Francesco M. Galassi, MD, Paleopatologo

Francesco M. Galassi, MD, Paleopatologo Pagina di divulgazione di Francesco M. Galassi (MD, PhD, 5 ASN), prof. associato presso Univ. Autore di ~300 pub. scientifiche e vari libri.

di Łódź, medico, paleopatologo, antropologo fisico, storico della medicina e scrittore. Forbes 30U30 Europe 2017.

05/01/2026

In seguito alla mia intervista sul vino, la sua pericolosità per la salute e la civiltà mediterranea, alcuni utenti mi hanno chiesto se l’umanità berrà sempre vino.

La domanda appare banale ma, in realtà, prevede una risposta complessa. Più che in termini di sì o no, bisogna ragionare di PERCHÉ e di COME.

È difficile immaginare un futuro in cui il vino e l’alcol scompaiano davvero. Non perché siano indispensabili dal punto di vista biologico, ma perché rivestono da millenni una funzione che va ben oltre la chimica: sono pratiche culturali, sociali e simboliche profondamente radicate nella storia umana. Il bere non è mera ingestione di una sostanza, ma un gesto carico di significati, legato alla convivialità, al rito, alla celebrazione e, talvolta, alla trasgressione regolata.

Le biotecnologie potranno modificare profondamente il panorama: bevande a gradazione ridotta, fermentazioni più controllate, alternative con minore impatto sulla salute, fino a prodotti che riproducono parte dell’esperienza sensoriale senza gli effetti più dannosi. Tuttavia, queste innovazioni difficilmente renderanno obsoleto l’alcol in quanto tale. Possono cambiare il MODO di bere, non il fatto che l’uomo continui a bere.

È quindi più realistico pensare a una TRASFORMAZIONE delle abitudini piuttosto che a una loro estinzione. La direzione probabile è quella della RIDUZIONE DEL DANNO: maggiore consapevolezza pubblica dei rischi, consumo più moderato, contesti sociali meno improntati all’eccesso. In questo senso, il progresso non elimina una pratica antica, ma ne ridefinisce i CONFINI.

Resta centrale la questione della salute pubblica. L’alcol è e rimane un fattore di rischio significativo, e affrontarlo richiede lucidità, non negazione. Ma la storia dimostra che proibizionismo e demonizzazione funzionano male quando si scontrano con comportamenti radicati. Educazione, INFORMAZIONE e responsabilità condivisa sono, invece, strumenti più efficaci di qualsiasi divieto astratto.

In definitiva, il futuro non sarà un mondo “senza vino”, ma un mondo in cui il bere sarà probabilmente più regolato, più consapevole e meno distruttivo. L’alcol sopravvive non per inerzia, ma perché evidentemente intercetta bisogni umani che non sono esclusivamente biologici.

Ed è proprio per questo che va governato con razionalità e misura, non con difficilmente realizzabili (quasi utopistiche) illusioni di cancellazione.

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DELLA PRESUNTA GOTTA DEL PROCONSOLE ROMANO GAIO ANTONIO IBRIDA ALLA BATTAGLIA DI PISTOIA CONTRO CATILINA (62 a.C.): FATT...
04/01/2026

DELLA PRESUNTA GOTTA DEL PROCONSOLE ROMANO GAIO ANTONIO IBRIDA ALLA BATTAGLIA DI PISTOIA CONTRO CATILINA (62 a.C.): FATTO STORICO, COSTRUZIONE MODERNA O SIMULAZIONE?

Rileggendo il “Bellum Catilinarium” di Gaio Sallustio Crispo (86–35 a.C.), composto probabilmente poco dopo la morte di Cesare (verosimilmente tra il 43 e il 42 a.C.), resta sempre un punto problematico: alla vigilia della decisiva battaglia finale di Pistoia (gennaio del 62 a.C.) il proconsole Gaio Antonio Ibrida (ca. 106–ca. 42 a.C.), zio del più celebre triumviro Marco Antonio (83-30 a.C.), rinuncia al comando diretto dell’esercito della Repubblica romana inviato a sconfiggere il ribelle Lucio Sergio Catilina (ca. 108–62 a.C.), affidando la guida delle operazioni al proprio legato Marco Petreio (110–46 a.C.).
Sallustio motiva questa scelta con la formula tanto celebre quanto ambigua “pedibus aeger” (Sall. Cat. 59, 4) espressione che molte traduzioni moderne interpretano come “malato di gotta”. Tale lettura diagnostica figura anche nella Paulys Realencyclopädie der classischen Altertumswissenschaft (“unter Berufung auf seine Gicht”, p. 2579, voce a firma di Elimar Klebs), come pure nella traduzione inglese per la Loeb Classical Library (1921, rivista nel 1931, “Gaius Antonius, who was ill with the gout” - una traduzione più recente propone, facendo un ulteriore salto logico-diagnostico, addirittura "being lame", ossia «essendo zoppo», pur concedendo in nota «literally “diseased in his feet,” probably gout» - ma non si capisce quel "probably" su cosa si fondi: forse la tradizione delle versioni?). Sulla medesima linea, i volgarizzamenti classici di Giuseppe Lipparini (Zanichelli, 1957, p. 79, “sofferente di gotta”) e di Paolo Frassinetti (UTET, 1963, p. 90, in quanto malato di podagra”).

Tuttavia, “pedibus aeger” letteralmente indica soltanto un generico “impedimento fisico/infermità ai piedi”, senza alcuna specificazione clinica. Non a caso anche dizionari latino-toscano del XVII e del XVIII secolo riportano la corretta (seppur vaga) traduzione “infermo nei piedi”.

L’interpretazione gottosa presenta, inoltre, seri problemi clinici. Una podagra [questo il termine usato per la gotta nel mondo antico - insieme a chiragra, E coinvolgente la mano, in luogo del piede - mentre la forma latina “gutta” è medievale e le sue prime menzioni noi abbiamo descritto in una recente pubblicazione: Galassi FM, Ingaliso L, Papa V, Lorenzi R, Percivaldi E, Varotto E. On the early uses of the word 'gout': novel evidence and a critical assessment of the published literature. Reumatismo. 2024;76(2)] bilaterale acuta tale da impedire il comando militare è rara, mentre una forma cronica severa presupporrebbe una storia clinica maggiormente documentata. Pur non potendosi escludere l'eventualità di forme poliarticolari potenzialmente coinvolgenti ambo i piedi, in un quadro di questo tipo, andrebbero piuttosto considerate diagnosi differenziali più compatibili con una compromissione funzionale dei due arti inferiori, come una vasculopatia periferica (ischemica o trombotica), una neuropatia di varia origine, condizioni edematose croniche, una artropatia degenerativa (artrosi) o, in senso più generale, una patologia sistemica non meglio definibile sulla base delle fonti disponibili. In assenza di descrizioni sintomatologiche specifiche, la diagnosi di podagra bilaterale resta quindi altamente congetturale.

Anche il richiamo allo stile di vita va maneggiato con cautela. L’immagine di Antonio come uomo dedito agli eccessi sembra consolidarsi soprattutto dopo la sua condanna e l’esilio a Cefalonia, mentre in precedenza le fonti insistono piuttosto sulle sue attività predatorie in Macedonia. È quindi verosimile che l’associazione tra malattia e dissolutezza (precondizione morale, in antico, e metabolica al fenotipo gottoso) sia una costruzione retrospettiva, non un dato clinicamente fondato al momento della battaglia di Pistoia.

Per di più, se Gaio Antonio Ibrida aveva circa 44 anni al momento della battaglia di Pistoia (62 a.C.) ed è attestato vivo almeno fino al 42 a.C., quando avrebbe avuto circa 64 anni, risulta poco realistico ipotizzare una gotta già così invalidante al momento dello scontro con Catilina da impedirgli il comando militare e, al tempo stesso, una sopravvivenza di oltre vent’anni senza alcuna evidenza nelle fonti di complicanze severe, quali le ben note sequele renali e cardiovascolari associate alle forme gottose croniche non trattate (e, di fatto, intrattabili efficacemente a quel tempo).

La lettura della storia cambia, poi, in modo significativo se si considera il racconto di Dione Cassio (Hist. Rom. ###VII 59, 4) che offre una spiegazione esplicitamente politica dell’episodio. Secondo lo storico di lingua greca, Catilina sperava che Antonio, in base a precedenti intese, combattesse deliberatamente in modo negligente; Antonio però lo sospettò e, non essendo più ben disposto verso di lui poiché Catilina era ormai indebolito, temette che un eccessivo ardore in battaglia potesse provocare rimproveri o addirittura la rivelazione di segreti compromettenti. Per questo motivo, afferma Dione Cassio in modo inequivoco, finse di essere malato [αὐτὸς μὲν νοσεῖν προεφασίσατο, «egli, da parte sua, adduceva come pretesto l’essere malato»] - e νοσεῖν può semplicemente indicare lo «stare male», «essere indisposto» in senso generico, senza implicare una malattia grave o cronica, e nel contesto con προφασίζομαι suggerisce un malessere addotto come pretesto (lett. «io metto avanti/accampo come scusa» - prae-tendo).

Finzione dunque, non reale patologia. Nessun dettaglio, peraltro, viene fornito sulla tipologia di infermità addotta dal proconsole come scusa per non condurre in battaglia l’esercito.

Resta, comunque, non escludibile a priori la presenza di una patologia (podalica), acuta o più verosimilmente cronica, sufficiente a rendere credibile il pretesto addotto per giustificare la rinunzia al comando.

In questa prospettiva, la “malattia ai piedi” di Antonio appare più come un espediente tattico che come una diagnosi clinica. Se davvero si trattasse di gotta, però, il caso di Antonio Ibrida costituirebbe uno dei primi esempi attestati nella Roma antica di un morbo cronico, ben descritto da Ippocrate e Galeno.

Tuttavia, in assenza di dati clinici concreti e alla luce della testimonianza di Dione Cassio, tale diagnosi non mi sembra sostenibile. Più prudentemente, quel "pedibus aeger" andrebbe inteso come un’indicazione generica di impedimento funzionale — reale o simulato — la cui natura resta indeterminata, e la gotta di Antonio Ibrida come una costruzione interpretativa moderna piuttosto che un fatto medico accertabile retrospettivamente.



(Immagine di pubblico dominio da Wikimedia: “Il ritrovamento del corpo di Catilina” di Alcide Segoni, 1871)

UN DIMENTICATO STRATAGEMMA DEL FALSARIO CAGLIOSTRO: L’INCHIOSTRO DI FORTUNA ESCOGITATO DURANTE LA SUA PRIGIONIAAlessandr...
01/01/2026

UN DIMENTICATO STRATAGEMMA DEL FALSARIO CAGLIOSTRO: L’INCHIOSTRO DI FORTUNA ESCOGITATO DURANTE LA SUA PRIGIONIA

Alessandro Cagliostro, nato Giuseppe Balsamo, fu negli ultimi anni della propria vita un prigioniero pontificio. L’Inquisizione lo accusava di impostura, pratiche superstiziose, abuso della credulità, deviazioni massoniche e truffe reiterate. Non un detenuto qualunque: un personaggio ritenuto pericoloso sul piano simbolico oltre che giudiziario. Per questo fu rinchiuso nella fortezza di San Leo, nelle Romagne, in isolamento, senza strumenti, senza libri, senza mezzi di scrittura.

Ed è proprio qui che compare uno degli suoi ultimi e forse meno noti stratagemmi, quello dell’inchiostro di fortuna per mandare messaggi.

Durante le ispezioni della cella, i funzionari pontifici non trovarono nulla di occulto, ma materiali poveri, ricavati direttamente dall’ambiente carcerario. Anzitutto il ferro. Le gazzette europee parlavano di un misterioso “chiodo”, ma i verbali chiariscono che non si trattava di un oggetto introdotto dall’esterno: era stato ricavato estraendo dal muro un frammento di materia ferrosa e puzzolente, probabilmente un residuo metallico inglobato nella muratura o una parte ossidata di un elemento strutturale. Nessun utensile segreto: solo ferro degradato, recuperato raschiando la parete.

Poi la penna. Anche qui, niente di straordinario: una penna improvvisata, verosimilmente ottenuta dal pagliericcio sul quale dormiva. Una paglia irrigidita e appuntita, sufficiente a tracciare segni su carta sottile.

Quanto all’inchiostro, Cagliostro riuscì a ottenere una sostanza scura assimilabile all’inchiostro raccogliendo la smoccolatura delle candele che illuminavano la cella, cioè il residuo nero e carbonioso dello stoppino, e impastandola con la propria urina. Quest’ultima fungeva da semplice veicolo liquido, permettendo di disperdere il nerofumo fino a ottenere una pasta densa e maneggiabile, descritta dalle fonti come un vero e proprio “unguento”. La consistenza non fluida del composto, ottenuta per concentrazione e mescolamento manuale, era sufficiente a consentire la deposizione del pigmento sulla carta in modo leggibile, seppur rudimentale.

Sotto il profilo chimico, il composto descritto non presenta elementi di incongruenza. Il nerofumo fornisce infatti particelle di carbonio finemente disperse, alla base dei più antichi sistemi di scrittura a inchiostro nero. L’urina, costituita in larga parte da acqua con sali disciolti, svolge la funzione di supporto liquido, consentendo la distribuzione del pigmento. Con il passare del tempo, la trasformazione dell’urea può determinare lievi variazioni del pH, influenzando la consistenza del preparato e migliorandone l’adesione al supporto. L’espressione “unguento palpabile” rimanda così a una sospensione concentrata, verosimilmente ispessita per semplice evaporazione, idonea a lasciare sulla carta un segno leggibile, seppure grossolano.

Il prodotto ottenuto non viene mai presentato come raffinato o destinato a durare nel tempo, ma come sufficiente allo scopo: grazie a questa miscela riuscì infatti a tracciare parole comprensibili su un piccolo lunario. È un particolare tutt’altro che secondario. Non si tratta di graffi improvvisati né di segni lasciati sulle pareti della cella, ma di scrittura vera e propria su carta, realizzata con un obiettivo preciso: conservare testimonianza della propria detenzione o, eventualmente, far giungere messaggi all’esterno.

Questo episodio restituisce un Cagliostro, o Giuseppe Balsamo se si preferisce, lontano dalla caricatura. Non il taumaturgo o il ciarlatano, ma l’uomo capace di adattarsi, di combinare scarti e umiliazione in gesto tecnico. In fondo, il messaggio più sovversivo non è ciò che scrive sul lunario, ma il fatto stesso di poterlo fare: anche come prigioniero pontificio, posso ancora lasciare traccia.

L’episodio restituisce un Cagliostro spogliato di ogni aura mitica. Non un profeta né un semplice ciarlatano, ma un individuo dotato di notevole abilità adattiva, capace di trasformare la privazione in strumento. Non è grandezza, ma perizia funzionale. La stessa intelligenza pratica che gli consentì di sopravvivere in cella fu quella che, altrove, alimentò ambiguità e inganni. Il dato davvero significativo non è ciò che scrive, ma il fatto che continui a lasciare tracce anche quando gli si voleva negare ogni voce.

Non a caso, per almeno un ventennio, fu uno dei maggiori spauracchi dell’Europa tardo-settecentesca, temuto non per ciò che era, ma per ciò che rappresentava: l’instabilità dei confini tra sapere, inganno e potere.

31/12/2025

Buon anno a tutti!

Frase attribuita al generale corso.(Non interrompete mai un nemico mentre sta facendo un errore).
31/12/2025

Frase attribuita al generale corso.
(Non interrompete mai un nemico mentre sta facendo un errore).

Grazie molte ad Armando De Vincentiis e a Cindy Pavan di Smart Marketing - Mensile di Comunicazione, Marketing e Social ...
30/12/2025

Grazie molte ad Armando De Vincentiis e a Cindy Pavan di Smart Marketing - Mensile di Comunicazione, Marketing e Social Media per questa bella intervista sull’antropologia forense a Elena.
Da leggere!

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E SE LA SCIENZA FORENSE NON FOSSE AFFATTO QUELLA CHE CI RACCONTANO LE SERIE TV?

Niente colpi di scena in 40 minuti, niente macchine infallibili, niente verità immediate. Solo metodo, dubbi, rigore… e una profonda responsabilità umana.

Nella nuova intervista firmata da Armando De Vincentiis e Cindy Pavan, per la nostra serie di “Inchieste sui delitti esoterici e la loro narrazione mediatica”, l’antropologa forense Elena Varotto smonta con lucidità e sensibilità il mito costruito da CSI, Bones & co., riportando il suo lavoro alla realtà: lenta, complessa, fatta di verifiche incrociate, etica e rispetto.

Un viaggio dentro l’antropologia forense che va oltre la spettacolarizzazione, tocca il famigerato CSI effect e ci ricorda una verità scomoda ma necessaria:

👉 la scienza non è magia;

👉 la morte non è intrattenimento;

👉 ogni analisi è, prima di tutto, un atto di responsabilità verso una persona che non può più parlare.

Un’intervista intensa, che ci interroga su come i media raccontano il crimine, la scienza e, soprattutto, la verità.

📌 Leggi l’intervista completa su Smart Marketing e scopri cosa resta fuori dall’inquadratura televisiva: https://tinyurl.com/Antropologia-Forense-Varotto

IN USCITA IL MIO NUOVO LIBRO: “È SOLO UN BANALE RAFFREDDORE? BUFALE E VERITÀ SUI MALANNI DI STAGIONE” - Espress Edizioni...
28/12/2025

IN USCITA IL MIO NUOVO LIBRO: “È SOLO UN BANALE RAFFREDDORE? BUFALE E VERITÀ SUI MALANNI DI STAGIONE” - Espress Edizioni, Torino (2026)

Sta per arrivare in libreria il mio nuovo libro (23 GENNAIO 2026, ma già PRE-ORDINABILE) “È solo un banale raffreddore? Bufale e verità sui malanni di stagione”, un testo agile che nasce da un’esigenza precisa e, oggi più che mai, urgente: restituire complessità scientifica a ciò che il senso comune ha ridotto a slogan, luoghi comuni e certezze infondate.

Dietro starnuti, febbre, tosse e “rimedi della nonna” si nasconde infatti un intreccio fitto di storia della medicina, fisiologia, psicologia collettiva e antropologia culturale. È in questo spazio di confine, dove spiegazione biologica e narrazione simbolica si sovrappongono, che emergono le radici delle credenze più diffuse sui malanni di stagione.

Il libro non si limita a dire cosa è vero e cosa è falso. Ricostruisce perché certe bufale resistono da secoli, come si sono formate e per quale bisogno umano continuano a circolare. Il “colpo d’aria”, il sudare via l’influenza, l’acqua calda che “uccide il virus”, l’antibiotico come panacea universale, la polmonite riservata agli anziani, la vitamina miracolosa, l’alcol come scudo immunitario: ogni mito viene smontato con rigore clinico, ma anche interpretato come risposta psicologica a un nemico invisibile.

Non c’è sarcasmo né paternalismo, bensì un’analisi lucida che mostra come la disinformazione sanitaria non nasca dall’ignoranza, ma dal bisogno di controllo, rassicurazione e semplificazione.

Uno degli aspetti più distintivi del volume è l’approccio storico-medico.

Le false credenze contemporanee vengono messe in relazione con le grandi tradizioni del passato: la medicina ippocratica, i concetti di purificazione, le teorie miasmatiche, i rituali termici antichi, fino alle moderne fake news amplificate dai social network.

La pandemia ha solo reso visibile un meccanismo antico: quando la paura cresce, la verità complessa perde terreno rispetto alla narrazione semplice. In questo senso, il libro è anche un saggio sulla fragilità cognitiva dell’uomo moderno, convinto di essere informato come mai prima, ma spesso prigioniero di scorciatoie mentali.

Accanto alla dimensione storica, emerge con forza quella psicologica. Le bufale mediche vengono lette come vere e proprie “strategie di coping”: bere caldo, coprirsi, sudare, assumere qualcosa “per sicurezza” non sono solo gesti inutili o dannosi, ma atti simbolici che restituiscono l’illusione di agire. Il libro mostra con chiarezza come il confine tra placebo, conforto e danno reale sia sottile, e come alcune credenze apparentemente innocue possano tradursi in comportamenti rischiosi, sprechi sanitari e scelte cliniche inappropriate.

Sono particolarmente onorato che a introdurre questo percorso sia la prefazione del mio amico dott. MASSIMO POLIDORO, co-fondatore del CICAP e allievo diretto del grande e indimenticato padre nobile della divulgazione italiana, Piero Angela. La sua prefazione è un vero manifesto di metodo: curiosità, pensiero critico, rispetto per il lettore e rifiuto delle scorciatoie intellettuali. È un dialogo ideale tra medicina e divulgazione, tra scienza dura e capacità di raccontarla senza tradirla.

Questo libro non promette cure miracolose né ricette facili. Propone qualcosa di più scomodo e, per questo, più prezioso: imparare a pensare scientificamente anche davanti ai malanni più banali. Perché il vero pericolo, oggi, non è il raffreddore in sé, ma la leggerezza con cui trattiamo la conoscenza medica. E perché la salute pubblica passa sempre dalla salute del pensiero critico.

Grazie molte a Espress Edizioni e Valentina Castellan.

NEL LIBRO:

Prefazione, di Massimo Polidoro

Introduzione
1. Banale raffreddore, colpo d’aria e stagionalità: tre miti che non vogliono morire
2. Bevande bollenti e fredde verità
3. Sudare via l’influenza
4. La polmonite colpisce solo gli anziani
5. Il virus respiratorio sinciziale: quando la disinformazione ammala più della malattia
6. Bere per non morire: la falsa promessa dell’alcol contro il virus
7. L’antibiotico contro il virus: un errore che ci costa caro!
8. Il morbillo(no): il mito della malattia innocua
9. Tachipirina e vigile attesa: analisi scientifica di una polemica
10. Il vaccino contro l’influenza: il mito dell’inutilità
11. La cospirazione della miocardite lieve
12. Vitamina C, vitamina D: le false panacee

Conclusioni

Appendice. La nostalgia di una salute mitica e gli insegnamenti della paleopatologia

Bibliografia

Link al pre-ordine Amazon nei commenti.

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Grazie molte a Marina Abisso per aver ripreso le mie considerazioni social sui litigi durante le Feste.           ̀     ...
28/12/2025

Grazie molte a Marina Abisso per aver ripreso le mie considerazioni social sui litigi durante le Feste.

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Si litiga di più a Natale? Sì,, ma solo se non sei speleologo

LA CIVILTÀ DEL VINO E I RISCHI DELL’ETANOLO: IL MIO PUNTO DI VISTA STORICO-MEDICOGrazie ad Alessandro Marzo Magno e al G...
27/12/2025

LA CIVILTÀ DEL VINO E I RISCHI DELL’ETANOLO: IL MIO PUNTO DI VISTA STORICO-MEDICO

Grazie ad Alessandro Marzo Magno e al Gazzettino di Venezia per la bella intervista.

Ripartendo dalla polemica mediatica di qualche anno fa sul consumo di alcol, abbiamo approfondito la questione in chiave storica, sottolineando — come già opportunamente spiegato dalla prof.ssa Viola nel 2023 — che non esiste una soglia minima dimostrabile di sicurezza nel consumo alcolico e abbiamo anche sottolineato come il consumo prolungato e la quantità giochino un ruolo fondamentale nella cancerogenesi.

L’intervista affronta poi una domanda spesso sottovalutata ma molto importante: come ha potuto la civiltà mediterranea del vino fiorire alla luce della pericolosità dell’alcol?

Quali dati, inoltre, si possono ricavare retrospettivamente dallo studio dei resti umani antichi e dalle fonti letterarie?

Come vedevano, infine, gli antichi il rischio legato al consumo alcolico?

Buona lettura a tutti.

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LA PERDITA DELLA SACRALITÀ DELLA FIGURA MEDICANel mondo antico e feudale il medico non era soltanto colui che curava. Er...
26/12/2025

LA PERDITA DELLA SACRALITÀ DELLA FIGURA MEDICA

Nel mondo antico e feudale il medico non era soltanto colui che curava. Era una figura liminare, investita di fiducia e di rispetto, accolta nelle case come portatrice di un sapere che non si lasciava ridurre a prezzo. La sua arte aveva qualcosa di vocazionale, quasi sacrale: non era solo una prestazione, ma un ruolo, un segno dell’ordine del mondo. Intorno al medico, come attorno al giurista o al sacerdote, aleggiava un’aura che lo sottraeva al puro scambio.

C’è un punto del “Manifesto del Partito Comunista” (1848) di Carlo Marx e Federico Engels in cui la critica economica, quasi contro la propria intenzione, si carica di accenti lirici. È singolare che accada proprio nel passaggio in cui Marx ed Engels notano che la borghesia ha “tramutato il medico in salariato ai suoi stipendi” (Sie hat den Arzt (…) in ihre bezahlten Lohnarbeiter verwandelt), una frase scarna, che tuttavia lascia affiorare la consapevolezza di una trasformazione storica profonda, silenziosa e senza ritorno.

La borghesia non spezza, secondo tale lettura, questa figura con la violenza. Non la elimina, ma la spoglia. Le toglie l’aureola e la lascia senza sacralità. Il medico continua a esistere, continua a curare, ma ora il suo gesto è misurabile, quindi contrattabile. Il sapere non è più un dono o una missione: diventa lavoro. E il lavoro, per quanto nobile, trova nel salario la sua misura ultima.

È un passaggio freddo, quasi impercettibile, ma radicale. Con esso scompare il mondo patriarcale in cui l’autorità aveva un volto umano, in cui la dipendenza si mascherava da protezione, in cui la competenza si accompagnava al prestigio. Al suo posto resta il rapporto n**o, diretto, senza veli: prestazione contro denaro.

Nel medico trasformato in salariato si riflette l’intera traiettoria della modernità borghese. Non è una caduta rumorosa, non è una sconfitta drammatica. È un naufragio lento, in cui ciò che affonda non è il sapere, ma il suo senso simbolico. E quando persino la figura del medico perde la sua aura, diventa chiaro che nessun ruolo, nessuna funzione, nessuna vocazione può più sottrarsi al dominio del mercato.

I mondi non finiscono nel crollo delle loro strutture, ma nel lento venir meno del significato che le sosteneva.

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Complimenti e auguri al Presidente Anelli e a tutti gli ordini dei medici delle province italiane per il grande lavoro s...
25/12/2025

Complimenti e auguri al Presidente Anelli e a tutti gli ordini dei medici delle province italiane per il grande lavoro svolto a tutela delle salute pubblica e per l’assiduo contrasto alle pseudoscienze e all’antivaccinismo radicale durante la grave temperie pandemica.

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Anche a Natale c’è chi svolge il proprio lavoro: ad esempio, i medici, gli infermieri, i tecnici sanitari, i farmacisti, tutti i professionisti che garantiscono la nostra salute. Come sono andate queste feste? E qual è il bilancio per la sanità dell’anno appena passato? Ne parlerà domani il presidente della Fnomceo Filippo Anelli. Lo farà a Tgcom24. Appuntamento domani, 26 dicembre, alle 15 sul canale 51.

25/12/2025

In un mondo di falsi Avengers, il vero coraggio nel 2026 sarà essere il barone Helmut Zemo.

(riferimento comprensibile da chi segua l’universo Marvel).

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