31/12/2025
II nuovo anno arriva e con lui una
domanda che sembra innocua: "Com'e andato quest'anno?" Ma non è una domanda neutra.È un dispositivo culturale, un rituale di auto-giudizio collettivo che prepara gennaio: palestre, corsi, promesse di cambiamento. Byung-Chul Han lo chiama "auto-sfruttamento volontario mascherato da introspezione". Pensi di fare il punto, ma stai
eseguendo un bilancio aziendale della tua vita. Ricavi, perdite, obiettivi mancati. E se hai ferite aperte, la mente scivola li.Il cervello privilegia le minacce: registra ciò che è mancato, non ciò che è stato. Il problema non è fare bilanci. È il metro che usi. La società della prestazione ti ha insegnato a misurare la vita in produttività, risultati, conquiste Hai letto abbastanza? Guadagnato abbastanza? Raggiunto gli obiettivi? Ma la vita non è un foglio Excel. E tu non sei un'azienda da ottimizzare.
Eppure ti valuti come se lo fossi. E quando i numeri non tornano, concludi:"Non è andato abbastanza
bene." Anche se molte cose belle sono
accadute.
Daniel Kahneman ha dimostrato che la memoria non è una registrazione fedele. È narrazione retrospettiva distorta.
Il cervello costruisce storie eliminando dettagli, esagerando drammi, enfatizzando fallimenti. Perché una storia di fallimento è più memorabile della normalità vissuta. Così a fine anno la mente non ti Racconta cosa è stato davvero, ma una versione narrativamente
coerente. E quella versione è quasi sempre più negativa della realtà vissuta. Nel Tao Te Ching, Lao Tzu scrive:
"Governare un grande paese è come cuocere un piccolo pesce." Le grandi cose richiedono attenzione ai dettagli, non alle narrazioni epiche.
II Taoismo non misura la vita in conquiste, ma in presenza.
E le piccole cose sono ciò che sfugge alla narrazione. Un caffè sul mare. La luce mattutina dalla finestra. Una conversazione che ti ha fatto sentire visto, ascoltato.
Queste cose non entrano nei bilanci. Ma sono le uniche che restano quando la narrazione crolla.
E allora invece del classico bilancio, prova questo rituale. Venti minuti. Carta e penna.
Scrivi il Catalogo delle Piccole Cose Vere dell'anno.
Non obiettivi. Non traguardi.
Ma piccole cose che non entrano in nessun
bilancio.
Un momento di presenza completa. Una
conversazione che ti ha cambiato. Un gesto
gentile fatto senza pensarci. Un istante di
bellezza che ti ha invaso e fatto rallentare.
Un silenzio non riempito. Una paura
attraversata. Una piccola gioia che solo tu
hai visto.
Dieci cose. Anche cinque. Anche tre.
Questo sposta l'attenzione da performance
a presenza. Da "cosa ho prodotto" a "cosa
ho vissuto davvero". Antonio Damasio spiega
che il sé è una narrazione che il cervello
costruisce momento per momento. E puoi
scegliere quali momenti includere.
Quando farai il catalogo, riscriverai la
narrazione dell'anno. Non per negare cio
che è andato male, ma per riconoscere ciò
che il bilancio culturale ti ha insegnato a
ignorare. E scoprirai che l'anno è stato
semplicemente vissuto. Senza bisogno di
giudizio. Han scrive:"La società della
prestazione trasforma ogni essere umano in
imprenditore di sé stesso. E I'imprenditore si
sfrutta fino al burnout."II bilancio di fine
anno è parte di questo sfruttamento. Ti
giudichi, ti trovi insufficiente, ti prometti di
fare meglio.
Ma tu non sei un prodotto. Sei un processo
in continuo divenire. E il divenire non si
misura. Si abita. Smetti di chiederti "cosa ho
ottenuto?" E inizia a chiederti "come sono
stato?" Non in termini di prestazione, ma di
presenza. Ogni fine anno il cervello ti offre
una narrazione scomoda:
"Non è abbastanza. Potevi fare
meglio."E tu puoi accettarla. Oppure puoi
riconoscerla per quello che è. Un
dispositivo culturale che ti mantiene in uno stato di
perpetua insufficienza. Perché un soggetto
che si sente insufficiente consuma. Compra.
Si ottimizza. Ma tu non sei un progetto da
completare. Sei già completo. Qui. Adesso.
Le piccole cose te lo ricordano.
(Fonte presa da )
Buon anno a tutti :)