24/06/2025
Alveari nella tomba di Pabusa del 600 a.C nella Valle delle regine a Luxor. Per millenni il miele, per molte popolazioni, ha rappresentato ben più di un semplice alimento, infatti ad esso furono attribuiti anche significati simbolici, magici e terapeutici. In Egitto, i primi documenti sull’apicoltura risalgono all’Antico Regno: la professione di apicoltore è menzionata in molti testi, dove si parla di arnie in terracotta a forma di cilindro e disposte orizzontalmente, popolate da api egiziane, ancora oggi presenti nella vallata del Nilo come migliaia di anni fa: infatti, grazie alle sue ridotte dimensioni, l’ape egiziana ha sempre sfruttato come “dimora” spazi ristretti non accessibili ad altre specie di api più grandi, in questo modo il suo patrimonio genetico ha subito ben poche contaminazioni giungendo a noi quasi immutato.
L’apicoltura, si sviluppò lungo le sponde del Nilo provviste di abbondanti fioriture e di un clima favorevole, ma non si trattava di un’attività statica, bensì transumante: dopo che il Nilo depositava il limo fertile sulle sue sponde, alcuni campi venivano seminati con erba medica, fave e cotone favorendo con la loro crescita, il popolamento delle api. Poiché lungo il corso del Nilo la semina avveniva in periodi leggermente diversi, veniva praticata l’apicoltura nomade. Nell’ Alto Egitto gli spostamenti degli alveari avvenivano con l’impiego dei muli: ne troviamo conferma in un papiro del III secolo a.C. dove si legge una lamentela di apicoltori rivolta ad un funzionario che aveva loro confiscato i muli utilizzati proprio per questo scopo. Le testimonianze non finiscono qui: sui dipinti di un sarcofago dell’Antico Regno conservato al British Museum e su un rilievo della tomba di Pa-bu-sa a Tebe, si vede raffigurato in modo molto simile il defunto inginocchiato presso file di api. Il geroglifico, raffigurante un’ ape, come ideogramma è traducibile sia con “ape” sia con “miele” e simboleggiava la sovranità del Basso Egitto così come il giunco era quella dell’Alto Egitto.
L’importanza del miele a quel tempo va imputata anche all’impiego che ne veniva fatto in medicina, infatti era un elemento frequentemente usato per la cura di malattie del tubo digerente, dei reni, degli occhi e nei preparati da applicare sulle ferite, come si può leggere in numerosi casi del papiro chirurgico infatti già allora erano note le sue proprietà cicatrizzanti; inoltre veniva anche impiegato nella preparazione di creme di bellezza e saponi.Testimonianze della sua notorietà ci giungono anche attraverso i caratteri cuneiformi della lingua ittita, idioma indoeuropeo del gruppo anatolico, dove viene indicato col termine “melit."
Anticamente, il miele era l'unico alimento zuccherino reperibile, e se ne trovano tracce in svariate arnie databili al VI millennio a.C. e sappiamo che veniva usato dai Sumeri mescolato con argilla, acqua e olio di cedro per formare creme di bellezza; inoltre compare nei racconti mitologici di questo popolo, uno dei quali ad esempio narra che Emesh ed Enten (rispettivamente dio dell’Estate e dio dell’Inverno) in seguito ad una lite, si riappacificarono e insieme consumarono miele e vino. Molte civiltà hanno una bevanda a base di miele: ad esempio il melikraton presso i paesi nordici è ottenuto da un miscuglio di miele e sangue così come l'idromele è una delle bevande fermentate più antiche, composta da acqua, miele e lievito. Possiamo ricordare inoltre che i Babilonesi, oltre ad utilizzarlo per fini terapeutici, lo impiegavano anche, miscelandolo con farina, sesamo e datteri per cucinare focaccine. Non sono pochi gli studi scientifici che hanno evidenziato nel miele, un effetto antibiotico, antimicotico e di promozione della cicatrizzazione su ferite chirurgiche, bruciature e ferite infette, in particolare nel miele derivato da timo, anice, pino, castagno, dente di cane e dal Manuka proveniente dalla Nuova Zelanda. Alcuni studiosi hanno anche testato mieli in diverse condizioni di conservazione (invecchiato, fresco, esposto a raggi ultravioletti, scaldato) su patogeni umani di diverso tipo. Il test è stato riproposto anche in condizioni di acidità diverse. I risultati hanno chiarito che miele in concentrazione variabile dal 30 al 100% inibisce con efficacia proporzionale via-via maggiore, la proliferazione di batteri tipo Escherichia coli e Haemophilus influenzae. L’invecchiamento e il riscaldamento del miele ne diminuivano le capacità antimicrobiche, mentre l’esposizione ai raggi UV e una maggiore acidità dell’ambiente la potenziavano. Il miele grezzo applicato su ferite infette ha dimostrato una riduzione del rossore, gonfiore, tempo di guarigione e carica batterica delle lesioni infettate da batteri come Staphylococcus aureus e Klebsiella sp. Tale attività era comparabile con quella di alcune pomate antibiotiche.
E’ stata ottima anche la risposta contro le infezioni della congiuntiva causate dai molti batteri e miceti analizzati, fra cui anche la Candida albicans. Altri studi maggiormente dedicati all’attività del miele su colture fungine, hanno evidenziato come una certa quantità di miele grezzo puro riusciva ad inibire completamente la proliferazione microbica, attività che si andava a ridurre fino ad esaurimento col decrescere della concentrazione fino al 20%. Nel papiro E. Smith è scritto:"
Se esaminassi un uomo con una frattura delle ossa del naso e una ferita infetta che giunge fino all’osso […]
Si dovrà pulire la ferita con dei tamponi di lino […]. La cute lacerata dovrà essere fasciata con grasso e miele ogni giorno fino a completa guarigione."