16/02/2025
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"Ascoltando il brano di Lucio, mi sono ricordato di quando chiedevo a mia madre: “Mamma, perché tutti gli altri sono più forti di me?”. A giocare a pallone, a correre, a stare dentro il dolore senza tremare. Perché loro vincevano, ridevano forte, si scrollavano via la sconfitta come polvere leggera. E io cadevo. Sempre. Con le ginocchia aperte, col cuore sgualcito e una domanda che pesava più della terra: “Perché io no?”. Mia madre, con quella voce che ancora mi abita dentro, diceva piano: “Non c’è forza più grande di chi resta gentile anche mentre perde”. Ma io non lo capivo. Non mi bastava. Io volevo vincere. Volevo avere il petto largo e il passo saldo. Volevo che il mondo mi guardasse e mi dicesse: “Bravo”. E invece cadevo. Con il fiato strappato, con le mani graffiate dalla corsa e dalla rabbia. Mi sentivo ridicolo. Mi sentivo niente. Eppure, c’era qualcosa che nasceva lì, nelle mie cadute zitte e piene. Un seme. Un piccolo sapere che non faceva rumore, ma cresceva. Sottovoce. Con le radici profonde nella mia fragilità. Ho imparato tardi che la forza vera non è vincere, ma rimanere aperti, esposti, anche quando il mondo punge. Che il coraggio non è nella corsa, ma nell’attesa. Nel restare. Nel sentire tutto e non chiudere nulla.
E adesso so che la gentilezza è un muscolo che nessuno vede, ma regge il cielo. E che certe vittorie sono così leggere da sembrare aria, ma pesano per sempre nel cuore. Ora, se qualcuno mi chiede se sono forte, sorrido. Perché so che la mia forza è tutta nei graffi che mi hanno insegnato a restare umano. A restare qui. Vivo. Intero. E delicato."
Andrew Faber su Lucio Corsi
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