04/01/2026
DELLA PRESUNTA GOTTA DEL PROCONSOLE ROMANO GAIO ANTONIO IBRIDA ALLA BATTAGLIA DI PISTOIA CONTRO CATILINA (62 a.C.): FATTO STORICO, COSTRUZIONE MODERNA O SIMULAZIONE?
Rileggendo il “Bellum Catilinarium” di Gaio Sallustio Crispo (86–35 a.C.), composto probabilmente poco dopo la morte di Cesare (verosimilmente tra il 43 e il 42 a.C.), resta sempre un punto problematico: alla vigilia della decisiva battaglia finale di Pistoia (gennaio del 62 a.C.) il proconsole Gaio Antonio Ibrida (ca. 106–ca. 42 a.C.), zio del più celebre triumviro Marco Antonio (83-30 a.C.), rinuncia al comando diretto dell’esercito della Repubblica romana inviato a sconfiggere il ribelle Lucio Sergio Catilina (ca. 108–62 a.C.), affidando la guida delle operazioni al proprio legato Marco Petreio (110–46 a.C.).
Sallustio motiva questa scelta con la formula tanto celebre quanto ambigua “pedibus aeger” (Sall. Cat. 59, 4) espressione che molte traduzioni moderne interpretano come “malato di gotta”. Tale lettura diagnostica figura anche nella Paulys Realencyclopädie der classischen Altertumswissenschaft (“unter Berufung auf seine Gicht”, p. 2579, voce a firma di Elimar Klebs), come pure nella traduzione inglese per la Loeb Classical Library (1921, rivista nel 1931, “Gaius Antonius, who was ill with the gout” - una traduzione più recente propone, facendo un ulteriore salto logico-diagnostico, addirittura "being lame", ossia «essendo zoppo», pur concedendo in nota «literally “diseased in his feet,” probably gout» - ma non si capisce quel "probably" su cosa si fondi: forse la tradizione delle versioni?). Sulla medesima linea, i volgarizzamenti classici di Giuseppe Lipparini (Zanichelli, 1957, p. 79, “sofferente di gotta”) e di Paolo Frassinetti (UTET, 1963, p. 90, in quanto malato di podagra”).
Tuttavia, “pedibus aeger” letteralmente indica soltanto un generico “impedimento fisico/infermità ai piedi”, senza alcuna specificazione clinica. Non a caso anche dizionari latino-toscano del XVII e del XVIII secolo riportano la corretta (seppur vaga) traduzione “infermo nei piedi”.
L’interpretazione gottosa presenta, inoltre, seri problemi clinici. Una podagra [questo il termine usato per la gotta nel mondo antico - insieme a chiragra, E coinvolgente la mano, in luogo del piede - mentre la forma latina “gutta” è medievale e le sue prime menzioni noi abbiamo descritto in una recente pubblicazione: Galassi FM, Ingaliso L, Papa V, Lorenzi R, Percivaldi E, Varotto E. On the early uses of the word 'gout': novel evidence and a critical assessment of the published literature. Reumatismo. 2024;76(2)] bilaterale acuta tale da impedire il comando militare è rara, mentre una forma cronica severa presupporrebbe una storia clinica maggiormente documentata. Pur non potendosi escludere l'eventualità di forme poliarticolari potenzialmente coinvolgenti ambo i piedi, in un quadro di questo tipo, andrebbero piuttosto considerate diagnosi differenziali più compatibili con una compromissione funzionale dei due arti inferiori, come una vasculopatia periferica (ischemica o trombotica), una neuropatia di varia origine, condizioni edematose croniche, una artropatia degenerativa (artrosi) o, in senso più generale, una patologia sistemica non meglio definibile sulla base delle fonti disponibili. In assenza di descrizioni sintomatologiche specifiche, la diagnosi di podagra bilaterale resta quindi altamente congetturale.
Anche il richiamo allo stile di vita va maneggiato con cautela. L’immagine di Antonio come uomo dedito agli eccessi sembra consolidarsi soprattutto dopo la sua condanna e l’esilio a Cefalonia, mentre in precedenza le fonti insistono piuttosto sulle sue attività predatorie in Macedonia. È quindi verosimile che l’associazione tra malattia e dissolutezza (precondizione morale, in antico, e metabolica al fenotipo gottoso) sia una costruzione retrospettiva, non un dato clinicamente fondato al momento della battaglia di Pistoia.
Per di più, se Gaio Antonio Ibrida aveva circa 44 anni al momento della battaglia di Pistoia (62 a.C.) ed è attestato vivo almeno fino al 42 a.C., quando avrebbe avuto circa 64 anni, risulta poco realistico ipotizzare una gotta già così invalidante al momento dello scontro con Catilina da impedirgli il comando militare e, al tempo stesso, una sopravvivenza di oltre vent’anni senza alcuna evidenza nelle fonti di complicanze severe, quali le ben note sequele renali e cardiovascolari associate alle forme gottose croniche non trattate (e, di fatto, intrattabili efficacemente a quel tempo).
La lettura della storia cambia, poi, in modo significativo se si considera il racconto di Dione Cassio (Hist. Rom. ###VII 59, 4) che offre una spiegazione esplicitamente politica dell’episodio. Secondo lo storico di lingua greca, Catilina sperava che Antonio, in base a precedenti intese, combattesse deliberatamente in modo negligente; Antonio però lo sospettò e, non essendo più ben disposto verso di lui poiché Catilina era ormai indebolito, temette che un eccessivo ardore in battaglia potesse provocare rimproveri o addirittura la rivelazione di segreti compromettenti. Per questo motivo, afferma Dione Cassio in modo inequivoco, finse di essere malato [αὐτὸς μὲν νοσεῖν προεφασίσατο, «egli, da parte sua, adduceva come pretesto l’essere malato»] - e νοσεῖν può semplicemente indicare lo «stare male», «essere indisposto» in senso generico, senza implicare una malattia grave o cronica, e nel contesto con προφασίζομαι suggerisce un malessere addotto come pretesto (lett. «io metto avanti/accampo come scusa» - prae-tendo).
Finzione dunque, non reale patologia. Nessun dettaglio, peraltro, viene fornito sulla tipologia di infermità addotta dal proconsole come scusa per non condurre in battaglia l’esercito.
Resta, comunque, non escludibile a priori la presenza di una patologia (podalica), acuta o più verosimilmente cronica, sufficiente a rendere credibile il pretesto addotto per giustificare la rinunzia al comando.
In questa prospettiva, la “malattia ai piedi” di Antonio appare più come un espediente tattico che come una diagnosi clinica. Se davvero si trattasse di gotta, però, il caso di Antonio Ibrida costituirebbe uno dei primi esempi attestati nella Roma antica di un morbo cronico, ben descritto da Ippocrate e Galeno.
Tuttavia, in assenza di dati clinici concreti e alla luce della testimonianza di Dione Cassio, tale diagnosi non mi sembra sostenibile. Più prudentemente, quel "pedibus aeger" andrebbe inteso come un’indicazione generica di impedimento funzionale — reale o simulato — la cui natura resta indeterminata, e la gotta di Antonio Ibrida come una costruzione interpretativa moderna piuttosto che un fatto medico accertabile retrospettivamente.
(Immagine di pubblico dominio da Wikimedia: “Il ritrovamento del corpo di Catilina” di Alcide Segoni, 1871)