Dr. Alessandro Armaro - Cardiochirurgo

Dr. Alessandro Armaro - Cardiochirurgo Cardiochirurgo dal 2010. Esercito la mia professione presso il Policlinico Morgagni di Pedara (CT). Mi chiamo Alessandro Armaro, sono un cardiochirurgo.

Dopo la maturità scientifica, mi sono laureato in Medicina e Chirurgia nel 2005. In seguito all’abilitazione alla professione medica, mi sono specializzato in Cardiochirurgia (summa cm laude) presso la Scuola di specializzazione in Cardiochirurgia dell’Università di Bologna, sotto la guida del prof. Roberto Di Bartolomeo. Durante il mio periodo di formazione ho lavorato in qualità di assistente c

ardiochirurgo presso il Dipartimento di chirurgia cardio-toraco-vascolare “St. Antonius Ziekenhuis” – ospedale di Nieuwegein (Paesi Bassi). Nel 2016 ho conseguito il diploma di Master Universitario di II livello in “Innovation in Cardiac Surgery: Advances in Minimally Invasive Therapeutics” presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, sotto la direzione del Dott. Mattia Glauber. Ho frequentato l’Unità Operativa di Chirurgia del Cuore e dei Grossi Vasi, diretta dal Dott. Glauber, presso l’Istituto Clinico Sant’Ambrogio di Milano, formandomi anche come cardiochirurgo mini-invasivo. Negli anni mi sono appassionato alle tematiche della patologia complessa dell’aorta, della cardiochirurgia mini-invasiva e della chirurgia dello scompenso cardiaco.

🫀 NON CONTA SOLO QUALE ARTERIA USI. CONTA COME LA USI.Nella chirurgia di bypass, quando si utilizza la mammaria interna ...
18/04/2026

🫀 NON CONTA SOLO QUALE ARTERIA USI. CONTA COME LA USI.

Nella chirurgia di bypass, quando si utilizza la mammaria interna destra come secondo condotto, la vera domanda è questa:

meglio lasciarla collegata alla sua origine naturale oppure usarla come graft libero, collegandola ex novo?

Una nuova meta-analisi ha confrontato queste due strategie in 13 studi su 9.899 pazienti.

Il dato chiave è molto chiaro:
non sono emerse differenze significative nei principali esiti clinici tra mammaria destra lasciata in sede e mammaria destra usata come graft libero.

In altre parole:
a lungo termine, non sembra essere la configurazione in sé a cambiare i risultati maggiori, ma il contesto in cui quella configurazione viene scelta.

Ed è proprio qui il punto più importante.

In cardiochirurgia, non esiste sempre una tecnica migliore in assoluto.
Conta scegliere la soluzione più adatta a:
• anatomia del paziente
• vaso da raggiungere
• lunghezza disponibile del condotto
• strategia complessiva di rivascolarizzazione

Il principio finale è semplice:
non vince la tecnica più elegante sulla carta.
Vince la tecnica più giusta per quel cuore, in quel paziente.

🫀 INSUFFICIENZA TRICUSPIDALICA SEVERA: IL VERO RISCHIO È ARRIVARE TARDI 🫀Non sempre il problema è riconoscerla.  Molto p...
14/04/2026

🫀 INSUFFICIENZA TRICUSPIDALICA SEVERA: IL VERO RISCHIO È ARRIVARE TARDI 🫀

Non sempre il problema è riconoscerla.
Molto più spesso, il problema è arrivare a valutarla quando la finestra utile per intervenire si è già ridotta.

Nell’insufficienza tricuspidalica severa, aspettare troppo può significare lasciare che il ventricolo destro, il sistema venoso, il fegato e i reni inizino a subire le conseguenze della malattia. Il punto è capire quando è ancora il momento giusto per agire!

• L’insufficienza tricuspidalica significativa interessa circa lo 0,55% della popolazione generale e quasi il 4% delle persone di 75 anni o più.
• La gravità è influenzata anche dalle condizioni di “carico” del cuore: per questo la forma severa può essere sottostimata se non viene rivalutata in condizioni il più possibile vicine all’euvolemia e con un approccio ecocardiografico multiparametrico.
• In presenza di sintomi, progressiva dilatazione del ventricolo destro o segni iniziali di disfunzione, l’invio a un centro esperto non dovrebbe essere rimandato.
• La valutazione più completa oggi integra ecocardiogramma transtoracico, ecocardiogramma transesofageo, cateterismo destro e, quando necessario, TAC o risonanza magnetica cardiaca.

Il messaggio è semplice: non sempre controllare nel tempo basta. A volte la vera domanda è se esista ancora una finestra utile in cui una riparazione, una sostituzione o una terapia transcatetere possano cambiare davvero la storia clinica.

❤️ Nell’insufficienza tricuspidalica severa, il timing non è un dettaglio. Fa parte della cura!

Fonti: Eur J Cardiothorac Surg. 2025;67(8):ezaf276. DOI: 10.1093/ejcts/ezaf276 | Eur Heart J. 2026;00:1-31. DOI: 10.1093/eurheartj/ehag214

Valvulopatie StudentiDiMedicina RicercaClinica

SE HAI OBESITÀ, IL RISCHIO PUÒ INIZIARE PRIMA DEGLI ESAMI ALTERATI ❤️Se sei obeso ma glicemia, pressione e colesterolo s...
11/04/2026

SE HAI OBESITÀ, IL RISCHIO PUÒ INIZIARE PRIMA DEGLI ESAMI ALTERATI ❤️

Se sei obeso ma glicemia, pressione e colesterolo sono ancora nei limiti, potresti pensare di essere al sicuro. Da cardiochirurgo, è proprio questa la rassicurazione che considero più pericolosa.

Perché il rischio cardiovascolare può essere già aumentato prima che compaiano alterazioni metaboliche evidenti. 🩺

Uno studio su 157.159 adulti, seguiti per una mediana di 12,9 anni, ha mostrato che nelle persone con obesità ma senza anomalie metaboliche:

• il rischio di malattia cardiovascolare aterosclerotica era più alto del 46% negli uomini e del 34% nelle donne
• il rischio di scompenso cardiaco aumentava del 63% negli uomini e del 69% nelle donne
• aumentavano anche il rischio di fegato grasso da causa metabolica e la mortalità totale.

E non è tutto.

Una meta-analisi su 7.720.165 persone ha mostrato che la cosiddetta obesità “metabolicamente sana” spesso non resta stabile nel tempo: quando evolve verso uno stato metabolicamente non sano, il rischio cardiovascolare aumenta in modo significativo!
C’è poi un dato ancora più forte sul piano clinico.

Nel trial SELECT, su 17.604 pazienti con sovrappeso/obesità, malattia cardiovascolare nota e senza diabete, semaglutide 2,4 mg/settimana ha ridotto gli eventi cardiovascolari maggiori dall’8,0% al 6,5%.

Questo cambia il messaggio clinico: l’obesità non è solo qualcosa da osservare.
È qualcosa da trattare. Anche prima del diabete. Non devi aspettare diabete, ipertensione o colesterolo alto per prendere sul serio la prevenzione.

Il rischio non inizia quando gli esami “si rovinano”. Molto spesso, inizia prima.

Da cardiochirurgo, questo è il punto decisivo: arrivare prima del danno, non inseguirlo dopo. Peso corporeo, circonferenza vita, profilo metabolico e follow-up vanno letti insieme.

Se convivi con l’obesità e i tuoi esami sono ancora normali, ti senti davvero rassicurato o pensi che sia il momento di controllarti meglio?

Fonti:
American Journal of Preventive Cardiology. 2026. doi: 10.1016/j.ajpc.2026.101556
Nutr Metab Cardiovasc Dis. 2022;32(9):2041-2051. doi: 10.1016/j.numecd.2022.06.010
N Engl J Med. 2023;389:2221-2232. doi: 10.1056/NEJMoa2307563

DOLORE LACERANTE IMPROVVISO AL PETTO O ALLA SCHIENA? NON È SEMPRE “SOLO” INFARTO ❤️Ci sono emergenze in cui il tempo non...
08/04/2026

DOLORE LACERANTE IMPROVVISO AL PETTO O ALLA SCHIENA? NON È SEMPRE “SOLO” INFARTO ❤️

Ci sono emergenze in cui il tempo non conta solo dopo la diagnosi. Conta soprattutto prima.

La dissezione aortica acuta è una rottura della parte più interna dell’aorta, con ingresso di sangue nella parete del vaso e separazione dei suoi strati. È una condizione rara, ma gravissima, che deve essere riconosciuta subito.

• Se coinvolge l’aorta ascendente, la forma più pericolosa, senza intervento il rischio di morte aumenta di circa 0,5% ogni ora che passa dall’evento!
• Il sintomo più tipico è un dolore improvviso, violentissimo, spesso descritto come lacerante, al petto o alla schiena.
• Non sempre però si presenta in modo classico: in circa il 6% dei casi il dolore può anche mancare.
• Quando il sospetto è reale, l’esame più importante è una TAC con mezzo di contrasto dell’aorta; nei pazienti più instabili anche l’ecografia del cuore può aiutare subito 🩺

Cosa significa nella vita reale?

Significa che un dolore improvviso molto forte al petto, alla schiena o all’addome, soprattutto se associato a svenimento, difficoltà a parlare, debolezza di un arto, polsi diversi tra i due lati o forte calo di pressione, non va mai banalizzato.

La dissezione aortica non è la causa più frequente di dolore toracico.
Ma è una di quelle in cui pensare tardi può costare carissimo.

Secondo te, quando si parla di dolore toracico, si pensa abbastanza anche all’aorta oltre che all’infarto?

Fonti:
2024 ESC Guidelines for the management of peripheral arterial and aortic diseases. Eur Heart J. 2024;45(36):3538-3700. doi:10.1093/eurheartj/ehae179
Czerny M, Grabenwoger M, Berger T, et al. Ann Thorac Surg. 2024;118:5-115. doi:10.1016/j.athoracsur.2024.01.021

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Un augurio sincero di una Pasqua serena e felice, da trascorrere con le persone care, con un pensiero rivolto ai pazient...
05/04/2026

Un augurio sincero di una Pasqua serena e felice, da trascorrere con le persone care, con un pensiero rivolto ai pazienti in cura, alle persone sole, agli anziani e a chi vive nel bisogno.

QUANDO OPERARE A CUORE APERTO HA SMESSO DI ESSERE IMPOSSIBILE 🫀Operare sul cuore voleva dire risolvere un problema decis...
04/04/2026

QUANDO OPERARE A CUORE APERTO HA SMESSO DI ESSERE IMPOSSIBILE 🫀

Operare sul cuore voleva dire risolvere un problema decisivo: come fermare il cuore senza fermare la vita?

La risposta è stata la circolazione extracorporea (CPB)!
Ed è per questo che questa review - vedi in fondo - la descrive come una delle innovazioni più rivoluzionarie della medicina.

• Dopo un lungo percorso scientifico, la svolta clinica arriva nel 1953 con Gibbon e il primo impiego riuscito della macchina cuore-polmone in chirurgia a cuore aperto.
• La CPB permette di mantenere circolazione, ossigenazione, eliminazione della CO2 e controllo della temperatura durante l’intervento.
• Grazie a questo, la chirurgia dei difetti congeniti, delle valvole, il CABG e le procedure toraciche e aortiche complesse diventano progressivamente realizzabili e riproducibili.
• All’inizio era una tecnologia ad alto rischio, spesso utilizzata in pazienti senza vere alternative.

Questo significa che molti risultati che oggi consideriamo acquisiti sono nati da decenni di ricerca, sperimentazione, miglioramenti tecnici e crescente attenzione alla sicurezza del paziente.

Vi invito a leggere lo studio: Leivaditis V, Maniatopoulos A, Mulita F, et al. Between Air and Artery: A History of Cardiopulmonary Bypass and the Rise of Modern Cardiac Surgery. J Cardiovasc Dev Dis. 2025;12(9):365. doi:10.3390/jcdd12090365

PIÙ OPZIONI. UNA SOLA VERA DOMANDA 🫀Quando si parla di cuore, molti immaginano ancora una scelta semplice: chirurgia tra...
02/04/2026

PIÙ OPZIONI. UNA SOLA VERA DOMANDA 🫀

Quando si parla di cuore, molti immaginano ancora una scelta semplice: chirurgia tradizionale oppure procedura meno invasiva.
Oggi non è più così.

La vera evoluzione non è aver sostituito una tecnica con un’altra. È aver imparato a scegliere meglio, caso per caso, lungo tutto il percorso di cura.

Oggi convivono:
• chirurgia aperta
• tecniche endovascolari
• procedure transcatetere
• approcci ibridi

E non sempre la soluzione apparentemente più “nuova” è quella più giusta.

In molti pazienti contano moltissimo:
• la durabilità del risultato
• il controllo anatomico
• il profilo di rischio
• il timing dell’intervento
• le opzioni che resteranno disponibili in futuro

🩺 Un’incisione più piccola, da sola, non significa automaticamente cura migliore.
Il progresso vero nasce quando età, anatomia, fragilità, obiettivi clinici e prospettiva nel tempo vengono letti insieme.

❤️ Nella vita reale questo significa una cosa molto concreta:
non conta solo fare qualcosa, ma fare la cosa giusta per quella persona, in quel momento, senza compromettere il domani.

E significa anche capire che la qualità della cura non dipende da una singola procedura.
Dipende da un sistema integrato fatto di imaging, cardiologia interventistica, cardiochirurgia, anestesia, terapia intensiva e follow-up.

Il futuro della cardiochirurgia non sta nel cancellare ciò che funziona.
Sta nel perfezionarlo, integrarlo e usarlo con giudizio.

Perché, alla fine, la tecnologia migliore resta quella guidata dalla scelta corretta.

Secondo te, le persone sanno davvero che la cura migliore non è sempre la più nuova, ma la più adatta?

IL VERO BANCO DI PROVA DELLA TAVI ARRIVA DOPO 🩺La TAVI ha cambiato davvero la cura della stenosi aortica.Ha migliorato i...
01/04/2026

IL VERO BANCO DI PROVA DELLA TAVI ARRIVA DOPO 🩺

La TAVI ha cambiato davvero la cura della stenosi aortica.
Ha migliorato il trattamento di molti pazienti anziani o fragili e, nei casi giusti, resta una procedura straordinaria.

Ma oggi il punto non è più solo se la TAVI funzioni.
Il punto è se stiamo scegliendo bene il primo passo per tutto il percorso che quel paziente dovrà affrontare nei prossimi anni.

• Nel PARTNER 3, nei pazienti low-risk molto selezionati, TAVR e chirurgia hanno mostrato a 7 anni risultati globalmente simili: morte/stroke/ricovero 34,6% vs 37,2%; mortalità 19,5% vs 16,8%; stroke 8,5% vs 8,1%; bioprosthetic valve failure 6,9% vs 7,3%.

• Nell’Evolut Low Risk, a 5 anni, morte o stroke disabilitante sono risultati simili: 15,5% con TAVR vs 16,4% con chirurgia. Ma restano differenze importanti: pacemaker permanente 27,0% vs 11,3% e maggiore leak paravalvolare residuo con TAVR.

• Le linee guida ESC/EACTS 2025 chiariscono che la scelta tra TAVI e chirurgia deve integrare età, anatomia, aspettativa di vita e lifetime management. Nei pazienti sotto i 70 anni, con basso rischio chirurgico, i dati randomizzati restano più limitati e la SAVR rimane l’opzione preferita.

• Le stesse linee guida ricordano che le procedure valve-in-valve e soprattutto TAV-in-TAV non sono scorciatoie universali: possono aumentare mismatch protesi-paziente, rischio di ostruzione coronarica e difficoltà, talvolta impossibilità, di accesso coronarico futuro. Per questo richiedono una pianificazione anatomica meticolosa già dal primo intervento.

Ed è qui che l’esperienza americana diventa un avvertimento serio.

Negli Stati Uniti la TAVI è stata adottata e allargata prima che in Europa.
E oggi stanno vedendo con maggiore chiarezza la conseguenza di questa espansione: più TAVI fallite e un numero crescente di pazienti che arrivano a cardiochirurgia post-TAVI.

Secondo il gruppo della University of Michigan Health, l’espianto di una TAVI è oggi una delle procedure cardiochirurgiche a più rapida crescita negli Stati Uniti. Le cause di fallimento includono degenerazione strutturale, endocardite, leak paravalvolare e trombosi. L’endocardite arriva fino a circa 1% per paziente-anno e rappresenta, in alcune serie, circa il 20–30% degli espianti. Considerando insieme tutte le cause, il tempo medio al fallimento è stato descritto intorno a 3 anni, pur con ampia variabilità.

E soprattutto: quando una TAVI fallisce, non sempre si può semplicemente fare un’altra TAVI.
La decisione dipende da tre fattori: causa del fallimento, anatomia del paziente e strategia di lungo termine.

Se questi tre elementi non sono favorevoli, l’espianto chirurgico diventa l’unica opzione reale.

E la chirurgia dopo TAVI non è una chirurgia banale.
Nelle prime esperienze la mortalità operatoria arrivava vicino al 20%. Oggi i risultati stanno migliorando, soprattutto nei centri molto esperti e con timing corretto, ma il messaggio resta netto: se si banalizza il primo passaggio, il secondo può diventare molto più difficile. Il Frankel Cardiovascular Center, con oltre 150 espianti di TAVI, ha riportato nel 2025 una mortalità operatoria inferiore al 2%: segno che in questo campo l’esperienza del centro cambia davvero gli esiti.

Cosa significa?

Che non basta chiedersi quale procedura sia meno invasiva oggi.

❤️ Bisogna chiedersi quale percorso offra al paziente la migliore sequenza possibile nei prossimi 10–20 anni.

La TAVI resta straordinaria nel paziente anziano o fragile, con indicazioni e anatomia corrette.
Ma se iniziamo a proporla con leggerezza, senza una vera discussione sul lungo termine, rischiamo di ripetere in Europa una traiettoria che altrove sta già mostrando i suoi limiti.

Il problema, infatti, non sparisce.
Molto spesso viene solo rinviato.
E poi torna in sala operatoria.

Stiamo solo spostando in avanti una complessità che prima o poi presenterà il conto?

Fonti: Leon MB, Mack MJ, Pibarot P, et al. N Engl J Med. 2026;394(8):773-783. doi:10.1056/NEJMoa2509766. Forrest JK, Yakubov SJ, Deeb GM, et al. J Am Coll Cardiol. 2025. doi:10.1016/j.jacc.2025.03.004. 2025 ESC/EACTS Guidelines for the management of valvular heart disease. Eur J Cardiothorac Surg. 2025;67(8):ezaf276. doi:10.1093/ejcts/ezaf276.

SAVR NON AZZERA SEMPRE IL RISCHIO ❤️🩺Quando un paziente con stenosi aortica arriva all’intervento, la domanda non è solo...
27/03/2026

SAVR NON AZZERA SEMPRE IL RISCHIO ❤️🩺

Quando un paziente con stenosi aortica arriva all’intervento, la domanda non è solo se supererà bene la chirurgia.
La domanda vera è più profonda: dopo la sostituzione valvolare aortica chirurgica, cioè la SAVR (Surgical Aortic Valve Replacement), la sua aspettativa di vita torna davvero simile a quella della popolazione generale?

Uno studio pubblicato su Heart ha analizzato 1.287 pazienti sottoposti a SAVR per stenosi aortica almeno moderata. Età mediana 71 anni, 32% donne, follow-up mediano di 47 mesi.

Dati chiave:
• Durante il follow-up sono morti 247 pazienti, pari al 19% del campione.
• La sopravvivenza relativa è risultata del 97,3% a 30 giorni, 97,2% a 1 anno, 93,0% a 5 anni e 83,3% a 10 anni rispetto alla popolazione generale appaiata per età, sesso e anno.
• Il rischio residuo aumentava in presenza di funzione ventricolare sinistra ridotta, cioè di LVEF/FEVS più bassa (left ventricular ejection fraction, ossia: frazione di eiezione del ventricolo sinistro), insufficienza mitralica significativa, diabete e insufficienza renale.
• Età, sesso, anno dell’intervento, bypass aortocoronarico associato (CABG: Coronary Artery Bypass Grafting, ossia bypass aorto coronarico) e stato sintomatologico non sono risultati predittori indipendenti del divario di sopravvivenza:

Cosa significa nella vita reale?
Che operare bene la valvola è essenziale, ma non sempre basta a riportare il paziente a una prognosi “normale”. Contano molto anche quando si interviene e come si segue il paziente dopo l’intervento ❤️

Tradotto in pratica: arrivare tardi alla chirurgia, con ventricolo già compromesso, funzione renale già ridotta o comorbilità metaboliche importanti, può lasciare un’impronta prognostica anche dopo una procedura tecnicamente corretta!

Fonte: Butcher SC, et al. Heart. Published online March 18, 2026. doi:10.1136/heartjnl-2025-327029.

RIPARARE LA MITRALE: FARLO BENE E AL MOMENTO GIUSTO ❤️Quando parliamo di insufficienza mitralica degenerativa, la vera d...
24/03/2026

RIPARARE LA MITRALE: FARLO BENE E AL MOMENTO GIUSTO ❤️

Quando parliamo di insufficienza mitralica degenerativa, la vera domanda non è solo “intervenire o no”.
La domanda giusta è: qual è oggi il riferimento più solido per ottenere una valvola competente, duratura e una prognosi migliore?

Un editoriale recente su JACC ribadisce un concetto centrale: nella malattia degenerativa della mitrale, la riparazione chirurgica resta lo standard di riferimento, soprattutto quando il paziente arriva al momento giusto e viene trattato in centri esperti. Oggi esistono anche strategie transcatetere, come la clip mitralica, per pazienti selezionati; ma i risultati della chirurgia restano il benchmark con cui contestualizzare correttamente queste alternative.  

• In una coorte multicentrica di 314 pazienti sottoposti a riparazione mitralica, la mortalità a 30 giorni è stata dell’1% e lo stroke dell’1,6%. 
• A 2 anni, la mortalità per tutte le cause era del 3,5%, con reintervento mitralico nel 2,2% dei casi. 
• La recidiva di insufficienza mitralica severa è risultata solo del 3,2%, mentre la MR moderata o peggiore è arrivata al 13%: segno che anche la MR residua non severa conta davvero.
• Le anatomie più complesse, come il coinvolgimento del lembo anteriore o bileaflet, sono associate a più fallimenti rispetto alla patologia posteriore isolata. 

Cosa significa nella vita reale?
Che non basta “fare qualcosa” sulla mitrale. Bisogna fare la cosa giusta, nel paziente giusto, al momento giusto, con l’obiettivo di una riparazione davvero duratura. Nella MR degenerativa, la qualità della correzione iniziale può cambiare la traiettoria clinica del paziente.

Messaggio da ricordare:
nella mitrale degenerativa, la chirurgia non è solo una terapia. È il benchmark con cui tutte le alternative devono essere misurate!

Fonte: Lancellotti P, Sugimoto T, Dulgheru R, et al. Surgical Repair as a Reference Standard in Degenerative Mitral Regurgitation. J Am Coll Cardiol. 2026. doi:10.1016/j.jacc.2026.01.032. 

DOPO LA CARDIOCHIRURGIA NON CONTA SOLO “QUANTO” È LA PRESSIONE ❤️Nelle prime 24 ore dopo un intervento cardiochirurgico,...
22/03/2026

DOPO LA CARDIOCHIRURGIA NON CONTA SOLO “QUANTO” È LA PRESSIONE ❤️

Nelle prime 24 ore dopo un intervento cardiochirurgico, guardare solo il numero della pressione arteriosa potrebbe non bastare.
La domanda può essere anche un’altra: di notte quella pressione si abbassa come dovrebbe, oppure resta alta o addirittura sale?

Uno studio retrospettivo pubblicato su BMC Cardiovascular Disorders ha analizzato 6.139 pazienti sottoposti a cardiochirurgia maggiore, inclusi bypass coronarico, chirurgia valvolare e procedure combinate, utilizzando il database MIMIC-IV.

Dati chiave:
• Questo andamento era presente in circa 1 paziente su 3 (32,5%).
• La mortalità a 90 giorni era più alta: 3,3% contro 2,0%.
• La mortalità a 1 anno era più alta: 5,9% contro 3,9%.
• Anche dopo le correzioni statistiche, il rischio restava maggiore: HR 1,54 a 90 giorni e HR 1,37 a 1 anno.

Il dato più interessante è un altro:
la pressione media complessiva nelle 24 ore era simile nei due gruppi.

Quindi il punto non era solo avere una pressione “alta” o “bassa”, ma come quella pressione si distribuiva tra giorno e notte. In questo studio, un profilo notturno anomalo significava una pressione che di notte non scendeva oppure risultava persino più alta rispetto al giorno.

Attenzione però: questo studio non dimostra che il rialzo notturno della pressione causi da solo una prognosi peggiore.
Suggerisce che possa essere un marcatore di rischio, utile per riconoscere prima i pazienti che meritano un monitoraggio ancora più attento. 🩺

Secondo te, dopo cardiochirurgia dovremmo valutare di più non solo i valori pressori, ma anche il loro andamento tra giorno e notte?

Fonte: Song W, Liu Y, Liu Q, et al. BMC Cardiovasc Disord. 2026. doi:10.1186/s12872-026-05720-0

TECNICA DI ALFIERI: NON CONTA L’ETICHETTA, CONTA COME LA GIUDICHIAMO 🩺Quando si parla di riparazione mitralica edge-to-e...
19/03/2026

TECNICA DI ALFIERI: NON CONTA L’ETICHETTA, CONTA COME LA GIUDICHIAMO 🩺

Quando si parla di riparazione mitralica edge-to-edge secondo Alfieri, l’errore più frequente è discutere la tecnica come etichetta, invece di giudicare il risultato che produce.

Il lavoro di Del Forno et al. del 2025 aiuta a rimettere ordine. In una serie contemporanea di 3.317 riparazioni chirurgiche per insufficienza mitralica degenerativa, la edge-to-edge è stata la seconda tecnica più usata come procedura principale, con 883 casi, pari al 26,62%; inoltre, nei casi con tecniche combinate, il punto centrale di Alfieri è stato la seconda procedura aggiuntiva più frequente, con 182 casi, pari al 5,48%.

• Questo dato dimostra che la edge-to-edge non è una manovra marginale o “di ripiego”, ma una componente reale della chirurgia mitralica contemporanea in un centro ad altissimo volume.
• Lo stesso studio chiarisce però che non si può isolare l’impatto specifico della edge-to-edge sulla durabilità, perché le tecniche sono spesso combinate: la prognosi dipende soprattutto dalla complessità anatomica della lesione e dalla qualità del risultato finale.
• In particolare, peggiorano gli esiti tardivi in presenza di patologia del lembo anteriore, seconda corsa in circolazione extracorporea e insufficienza mitralica residua superiore al grado lieve alla dimissione.
• Quindi la domanda corretta non è “Alfieri sì o no?”, ma: in quale anatomia, con quale risultato immediato, e con quale prospettiva di stabilità nel tempo?

Ed è qui che il lavoro di Hilberath et al. del 2013 diventa il complemento naturale. Se Del Forno ci dice perché la edge-to-edge conta ancora oggi nella pratica reale, Hilberath ci dice come leggere correttamente il gradiente transmitralico intraoperatorio dopo Alfieri, senza cadere in due errori opposti: sovrastimare ogni gradiente aumentato o banalizzare un gradiente chiaramente patologico.

Lo studio analizza in modo specifico i gradienti transmitralici intraoperatori dopo svezzamento dalla circolazione extracorporea, confrontando la tecnica edge-to-edge con le riparazioni mitraliche convenzionali. Il parametro centrale è il gradiente transmitralico, valutato come gradiente di picco e gradiente medio. La misurazione viene eseguita con ecocardiografia transesofagea intraoperatoria, mediante Doppler continuo del flusso transmitralico diastolico nella proiezione esofagea media quattro camere. Il gradiente di picco viene calcolato con l’equazione di Bernoulli semplificata, mentre il gradiente medio viene ricavato dalla curva Doppler diastolica, facendo la media su tre battiti consecutivi.

Dopo riparazione di Alfieri, i gradienti risultano più elevati rispetto alle riparazioni convenzionali, ma questo può essere fisiologicamente atteso e non equivale automaticamente a stenosi iatrogena. Nello studio, dopo edge-to-edge, il gradiente medio è 4,3 ± 0,2 mmHg e il gradiente di picco 10,7 ± 0,5 mmHg, mentre nelle riparazioni convenzionali i valori sono rispettivamente 2,8 ± 0,1 mmHg e 7,1 ± 0,2 mmHg.

Sul piano operativo, il messaggio è molto chiaro:
un gradiente medio intorno a 4 mmHg e un gradiente di picco intorno a 10 mmHg sono generalmente ben tollerati;
un gradiente medio compreso tra 5 e 7 mmHg richiede una discussione approfondita con il chirurgo;
un gradiente medio >7 mmHg oppure un gradiente di picco ≥17 mmHg devono far sospettare una stenosi mitralica iatrogena clinicamente rilevante.

Altri aspetti pratici meritano di essere ricordati.

La PHT non viene considerata affidabile in questo setting.
L’area valvolare mitralica non viene utilizzata nello studio come criterio operativo: la planimetria bidimensionale è teoricamente utile ma tecnicamente problematica in sala operatoria, mentre la tridimensionale viene citata solo come possibile sviluppo futuro e non come metodica validata per identificare una stenosi mitralica iatrogena acuta immediatamente dopo la riparazione.
Lo studio non definisce inoltre se un’eventuale valutazione dell’area debba essere eseguita dalla prospettiva atriale o ventricolare.
La funzione diastolica e la compliance del ventricolo sinistro vengono considerate solo come possibili fattori confondenti dei gradienti Doppler. Anche frequenza cardiaca, portata cardiaca e insufficienza mitralica residua possono influenzare i gradienti, ma non vengono integrati in un algoritmo correttivo pratico. In termini rigorosi, questo significa che il paper riconosce i confondenti emodinamici, ma non autorizza a ridimensionare automaticamente un gradiente elevato dicendo semplicemente che “la portata è bassa”.

I lavori successivi aiutano a leggere meglio la fisiologia della doppia apertura valvolare. Trzcinka et al. mostrano che nella double-orifice repair asimmetrica la 3D TEE migliora la comprensione geometrica dei due orifizi, ma che la differenza del gradiente medio tra gli orifizi non è clinicamente rilevante. De Bonis et al. documentano un’eccellente durabilità clinica ed ecocardiografica della edge-to-edge fino a 21 anni nell’isolato lembo anteriore. Carino et al. mostrano che la edge-to-edge può essere efficace anche come bailout in una repair inizialmente subottimale, con risultati a lungo termine soddisfacenti.

Cosa significa, in pratica?

Che una Alfieri non va giudicata per pregiudizio tecnico.
Va giudicata per qualità del risultato: riparazione emodinamicamente tollerabile, rigurgito residuo minimo, assenza di stenosi iatrogena significativa e prospettiva di stabilità nel tempo.

Questo, alla fine, è il punto centrale:
il lavoro del 2025 ci dice che la edge-to-edge è ancora una tecnica pienamente attuale nella pratica contemporanea;
il lavoro del 2013 ci dice come leggere uno dei parametri più importanti del suo risultato immediato, cioè il gradiente transmitralico postoperatorio.

Solo mettendo insieme questi due livelli l’ecocardiografia diventa davvero uno strumento di giudizio chirurgico, e non solo una raccolta di numeri. ❤️

Nella tua esperienza, davanti a una Alfieri, l’errore più frequente è sovrastimare il gradiente o sottovalutare il risultato globale della riparazione?

Fonti:
Del Forno B, et al. J Am Coll Cardiol. 2025;85(8):835-847. doi:10.1016/j.jacc.2024.10.108
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Carino D, et al. Ann Thorac Surg. 2023;115(1):112-118

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Dr. Alessandro Armaro - Cardiochirurgo

Ciao, mi chiamo Alessandro Armaro, sono un cardiochirurgo ed ho 38 anni.

Esercito la mia professione presso il Policlinico Morgagni di Pedara (CT). Dopo la maturità scientifica, mi sono laureato in Medicina e Chirurgia (summa cm laude) nel 2005. In seguito all’abilitazione alla professione medica, mi sono specializzato in Cardiochirurgia (summa cm laude) presso la Scuola di specializzazione in Cardiochirurgia dell’Università di Bologna, sotto la guida del prof. Roberto Di Bartolomeo. Durante il mio periodo di formazione ho lavorato in qualità di assistente cardiochirurgo presso il Dipartimento di chirurgia cardio-toraco-vascolare “St. Antonius Ziekenhuis” – ospedale di Nieuwegein (Paesi Bassi). Nel 2016 ho conseguito il diploma di Master Universitario di II livello in “Innovation in Cardiac Surgery: Advances in Minimally Invasive Therapeutics” presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, sotto la direzione del Dott. Mattia Glauber. Ho frequentato l’Unità Operativa di Chirurgia del Cuore e dei Grossi Vasi, diretta dal Dott. Glauber, presso l’Istituto Clinico Sant’Ambrogio di Milano, formandomi come cardiochirurgo mini-invasivo. Negli anni mi sono appassionato alle tematiche della patologia complessa dell’aorta, della cardiochirurgia mini-invasiva e della chirurgia dello scompenso cardiaco.