Chiara Mazzoli-Psicologa e Psicoterapeuta Psicoanalitica

Chiara Mazzoli-Psicologa e Psicoterapeuta Psicoanalitica Psicoterapia psicoanalitica a Spoleto. Qui condivido pensieri e riflessioni sulla Psicologia e la Psicoanalisi Psicologa, Psicoterapeuta Psicoanalitica.

“Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita" Buona festa dei lavoratori 🌹
01/05/2026

“Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita"

Buona festa dei lavoratori 🌹

25/04/2026
13/04/2026

Nel giorno della nascita di Jacques Lacan, si può provare ad avvicinarlo con un’immagine semplice: due archi a volta che salgono separati, si incontrano in un punto a sesto acuto e poi ricadono distinti. L’integrazione, forse, non è mai fusione, ma una differenziazione che trova un contatto senza annullarsi.

Lacan nasce a Parigi nel 1901, in una famiglia cattolica. Si forma come psichiatra e si avvicina presto all’opera di Sigmund Freud, che non abbandonerà mai. Frequenta i surrealisti, attraversa rotture istituzionali, rinuncia a posizioni stabili pur di restare fedele a una ricerca che non semplifica.

Il suo gesto più radicale è togliere al soggetto l’illusione di essere uno. Non siamo compatti: siamo attraversati dal linguaggio, abitati da parole che ci precedono. Sotto l’influenza di Ferdinand de Saussure, Lacan afferma che l’inconscio è strutturato come un linguaggio. Non un deposito silenzioso, ma qualcosa che parla. I significanti si legano, ma il loro legame sfugge sempre in parte.

Lo stadio dello specchio mostra bene questa frattura: il bambino si riconosce, ma in un’immagine che lo unifica coprendo una esperienza frammentata. Fin dall’inizio siamo un po’ altrove, nello sguardo dell’altro.
Da qui i tre registri: Immaginario, Simbolico e Reale. E, al centro, il desiderio: non come bisogno da soddisfare, ma come mancanza che insiste. Il soggetto nasce proprio lì, come effetto di un intreccio tra linguaggio, desiderio e alterità. L’Io è allora una costruzione, necessaria ma illusoria. Eppure, accanto a questa visione rigorosa, l’esperienza clinica suggerisce qualcosa di più originario. Prima della parola, c’è un sentire che cerca forma. Come ricorda Winnicott (1971), c’è un tempo in cui il soggetto viene “tenuto” nell’esperienza di un altro. Il pensiero di Lacan resta così una mappa preziosa, ma non esaustiva: illumina la struttura, lasciando sullo sfondo la trama silenziosa dell’incontro.

Bibliografia
Roudinesco E. (2019). Jacques Lacan. Profilo di una vita, storia di un sistema di pensiero. Raffaello Cortina ed.
Winnicott D. (1971). Gioco e realtà. Armando ed.

Il pensiero di Winnicott♥️
13/04/2026

Il pensiero di Winnicott♥️

Winnicott introduce il termine di “preoccupazione materna primaria” per descrivere una condizione psichica fisiologica che si sviluppa nella madre verso la fine della gravidanza e dura per alcune settimane dopo il parto. La madre si identifica così profondamente con il figlio da sapere cosa prova prima ancora che egli possa esprimerlo consapevolmente in modo da fornirgli l'illusione di onnipotenza.
Se la madre risponde prontamente, il neonato sente che il mondo è ai suoi ordini, il che è fondamentale per creare un nucleo del Sé solido e sicuro. Al contrario, se la donna non riesce a entrare in questo stato, il bambino subisce un "urto" (impingement) ambientale che lo costringe a reagire, interrompendo il suo senso dell’Essere. La madre devota è "sufficientemente buona" proprio perché, dopo la fase iniziale di adattamento totale, inizia a fallire, riprende la propria vita sociale e comincia a non rispondere più istantaneamente. Questi piccoli, tollerabili fallimenti permettono al bambino di capire che la madre è un "non-me". Se la caregiver rimanesse "perfetta" e totalmente adattata per sempre, il bambino non svilupperebbe mai un’identità separata e rimarrebbe intrappolato in un’illusione magica. La madre sufficientemente buona è colei che sa farsi "odiare" dal bambino per le sue mancanze, senza ritorsioni, permettendo così il passaggio evolutivo dall’onnipotenza alla realtà.

Nella clinica con pazienti gravi, l’analista deve spesso incarnare questa “preoccupazione primaria” accettando, per lunghi periodi, di essere solo un ambiente di sostegno, rinunciando alle proprie ambizioni interpretative per permettere al paziente di vivere l’illusione di essere al centro del mondo, prima di affrontare la realtà della separazione.

“Mi sgomenta pensare alla quantità di cambiamento profondo che ho impedito o ritardato a causa del mio personale bisogno di interpretare. Penso che interpreto soprattutto per far conoscere al paziente i limiti della mia comprensione. Il principio è che è il paziente e solo lui a possedere le risposte” (p. 152, Gioco e realtà).

Buon compleanno Donald Winnicott.

Questo libro dà la possibilità di aprire uno sguardo interno complesso e al tempo stesso semplice: tra il sentire e il c...
12/04/2026

Questo libro dà la possibilità di aprire uno sguardo interno complesso e al tempo stesso semplice: tra il sentire e il conoscere sembra esserci uno sguardo interno e una connessione che conferisce la continuità di esistere. È anche la stessa esperienza che sento ogni volta che mi trovo davanti ai test psicodiagnostici, strumenti clinici che nonostante la loro valenza statistica, devono essere letti anche come esperienza psichica ed è affascinante il crearsi di connessioni e significati che ci portano a confrontarci e anche a osservare internamente il senso psichico delle cose, esattamente ciò che facciamo in psicoterapia: un conoscere e un sentire continuo che ci fa rintracciare un senso.
Un processo questo, dove anche noi terapeuti entriamo in gioco con i nostri vissuti e non a caso abbiamo bisogno delle supervisioni .

Che cosa troviamo nella mente? Immagini e poi immagini, del tipo che le creature complicate come noi riescono a generare e poi combinare in un flusso continuo: quello stesso flusso che rese immortale William James e diete fama al termine “coscienza” e che poi accostò i due termini : “ flusso di coscienza “. Ma il flusso è fatto semplicemente di immagini il cui scorrere costituisce la mente e poi quest’ultima diventa cosciente solo quando in suo soccorso intervengono componenti aggiuntive.
Le percezioni di oggetti esterni e di azioni nel mondo esterno si trasformano in immagini grazie agli organi di senso, ma poi, moltissime immagini presenti nella nostra mente provengono dalla percezione e dal combinarsi con il mondo interno del nostro corpo, queste stesse immagini producono poi i sentimenti. Quando richiamiamo i nostri ricordi di oggetti e azioni, e quando ricreiamo i sentimenti che li accompagnano, sia i ricordi, sia la loro ricreazione, si presentano anch’essi in forma di immagini.
Costruire ricordi consiste in larga misura nella registrazione di immagini in qualche forma codificata per riuscire a recuperare qualcosa che si avvicina all’originale e quando colleghiamo e combiniamo le immagini presenti nella nostra mente, trasformandole nella nostra immaginazione creativa, generiamo nuove immagini che significano idee concrete e astratte, produciamo simboli e affidiamo alla memoria buona parte di tutte le immagini prodotte. Nel fare questo ampliamo l’archivio dove attingeremo in seguito grande parte dei nostri contenuti mentali futuri.

-Sentire e conoscere, Antonio Damasio

Buona Pasqua in  “Rifiorire” a tutti voi 🌺🌼
05/04/2026

Buona Pasqua in “Rifiorire” a tutti voi 🌺🌼

02/04/2026

Il tempo del lavoro analitico
Il processo analitico non procede per improvvise illuminazioni né per interpretazioni risolutive capaci di dissolvere il conflitto con un gesto improvviso. Fin dalle prime formulazioni di Sigmund Freud sappiamo che la trasformazione psichica nasce da un lavoro lento, spesso faticoso, fatto di ritorni, arresti e resistenze. Ciò che nella mente si è formato nel tempo non può essere sciolto con un atto rapido di comprensione. L’esperienza analitica comporta l’avvicinamento a quelle zone della vita psichica che tendono a sottrarsi al pensiero: difese, silenzi, scissioni che, se inizialmente hanno una funzione protettiva, finiscono col tempo per irrigidire l’esperienza.
Il compito dell’analisi non è dunque quello di rivelare una verità nascosta attraverso un’interpretazione brillante, ma di creare le condizioni perché il soggetto possa avvicinarsi a ciò che della propria esperienza è rimasto impensato. Donald W. Winnicott ha descritto questo spazio come un luogo relazionale in cui diventa possibile incontrare parti di sé non ancora integrate. In questa prospettiva si può riconoscere anche l’eredità di Melanie Klein, là dove il lavoro analitico consente il passaggio da configurazioni scisse e persecutorie a forme più integrate dell’esperienza emotiva. Il cambiamento non nasce dall’interpretazione spettacolare, ma dalla possibilità di sostare nel tempo in una relazione che rende nuovamente pensabile l’esperienza. Wilfred R. Bion indica come compito fondamentale dell’esperienza analitica la trasformazione delle emozioni in pensiero. Ma questo processo implica anche un confronto con ciò che resiste alla trasformazione, con quelle aree in cui il pensiero si interrompe o viene evacuato. Il lavoro analitico è, in questo senso, anche un lavoro sul negativo: sulla capacità di tollerare l’assenza di significato, la frattura della continuità psichica, la presenza di elementi non rappresentati che non possono essere immediatamente tradotti in senso. Quando questa trasformazione non avviene, l’esperienza ritorna sotto forma di angoscia, sintomo o agito. David Rosenfeld ha scritto come, nelle organizzazioni più gravi, il lavoro analitico si confronti con aree della mente in cui la distruttività ostacola radicalmente la possibilità di pensare.
La psicoanalisi non promette soluzioni miracolose né scorciatoie terapeutiche, chiede il tempo necessario perché un’esperienza emotiva, inizialmente impensabile, possa diventare pensiero. Un viaggio, quindi nella propria storia psichica che attraversa inevitabilmente zone dolorose dell’esperienza. È un lavoro che richiede la capacità di sostare nell’ambivalenza e di tollerare la complessità delle emozioni e delle contraddizioni interne. Simona Argentieri ha ricordato come la psicoanalisi non sia una pratica di semplificazione, ma una disciplina che restituisce dignità alla complessità della vita psichica.
Il lavoro analitico non elimina il conflitto: lo rende pensabile. Riconoscere i propri conflitti, rintracciarne le radici nella storia personale, comprenderne le trasformazioni nel tempo significa acquisire una diversa libertà nel modo di viverli. Non esistono individui senza conflitto; esistono piuttosto individui più o meno capaci di pensarlo. Jorge Canestri ha sottolineato come il processo analitico comporti proprio questo ampliamento della capacità rappresentativa della mente: ciò che era rimasto scisso o non simbolizzato può progressivamente entrare nel campo della rappresentazione.
Andreas Giannakoulas ha insistito sul fatto che la trasformazione psichica non è l’effetto di un atto interpretativo isolato ma il risultato di un lavoro relazionale di lunga durata in cui il soggetto può incontrare parti infantili della propria esperienza rimaste sospese nel tempo. L’analisi diventa così il luogo in cui la storia affettiva può riaprirsi e trovare nuove possibilità di simbolizzazione.
Questo processo lento, irregolare e talvolta tortuoso non riguarda però soltanto il paziente. Coinvolge profondamente anche l’analista, l’analisi non procede in linea retta: conosce avanzamenti e stasi, passaggi di chiarezza e zone di oscurità in cui il senso sembra smarrirsi. Si percorre una strada — talvolta un quartiere, talvolta una città — alternando movimento e arresto, continuità e interruzione. Ci sono soste, deviazioni, tornanti che sembrano non finire, e sguardi perturbanti rivolti verso ciò che ancora non è pensabile.
L’analista deve poter tollerare questa geografia incerta senza cedere alla tentazione di guidare il percorso o di forzarne i tempi. Per sostenere questa posizione è necessario un assetto interno costruito attraverso la propria analisi personale e continuamente rielaborato nel lavoro di supervisione. Solo su questo terreno l’analista può accettare di non essere onnipotente, di non possedere sempre la chiave interpretativa e di confrontarsi con la propria imperfezione. La psicoanalisi richiede una particolare capacità di abitare il dubbio.
Il dolore impensabile portato dal paziente entra inevitabilmente nello spazio dell’analisi e attraversa la mente dell’analista. Egli è chiamato ad accoglierlo, a contenerlo e a trasformarlo. In termini bioniani, deve poter rendere mentalizzabile ciò che inizialmente si presenta come esperienza emotiva grezza, ma anche sostenere il contatto con ciò che resta negativo, non simbolizzato, non ancora pensabile. Questo implica un lavoro interno in cui l’analista è chiamato a rivivere e a ripensare, dentro di sé, elementi dell’esperienza del paziente, resistendo alla pressione di evacuare, spiegare troppo rapidamente o agire.
Vi sono momenti in cui il lavoro analitico richiede anche la capacità di tollerare una condizione di apparente inattività. Masud Khan ha descritto questa dimensione attraverso la metafora del “maggese”: lasciare il campo incolto, sospeso, non per abbandono ma perché possa rigenerarsi. Marion Milner ha mostrato quanto sia necessario poter sostare in una condizione di non sapere, affinché qualcosa di autenticamente creativo possa emergere. Ci sono fasi in cui nulla sembra accadere, ma in cui, al di sotto della superficie, si muovono processi profondi. Saper sostenere questi tempi senza riempirli prematuramente significa permettere alla trasformazione di avvenire.
Mario Bertolini ha evidenziato come anche il corpo dell’analista sia coinvolto nel processo: esso diventa luogo di risonanza di esperienze che non hanno ancora trovato rappresentazione, uno spazio in cui il non pensato può iniziare a prendere forma prima ancora di essere nominato.
In questi passaggi possono emergere movimenti controtransferali intensi — frustrazione, impotenza, talvolta disperazione — che spingono l’analista verso posizioni direttive o consolatorie. Interventi che spesso proteggono l’analista più che sostenere il processo del paziente. Resistere a questa spinta significa restare accanto all’esperienza senza sostituirsi ad essa, senza guidarla, senza anticiparne il percorso.
L’analisi diventa allora anche un lavoro di ricostruzione della propria storia: una lenta tessitura in cui frammenti di memoria, affetti rimossi e tracce corporee dell’esperienza trovano progressivamente una forma narrativa.
La psicoanalisi non promette felicità né soluzioni rapide. Promette qualcosa di più difficile e più umano: la possibilità di pensare la propria esperienza e di riconoscersi nella propria storia. In un tempo che spinge verso l’omologazione e verso identità sempre più intercambiabili, il lavoro analitico resta uno dei pochi luoghi in cui la singolarità del soggetto può ancora essere difesa.
da Prolegomeni alla psicoanalisi
Matteo De Simone psichiatria psicoanalista didatta Associazione Italiana di Psicoanalisi AIPsi/I.P.A docente Istituto di Formazione AIPsi docente ASNEA socio onorario ASSIA (associazione siciliana per lo studio dell'infanzia e dell'adolescenza)

31/03/2026

Ogni analista che abbia esperienza riuscirà a ricordare una serie di casi in cui rebus bene gestis [fatte le cose per bene], ha preso definitivamente congedo dal suo paziente. […]. Il nostro obiettivo non dovrà essere quello di livellare tutte le specifiche particolarità individuali a favore di una schematica “normalità”, o addirittura di pretendere che l’individuo “analizzato a fondo” non senta più alcuna passione e non si sviluppi alcun conflitto interno. L’analisi deve determinare le condizioni psicologiche più favorevoli al funzionamento dell’Io; fatto questo, il suo compito può dirsi assolto.

Sigmund Freud,

20/03/2026

«Non ti porterò dei fiori, ma ti prenderò per mano e ti porterò dai fiori. Ti donerò la primavera.» (Pam Brown).

Pierre-Auguste Renoir, La raccolta dei fiori, 1875.

“La guarigione avviene nella connessione, nell’essere visti, ascoltati e compresi.”Gabor Matè
16/03/2026

“La guarigione avviene nella connessione, nell’essere visti, ascoltati e compresi.”

Gabor Matè

11/03/2026

Inizia il16 Marzo la Settimana Del Cervello-Umbria evento patrocinato dall'Ordine Psicologi Umbria.

Scrivere su carta. Sempre
10/03/2026

Scrivere su carta. Sempre

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