Consulenza Psicopedagogica Dott. Vincenzo Longo

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Consulenza Psicopedagogica Dott. Vincenzo Longo Coordinatore Genitoriale, Pedagogista e Criminologo, Dottore Magistrale in Psicologia, facilitatore mindfulness, professionista del benessere.

Vincenzo Longo è nato in Polesine ed ha origini siciliane. Ha frequentato le Università di Padova, Roma e Urbino, laureandosi in Pedagogia, Psicologia, Scienze Politiche e Scienze della Formazione con il massimo dei voti e dichiarazioni di lode. Ha frequentato il Corso di Alta Formazione in "Scienze della Sicurezza" presso l'Università "La Sapienza" di Roma ed il Corso di Alta Formazione in "Lo sp

azio trans-mediterraneo e il mondo islamico: l'integrazione negli spazi pubblici" presso l'Università degli Studi "Roma Tre". Ha inoltre frequentato diversi corsi di formazione del Ministero dell'Interno sul disturbo da gioco d'azzardo, sul bullismo e sulla violenza di genere, il corso "IPHM - CEPRAO" di facilitatore in mindufulness. Ha lavorato per il Ministero dell'Interno in ambito criminologico, di analisi e prevenzione del crimine, di tutela a fenomeni di violenza domestica, stalking e bullismo, occupandosi anche della formazione del personale. Con approccio olistico, promuove la consulenza e la supervisione pedagogica di percorsi educativi e formativi per gli adulti, rivolti a coppie, genitori, educatori, usando percorsi di sostegno pedagogico per valorizzare le strategie che rafforzano la resilienza, anche grazie alla criminologia ed la mindfulness. Tra le metodologie che egli usa ci sono la long-life education, il cooperative learning, la mindfulness, la Philosophy for children, la Media Education ed il TdO favorendo la valorizzazione delle capacità individuali del presente verso il futuro piuttosto che rielaborare pregresse esperienze negative. Così facendo sollecita e rende consapevoli gli adulti delle nuove forme sociali di costruzione della personalità.

C'era una volta la reciprocità.C'era un filosofo tedesco che dalla finestra del suo albergo di Berlino studiava la recip...
16/04/2026

C'era una volta la reciprocità.
C'era un filosofo tedesco che dalla finestra del suo albergo di Berlino studiava la reciprocità.
Un nome impronunciabile in tedesco: "Wechselwirkung".

Ma come posso ricordurla negli ambiti psicopedagogici e nelle relazioni affettive?

Eccomi a darmi i pugni in testa e a farmi male.

Lui partiva dal concetto che non esiste un soggetto completamente autonomo e che ogni identità si forma nella relazione con l’altro, non in una simmetria perfetta, ma una interdipendenza dinamica dove le parti influenzano il sistema relazionale.

Siamo spesso convinti che la reciprocità sia l'equità o giustizia ma non è così: la reciprocità è ontologica, non etica, non è equilibrio, ma interazione strutturante, non è morale, ma costitutiva della relazione.
Include asimmetrie, conflitti e persino rifiuto e nelle relazioni affettive diventa uno strumento potente per leggere le dipendenze, le dinamiche di potere, le illusioni.

È proprio un modo di essere: riguarda ciò che esiste, la natura dell’essere e della realtà.

Quindi la domanda corretta da farsi non è:
“C’è reciprocità?” ma: “Che tipo di reciprocità stiamo costruendo?” mettendo in evidenza i modelli circolari e non le colpe individuali.

Occorre capire se la reciprocità è funzionale o disfunzionale alla relazione: se ti fa stare bene o male, riflettendo sulla possibilità di interrompere la reciprocità disfunzionale, per evitare sofferenza e capire se l'aspetto ontologico prevale su quello affettivo, e sino a che punto l'altra parte agisce e comprende le sofferenze.

Non puoi “uscire” dalla reciprocità ma puoi solo trasformarne la forma, con una conseguenza scomoda: anche restare in una relazione tossica è una forma di partecipazione reciproca alla sua esistenza poiché entrambi contribuiscono, in modi diversi, alla stabilità del legame.

V. Longo 2026




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La punteggiatura nella comunicazione della coppia in relazione affettiva: cosa fai per migliorarla?La comunicazione non ...
24/02/2026

La punteggiatura nella comunicazione della coppia in relazione affettiva: cosa fai per migliorarla?

La comunicazione non è una sequenza lineare causa → effetto ma un processo circolare e la punteggiatura indica il modo in cui ciascun partner segmenta la sequenza interattiva e attribuisce l’inizio del problema, costruendo una propria logica causale.

Ognuno di noi mette "i punti e le virgole” nella relazione in modo diverso, trasformando una stessa interazione in narrazioni diversee spesso incompatibili.

Da un punto di vista psicopedagogico la punteggiatura quindi non è solo un fenomeno comunicativo ma un processo di costruzione di senso che si sviluppa attraverso veri e propri schemi cognitivi e modelli interni, dove ogni partner interpreta la sequenza in base alla storia relazionale, al proprio stile di attaccamento e alle spettative implicite.

Questi schemi funzionano come filtri percettivi che organizzano l’esperienza e nel tempo la coppia costruisce un copione interattivo che diventa automatico, consolidato dalla punteggiatura che stabilizza ruoli (chi provoca / chi reagisce), riduce la complessità percepita e protegge l’identità personale.

Quando però le punteggiature sono incompatibili si crea un loop simmetrico dove ognuno conferma la propria lettura e l'altro appare responsabile, aumentando la rigidità interpretativa
Il principale effetto disfunzionale di questa incapacità di consapevolezza è che la coppia perde la percezione del sistema e il problema diventa personale, dando sistematicamente la colpa all'altro.

L'obiettivo psicopedagogico e della Coordinazione Genitoriale è di ridefinire la punteggiatura non per stabilire chi ha ragione, ma a per rendere visibile la circolarità, decostruire la linearità causale e ampliare le mappe interpretative, verso la
metacompetenza comunicativa.

In ottica psicopedagogica si evidenzia che i conflitti di coppia non nascono solo dai contenuti ma dalle cornici interpretative che organizzano l’esperienza e la qualità della relazione dipende dalla flessibilità della punteggiatura, cioè dalla capacità di sospendere la causalità lineare per riconoscere la co-costruzione del processo e tollerare ambiguità e complessità.

Solo così può funzionare una relazione affettiva sia tra un coppia sia tra genitori in approccio conflittuale per la gestione dei figli.

Nessuno di noi è escluso da questo processo di apprendimento, io per primo.

Nel mio studio affronti suggerimenti su come rallentare la conversazione quando l’attivazione emotiva sale, creando micro-pause consapevoli che permettono di spostarsi dalla reazione alla riflessione, per allenarsi a descrivere i processi invece delle colpe, parlando in termini di sequenze invece che di etichette personali, per rendere visibile la circolarità e ridurre la polarizzazione.

Da ultimo occorre promuovere la curiosità reciproca con il chiedere come l’altro ha vissuto la stessa interazione, che aiuta a scoprire che esistono più mappe della stessa realtà.

Non serve essere d’accordo, ma comprendere la logica interna dell’altro abbassa la conflittualità, assumendosi una quota di responsabilità senza colpevolizzarsi ma recuperare potere di cambiamento sul sistema.

Parlare di come si comunica e non solo dei contenuti favorisce la flessibilità e la prevenzione dei conflitti ricorrenti: le divergenze rimangono e rimarranno ma le si possono trasformare in occasioni di regolazione e crescita della relazione.

V. Longo 2026




La comunicazione nella coppia.La qualità di una relazione di coppia dipende principalmente non solo da cosa i partner si...
22/02/2026

La comunicazione nella coppia.

La qualità di una relazione di coppia dipende principalmente non solo da cosa i partner si dicono ma da come definiscono implicitamente la relazione mentre comunicano.

Questa è la meta-comunicazione, cioè il livello attraverso cui si costruiscono sicurezza, fiducia e prevedibilità reciproca ed è un forte indicatore di sicurezza relazionale poiché si trasmette disponibilità, rispetto e apertura, il sistema coppia tende a stabilizzarsi su un registro di sicurezza affettiva.

Occorre fare attenzione alla coerenza tra le parole e linguaggio non verbale perché si gioca la validazione implicita dell’altro: essere capaci di
usare segnali riparativi dopo micro-rotture riduce l’attivazione difensiva e favorisce la regolazione emotiva reciproca.

Infatti in metacomunicazioni ambigue o svalutanti si genera un clima di vigilanza che nel tempo erode la fiducia: la qualità della relazione è fortemente legata alla coerenza metacomunicativa, nella giusta proporzione tra segnali positivi e negativi nello scambio quotidiano, come sguardi di conferma, cenni di ascolto, micro-sorrisi, modulazioni del ritmo conversazionale.

Un buon clima emotivo di base predice la soflddisfazione relazionale più della frequenza dei conflitti, poiché la differenza tra conflitti distruttivi e costruttivi non è tanto nel disaccordo, quanto nel quadro metacomunicativo, dove possono trovare spazio una escalation tonale, il sarcasmo, le interruzioni, la rigidità corporea ma anche un attento rallentamento del ritmo, il riconoscimento dell’emozione e i segnali di cooperazione.

È proprio la metacomunicazione che trasforma il conflitto da minaccia a processo di negoziazione, dove nel tempo i modelli metacomunicativi si sedimentano e definiscono lo stile relazionale della coppia, tra l'essere giocosa, distanziata, gerarchica.

Dal punto di vista psicopedagogico la capacità di riconoscere e modulare la metacomunicazione è una competenza relazionale chiave perché
aumenta la mentalizzazione reciproca, riduce attribuzioni ostili automatiche, facilita processi riparativi e promuove flessibilità nei ruoli, col passaggio da interazioni reattive a interazioni intenzionali.

V. Longo 2026





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Ti stai dimenticando del/la tuo/a ex e dei contenuti delle tue esperienze affettive precedenti, ricordando solo alcuni e...
06/02/2026

Ti stai dimenticando del/la tuo/a ex e dei contenuti delle tue esperienze affettive precedenti, ricordando solo alcuni episodi in alcuni contesti?

Stai facendo spazio nella tua nuova vita affettiva dedicando il tuo amore a una nuova e migliore persona?

Ecco.
Stai facendo il giardiniere del tuo cervello con una vera e propria potatura sinaptica e via via la plasticità neuronale ti sta permettendo di diventare ciò che scegli di essere.
Le nostre ferite relazionali non sono condanne definitive ma configurazioni neurali che attendono una specie di manutenzione affettiva costante.

​Le precedenti relazioni affettive lasciano una traccia fisica e, quando una persona vive una nuova esperienza, il suo cervello non è una tabula rasa ma una struttura, come un alberello già potato per rispondere in certi modi nuovi.

​Comprendere la potatura sinaptica significa riconoscere che l'educazione affettiva non è solo trasmissione di valori ma vera e propria architettura cerebrale che ci permette, con una metafora, di spostare dei nuovi libri sulla parte davanti degli scaffali della nostra libreria, lasciando sul retro quelli del passato.

È un passaggio fondamentale perché la neuroplasticità adulta ci permette di ristrutturare l'edificio delle nostre affettività anche se le fondamenta sono state segnate da esperienze difficili.

Non possiamo cancellare i vecchi traumi e ricordi, ma possiamo costruire nuove strade che dapprima saranno secondarie e via via diventeranno il percorso preferenziale, come una esperienza emotiva correttiva che parte da un semplice fatto: il consolidamento della memoria.
Quando rievochiamo un ricordo affettivo doloroso all'interno di un nuovo contesto presente sicuro, quel ricordo diventa labile a livello biochimico e
In questa finestra di poche ore, è possibile sovrascrivere l'associazione emotiva.

​Per favorire questa ristrutturazione l'approccio psicopedagogico olistico aiuta la persona a capire che la sua reazione è un "riflesso" di un circuito neurale sfoltito in passato e non una verità presente.
Con la mindfulness si sostiene il comportamento dalla corteccia prefrontale e dei centri emotivi, compensando eventuali carenze strutturali, in integrazione e collegamento con la narrazione di sé per aiutare a creare ponti sinaptici che la potatura precoce potrebbe aver lasciato incompleti, facendoceli capire meglio.

V.Longo 2026




Le piccole bugie quotidiane nella coppia: un problema etico e relazionale che mina il patto implicito.La coppia non è pi...
14/01/2026

Le piccole bugie quotidiane nella coppia: un problema etico e relazionale che mina il patto implicito.

La coppia non è più quel luogo sicuro in cui poter essere veri e l'idea di proteggere l’altro dal dolore a costo della verità, che può sembrare un atto d’amore, si trasforma in una zona grigia relazionale.

Sono bugie che non nascono da malizia, ma da una forma di protezione emotiva che, nel tempo, può produrre però effetti opposti a quelli desiderati, diventando disfunzionali alla coppia.

La motivazione della bugia è spesso empatica, detta per evitare un conflitto, per non ferire, per non destabilizzare l’equilibrio della relazione, ma occorre riflettere su come la relazione di coppia non si fondi sull’assenza di dolore, bensì sulla fiducia nella possibilità di attraversarlo insieme.
Quando l’informazione viene sistematicamente filtrata o manipolata, il messaggio implicito è l'opposto e non ci si fida più.
Infatti la fiducia non si rompe solo con i grandi tradimenti, ma anche con le micro-incoerenze ripetute poichè le piccole bugie creano una dissonanza sottile: l’altro “sente” che qualcosa non torna, anche senza prove concrete, e questo genera vigilanza, sospetto e un progressivo indebolimento del senso di sicurezza emotiva.
Il mentire per non ferire porta spesso a costruire una relazione adattata alla situazione, in cui ciascun partner mostra solo parti di sé ritenute accettabili e il rischio è che il legame si basi sull’evitamento piuttosto che sulla condivisione autentica.

Dire la verità non significa essere crudi o privi di tatto, bensì assumersi la responsabilità di come e quando comunicare, mantenendo però integro il contenuto essenziale.

La sincerità, quando è accompagnata da rispetto e cura, rafforza il legame anziché danneggiarlo.

V. Longo 2026




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05/01/2026

Oggi rifletto sul significato psicopedagogico della festa della befana con un taglio coerente con l’ambito educativo, simbolico e dello sviluppo, per dare sostegno ai genitori e agli educatori.

Ritengo necessaria una lettura in chiave laica e simbolica della festa, poiché ritengo rappresenti un momento pedagogicamente rilevante nel ciclo annuale dell’infanzia e segni la conclusione del tempo magico delle feste e il ritorno graduale alla quotidianità.
C’è una funzione di passaggio che assume un valore educativo distinto e complementare rispetto ad altre figure simboliche del periodo invernale: la Befana incarna l’archetipo della vecchia saggia o della madre anziana, che non seduce né promette, ma consegna ciò che è rimasto, ciò che è stato guadagnato o appreso.
A differenza di personaggi idealizzati e gratificanti, la Befana porta doni semplici, talvolta carbone, non come punizione morale, ma come simbolo di realtà, limite e responsabilità, introducendo il bambino a una prima, fondamentale esperienza di valutazione simbolica delle azioni, non in termini di giudizio ma di consapevolezza.
Penso che in chiave educativa la Befana possa favorire l’integrazione di varie dimensioni dello sviluppo tra cui quella simbolica, emotiva, cognitiva, etica e sociale.
Il/la bambino/a vede una vecchietta non certo rassicurante che gli/le permette di confrontarsi in modo ambivalente con le emozioni della paura, della curiosità e del divertimento e ciò favorisce la maturazione.
C’è una sorta di passaggio dal pensiero magico puro a una forma più riflessiva riguardante i simboli, che in questo caso non sono più di gratificazione immediata come quelli che portavano i doni nelle feste precedenti, ma trasmettono dei significati con veri e propri messaggi e narrazioni sul comportamento e sul tempo che passa.
Infatti il “carbone” che può portare la Befana non è un premio o un castigo, ma rappresenta l’occasione per un dialogo educativo, affrontando ciò che è andato bene e ciò che può migliorare, i una vera e propria forma pedagogica della restituzione, dove l’esperienza viene rielaborata e consegnata come apprendimento.
Una festa che chiude in ciclo delle feste, con la propria scopa simbolica, che rimanda alla relazione con il tempo, aiutando il bambino ad accettare la fine, la ripresa elle attività scolastiche, la perdita e il cambiamento, favorendo la funzione di ritualizzazione del distacco, essenziale per lo sviluppo della resilienza e della capacità di separazione.
Insomma la Befana mi offre il modo di riflettere su un modello educativo che non sia performativo, dove non si chiede di essere “bravi” per ricevere, ma invita a riconoscere ciò che si è, con i propri lati positivi e negativi. Gli educatori di riferimento, genitori, nonni, docenti, possono favorire questo percorso mediando questi aspetti, favorendo una pedagogia dell’autenticità e dell’auto-osservazione, piuttosto che del conformismo e al moralismo

V. Longo 2026

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Vincenzo Longo

Il capodanno psicopedagogico.Dal punto di vista psicopedagogico, l’idea del nuovo anno come nuovo inizio è un dispositiv...
01/01/2026

Il capodanno psicopedagogico.

Dal punto di vista psicopedagogico, l’idea del nuovo anno come nuovo inizio è un dispositivo simbolico di ri-orientamento interno che può produrre effetti rilevanti sul funzionamento psichico, motivazionale ed educativo della persona: non è un semplice rituale culturale di festeggiamenti, brindisi, cenone e fuochi artificiali.
È come se fosse un frame, una cornice narrativa di un quadro a colori pieno di possibilità, che crea un marcatore temporale e può consentire una separazione simbolica tra ciò che è stato e ciò che può essere, in un passaggio che legittima il cambiamento senza negare l’esperienza precedente.
Si può provare una sensazione di riduzione del peso degli errori del passato, per ristrutturare i significati delle esperienze e costruire auto-progettualità, in un gioco di paradossi che - senza diventare qualcun altro e rimanendo se stessi – ci si autorizza a ri-diventare, a ridisegnare
Insomma, il capodanno diventa un attivatore di speranza realistica, verso un orientamento al futuro, in un pensiero di prospettiva che dà una immagine positiva della vita con l’idea che si possa essere artefici del proprio destino sulla base delle proprie scelte.
Non è solo un rito di ingenuo ottimismo ma può diventare una vera e propria capacità di immaginare scenari desiderabili e di percorsi progettuali per raggiungerli, nella quale l’autostima e l’autoefficacia sono incrementate con una idea di un processo evolutivo e non di prestazione, centrato sull’apprendimento e non sulla perfezione, in una forma dinamica di valutazione del sé.
I festeggiamenti di capodanno possono essere quindi rituali di auspici per un nuovo inizio per il sé, in un dialogo interiore che ristruttura la personalità senza stravolgerla, favorendo la rielaborazione delle progettualità, in un sano equilibrio che eviti derive utopiche astratte e idealizzanti che genererebbero rigidità o auto-svalutazione.
Un capodanno come leva di resilienza, come un meccanismo che rimette in moto il senso dopo una frattura, per riattivare la motivazione senza cancellare il dolore del passato ma integrandolo in una traiettoria di crescita e di continuità narrativa dell’identità.
I rituali scaramantici, i fuochi artificiali scacciademoni, il liberarsi del vecchio devono farci riflettere sui limiti e sui rischi di questi momenti, per evitare aspettative irrealistiche, la generazione di un pensiero dicotomico tra un prima e un dopo, nonché un auto-giudizio eccessivo in caso di mancato cambiamento.

Il compito della consulenza psicopedagogica è anche quello di sostenere le persone a trasformare il nuovo anno da promessa magica a spazio di apprendimento intenzionale, come un atto simbolico di autorizzazione al cambiamento, per sostenerlo con consapevolezza, gradualità e significato, per rafforzare la visione positiva della vita, sostenere l’autostima, dialogare con la personalità e potenziare la resilienza.

Non è il tempo che cambia le persone ma la relazione ognuno di noi costruisce con il tempo.

V. Longo 2026


Vincenzo Longo





I figli diventano vecchi prima se vedono litigare i genitori, con la perdita precoce dell’infanzia emotiva.Infatti, in c...
26/12/2025

I figli diventano vecchi prima se vedono litigare i genitori, con la perdita precoce dell’infanzia emotiva.
Infatti, in chiave psicopedagogica, “invecchiare” non indica una maturità sana, ma una adultizzazione precoce e se il bambino viene esposto a conflitti genitoriali frequenti, smette di sentirsi protetto, percepisce il mondo come imprevedibile e sviluppa precocemente strategie di controllo, vigilanza o compiacenza.
Quando i genitori litigano, il bambino è costretto a gestire compiti che non sono evolutivamente adeguati poiché deve interpretare emotivi complessi, anticipare le reazioni dei genitori, scegliere alleanze implicite e tentare di riparare il clima familiare.
Purtroppo, spesso gli adulti incorono nell’errore di interpretare questo sviluppo in una forma di maggiore responsabilità o saggezza, ma invece questo è un sovraccarico che accelera una iper-maturazione funzionale che mina la base sicura e quindi l’attaccamento, poiché il minore non può affidarsi agli adulti per la regolazione emotiva e pertanto impara a regolarsi da solo troppo presto, interiorizzando l’idea che le relazioni siano instabili o pericolose.
C’è quindi un profondo errore di valutazione che gli adulti fanno, poiché in realtà i figli non diventano grandi prima, bensì diventano prudenti prima … e la prudenza precoce è spesso una rinuncia al gioco, alla leggerezza, alla fiducia.
Non cresce meglio, cresce difendendosi, in un percorso di maturità non più evolutiva ma difensiva., in una forma di adultizzazione dove il “diventare vecchi” significa perdere la possibilità di essere semplicemente bambini.
Un sistema non sano dove l’apprendimento diventa uno spazio di prestazione e non di esplorazione, nel quale i bambini sono più seri, rigidi, controllanti, mostrano difficoltà nel gioco libero.
La soluzione non è l’assenza di conflitto a educare, ma la qualità della sua gestione: gestire e ridurre il conflitto genitoriale è proprio il compito del coordinatore genitoriale e tale servizio è di elevata qualità qualora la figura abbia formazione interdisciplinare psicologica, pedagogica e giuridica, perché spiegare, riparare e rassicurare protegge lo sviluppo e ciò che fa “invecchiare” i figli non è il litigio in sé, ma l’assenza di adulti che restano adulti.

V. Longo 2025











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03/03/2025

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14/01/2025

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