02/03/2026
🕰️ Nel lavoro clinico, il tempo ha un ruolo centrale, non solo il tempo delle sedute, ma quello che precede l’ingresso in terapia: l’esitazione, la resistenza, il rimandare, il tentare ancora una volta di farcela da soli.
⚖️ Arrivare in terapia raramente è un gesto immediato, è spesso il risultato di una lunga trattativa interna, di una fatica che si accumula, di un equilibrio che non regge più come prima. Quando una persona entra in stanza, porta con sé non un “problema” da eliminare, ma una storia che chiede di essere ascoltata e tenuta.
😌 Per questo la terapia non nasce come risposta rapida, non è pensata per essere efficiente, né ottimizzata. È uno spazio in cui il cambiamento avviene attraverso la relazione, la continuità, la possibilità di restare con ciò che fa male senza doverlo subito trasformare.
💰 Quando la cura viene tradotta in un linguaggio di consumo, qualcosa si sposta sul piano simbolico e il rischio non è solo una semplificazione, ma una perdita di senso, cioè l’idea che il sostegno possa essere acquistato, che il percorso possa essere scelto come si sceglie un servizio, che il tempo della soggettività possa adattarsi a una logica esterna.
➿ Clinicamente, sappiamo che non funziona così, infatti il processo terapeutico non è lineare, non è prevedibile, non è garantibile, e proprio per questo richiede un patto diverso, un incontro tra due persone che restano nel tempo, senza scorciatoie.
Andare in terapia non è un atto di consumo, è un gesto esistenziale, che riguarda il modo in cui una persona decide di stare con la propria sofferenza e di affidarla, almeno in parte, a un altro.
🤍 Eh...si, la cura pesa, e questo peso non è un difetto da alleggerire, ma una qualità da custodire.