste solo un vuoto che può diventare abitabile. Quando il vuoto è abitato da chi non c’è. C’è un vuoto più doloroso degli altri: quello che riempiamo con l’immagine di chi non c’è più. Un ex, un genitore, un amore impossibile, un figlio non avuto, un’amicizia finita. O peggio: l’idea di ciò che avremmo voluto essere. Il vuoto diventa un luogo affollato di presenze assenti.
Un teatro di fantasmi. Una stanza dove parliamo con ciò che non esiste più, o non è mai esistito davvero. Guardare questo vuoto fa male. Ma non guardarlo è peggio. Perché ciò che non guardi continua a governarti.
Il vuoto come processo clinico. In psicologia, il vuoto non è un difetto: è un tempo di riorganizzazione psichica. Ogni grande trasformazione maturità, separazione, crisi, crescita passa da una fase di vuoto. Nella clinica, il vuoto è: sospensione delle difese, crollo del falso sé, perdita delle certezze onnipotenti, contatto con i bisogni primari, emergere del bambino interiore non ascoltato, dolore senza nome che chiede forma È un luogo clinico e al tempo stesso umano, dove la psiche si ritira per ricostruire una nuova struttura interna. Non è malattia. È gestazione. Il vuoto non va riempito: va attraversato. Il punto cruciale è questo: non si guarisce riempiendo il vuoto, ma restando dentro di esso il tempo necessario. Il vuoto è un maestro severo, non violento. Non parla, non consola, non propone scorciatoie. Ti mette davanti a ciò che sei senza i tuoi trucchi, senza i tuoi ruoli, senza i tuoi rifugi.
Ed è lì che si vede chi siamo davvero. Attraversare il vuoto significa: imparare a non scappare, accettare di non avere risposte, nominare il dolore, ascoltare il proprio corpo, lasciar andare ciò che non può più restare, vedere chi è veramente con noi e chi era solo la nostra illusione. Il vuoto seleziona: trattiene il vero, libera il falso. Chi c’è e chi non c’è nel nostro vuoto. Quando tutto crolla, una verità appare con chiarezza: chi c’è davvero, resta.
Chi non c’era, scompare. Il vuoto è uno spartiacque affettivo. Rivela le presenze solide e smaschera le presenze apparenti. E rivela anche noi a noi stessi: chi vogliamo, chi tratteniamo, chi idealizziamo, chi usiamo per non guardarci dentro. Il vuoto come soglia generativa. Il vuoto non è l’ultima stanza.
È un corridoio. Una soglia dove: muore ciò che non regge, nasce ciò che può davvero vivere, si scioglie la vecchia identità, si prepara un Io più vero, più libero, più capace di amare Nel vuoto nasce un nuovo criterio, quello essenziale: non ciò che riempie, ma ciò che dà senso. Il vuoto è il luogo dove impariamo a vivere senza maschere. Dove scopriamo che possiamo respirare anche senza appoggi.
Dove capiamo che nessuna presenza esterna può sostituire la nostra presenza a noi stessi.
Il vuoto fa paura perché è il luogo in cui non possiamo più mentire. Ma è anche il luogo in cui, finalmente, possiamo rinascere. Non pieni… ma veri. Il vuoto è l’inizio. Sempre.
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