16/04/2026
C'era una volta la reciprocità.
C'era un filosofo tedesco che dalla finestra del suo albergo di Berlino studiava la reciprocità.
Un nome impronunciabile in tedesco: "Wechselwirkung".
Ma come posso ricordurla negli ambiti psicopedagogici e nelle relazioni affettive?
Eccomi a darmi i pugni in testa e a farmi male.
Lui partiva dal concetto che non esiste un soggetto completamente autonomo e che ogni identità si forma nella relazione con l’altro, non in una simmetria perfetta, ma una interdipendenza dinamica dove le parti influenzano il sistema relazionale.
Siamo spesso convinti che la reciprocità sia l'equità o giustizia ma non è così: la reciprocità è ontologica, non etica, non è equilibrio, ma interazione strutturante, non è morale, ma costitutiva della relazione.
Include asimmetrie, conflitti e persino rifiuto e nelle relazioni affettive diventa uno strumento potente per leggere le dipendenze, le dinamiche di potere, le illusioni.
È proprio un modo di essere: riguarda ciò che esiste, la natura dell’essere e della realtà.
Quindi la domanda corretta da farsi non è:
“C’è reciprocità?” ma: “Che tipo di reciprocità stiamo costruendo?” mettendo in evidenza i modelli circolari e non le colpe individuali.
Occorre capire se la reciprocità è funzionale o disfunzionale alla relazione: se ti fa stare bene o male, riflettendo sulla possibilità di interrompere la reciprocità disfunzionale, per evitare sofferenza e capire se l'aspetto ontologico prevale su quello affettivo, e sino a che punto l'altra parte agisce e comprende le sofferenze.
Non puoi “uscire” dalla reciprocità ma puoi solo trasformarne la forma, con una conseguenza scomoda: anche restare in una relazione tossica è una forma di partecipazione reciproca alla sua esistenza poiché entrambi contribuiscono, in modi diversi, alla stabilità del legame.
V. Longo 2026
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