17/01/2026
Le parole dello psicoanalista
La psicoanalisi nasce da una rinuncia strutturale: rinuncia a costituirsi come sapere totale, a offrire spiegazioni esaustive del mondo, a occupare lo spazio dell’angoscia con un linguaggio che rassicura invece di interrogare. Sigmund Freud lo afferma con chiarezza quando mette in guardia dal rischio che la psicoanalisi diventi una visione del mondo, un sistema ideologico capace di rispondere a tutto, sottraendo il soggetto al lavoro del conflitto e della responsabilità. In questa linea, la posizione dell’analista non è mai neutra, ma sempre implicata. Sándor Ferenczi ha mostrato come il ruolo analitico comporti un’assunzione di responsabilità che passa attraverso il coinvolgimento e il rischio dell’incontro, e non attraverso la protezione offerta da un sapere superiore o da una distanza tecnica. Wilfred Bion ha ulteriormente precisato che il pensiero può svilupparsi solo se l’analista accetta il lavoro del negativo, tollera il non-sapere, rinuncia a saturare l’esperienza emotiva e sa attendere senza forzare il senso. In modo affine, Marion Milner ha valorizzato il silenzio creativo come spazio non occupato, condizione necessaria perché qualcosa di nuovo possa emergere, mentre Donald Winnicott ha mostrato come lo spazio psichico esista solo se non viene invaso, se resta un’area intermedia che non precede l’altro con un sapere già costituito. In questa prospettiva, il silenzio è funzione e non ritiro: è etico quando riconosce il limite della simbolizzazione e resiste alla tentazione di spiegare ciò che eccede il pensiero, ma diventa difensivo quando si irrigidisce in alibi, quando protegge l’identità dell’analista o dell’istituzione più che la possibilità di essere toccati dall’esperienza. Analoga distinzione vale per la parola. La figura dell’analista che appare continuamente nello spazio pubblico, che interviene su tutto e interpreta tutto, rischia di configurarsi come espressione di un narcisismo onnipotente che confonde visibilità e responsabilità, e talvolta spinge addirittura verso forme di esibizione che sconfinano nella teatralizzazione del ruolo, con la messa in scena di monologhi o performance pensate più per l’apparire che per il pensare, rincorrendo una modalità comunicativa fine a se stessa e al narcisismo personale, che finisce per pervertire la trasmissione sobria, rigorosa e comprensibile delle tematiche psicoanalitiche. Questa parola, pur presentandosi come critica, spesso non apre a un pensiero autonomo, ma va incontro alle difese dell’ascoltatore offrendo spiegazioni totali, rassicuranti, immediatamente fruibili. In questo senso, essa finisce per essere funzionale al potere, perché assolve, anestetizza e solleva ciascuno dal lavoro di interrogare il proprio legame con la violenza, con le istituzioni e con la propria implicazione soggettiva, spostando l’attenzione sull’atto e sottraendola alle condizioni psichiche e simboliche che lo rendono possibile. Proprio per questo la psicoanalisi è chiamata ad abitare un altrove, a mantenersi alternativa ai linguaggi del potere, poiché solo così può conservare la propria originalità e il proprio statuto di differenza rispetto alla norma imperante; questo altrove ha un costo, che consiste nel sostenere la differenza, accettare una quota di solitudine e lavorare sul controllo del proprio narcisismo, controllo che non implica né superiorità né distanza morale, ma la capacità di partecipare senza occupare, di osservare con attenzione senza imporsi, di restare coinvolti rispettando un limite. Simona Argentieri ha richiamato con fermezza la psicoanalisi al rischio di questo slittamento ideologico e mediatico, mettendo in guardia contro una parola che consola e assolve invece di interrogare, mentre Matteo De Simone ha sottolineato la necessità che il pensiero analitico resti parziale, non conclusivo, capace di non coincidere con l’evento e di non chiuderlo in una narrazione pacificante. In modo convergente, Jorge Canestri ha criticato la figura dell’analista onnisciente, ricordando come la funzione analitica implichi la continua messa in questione dei propri presupposti, mentre Andreas Giannakoulas ha indicato la necessità di sostenere una posizione di instabilità feconda, rinunciando alla padronanza interpretativa per non trasformare la psicoanalisi in sapere normalizzante. Da questa costellazione di riferimenti emerge una postura esigente: quella dell’analista che sceglie di non essere sempre presente, che lavora sull’accettazione della mancanza e riconosce come solo la capacità di attendere, il tempo del maggese di Masud Khan e il lavoro del negativo possano consentire lo sviluppo di un pensiero nuovo o rinnovato. Un pensiero che non nasce da un sapere affermativo e narcisistico, ma da un processo che accetta la conflittualità esterna collegandola alla propria, senza giudizio distante e protettivo, senza collusione e senza superiorità morale. In questo tempo, la funzione della psicoanalisi e dello psicoanalista non è quella di occupare lo spazio pubblico, ma di custodire le condizioni perché uno spazio psichico possa esistere; non quella di dire tutto, ma di difendere la possibilità del pensiero quando essa è minacciata; non quella di apparire, ma di rispondere. Come comunità psicoanalitica, ciò implica il mantenimento di un’etica del limite, la rinuncia alla semplificazione e la responsabilità di offrire, nel tempo lungo e non spettacolare del lavoro analitico, un luogo in cui l’esperienza umana possa ancora essere pensata.
da Prolegomeni alla psicoanalisi
Matteo De Simone psichiatria psicoanalista didatta Associazione Italiana di Psicoanalisi AIPsi/I.P.A docente Istituto di Formazione AIPsi docente ASNEA socio onorario ASSIA (associazione siciliana per lo studio dell'infanzia e dell'adolescenza)