Psicoterapeuta Cecilia Bertolaso

Psicoterapeuta Cecilia Bertolaso Dott.ssa in Filosofia e Psicologa Psicoterapeuta. Ricevo a Venezia (Cannaregio), a Verona (zona fiera) e on line.

Ultimamente l’amore riassunto sui social sembra ridotto a una serie di ferite infantili che si polarizzano e riattivano ...
23/05/2026

Ultimamente l’amore riassunto sui social sembra ridotto a una serie di ferite infantili che si polarizzano e riattivano nel contatto con l’altro/a.
Tali considerazioni forse nascono dal tentativo razionale di comprendere perché certi incontri ci sconvolgano così tanto, perché alcune persone riescano a toccare punti di noi, oppure perché ci blocchiamo senza riuscire a separarci.

L’amore è fatto indubbiamente di bisogni, perché a reagire non è soltanto l’adulto, ma anche alcuni aspetti infantili rimasti irrisolti. Ma la ferita e le esigenze di stabilità e sicurezza da sole, non bastano a spiegare l’amore e le nostre scelte. Altrimenti ci innamoreremmo di chiunque riesca a cogliere quei bisogni. E invece non accade.

Ci sono persone che toccano la nostra ferita, ma non il nostro cuore. E altre che, inspiegabilmente, riescono ad arrivare in entrambi i luoghi. Ed è forse lì che nasce l’amore più profondo: nell’intreccio tra ciò che è antico dentro di noi e ciò che è completamente nuovo nell’incontro con qualcuno/a.

Perché nell’amore entrano qualcosa di molto più misterioso e irriducibile: il desiderio e la gioia.
Il modo unico in cui l’altro/a ci “calamita”, ovvero come ci guarda, ci ascolta, ci parla, ci tocca. Il corpo, i cinque sensi, la sua presenza, la risonanza emotiva, la disponibilità affettiva, l’energia che emana, l’intelligenza, il carattere. Etc.

Per questo l’amore conserva sempre una parte magica, attrattiva, vibrazionale, inafferrabile e inspiegabile. La psicologia può aiutarci a capire cosa accade e si attiva nelle relazioni: perché ci leghiamo a una persona che assomiglia a un genitore, cosa ci fa soffrire, perché ripetiamo certi schemi familiari, quale stile di attaccamento portiamo in coppia, come mai il nostro sistema nervoso si congela, oppure perché solo alcune persone ci manipolano, altre invece ci destabilizzano così tanto e ci scompigliano il cuore, la vita, etc…

Ma la psicologia non può e non deve mai esaurire completamente il mistero dell’amore.

NB. La vignetta ritrae un uomo e una donna, ciò che ho scritto riguarda le persone, a prescindere dall’orientamento sessuale.

A volte la “persona” che creiamo per adattarci, farci amare ed apprezzare dai nostri cari è proprio ciò che blocca la gu...
21/05/2026

A volte la “persona” che creiamo per adattarci, farci amare ed apprezzare dai nostri cari è proprio ciò che blocca la guarigione che tanto desideriamo.

Ogni relazione significativa - amorosa, familiare, professionale, amicale - prima o poi, ti mostra dove non sei ancora autentico, ma compiacente e nei casi più dolorosi dipendente, crocerossina/o, timorosa/o e sottomessa/o.

La persona libera non è libera dal giudizio altrui, ma dai condizionamenti che quei giudizi spesso determinano nella maggior parte delle persone. Pensiamoci

20/05/2026
Che fatica vedere se stessi nei propri sintomi!Basta pensare a quando diciamo “ok” ma alla lunga sentiamo ansia, acidità...
18/05/2026

Che fatica vedere se stessi nei propri sintomi!
Basta pensare a quando diciamo “ok” ma alla lunga sentiamo ansia, acidità, gonfiore, stipsi o diarrea, oppure quando diciamo “sì” invece il sistema muscolare dice “ahi”...

Viviamo in un’epoca che ci spinge ad ascoltare solo la testa, così resistiamo al nostro istinto e facciamo finta di stare bene perché crediamo che alla lunga verremo ripagati e troveremo benefici. Ma ciò che reprimiamo interiormente, spesso si trasforma in un cortocircuito psicofisico. Il corpo infatti non separa mai emozione e biologia.

Il corpo è l’archivio vivente delle verità e delle scomodità emotive che la mente non vuole affrontare, e le nostre somatizzazioni non derivano dai semplici pensieri, ma da ciò che sentiamo e inibiamo a livello viscerale.

Quando non rispettiamo nell’azione ciò che siamo e che sentiamo nel profondo, a lungo andare il corpo manifesta un dolore, che è l’espressione concreta di questo disagio o conflitto interiore.

Ogni persona somatizza per cause uniche e personali, e il rimedio dovrà rispondere a specifiche esigenze.

Tutti portiamo nelle relazioni adulte delle esigenze che nell’infanzia non sono state pienamente soddisfatte.Questi biso...
16/05/2026

Tutti portiamo nelle relazioni adulte delle esigenze che nell’infanzia non sono state pienamente soddisfatte.
Questi bisogni, se non compresi, influenzano il ritmo della relazione, orientano le aspettative, condizionano le emozioni e rischiano di trasformare l’altro/a in qualcosa che non è: una persona chiamata a colmare ciò che appartiene al passato.

I bisogni più comuni sono:
Riconoscimento: molti crescono con la sensazione di essere stati visti solo in parte: nel comportamento ma con scarso apprezzamento emotivo. Da adulti cercano allora uno sguardo di approvazione totale, privo di svalutazione.

Bisogno di essere la priorità assoluta: se il bambino ha diritto a stare al centro, l’adulto non può più chiedere di essere ancora il centro emotivo altrui. Quando questa necessità resta attiva, emerge una richiesta pressante di attenzioni.

Bisogno di rassicurazione continua. Quando si è vissuto un divorzio o matrimoni in crisi, spesso le figure genitoriali sono state instabili; ogni distanza pertanto può essere vissuta come minaccia. Nasce così un’esigenza di presenza dell’altro, un richiamo a una base sicura che non si è mai consolidata.

Bisogno di essere salvati. Chi ha vissuto esperienze di solitudine infantile/adolescenziale può necessitare di una relazione totalizzante con qualcuno/a che colmi quella mancanza. Ci si pone pertanto in una posizione di dipendenza, dove l’altro ci fa da genitore, ci introduce alla socialità e ci dà tutto ciò che è mancato. (Spesso anche economicamente).

La maturità affettiva non consiste nell’assenza di bisogni, ma nella loro consapevolezza e capacità di assumersene la responsabilità. È da questo passaggio che diventa possibile un amore che incontra, dove ognuno mette la propria parte senza divorare, pretendere o farsi carico.

Ps. Storicamente le donne sono state condizionate a “prendersi cura”, facendo leva sull’istinto materno. Smettiamola di sostituirci, di sentirci in dovere di accudire, faticare, sostenere emotivamente all’inverosimile, come se sapessimo amare e farci apprezzare solo in questo modo.

La serenità non è il risultato della calma e della normalità, ma l’effetto di una vita meno controllata e difesa. La ter...
14/05/2026

La serenità non è il risultato della calma e della normalità, ma l’effetto di una vita meno controllata e difesa.
La terapia non serve a diventare normali e asintomatici. Ciò che chiamiamo normalità spesso è solo un adattamento riuscito. Funzionare, adeguarsi, tranquillizzarsi non è guarire, è sopravvivere meglio. Il lavoro terapeutico non si muove tra patologia e normalità, perché quella è una polarità povera, riduttiva. La linea di lavoro è un’altra: tra potenzialità e difese. Non tra ciò che “non va” e ciò che “va bene”, ma tra ciò che potresti essere e ciò che ti impedisce di esserlo.

Le difese non sono il problema, sono la soluzione che abbiamo trovato quando non potevamo fare altro. Ma se restano a governarci diventano il nostro conflitto, i nostri sintomi, il nostro sacrificio e i nostri pensieri limitanti.

La terapia non ci aggiusta, ci espone. Ti mette davanti a ciò che ti racconti, a ciò che non vuoi vedere, a come ti trattieni e controlli per paura di sentire. Non per farti stare subito meglio, ma per renderti capace di stare dentro ciò che vivi e mantenerti vero.

La terapia pertanto ci apre alla possibilità di lasciarsi essere, di sostenere il dolore senza crollare, di smettere di mendicare esistenza nelle relazioni, di usare l’altro/a per non sentirsi soli, di lasciare gli atteggiamenti materni - o infantili - e compiacenti per bisogno di riconoscimento ed approvazione.
Una buona cura è il ritorno a sé: affinare l’abilità di ascolto e presenza interiore e il graduale coraggio di togliersi tutto ciò che di familiare ripetiamo, ma infondo non ci appartiene.

Per questo la terapia non ti rende “a posto”, ma ti rende responsabile di ciò che provi, di ciò che metti in atto, di ciò che ti dà piacere ed emozione, di ciò che potresti diventare se seguissi i tuoi bisogni e desideri. E a quel punto non sei più normale. Sei più autentico, vivo.

Se il vero problema non fosse tanto la ferita in sé, ma il fatto che la tua identità continui a ruotarle attorno?Molte p...
12/05/2026

Se il vero problema non fosse tanto la ferita in sé, ma il fatto che la tua identità continui a ruotarle attorno?

Molte persone smettono di crescere oltre ciò che li ha feriti perché continuano ad identificarsi con il trauma vissuto, le mancanze subite, l’infanzia difficile, la classe sbagliata o i condizionamenti familiari, etc.

La persona non vive più semplicemente una sofferenza ma diventa quella sofferenza, iniziando a definirsi attraverso di essa.

Le relazioni vengono vissute attraverso la paura dell’abbandono.
Le dinamiche di coppia attraverso la dipendenza affettiva.
Il lavoro con la smania di dimostrare il proprio valore.
Le scelte attraverso il bisogno di approvazione.
Le critiche diventano una conferma della propria svalutazione.
Meno tempo dedicato all’amicizia viene vissuto come un’esclusione.
L’ansia, le somatizzazioni e gli acciacchi fisici attraverso l’ipocondria e l’uso di farmaci.
La vita attraverso il timore di essere nuovamente feriti.

Ogni conflitto riporta una frustrazione mai realmente superata interiormente. Così il passato non rimane nel passato.
Continua a filtrare il presente. Pensiamoci.

Son tutte belle le mamme del mondo.Un grazie a tutte le mamme perché l’essere in due inizia da loro. Alle mamme in attes...
10/05/2026

Son tutte belle le mamme del mondo.

Un grazie a tutte le mamme perché l’essere in due inizia da loro.

Alle mamme in attesa, alle mamme adottive, alle mamme bis, alle mamme separate o in lutto.
A chi sta costruendo il proprio percorso di maternità anche senza figli.

Un pensiero di cuore ai figli di ogni età che non hanno più vicino la propria mamma. A chi ha la mamma ammalata o geograficamente lontana.

Auguri a tutte le donne eterne generatrici di Vita.

Essere se stessi non è essere contro qualcosa o contro qualcuno...L’essere se stessi non ha nulla a che fare con gli alt...
07/05/2026

Essere se stessi non è essere contro qualcosa o contro qualcuno...
L’essere se stessi non ha nulla a che fare con gli altri, con la famiglia o con la società.
Non è ribellione.

Essere se stessi non è un concetto, un insieme di ideali, bensì un’esperienza.
È manifestare ciò che si è nel profondo.

Se in molte occasioni senti ancora il bisogno di avere ragione, di dimostrare, di compiacere, di essere riconosciuto etc., questo dimostra semplicemente che non sei ancora a tuo agio ad essere spontaneo, autentico.

Perché il tuo focus è ancora sugli gli altri.
Dipendi ancora troppo dal giudizio altrui.

Dipendi fisicamente, emotivamente e mentalmente dagli altri... chiedi loro il permesso o pretendi che ti capiscano e ti autorizzino, ed è questo “pretendere” che prova che non libero/a.
Non ti stai dando il permesso, tu, di seguire le tue inclinazioni, i tuoi talenti, la tua strada. Non ti prendi la responsabilità di accettare il fatto che potresti non piacere, oppure perdere approvazione. O forse racconta che stai con persone che il più delle volte reagiscono male, manipolando le tue idee e decisioni. Pensiamoci.

Non tutto ciò che vivi nasce da te.Molte ansie e condizionamenti sono eredità familiari.Ogni famiglia è soggetta ad un c...
05/05/2026

Non tutto ciò che vivi nasce da te.
Molte ansie e condizionamenti sono eredità familiari.
Ogni famiglia è soggetta ad un copione.
Le persone non si accorgono di interpretare un ruolo, di mettere in scena, con altri familiari, le relazioni dei rispettivi genitori e poi di ripeterle fedelmente per generazioni.

La famiglia ci “incastra”.
A volte ci trattiene nello stesso quartiere, senza possibilità di muoverci. Altre volte ci porta ad abitare molto lontano.

Il sistema familiare è resistente, proprio come noi resistiamo ai cambiamenti.
Spesso si fatica a “sganciarsi” da alcune dinamiche manipolative, oppure ad operare altre scelte, anche se ciò può sembrare paradossale. Dire quel no che non è mai stato detto. Lasciare andare un lavoro che non ti appartiene. Smettere di copiare un matrimonio che non è il tuo. Concedersi dei piaceri senza sentirsi in colpa. Molte volte m, infatti, quella situazione economica, quella malattia, quella rinuncia o quel trauma emotivo hanno un significato e sono funzionali a reggere la famiglia.
E finché non li vedi, li ripeti.

Non possiamo sapere chi siamo se non guardiamo dietro di noi per capire il senso di alcune scelte affettive che abbiamo fatto; per risolvere la ripetizione degli schemi di appartenenza ed apportare dei cambiamenti.

Liberarsi, pertanto, non significa ribellarsi o staccarsi dalla propria famiglia. Significa passare da essere effetto del passato a diventare origine della tua vita.

Soffrire è conosciuto.Sacrificarsi è conosciuto.Controllarsi è conosciuto.Meritare è conosciuto.Il piacere, invece, è ig...
03/05/2026

Soffrire è conosciuto.
Sacrificarsi è conosciuto.
Controllarsi è conosciuto.
Meritare è conosciuto.

Il piacere, invece, è ignoto.
Non garantisce approvazione.
Non rende necessariamente migliori.
Non serve il sistema.
Il piacere sottrae energia al dovere cieco e la restituisce al corpo.

Per questo molte persone riescono a tollerare relazioni piene di sacrifici, anni di fatica, ansia, ipercontrollo.

La nevrosi del bambino dotato, consiste proprio in questo: essere diventato brillante nel percepire i bisogni dell’altro e tragicamente analfabeta rispetto ai propri.
Quel bambino impara a leggere il volto della madre prima del proprio corpo, impara a misurare l’umore del padre prima del proprio desiderio, impara a plasmarsi per non perdere l’amore.

E quando diventa adulto porta dentro di sé una domanda muta e feroce: posso esistere anche quando non servo?
Posso godere anche e soprattutto se nessuno mi approva?
Posso essere amato anche quando smetto di performare? Di essere utile? Di essere educato? Posso avere piacere senza trasformarlo subito in colpa, risultato o debito?

Se la guardiamo dal punto di vista psicosomatico questa ferita crea una disarmonia del corpo: l’energia non scorre verso l’espansione, ma verso la sorveglianza. Il corpo non si apre, si contrae, si irrigidisce, si organizza per la sopravvivenza.

La persona diventa affidabile, misurata come se avesse ingoiato un manuale di bon ton, ma non è vitale, non gode, si omologa, sopporta, giudica.

Il passaggio più difficile è accettare che diventare vivi possa farci sentire inizialmente sleali. Sleali verso la madre che ha rinunciato, verso il padre che era distaccato, altrove. Verso il sistema che ci ha premiato quando eravamo bravi, utili, composti, silenziosi. Ma ogni rinascita reale contiene una quota di tradimento simbolico. Tradire il personaggio che ci ha garantito appartenenza, ovvero la versione addomesticata di noi stessi.

I desideri e il piacere cominciano esattamente lì: nel punto in cui smettiamo di chiedere a chiunque il permesso di essere vivi.

C. Crispolti

Indirizzo

Venice

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