Dott.ssa Stefania Lancini Psicologa Psicoterapeuta in Franciacorta

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Dott.ssa Stefania Lancini Psicologa Psicoterapeuta in Franciacorta Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Dott.ssa Stefania Lancini Psicologa Psicoterapeuta in Franciacorta, Psicoterapeuta, Via Cavour, 18, Adro.

Dott.ssa Stefania Lancini -
Psicologa Psicoterapeuta
Analista Transazionale
Specializzata in sogni
Emdr
Riceve presso lo studio privato Adro (BS)
Consulenze Skype a distanza
Collaborazioni con farmacie di Gussago-Rovato- Cologne Mi occupo principalmente di:
disturbi d'ansia, depressione
elaborazione del lutto
attacchi di panico
gestione dello stress
crescita personale
difficoltà di relazione e comunicazione
momenti di crisi e fasi critiche della vita
adolescenti e infanzia

Come psicologa, vedo ogni giorno quanto il rapporto con il cibo racconti molto più di ciò che mangiamo.  Spesso parla di...
30/03/2026

Come psicologa, vedo ogni giorno quanto il rapporto con il cibo racconti molto più di ciò che mangiamo.

Spesso parla di emozioni non ascoltate,
di bisogni silenziosi,
di strategie che il nostro corpo ha inventato per aiutarci a stare meglio.

Non tutti sviluppiamo lo stesso rapporto con il cibo.
E non è un caso.

Spesso quel legame nasce nel “là e allora”,
nelle prime esperienze relazionali.

Da bambini, il cibo non è solo nutrimento.
È anche contatto, risposta ai bisogni, regolazione emotiva.

Quando alcuni bisogni non trovano spazio o riconoscimento,
impariamo ad adattarci.

E in quell’adattamento possono nascere strategie:
mangiare per calmarsi,
controllare per sentirsi al sicuro,
ignorare i segnali del corpo per essere “come si deve”.

Non tutti le sviluppiamo allo stesso modo,
perché non tutti abbiamo ricevuto le stesse risposte.

Quel rapporto con il cibo che oggi ti crea fatica
forse, un tempo, è stato una soluzione.

In terapia, il lavoro non è sul controllo del cibo, ma sulla comprensione del suo significato.

Comprendere questo passaggio è fondamentale:
perché sposta lo sguardo dal giudizio alla complessità.

🌷🫂

“Non mi sento mai abbastanza, anche quando fuori va tutto bene”Ti succede mai di sentirti così?Lavori.Ti impegni.Ti pren...
28/02/2026

“Non mi sento mai abbastanza, anche quando fuori va tutto bene”

Ti succede mai di sentirti così?

Lavori.
Ti impegni.
Ti prendi responsabilità.

Eppure dentro c’è una voce che sussurra:
“Non è sufficiente.”
“Potevi fare meglio.”
“Attenta a non sbagliare.”

Spesso non è semplice insicurezza.
È un copione di vita.

In Analisi Transazionale si parla di decisioni precoci:
da piccole impariamo che per essere amate dobbiamo:

essere brave
non disturbare
performare
non deludere

Così costruiamo un’identità basata sul “fare” e non sull’“essere”

Il risultato?
Ogni successo diventa normale.
Ogni errore diventa una minaccia.

Il corpo vive in tensione.
La mente non riposa mai.
L’autostima dipende dalla performance.

La buona notizia?
I copioni si possono riscrivere.✍️

Come si scioglie?

Non diventando “meno brava”.
Ma imparando a distinguere tra:

Fare bene
Essere abbastanza

Perché sei sempre abbastanza per quello sei.
Sempre!❤️

CRAVING RELAZIONALENon è nostalgia.Non è amore immenso.Non è “non posso farne a meno”.È attivazione.È quel momento in cu...
13/02/2026

CRAVING RELAZIONALE

Non è nostalgia.
Non è amore immenso.
Non è “non posso farne a meno”.

È attivazione.

È quel momento in cui dici:
“Non gli scrivo.”
E dopo cinque minuti hai già il telefono in mano.

È controllare l’ultimo accesso.
È rileggere vecchie chat.
È sentire un vuoto fisico nello stomaco.

In Analisi Transazionale, Eric Berne parlava di fame di riconoscimento: abbiamo bisogno di stroke, di segnali che confermino che esistiamo per qualcuno.

Il problema è che gli stroke intermittenti
quelli che arrivano ogni tanto, imprevedibili
creano dipendenza.
Come una ricompensa casuale.
Come “forse stavolta andrà diversamente”.

E lì non è l’Adulto che guida.
È il Bambino Adattato che ha paura di essere lasciato.
Che ha imparato che l’amore si rincorre.
Che il silenzio è pericoloso.
Che se l’altro si allontana, bisogna fare qualcosa. Subito.

Ma il craving non riguarda davvero l’altra persona.
Riguarda una scena antica che si riattiva.

Forse una decisione presa tanto tempo fa:
“Se non mi impegno abbastanza, mi abbandonano.”
“Devo meritare l’amore.”
“Meglio un amore instabile che nessun amore.”

E allora scrivi.
Non per parlare con lui/lei
Ma per calmare quell’ansia.

Il lavoro non è trattenersi con forza.
È fermarsi e chiedersi:

Che parte di me si è attivata?
Di cosa ha paura?
Che tipo di riconoscimento sta cercando?

Perché non stai cercando lui/lei
Stai cercando uno stroke.

E quando impari a dartelo in modo stabile, adulto, consapevole…
l’urgenza si scioglie.

L’amore non crea astinenza.
Crea spazio.

Ti è mai successo di confondere craving e amore?

Perché guardiamo sempre gli altri?Perché a volte diventa un’ossessione?Quando lo sguardo va continuamente fuori, spesso ...
06/02/2026

Perché guardiamo sempre gli altri?
Perché a volte diventa un’ossessione?

Quando lo sguardo va continuamente fuori, spesso stiamo cercando qualcosa che manca dentro.

In Analisi Transazionale lo possiamo leggere così:
Il Bambino cerca riconoscimento.
Vuole sapere se vale,
se è desiderabile,
se è abbastanza.
Quando questi bisogni restano inascoltati, il confronto diventa insistente.

Il Genitore interno osserva,
paragona,
E spesso giudica.
Dice come dovremmo essere,
dove dovremmo essere arrivati,
cosa non va.
E più la sua voce è rigida, più lo sguardo sugli altri diventa severo anche verso di sé.

L’Adulto, in quei momenti, fatica a restare presente.
Quando siamo stanchi, feriti o in una fase di cambiamento, il confronto smette di essere informazione
e diventa un automatismo.

L’ossessione nasce quando il confronto prende il posto del contatto con sé.

Quando invece di chiederci “di cosa ho bisogno adesso?”
ci chiediamo “come sono rispetto agli altri?”.

Non stiamo davvero guardando gli altri.
Stiamo cercando uno specchio.

Il lavoro non è smettere di confrontarsi, ma rafforzare l’Adulto
e imparare a dare al nostro Bambino i riconoscimenti che aspetta
senza chiederli sempre all’esterno.

Oggi prova a fermarti un attimo quando senti il confronto partire
e chiediti, con gentilezza:
“Che cosa sto cercando davvero in questo sguardo?”

A volte la risposta è già lì, dentro.🫂

Sono un disastro,perché quando mi trovo davanti a qualcosa che può disconfermare tutte le mie credenze,sono abilissima a...
25/01/2026

Sono un disastro,
perché quando mi trovo davanti a qualcosa che può disconfermare tutte le mie credenze,
sono abilissima a mandare tutto a quel paese.

Sono un’abile boicottatrice.

Sono un disastro,
perché quando sento che le cose possono cambiare,
la paura mi convince che quella cosa non la voglio più.
E io ci credo davvero.

Il corpo si ritrae,
il desiderio sembra spegnersi.

Poi il corpo si calma.
L’allarme si abbassa.
E il desiderio riaffiora.

Non era mancanza di desiderio.
Era un conflitto interno.
Attivazione.

Una parte che spinge verso il cambiamento
e una parte più antica che frena,
perché ha imparato che desiderare espone,
che sperare fa male,
che è più sicuro sabotare che rischiare.

Il boicottaggio non è un difetto.
È un adattamento che ha funzionato un tempo
e che oggi chiede di essere compreso, non combattuto.

A volte il boicottaggio è come la corda degli elefanti.
Da piccoli basta un legame sottile a fermarli.
Da adulti avrebbero tutta la forza per spezzarla,
ma il corpo ricorda il limite prima ancora di provarci.

Forse non sono un disastro.
Forse sono una persona che ha imparato a proteggersi
e che ora sta imparando a restare,
anche quando il corpo trema
e il desiderio fa paura.

Gli elefanti superano la corda
non quando diventano più forti,
ma quando il corpo fa esperienza
che oggi può muoversi
senza pericolo.

E se leggendo senti che parla anche di te,
sappi che certi passaggi non si attraversano forzandosi,
ma accompagnati.

A volte basta che qualcuno sappia stare lì,
finché la paura smette di guidare
e il desiderio può tornare ad avere voce.

Io sono qua 🫂🐘

Viviamo per abitudine o con intenzione?C’è un’idea sottile che spesso guida le nostre vite:che la vita vera inizi dopo.D...
19/01/2026

Viviamo per abitudine o con intenzione?

C’è un’idea sottile che spesso guida le nostre vite:
che la vita vera inizi dopo.
Dopo il lavoro.
Dopo gli impegni.
Dopo le responsabilità.
Dopo una relazione che finisce o che finalmente funziona.
Dopo la paura.
Dopo che saremo più pronti, più sicuri, meno vulnerabili.

Come se il presente fosse solo qualcosa da reggere,
non un luogo da abitare.
In Analisi Transazionale diremmo che, senza accorgercene, restiamo dentro un copione di adattamento:
uno Stato dell’Io Bambino che impara a rimandare il proprio desiderio,
un Genitore interiorizzato che dice “prima si deve”,
e un Adulto che finisce per amministrare l’esistente
più che scegliere davvero.

Così la libertà diventa una parentesi concessa,
l’identità una funzione utile,
il tempo qualcosa da gestire e non da vivere.

Il punto non è la fatica, né la routine.
È il momento in cui smettiamo di essere presenti
e iniziamo a sopravvivere bene.

Giorni ordinati, funzionanti,
ma emotivamente sospesi.

Forse vivere con intenzione non è cambiare tutto,
ma riconoscere quando stiamo agendo da copione
e concederci un permesso nuovo.

Il permesso di sentire prima di essere pronti,
di scegliere anche senza garanzie,
di abitare il presente senza aspettare il “dopo”.

E lì, proprio lì,
la vita smette di essere qualcosa da mantenere
e torna a essere qualcosa che ci accade
mentre la stiamo scegliendo.

Eccomi tornata 🫂
Buon 2026✨

Maledetto Natale.Adorato Natale.Il Natale, per molte persone, è tutto fuorché semplice.È ambivalente.Porta insieme gioia...
14/12/2025

Maledetto Natale.
Adorato Natale.

Il Natale, per molte persone, è tutto fuorché semplice.
È ambivalente.
Porta insieme gioia e tristezza, presenza e mancanza,
il desiderio di sentirsi a casa
e il dolore per ciò che casa non è più.

In Analisi Transazionale diremmo che, in questo periodo,
si muovono parti diverse dentro di noi:
c’è il Bambino che sente il bisogno di calore e di famiglia,
c’è il Genitore che dice come dovrebbe essere il Natale,
e poi c’è l’Adulto, che può provare a tenere tutto insieme
senza forzare nulla.

Il cosiddetto “Natale in blu” è molto più diffuso di quanto si pensi,
ma spesso non si dice.
Perché sembra quasi proibito essere tristi
mentre tutto luccica di luci, perline, palline e paillettes.

A volte, a Natale, ci si sente
come un albero con le luci che non funzionano
in mezzo ad altri alberi molto agghindati.
Ed è lì che può arrivare il pensiero di essere sbagliati.
Ed è lì che iniziano a tornare alla mente
tutte le cose che mancano.

Dicembre è un mese di chiusura.
Le energie cambiano, i pensieri possono farsi più pesanti.
Non c’è niente che non vada in questo:
è umano.

Nessuno deve essere felice a Natale.
E nessuno deve essere triste.
Le persone hanno il diritto di sentire
quello che c’è dentro di loro,
la propria storia, così com’è.

Il lavoro psicologico non è “aggiustare” quello che non funziona,
ma poter accogliere questi momenti
e, piano piano, trasformarli in risorsa.

Perché sì, dicembre forse è il mese più difficile di tutti.
Anche per me.
Non a caso è l’ultimo dell’anno:
è la coda,
il momento in cui quello che è rimasto in sospeso
chiede attenzione.

E noi chi siamo per evitarlo?
Se non lo guardiamo ora,
tra un anno ce lo ritroveremo ancora qui.

Basta stringere pugni o denti.
Lascia che sia.

🌲🫂🎄

Viviamo in un mondo che corre più veloce delle nostre emozioni.Ci chiede di emozionarci subito, di capire tutto all’ista...
05/12/2025

Viviamo in un mondo che corre più veloce delle nostre emozioni.
Ci chiede di emozionarci subito, di capire tutto all’istante.
E quando qualcosa non ci tocca nei primi secondi, la mettiamo da parte,
dimenticando che il cuore ha un ritmo tutto suo.

Le emozioni profonde non arrivano in fretta:
hanno bisogno di spazio, di sicurezza, di un tempo che non si misura in click.
Sono come luci che si accendono piano,
solo quando ci permettiamo di restare abbastanza a lungo da sentirle davvero.

Nella stanza di terapia lo vedo ogni giorno:
le emozioni più vere arrivano quando smettiamo di forzarle.
Quando l’urgenza di capire lascia spazio all’esperienza,
quando la fretta di “essere meglio” si ammorbidisce in un “mi concedo di essere come sono, ora”.

La profondità non è immediata.
È un processo.
Richiede tolleranza per l’attesa, capacità di stare nel dubbio, coraggio di sentire anche ciò che non è piacevole.
Non è un clic.
È una presenza.

E allora il lavoro non è cercare emozioni forti, ma imparare a regolare quelle che già abitano dentro di noi.
Non è trovare risposte rapide, ma dare un nome ai movimenti sottili che attraversano il nostro mondo interno.
Non è pretendere connessioni perfette,
ma accettare la gradualità con cui le relazioni diventano sicure.

Forse il vero atto terapeutico oggi è proprio questo:
allenarsi a non scappare quando qualcosa non arriva subito.
Restare.
Respirare.
Ascoltare.

Perché ciò che cura davvero non accade all’istante.
Accade mentre restiamo presenti abbastanza a lungo da poterci incontrare con l’altro,
ma soprattutto con noi stessi.

Ci sono esperienze che non si “superano” in senso lineare.Restano lì, come punti fissi nella trama del nostro Copione, s...
19/11/2025

Ci sono esperienze che non si “superano” in senso lineare.
Restano lì, come punti fissi nella trama del nostro Copione, segnature che il Bambino porta sulla pelle e che il Genitore impara lentamente a guardare senza voltarsi altrove.
Possiamo ascoltare i discorsi sul tempo che cura, sulle promesse del futuro, sul fatto che la vita sorprenderà… ma certe ferite non chiedono di guarire: chiedono di essere riconosciute.

Sono tracce che non spariscono, crepe che fanno rumore anche quando fuori c’è silenzio.

Non tutto si ripara.
E non sempre serve farlo.
A volte il passo necessario è accettare che qualcosa è cambiato per sempre, e che l’Io che eravamo prima non tornerà più.

L’Adulto può far spazio a questa consapevolezza: la vita che verrà non sarà quella immaginata dal nostro Bambino, ma potrà comunque essere una vita
piena,
diversa,
imprevedibile.

Perché altre forme di felicità possono arrivare, altre strade aprirsi, anche mentre portiamo con noi ciò che si è incrinato.

Nessuna esperienza riuscirà a restituirci la versione di noi che viveva “prima”.
E forse è proprio qui la verità più difficile e più onesta:
si continua a vivere non malgrado le ferite, ma insieme a loro.

Conviverci significa nascere di nuovo, a volte in modo innaturale, come se un nuovo Io si formasse nel punto esatto in cui il dolore aveva spezzato il respiro.

E dentro quella frattura scopriamo una forza che non sapevamo di avere, una spinta che ci rimette in cammino con i nostri pezzi, le nostre crepe, la nostra storia intera.

Spezzati, sì.
Ma profondamente vivi

🫶🏻

Perché non riesco a lasciare andare le persone che mi hanno ferito, lasciato o rifiutato?A volte ci chiediamo perché res...
13/11/2025

Perché non riesco a lasciare andare le persone che mi hanno ferito, lasciato o rifiutato?

A volte ci chiediamo perché restiamo legati proprio a chi ci ha fatto soffrire.
Perché, nonostante la mente dica “basta”, qualcosa dentro di noi continua a trattenere.

In realtà, spesso non è la persona in sé che non riusciamo a lasciare andare,
ma ciò che quella relazione rappresentava per noi:
un bisogno profondo di essere
visti,
riconosciuti,
scelti,
amati.

Quando quel bisogno resta insoddisfatto, una parte di noi rimane sospesa nel passato,
come se aspettasse ancora che l’altro torni a colmare quel vuoto.

È un movimento interiore che ci tiene legati non tanto a una persona reale,
quanto a un desiderio irrisolto, a una speranza che non abbiamo il coraggio di lasciare morire.

Lasciare andare, però, non significa dimenticare o chiudere gli occhi sul dolore.
Significa accorgersi di quel bisogno, ascoltarlo, e imparare a prendercene cura da soli.

Riconoscere che la ferita che ci lega all’altro parla di noi,
di una parte che chiede attenzione, cura, e forse perdono.

Solo così possiamo sciogliere davvero il legame con chi ci ha ferito:
non negando il passato, ma integrandolo.

Smettendo di rincorrere chi non può darci ciò che meritiamo
e tornando a noi, dove possiamo finalmente dare spazio a un amore più maturo,
più libero,
più nostro.

Forse la domanda non è più “perché non riesco a lasciarlo andare?”
ma “quale parte di me sto cercando di ritrovare attraverso di lui/lei?” ✨

A volte non ci innamoriamo di chi ci sceglie, ma di chi ci fa sentire vivi nella mancanza.È come se una parte antica di ...
26/10/2025

A volte non ci innamoriamo di chi ci sceglie,
ma di chi ci fa sentire vivi nella mancanza.
È come se una parte antica di noi riconoscesse, in quell’altalena di presenza e assenza, un linguaggio familiare.

Dietro questa attrazione spesso si nasconde un copione: il bisogno di essere visti,
scelti,
amati fino a sentirsi finalmente “abbastanza”.

L’imprevedibilità accende il circuito dopaminergico del piacere, lo stesso implicato nelle dipendenze.

Così il desiderio si lega non alla reciprocità, ma all’incertezza: al “forse”, al “quasi”, al “non ancora”.

Sul piano affettivo, tendiamo a cercare conferma con la nostra storia emotiva: anche se fa male, il cervello preferisce ciò che conosce.

E il corpo, con la sua memoria silenziosa, riconosce come “amore” l’attesa, la mancanza, la speranza che qualcosa cambi.

Nell’ottica analitico-transazionale, questa dinamica appartiene al Copione di vita:
una storia inconscia scritta nei primi anni, che ci porta a ripetere ruoli e copioni relazionali per confermare le nostre antiche convinzioni di base come
“non sono degno d’amore”,
“devo meritarmi l’affetto”,
“l’amore è lotta”.
Così l’Adulto interiore viene catturato dal Bambino ferito, che continua a cercare negli altri ciò che non ha ricevuto.

Solo quando diventiamo consapevoli di questo schema possiamo scegliere diversamente.

Possiamo ascoltare la voce del Genitore, che da nuovi permessi e dell’Adulto integrato: quella parte che osserva, sente, accoglie senza perdersi.

Possiamo imparare a dire:
“Non devo più rincorrere l’amore, posso imparare a riceverlo.”

Liberarsi da questa danza non significa smettere di desiderare, ma trasformare il desiderio da bisogno a scelta.

L’amore maturo non riattiva il Copione: lo riscrive.

Non brucia per mancanza, ma scalda nella presenza.

Non chiede di essere salvati, ma di essere visti.

E in quello sguardo reciproco, finalmente, il Bambino interiore può riposare.

❤️✨

Guarire non è tornare com’eravamo,ma imparare a stare dentro ciò che siamo diventati.È un’altra forma di vita, più consa...
13/10/2025

Guarire non è tornare com’eravamo,
ma imparare a stare dentro ciò che siamo diventati.
È un’altra forma di vita,
più consapevole,
più nuda,
più vera.

Spesso cerchiamo di tornare a “come stavamo prima”:
prima del dolore,
prima della fine,
prima del cambiamento.
Ma quella versione di noi non esiste più.
E forse non deve tornare.

C’è un momento, nel percorso di crescita,
in cui smettiamo di aggiustare e iniziamo a stare.

Ma cosa significa davvero stare?

Significa non scappare più da ciò che proviamo.
Rimanere presenti anche quando fa male,
senza riempire subito il vuoto,
senza distrarsi,
soprattutto senza negare.

Significa lasciare che le emozioni ci attraversino,
senza farci travolgere e senza doverle cambiare subito.

Stare è accettare che non sempre ci sia una soluzione,
che non tutto debba guarire,
che anche così è ok.

Quando impariamo a stare,
qualcosa dentro di noi smette di lottare.
Il dolore trova un suo posto,
e la vita riprende a muoversi,
lentamente,
da sola.

Guarire non è dimenticare,
è riuscire a respirare dentro la propria storia.
Così com’è.
Così come siamo.

È riuscire ad essere imperfetti ma interi.

🫶🏻

Indirizzo

Via Cavour, 18
Adro
25030

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

Telefono

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