Dott.ssa Ivana Spina Psicologa e Psicoterapeuta

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INSERIMENTO A SCUOLA IN TEMPO DI COVID. COME I GENITORI POSSONO FACILITARLO.Per tutti i bambini piccoli la prevedibilità...
10/09/2020

INSERIMENTO A SCUOLA IN TEMPO DI COVID. COME I GENITORI POSSONO FACILITARLO.

Per tutti i bambini piccoli la prevedibilità è fonte di rassicurazione, iniziare la scuola implica cambiare abitudini, adattarsi ad una serie di novità rispetto alle routine che fino a quel momento hanno scandito le loro giornate. In maniera diversa e con tempi diversi tutti i bambini si adattano a questi cambiamenti, perché le precedenti abitudini vengono sostituite con nuove routine, che forniscono al bambino la stabilità e la rassicurazione di cui ha bisogno per avere la mente libera da preoccupazioni e concentrarsi sulla ricchezza e varietà di stimoli, che la scuola offre loro.
L’emergenza sanitaria dovuta al covid ha determinato tanti cambiamenti nelle pratiche scolastiche consolidate, così come quelle nell’inserimento scolastico, con l’introduzione di regole molto stringenti, per assicurare la sicurezza dei nostri figli. Come favorire, quindi, l’adattamento dei più piccoli a questa nuova esperienza, senza la possibilità di accompagnarli in aula, di poter sostare dentro per aiutarli ad abituarsi al nuovo ambiente o portare con loro un oggetto rassicurante da casa?
Anche in tempo COVID i genitori possono mettere in atto strategie rassicuranti per il bambino, volte a favorirne l’inserimento:
1. Creando routine molto specifiche: significa dire e fare esattamente le stesse cose ogni volta che lo accompagnate o lo andate a prendere. In tal modo, il bambino imparerà ad associare quei gesti al momento della separazione. Sapere cosa sta per accadere è rassicurante per tutti, figuriamoci per un bambino che vive una nuova esperienza; così, poco alla volta, la separazione dalla mamma o dal papà sarà preannunciata dalla ripetizione di quei gesti consolidati, e non risultando più imprevedibile, verrà piano piano più facilmente assimilata come una delle consuetudini della giornata.
Parcheggiare sempre più o meno nello stesso posto, lasciarlo sempre nello stesso modo: nello stesso posto e salutandolo con la stessa frase, sono solo degli esempi.
2. Comunicando chiaramente al bambino quando sarete di ritorno: per il bambino è confortante sentirsi dire che tornerete a prenderlo e sapere quando, ma va spiegato in un modo che sia comprensibile per dei bambini molto piccoli, che quindi, non hanno la nozione del tempo. Può essere utile associare il vostro ritorno ad un momento della giornata, per esempio: dopo la merenda.
3. Creando una routine divertente che riguardi sia l’andata a scuola, che il ritorno: cantare in macchina, inventare un gioco, contare le macchine o cercare i cagnolini che si vedono lungo la strada verso la scuola, fargli incollare delle figurine su un album mentre siete in auto.
4. Rispettando il tempo di adattamento di vostro figlio: quando lo accompagnate o quando andate a prenderlo lasciategli qualche minuto per adattarsi, cercate di considerare sempre 5/10 minuti in più rispetto ai vostri soliti orari stringenti. Il fatto che i genitori, a causa delle norme anti-Covid non abbiano accesso ai locali scolastici, per accompagnare il proprio figlio all’interno e consentirgli qualche minuto di adattamento non significa che il bambino non abbia i suoi tempi e vada recuperato come un pacco! Potebbe avere l’improvvisa necessità di raccontarvi “una cosa importantissima nell’orecchio” o di controllare se nello zainetto ha proprio la sua borraccia preferita, pur di prendere altro tempo per restare qualche altro minuto con voi e potersi avvicinare a questo nuovo contesto con i suoi tempi; stessa storia anche per il momento in cui andrete a prenderlo: potrebbe avere bisogno di qualche momento per prepararsi al passaggio scuola/mamma o papà, e prendere tempo dilungandosi a “dare una cosa” ad un amichetto o a salutare la maestra. Per riuscire a rispettare i tempi del bambino ma anche che questi momenti diventino interminabili, dopo i primi giorni, vi tornerà utile la creazione di routine condivise, come al punto 1.
5. A casa parlate della scuola: rassicurate vostro figlio ma senza esagerare come se doveste convincerlo a comprare un aspirapolvere, questo potrebbe innervosirlo. Piuttosto, a casa ricordate delle cose belle e divertenti che ha fatto a scuola, fate i nomi delle maestre, fatevi riferire dalle insegnanti le attività e gli amichetti che preferisce e parlatene a casa. Questo creerà continuità tra i due ambienti, inoltre, vedere voi genitori così interessati e ben disposti verso la scuola, predisporrà positivamente anche vostro figlio.
Non arrabbiatevi con il bambino e non datevi la colpa se l’inserimento non è veloce o semplice, spesso i bambini fanno fatica a separarsi dai genitori in una prima fase di adattamento, ma smettono di piangere dopo 5/ 10 minuti che il genitore si è allontanato. Informatevi dalle maestre se anche il vostro bambino o la vostra bambina smette di piangere dopo poco, questo vi aiuterà ad essere più sereni nel lasciarlo. Inoltre, ricordate che il vostro comportamento verso la scuola e nel lasciarlo avrà il peso maggiore nell’influenzare l’atteggiamento di vostro figlio nel giudicare se quel posto è sicuro o meno; se sarete sereni, l’adattamento per i vostri figli sarà più facile. Quindi affidatevi alla competenza e all’esperienza delle maestre con fiducia e serenità, e senza senso di colpa se provate sollievo nell’essere sollevati per qualche ora dalla cura dei vostri figli e potete dedicarvi ad altro: non li state abbandonando. In realtà state facendo loro un regalo enorme, consentendo loro di essere stimolati precocemente, di sperimentare esperienze e relazioni uniche in quella fascia d’età, fondamentali per il loro sviluppo, e che non avrebbero la possibilità di vivere, se non frequentando la scuola.

CAPRICCI O SENSO DI IMPOTENZA?Sei al parco, trascorri un pomeriggio sereno, in compagnia di tuo figlio o tua figlia, che...
08/09/2020

CAPRICCI O SENSO DI IMPOTENZA?
Sei al parco, trascorri un pomeriggio sereno, in compagnia di tuo figlio o tua figlia, che si sta divertendo un mondo sulle giostre e in compagnia degli amichetti, finché gli dici che è ora di tornare a casa.
Ed ecco che piano piano lo vedi palesarsi sempre più chiaramente, tu speri che non stia succedendo davvero ciò che temi … e invece succede: il capriccio… Sai già che ti aspetta una lunga e fastidiosa sequenza di azioni inefficaci : chiamare e richiamare, incalzare, promettere, rimproverare, minacciare, fino ai casi estremi in cui per recuperare fisicamente la prole, si arriva ad arrampicarsi sulla casetta dello scivolo, con tanto di testata al tetto di 90 cm.
A questo punto il tuo tranquillo pomeriggio si trasforma in una sfida a braccio di ferro tra te e il mai stanco scalatore compulsivo di scivoli, per chi riesce ad imporsi all’altro: da un lato tu, che tenti di convincere tuo figlio a smettere di giocare e tornare a casa senza capricci, dall’altro lui/ lei , che non ha alcuna intenzione di mettere fine al suo divertimento e di lasciare gli amichetti solo perché "tu" ne senti l’esigenza.
In ogni caso e qualunque sia la tecnica per strappare controvoglia i bambini al dodicesimo “ultimissimotelogiuro” giro in altalena, sappiamo tutti che il peggio deve ancora arrivare: 15 minuti di pianto ininterrotto con emissione di ultrasuoni avvertiti dai delfini al largo del Mediterraneo, malumore e borbottii sul fatto che siete rimasti pochissimo e che tu decidi sempre tutto e lui o lei non può mai decidere cosa vuole fare.
Se proviamo a pensare alla dinamica con obiettività, il/la piccola ribelle ha centrato la questione e ce l’ha verbalizzata anche: “io non posso mai decidere cosa voglio fare, decidi sempre tu cosa devo fare!”
Infatti, i bambini hanno poca voce in capitolo e scarso controllo sulla loro vita: siamo noi adulti a dire lor cosa fare e quando farlo o non farlo. E’ una dinamica che può generare un senso di impotenza a cui il bambino può, talvolta, tentare di opporsi.
Al contrario di altri tipi di relazioni, considerate simmetriche o paritarie come quelle amorose o tra amici e fratelli, durante l’infanzia la relazione genitori/figli deve essere necessariamente asimmetrica. Ciò non fa riferimento ad una modalità gerarchica da “padre- padrone”, ma alla necessità che tale relazione si basi sulla non-reciprocità, che siano i genitori a svolgere una serie di funzioni fondamentali per la crescita dei figli, come: l’accudimento, la protezione, l’affetto, l’educazione, la capacità di dare dei limiti, per citarne alcune.
Tra queste, c’è la funzione normativa: il bambino ha necessità di avere dei limiti e che il genitore sia in grado di darglieli.
Nonostante l’utilità e la necessità della funzione normativa, (per altro, utile anche a farci tornare a casa dopo sole 4 ore di parco giochi!) teniamo presente che, in effetti, spesso la libertà dei bambini, persino ciò che voglio fare e quando devono volerlo fare o non farlo, è fortemente condizionata da regole, tempi, orari e necessità che non appartengono loro, ma a noi a dulti e che loro nonsolo non condividono, ma nemmeno comprendono. Quante volte, anziché chiedere ai bambini se hanno fame, decidiamo che quella che abbiamo stabilito è l’ora della merenda, perché poi se si fa più tardi saltano la cena? O diciamo loro di mangiare almeno l’ultimo boccone, piuttosto che domandare loro se si sentono sazi? Decidiamo che possono giocare o che devono smettere perché è ora di cena e dobbiamo andare via, che è ora di andare a letto e, quindi, devono avere sonno, oppure addirittura che non possono indossare la t-shirt di spider-man in pieno inverno!
Che siano appropriati o meno i nostri divieti e le nostre imposizioni, i bambini, tendenzialmente, devono comunque adeguarsi, e spesso loro accettano la situazioni così com’è ma, talvolta, tendono a manifestare il desiderio di fare ciò che desidera, attuando una serie di comportamenti per opporsi al senso di frustrazione.
Noi, per comodità, chiamiamo capriccio tutte le manifestazioni oppositive dei nostri figli, ma forse, potrebbe essere utile distunguere le manifestazioni di opposizione che nascono dalla frustrazione.
Ciò non significa permettergli di uscire a mezze maniche a Gennaio, di nutrirsi solo di barrette Kinder o di farli stare sull’altalena per 8 ore di fila, ma piuttosto mostrare comprensione verso i loro sentimenti.

Possiamo utilizzare diverse tecniche per alleviare il senso di impotenza di un bambino:

- La comprensione verso i suoi sentimenti può essere utile: “Lo so che ti stai divertendo e che ti dispiace smettere di giocare con i tuoi amici, ma dobbiamo tornare a casa a preparare la cena”.

- Avvisare il bambino con sufficiente anticipo di quello che accadrà a breve, così da non prenderlo alla sprovvista ed offrirgli uno strumento di controllo: “tra 10 minuti andiamo via”, o “ancora 5 giri sullo scivolo, poi andiamo via”. !!Importante!! se avete dato un riferimento temporale, siate i primi a rispettarlo, non prolungate il tempo perché vi siste messi a parlare con altri genitori, o questo avallerà la sensazione di vostro figlio di essere in balìa di regole che non valgono per tutti ma solo per lui, aumentando il senso di impotenza, e rendendo più difficile poi staccarlo dallo scivolo anche dopo 15 giri!

- Un’altra strategia, utile dare al bambino un senso di controllo maggiore è la scelta, che, pur indirizzandolo verso l’obiettivo, gli offra l'opportunità di decidere in che modo raggiungerlo: “facciamo una gara fino alla macchina o facciamo un gioco lungo la strada?”

Anche queste, ovviamente, non sono formule matematiche, la cui precisa e rigida applicazione darà il preciso risultato atteso, si tratta di suggerimenti, da adattare alle caratteristiche del bambino a cui ci si rivolge e del papà o mamma che prova ad empatizzare con il senso di impotenza che, talvolta, sta dietro un “capriccio”, ma senza perdere di vista la necessità che non dare dei limiti può essere altrettanto disfunzionale quanto l’esercizio rigido dell’autorità. Piuttosto il senso è che anche se spetta ai genitori dare l’indirizzo e i limiti al proprio figlio, coinvolgerlo in delle decisioni che riguardano alcuni ambiti della sua vita, in relazione all’età , può tradursi in un maggiore senso di controllo da parte sua su delle situazioni che, invece, potrebbe vivere come una spiacevole imposizione, e renderlo più responsabile e sicuro.

RABBIA. A CHE MI SERVE E COSA CI FACCIO?La rabbia è un’emozione  funzionale a risvegliarci e a fornirci la spinta ad agi...
28/08/2020

RABBIA. A CHE MI SERVE E COSA CI FACCIO?

La rabbia è un’emozione funzionale a risvegliarci e a fornirci la spinta ad agire, richiede una grande energia; se ne veniamo travolti e non ne siamo consapevoli, agiamo la rabbia senza decidere consapevolmente cosa fare e soprattutto cosa quella rabbia sta a segnalarci.

Quando perdiamo il controllo e siamo in balìa della rabbia, siamo spesso mentalmente impegnati a giudicare e rimurginare; cerchiamo di attribuire giudizi di merito su chi ha torto e chi ragione, cerchiamo un colpevole contro cui indirizzare i nostri sentimenti di rabbia, talvolta rivendichiamo una punizione, una conseguenza per colui o colei che riteniamo responsabile.
In realtà, spesso l’azione di qualcuno è in grado di stimolare la nostra rabbia, ma non ne è la causa. La causa sta nei nostri pensieri, nei nostri vissuti, nella valutazione che facciamo della situazione. La rabbia spesso ci segnala la presenza di bisogni insoddisfatti.
Tavolta la rabbia è una specie di sentimento coperchio, che può nasconderne altri, come la paura, la frustrazione, la tristezza.
Per questo motivo la rabbia è funzionale e possiamo utilizzarla, trasformandola da energia distruttiva a energia al nostro servizio, senza reprimerci o snaturarci; per farcela dobbiamo riuscire a vedere i bisogni che essa ci segnala.

Quando siamo molto arrabbiati con qualcuno, per riuscire a parlargli anziché attaccarlo solo per sfogare su di lui i nostri sentimenti possiamo :
1. Fare silenzio o andare via, per non peggiorare le cose. Non è necessario che avvenga tutto e subito, regaliamoci il tempo per poter esplorare ed utilizzare la nostra rabbia nel modo più proficuo possibile.
2. Ascoltare i nostri giudizi sull’altra persona. Alcune persone preferiscono scriverli, perché mettere giù tutto aiuta a mettere in ordine pensieri e sentimenti.
3. Cercare i bisogni nascosti dietro ciascuno dei nostri giudizi. (Sei un’egocentrica > ho bisogno di sentirmi considerato)
4. Per ciascun bisogno emerso cerchiamo di trovare, o scriviamo una richiesta indirizzata a noi stessi o agli altri per soddisfarli.
5. Andare dalla persona coinvolta, se lo si desidera o lo si reputa necessario, ed esprimere i nostri bisogni ed eventualmente la nostra richiesta.
E’ utile sostituire “sono arrabbiato perché tu…” con “Sono arrabbiato perché ho bisogno di…”. Inoltre, se l’interlocutore si sentirà accusato o in colpa per essersi comportato male, gli sarà difficile recepire i nostri sentimenti, quindi, può essere utile chiederci e chiedere al nostro interlocutore quali fossero i bisogni che lui o lei tentava di soddisfare comportandosi in un determinato modo.

Indagare la propria rabbia può essere utile a farci contattare parti di noi di cui non siamo consapevoli o prendere coscienza di bisogni inappagati, che reclamano soddisfazione; questo che ci consente di decidere cosa farci in poter esprimere la propria rabbia in maniera non distruttiva e senza agirla.

L’ANSIA NON “E’ SOLO UN POCHINO DI PAURA”.Che differenza c’è tra ansia e paura?Paura o ansia ?Stiamo facendo una passegg...
26/08/2020

L’ANSIA NON “E’ SOLO UN POCHINO DI PAURA”.

Che differenza c’è tra ansia e paura?

Paura o ansia ?
Stiamo facendo una passeggiata serale, in procinto di tornare a casa, quando ci troviamo di fronte un malintenzionato che vuole rapinarci.
Ciò che proviamo in questa circostanza, nella quale si è manifestato un pericolo reale è paura.
La nostra reazione di paura può essere quella definita fight, ovvero affrontare la minaccia, può essere di fuga o anche di congelamento (freezing, ovvero rimanere immobili).
Successivamente ci troveremo a fare la nostra passeggiata con uno stato d’animo differente: saremo sicuramente più concentrati, i nostri sensi saranno in allerta e più pronti a captare rumori o presenze che possano costituire un pericolo e ci sentiremo un po' meno spensierati temendo ciò che potrebbe succedere.
Ciò che proveremo in questa situazione sarà ansia, perché vivremo uno stato di paura e apprensione non rispetto ad una minaccia reale ma anticipando la paura per l’evento che temiamo
Ansia
L'ansia è un'emozione che si può collegare alla macrocategoria dell'emozione di base della paura.
Mentre la paura richiede un oggetto o una minaccia concreta da temere, l'ansia non necessita di questo aspetto di concretezza per essere presente, in quanto riccamente stimolata dal pensiero (e viceversa).
L'ansia è, dunque, uno stato emotivo di preparazione a un pericolo potenziale atto a predisporre
un comportamento di attacco o difesa. Ha una funzione adattiva quando ci prepara ad affrontare
una sfida con l'adeguata attenzione, ma può avere anche una funzione disadattiva, quando i suoi
effetti sono molto prolungati nel tempo, hanno un'attivazione fisiologica elevata e non coincidono
con la reale probabilità che l'evento pericoloso si manifesti.

Ansia adattiva.
L’ansia prima di un esame può essere funzionale, in quanto ci meterà in allerta, facendoci sentire l’esigenza di studiare per superare l’esame.
Inoltre l’attivazione stimolata dall’ansia ci aiuterà a mantenere la concentrazione in ase di studio, aiutandoci a prepararci al meglio.
I livelli di attivazione tornano utili anche durante l’esame aiutandoci a mettere da parte la stanchezza e focalizzarci al meglio sul compito.
Tuttavia l’ansia può manifestarsi anche in maniera disadattiva e poco funzionale al raggiungimento dei nostri obiettivi.
Ansia disadattiva.
L'idea del prossimo esame universitario ci mette in uno stato di ansia e confusione. Anche solo pensare al giorno dell’esame ci paralizza con una morsa allo stomaco, sentiamo ansia e confusione, non riusciamo a concentrarci e studiamo poco e in maniera disorganizzata, temendo di non riuscire a passare l’esame.
Il giorno dell’esame addirittura siamo freezati e decidiamo di restare a casa e riprovarci la volta successiva.
Stesso evento ansiogeno, due comportamenti differenti: nella prima l’ansia è funzionale al raggiungimento dell’obiettivo , nella seconda l’ansia determina una risposta di evitamento, non funzionale al raggiungimento dell’obiettivo.

Quindi ansia sì o ansia no?
Quando l'ansia non è presente, la motivazione all'azione risulta essere molto bassa o assente, mentre quando l'ansia è pervasiva, ci possono essere reazioni di freezing o di evitamento perché l’evento ansiogeno viene percepito come troppo spaventoso e non affrontabile.
In entrambi i casi, l’ esito è l'incapacità di portare a termine il compito. La presenza di livelli di ansia, che non siano pervasivi, è, dunque, indispensabile per svolgere buone prestazioni e raggiungere degli obiettivi; tuttavia, quando i livelli di ansia sono tali da creare una reazione di blocco e condizionare il normale svolgimento di attività per un periodo di tempo protratto, è il caso di considerare l’intervento di un professionista per affrontare e risolvere il problema.

QUANDO SCOPRI CHE IL TUO O LA TUA PARTNER NON E’ HOUDINI. DIFFICOLTA’ NELLA COMUNICAZIONE DELLE RICHIESTE E CONFLITTO DI...
24/08/2020

QUANDO SCOPRI CHE IL TUO O LA TUA PARTNER NON E’ HOUDINI.
DIFFICOLTA’ NELLA COMUNICAZIONE DELLE RICHIESTE E CONFLITTO DI COPPIA.

Ripetiamocelo quotidianamente e, all’occorrenza, più volte al giorno: non sto con Houdini, non sto con Houdini, lui/lei non ha la facoltà di leggermi il pensiero.
Magari se riusciremo ad accettare l’idea che il nostro o la nostra partner non ha il dono della lettura del pensiero, eviteremo dei lunghi e futili litigi.

Uno dei motivi di conflitto nella coppia nasce da un problema comunicativo, che riguarda le richieste: esiste una sorta di pensiero magico, che ci induce a credere che il nostro o la nostra partner possa capire o indovinare di cosa abbiamo bisogno o cosa vorremmo, non sulla base di una comunicazione chiara e diretta, ma semplicemente perché ci ama o perché ci conosce; un po’ come se il nostro compagno avesse sviluppato la prodigiosa facoltà di saperci leggere nel pensiero semplicemente perché si è innamorato di noi. A volte che le richieste che a noi appaiono chiare, per il nostro partner non lo sono, spesso perché non vengono formulate come tali, ma come affermazioni, e a volte perchè contengono un giudizio sull’altro, spostando la comunicazione da richiesta di soddisfazione dei bisogni ad attacco, chiaramente con conseguente discussione. Per esempio, una persona che desidera trascorrere del tempo con il proprio partner, anziché comunicare questo desiderio e fare la precisa richiesta di trascorrere la serata insieme, potrebbe comunicare tale bisogno con frasi tipo: “sei sempre troppo impegnato”. Chiaramente il/la malcapitato/a inconsapevole Houdini non capirà che la richiesta è di trascorrere del tempo insieme, ma reagirà all’accusa, iniziando una spirale di lunghi quanto inutili “però tu…”.
La credenza magica di essere sposati, fidanzati, convivere o avere una relazione con essere dotato di poteri magici, in realtà non attiene a fantasie romantiche o trasgressive, ma riguarda la nostra difficoltà a fare richieste chiare e dirette.
Chiedere mette a n**o quella parte di noi che richiede cura e attenzione, disillude quella parte infantile che anela un rapporto simbiotico (come quello del bambino piccolo con la mamma, dove lui riceve in automatico amore e nutrimento, senza dover stare lì a spiegarsi), e talvolta può cozzare con l’idea che abbiamo di noi stessi, con l’immagine forte ed indipendente che tentiamo di costruirci. In realtà chiedere è un modo per auto-definirsi, e posso auto-definirmi solo se so chi sono e cosa voglio, se sono effettivamente indipendente (perché per chiedere accetto che io e l’altro non siamo in un rapporto simbiotico) e se sono forte (al punto da rischiare di vivere il dispiacere e la delusione di ricevere un rifiuto).
Quindi chiedere non è un atto di debolezza, ma di consapevolezza di sé, che serve a rinforzare se stessi. Il vantaggio di saper chiedere è duplice: rinforzo me stesso, la mia identità, e costruisco una relazione..
Imparare a chiedere.
La richiesta ha 6 criteri.
1. Si rivolge ad una persona specifica. Quindi “ti va di….?”, anziché “chi vuole…?”
2. Si rivolge al presente. “Ti va di uscire stasera?”, e non: “Dalla prossima settimana andremo al cinema ogni venerdì”
3. Riguarda qualcosa di concreto: “Mi dici la tua opinione su…?”, e non: “dì qualcosa.”
4. Viene espressa in forma positiva: “Puoi occuparti di preparare la cena?”, invece di “non perdere tempo”
5. E’ realizzabile: chiedere qualcosa di impossibile è il modo migliore per rimanere delusi.
6. Lasciare la libertà di scelta: “Ti va di…”, invece di “voglio che tu…”.
Magari pensare di avere una relazione con Houdini ha del mistero, ma evitare ore di discussioni inutili, a scapito del tempo di qualità per la coppia, poter andare al cinema con il/la proprio/a partner, ricevere aiuto concreto quando se ne ha bisogno, riuscire a chiedere ed ottenere attenzioni quando ci si sente trascurati ha il suo fascino.

LA VERITA’, VI PREGO, SULL’AMORE:                                                                                       ...
22/08/2020

LA VERITA’, VI PREGO, SULL’AMORE: TI AMO PERCHE’ HO BISOGNO DI TE OPPURE HO BISOGNO DI TE PERCHE’ TI AMO??

“…Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta
o là sul bus mi pesterà un piede?
Accedrà come quando cambia il tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
La verità, vi prego, sull'amore.” (Wystan Hugh Auden - La verità, vi prego, sull'amore)

INNAMORAMENTO
“Ti amo perché ho bisogno di te”
(E.Fromm)

L'innamoramento e il corteggiamento costituiscono la base e l'inizio dei rapporti di coppia. L’innamoramento costituisce un'esperienza relativamente breve (in media questa fase dura dai 18 mesi ai 3 anni), fortemente inebriante: pensiamo di continuo all'altra persona, ci sentiamo emozionati, abbiamo e riceviamo mille grandi e piccole attenzioni.
E’ la fase della luna di miele, durante la quale il livello di attrazione fisica è elevato, e rendere ancora più piacevole questa fase, è una particolarità tipica dell’innamoramento: l'altra persona "ci vuole" pienamente come siamo, in toto, al di là di criteri esistenziali, morali o estetici. Nelle nostre vite, spesso costellate dal giudizio, nella fase dell’innamoramento possiamo sperimentare un’esperienza di appagamento indicibile, perché l’altro ci accetta…non come il nostro ex o la nostra ex, che volevano cambiarci, o eravamo noi a tenare cambiare lei o lui… ma sicuramente stavolta le differenze sono marginali e si potranno appianare...
Le parole d’ordine durante questa fase sono assolutezza ed idealizzazione.
Sentiamo che quella persona sia perfetta per noi e che i problemi che possono avere tutte le altre coppie non ci interessano affatto, perché “tra noi è diverso, perché ci amiamo e supereremo tutto”.
Non che non possa essere così, ma durante la fase di innamoramento è coinvolta molto la sfera emotiva, fisica ed endocrina. La parte razionale osserva, ma interviene poco. Tuttavia, questa tempesta emotiva non può durare all’infinito , così nelle fasi successive anche la componente cognitiva assume sempre maggiore valore e stare in coppia non è più la logica conseguenza di un'onda emotiva, ma diventa una scelta.
Come avviene il passaggio dalla fase dell’innamoramento a quella successiva?
E’ l’innamoramento stesso a mettere fine e stesso e a condurre alla fase successiva, il paradosso è questo: nel desiderio sempre più intenso di viversi cerchiamo di ridurre la distanza con il nostro partner, al fine di creare nell’altro una base sicura, ma proprio perché riduciamo la distanza, riduciamo anche ciò che rende inebriante l'innamoramento: il salto che si sceglie di fare nell'alterità dell'altro; come se si uscisse dalla "fase promozionale" in cui ci si attiva molto per conquistare l'altro e ci si mettesse sempre più comodi, perché si sente meno a rischio di perderlo; l'incertezza si riduce e la sicurezza aumenta.
L’amore, quindi, finisce così? Con la vicinanza? Gli studi lo riducono solo ad una inebriante e passeggera sensazione di novità ?
Fortunatamente, e non solo per i più romantici, la risposta della scienza è no. Anzi, alcuni ricercatori, tra cui lo psichiatra Peck e la psicologa Tennov, ritengono addirittura che la fase di innamoramento non dovrebbe essere neanche definita come "amore" in quanto, a differenza dell’amore, l’innamoramento non è una scelta consapevole (non possiamo scegliere di innamorarci o no, spesso ci coglie impreparati) e non è un'esperienza che, in fondo in fondo, è volta alla crescita personale e dell'altro, insomma “Ti amo perché ho bisogno di te”, per uello che tu puoi fare per me, perché mi fai stare bene.

L’IMPEGNO

“Ho bisogno di te perché ti amo”
(E. Fromm)

La fase successiva all’innamoramento ha molto più a che fare con l'Amore.
Non è possibile fare questo passo in fase di innamoramento; la fase di impegno inizia necessariamente dopo.
La sfera emozionale è sempre coinvolta, ma in maniea meno pervasiva rispetto all’innamoramento, convivono ragione ed emozione, c'è una scelta volontaria nello
stare insieme ed è una fase di coppia orientata a una crescita personale.
Solo l’amore dei genitori può essere incondizionato, la relazione è asimmetrica; mentre nella coppia due persone hanno bisogni da soddisfare e desideri di crescita personale e se uno dei partner non si sente appagato nel modo in cui l'altra persona è presente, può scegliere di andare via, proprio perché la relazione è simmetrica.
Non è l’amore incondizionato, quindi, ciò che tiene insieme, ma la volontà di scegliersi e di curare la coppia con disciplina e non senza sforzo.
L'amore ha moltissimo a che fare con i bisogni di attaccamento, che nell’infanzia sono appagati dagli adulti di riferimenti che si prendono cura del bambino.
In amore si accolgono i bisogni di attaccamento dell'altro, si è presenti uando serve: nei momenti di paura, tristezza, fragilità o anche di crescita personale. Hazan e Shaver, sulla base degli studi che hanno condotto, sono giunti alla conclusione che la percezione di un legame sicuro tra partner rappresenta la chiave per avere una relazione di coppia soddisfacente e una grande fonte di forza per le persone coinvolte: quando ci sentiamo sicuri nella nostra coppia siamo in grado di chiedere supporto al nostro partner rispetto ai nostri bisogni, quando litighiamo riusciamo ad essere meno aggressivi ; abbiamo maggiore fiducia in noi, perché ci sentiamo suportati e di conseguenza maggiormente efficaci e in grado di essere autonomi e indipendenti nel risolvere alcuni dei nostri problemi personali.
A fase dell’amore quindi corrisponde a “ho bisogno di te perché ti amo”, in cui noi e il partner siamo reciprocamente base sicura l’uno per l’altro, nella fase di impegno grazie al rapporto di coppia, ciscuno vive l’esperienza di un rifugio esistenziale positivo e cresce.
La crisi può iniziare quando la soddisfazione dei bisogni di attaccamento viene a mancare.

LA CRISI
La conflittualità nella coppia, tavolta, è causata da difficoltà di comunicazione; la collera, le critiche, le richieste, rappresentano dei modi per attirare l'attenzione del partner sui propri bisogni emotivi, ma il partner spesso li legge per come appaiono: critiche, lamentele e rabbia.
La teoria dell'attaccamento ci insegna che in amore l'altro è un rifugio sicuro, ma se per qualche motivo il nostro partner non è presente sul piano emotivo, ci sentiamo soli, spaventati e sofferenti.
Tutte le coppie litigano, ma quando il legame è solido, la lite è percepita come un evento passeggero. Quando, però, si sente che il legame di attaccamento è minacciato, solitamente si manifesta rabbia o ci si ritira, lo scopo di ciscuno di questi due messaggi è , rispettivamente: “Guadami, ho bisogno di te” nel primo caso, “farò in modo da non soffrire” nel secondo caso. In ogni caso, i bisogni di paura e ansia per la minaccia al legame d’attaccamento non vengono comunicati efficacemente, ma con modalità che generano alti livelli di conflittualità in un circolo vizioso da cui la coppia non riesce più ad uscire.
Ed è spesso in questa fase che entra in gioco lo psicoterapeuta di coppia, per sbrogliare e dare un nome ai singoli fili di questa matassa che si è tutta ingarbugliata.

Indirizzo

Torre Del Greco
80059

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