studio di fisiokinesiterapia "Azimut"

studio di fisiokinesiterapia "Azimut" studio di fisiokinesiterapia ginnastica posturale, riabilitazione ortopedica, terapia fisica

22/04/2026

Esercizi per l’anca dolorante: quali fare e quali evitare

Il dolore all’anca può comparire a qualsiasi età e avere cause diverse. Può insorgere dopo uno sforzo o un’attività intensa, oppure svilupparsi lentamente, con rigidità progressiva e difficoltà nei movimenti quotidiani (salire le scale, infilare le scarpe, accavallare le gambe o alzarsi dalla sedia).
Ma quando fa male l’anca è meglio fermarsi o muoversi? Quali esercizi possono aiutare ad alleviare il dolore senza rischiare di peggiorare la situazione?

Perché viene il dolore all’anca?

“La prima distinzione da fare è legata all’età del paziente”

Nei pazienti giovani

Nei soggetti giovani e negli adulti sotto i 50 anni il dolore all’anca è più spesso legato a:
• tendiniti dei glutei o dello psoas;
• sovraccarichi;
• infiammazioni inserzionali;
• problematiche lombari che irradiano all’anca.

Non sempre il dolore percepito all’anca, però, nasce realmente dall’articolazione.

“In casi rari, anche nei pazienti giovani, possono essere presenti condizioni meno comuni come la necrosi asettica della testa del femore, una sofferenza ischemica dell’osso che può comparire, ad esempio, dopo terapie cortisoniche prolungate o in particolari condizioni cliniche”.

Nei pazienti adulti e anziani

Sopra i 50 anni e con l’avanzare dell’età aumenta, invece, la probabilità che il dolore sia legato a coxartrosi, cioè artrosi dell’anca: una progressiva riduzione della cartilagine articolare in cui le superfici ossee entrano maggiormente in contatto tra loro, provocando dolore e limitazione del movimento.

“In questi casi è fondamentale mantenere la mobilità articolare senza forzare, perché l’immobilità peggiora la rigidità e alimenta il dolore”.

L’esercizio può aiutare ad alleviare il dolore all’anca?

L'esercizio fisico può aiutare ad alleviare il dolore all’anca: “Il principio è chiaro: il movimento, se ben dosato, è quasi sempre utile.

Il blocco antalgico, cioè non muoversi per paura del dolore, crea un circolo vizioso. Più ho male, meno mi muovo; meno mi muovo, più aumenta la rigidità e peggiora il dolore:
• nell’artrosi l’obiettivo è mantenere la mobilità residua senza forzare;
• nelle tendiniti acute e nelle altre patologie infiammatorie, invece, può essere necessario un periodo di riposo, eventualmente associato a terapia antinfiammatoria su indicazione medica, per poi introdurre gradualmente esercizi mirati”.

Cosa fare prima di iniziare gli esercizi per il dolore all’anca

Prima di iniziare un programma di esercizi per il dolore all’anca è consigliabile una valutazione specialistica fisiatrica, ortopedica o di medicina dello sport.

Gli approfondimenti strumentali, se necessari, vengono prescritti in base al quadro clinico che presenta il paziente:

• ecografia nelle sospette tendinopatie;
• radiografia nei quadri artrosici;
• risonanza magnetica nei casi dubbi o quando il dolore non è spiegabile con gli esami di primo livello.

Gli esercizi per il dolore all’anca

Gli obiettivi generali degli esercizi per il dolore all’anca sono:
• mantenere la mobilità articolare;
• rinforzare la muscolatura stabilizzatrice dell’anca;
• ridurre il sovraccarico sull’articolazione.

Nei pazienti anziani con coxartrosi avanzata, l’obiettivo invece è mantenere e preservare il trofismo muscolare, anche in vista di un possibile intervento protesico.
Alcuni esercizi molto utili, sottolineando:
“Per ogni esercizio è possibile eseguire 3 serie da 5/10 ripetizioni l’uno, un paio di volte al giorno.
Questo aiuta a mantenere una mobilità in flesso-estensione dell'anca e ad attivare la muscolatura addominale.

Attenzione però, gli esercizi devono essere a basso impatto, progressivi e sempre eseguiti nel rispetto del dolore”.

Gambe a farfalla

Seduti a terra, con le piante dei piedi unite e le ginocchia aperte ai lati, portare delicatamente il bacino verso il pavimento cercando di avvicinare le ginocchia al suolo senza forzare.

Heel Slide (scivolamento del tallone)

Da sdraiati supini, con una gamba distesa, far scivolare il tallone dell’altra verso i glutei piegando il ginocchio. Aiuta a mantenere la mobilità in flessione-estensione.

Sollevamento gamba tesa

Dalla posizione supina, con una gamba piegata per stabilizzare la schiena, sollevare l’altra gamba tesa. Rinforza il quadricipite e i flessori dell’anca.

Ponte gluteo a leva corta

Con ginocchia piegate e piedi appoggiati a terra, sollevare il bacino contraendo i glutei. La variante “a leva corta”, con talloni vicini ai glutei, riduce il sovraccarico sugli ischiocrurali, muscoli della parte posteriore della coscia.

Clamshell (conchiglia)

Sdraiati sul fianco con le ginocchia flesse, aprire il ginocchio superiore mantenendo i piedi uniti. È utile per il rinforzo del medio gluteo.
In questo caso è preferibile una prima verifica dell’esecuzione con un fisioterapista.

Mini squat

Prevede una flessione limitata (45°/60°), evitando lo squat profondo. Può essere utile per mantenere il tono muscolare, soprattutto nei pazienti che devono prepararsi a un eventuale intervento.
Anche in questo esercizio è consigliabile una valutazione dell’esecuzione con un fisioterapista.

Quali esercizi evitare in caso di dolore all’anca

Per il dolore all’anca sono generalmente sconsigliati:
• sport ad alto impatto (salti, corsa intensa);
• movimenti con torsioni improvvise dell’anca;
• squat profondi;
• sollevamento di carichi importanti.
Un sovraccarico eccessivo può, infatti, aggravare sia una tendinopatia sia una coxartrosi, talvolta provocando una riacutizzazione infiammatoria.

Quando fa male l’anca fa bene camminare o pedalare?

Sì, ma con criterio. “Camminare è un’attività a basso impatto e in genere è consigliata. Deve però essere una camminata tranquilla e va sempre rispettato il dolore. Se aumenta in modo significativo durante il cammino, è opportuno fermarsi”.
Anche la cyclette può essere utile, regolando la sella in modo che anca e ginocchio non superino i 90° di flessione.

Cosa fare se il dolore all’anca persiste

Se il dolore all’anca non migliora, è necessaria una rivalutazione clinica per confermare la diagnosi e rivedere il percorso terapeutico. In questi casi:

• nelle tendinopatie possono essere indicate terapie fisiche antalgiche;
• nelle fasi iniziali di coxartrosi si può valutare, su indicazione specialistica, il trattamento infiltrativo ecoguidato con acido ialuronico;
• nei quadri artrosici molto avanzati, quando il dolore compromette significativamente la qualità di vita e non risponde alle terapie conservative, può essere presa in considerazione la chirurgia.

“Non bisogna mai convivere con un dolore che peggiora o non si spiega. Se non risponde alle terapie, va sempre rivalutato”.

18/03/2026
11/03/2026

Lavoro d’ufficio: la corretta postura

Negli ultimi anni, l’alternanza tra lavoro in ufficio e smart working è diventata sempre più diffusa. Questo cambiamento ha portato più flessibilità, ma anche nuove sfide per la postura.
Chi fa un lavoro d’ufficio, che richiede l’utilizzo di un pc, può incorrere in diversi errori di postura, indipendentemente dal luogo in cui effettivamente lavora. Qual è la migliore postura da mantenere quando si lavora al pc?
Gli errori di postura più comuni
Lavorare da seduti per molte ore comporta rigidità nei vari distretti corporei: collo, schiena e spalle sono i primi a risentirne. Monitor troppo bassi, schiene curve o spalle sollevate provocano stress muscoloscheletrico e affaticano anche la concentrazione.
Accavallare le gambe, appoggiarsi sull’osso sacro invece che sulle ossa ischiatiche o assumere posizioni che sembrano comode nel breve termine ma in realtà sollecitano negativamente la muscolatura, sono tutte abitudini che possono portare nel tempo a dolori cervicali, lombari o alle braccia.
Anche postazioni d’ufficio ben attrezzate non garantiscono necessariamente una postura lavorativa corretta: la mancata regolazione dell’altezza della sedia e dello schermo oppure lo schermo collocato lateralmente obbligano a movimenti ripetuti e innaturali del capo e del collo.
Il lavoro da casa, invece, tende spesso a svolgersi su sedie non adatte o con il laptop appoggiato troppo in basso o addirittura sulle gambe, generando sovraccarichi muscolari e articolari.
Queste posture scorrette e soprattutto mantenute nel tempo non fanno bene al nostro apparato muscoloscheletrico che è nato per stare in movimento, non certo seduto per lunghi periodi di tempo.
Qual è la postura adeguata?
La posizione alla scrivania va organizzata in modo da sostenere la schiena: appoggiarla allo schienale, eventualmente con un supporto lombare, contribuisce a mantenere la curva naturale della colonna vertebrale.
Lo schermo del computer dovrebbe essere posizionato frontalmente e all’altezza degli occhi, evitando di portare il mento in avanti. Le spalle devono restare rilassate con i gomiti poggiati sulla scrivania o sui braccioli della sedia, mentre i piedi devono essere ben poggiati a terra o su un poggiapiedi, evitando di accavallare le gambe.
Non meno importanti sono le micro-pause durante la giornata. Brevi momenti di movimento, anche solo di venti o trenta secondi, aiutano a sciogliere spalle, collo e gambe.
Per la vista, bisogna distogliere lo sguardo dallo schermo ogni venti minuti circa, per 20 secondi, cercando di guardare un oggetto lontano circa 6 metri. È molto utile inoltre, sfruttare le telefonate come occasione per camminare, utilizzando auricolari in modo da non dover tenere il telefono tra spalla e orecchio.
Anche l’utilizzo del mouse ha le sue regole. L’impiego di un tappetino ergonomico contribuisce a ridurre la tensione e le possibili problematiche a polsi e mani. Per problematiche importanti esistono mouse ergonomici tra cui il mouse verticale che modifica completamente il movimento che devono effettuare la mano e il polso. Allo stesso modo, respirazione e idratazione giocano un ruolo importante: esercizi di respirazione diaframmatica favoriscono il rilassamento muscolare, mentre avere sempre a disposizione una borraccia permette di mantenere un buon livello di idratazione, elemento essenziale per la concentrazione e l’energia durante la giornata lavorativa.
Il segreto è muoversi spesso. Le linee guida europee sulla salute al lavoro sottolineano come la postura migliore sia quella che cambia regolarmente, alternando momenti seduti a brevi movimenti o aggiustamenti della posizione. Anche piccoli aggiustamenti quotidiani hanno un impatto importante: riducono la tensione muscolare e contribuiscono a migliorare la qualità della giornata lavorativa, sia in contesti tradizionali sia da casa.
Non dimentichiamo inoltre che una buona forma fisica, ottenuta e mantenuta grazie a esercizio costante, è fondamentale per prevenire i disturbi legati ai lavori sedentari. Risulta utile effettuare dell’attività aerobica che può agire sul mantenimento di corretti valori di pressione sanguigna e ridurre notevolmente i livelli di stress. Anche gli esercizi di rinforzo muscolare sono di fondamentale importanza, ma devono essere eseguiti correttamente, utilizzando carichi progressivi. Per chi non avesse a disposizione molto tempo per allenarsi, potrebbe imparare dei semplici esercizi da effettuare alla scrivania nei momenti di pausa perché come dichiarato dall’OMS “un po’ di attività fisica è meglio di niente”.

11/01/2026

Tecnologie digitali e cura, la review sull’empatia artificiale in sanità

Una review su Cyborg and Bionic Systems analizza giochi multiplayer, robot sociali e agenti virtuali per simulare interazioni empatiche in sanità

Una revisione scientifica pubblicata sulla rivista Cyborg and Bionic Systems analizza l’evoluzione delle tecnologie digitali in sanità verso la cosiddetta “empatia artificiale”, intesa come la capacità delle macchine di percepire, interpretare e simulare risposte empatiche nell’interazione uomo-macchina. L’analisi prende in esame tre famiglie tecnologiche – giochi multiplayer, robot sociali e agenti virtuali – e il loro possibile impiego nei contesti di cura.
Gli autori collegano lo sviluppo di queste soluzioni al peggioramento della carenza di personale sanitario a livello globale, che rende sempre più difficile garantire in modo continuativo un’interazione empatica di qualità. Gran parte della ricerca, osservano, si è finora concentrata sul supporto funzionale ai compiti, trascurando il contributo emotivo che caratterizza la relazione di cura. In ambiti come la riabilitazione, i robot possono assicurare training altamente ripetibili e standardizzati, ma restano insufficienti rispetto al beneficio affettivo dell’interazione interpersonale, che influisce su soddisfazione, fiducia, aderenza ai trattamenti e risultati clinici.
Secondo Tianyu Jia, ricercatore dell’Imperial College London e autore della review, l’“empatia artificiale” si basa su meccanismi di riconoscimento e risposta di tipo algoritmico, non su un’esperienza affettiva reale. La revisione analizza come le diverse piattaforme integrino elementi di interazione per favorire coinvolgimento ed engagement nei percorsi terapeutici e assistenziali.
I giochi multiplayer vengono descritti come strumenti in grado di portare l’interazione tra persone nei contesti digitali di riabilitazione e training, con effetti potenziali su motivazione e partecipazione, a condizione di un’adeguata progettazione e personalizzazione. I robot sociali sfruttano segnali sociali multimodali – come sguardo, postura, espressione facciale, linguaggio e tatto – e mostrano una crescente integrazione di modelli linguistici di grandi dimensioni per migliorare la generazione e la personalizzazione del dialogo. Gli agenti virtuali puntano invece su scalabilità e riduzione dei costi, attraverso interazioni mediate da schermi o ambienti di realtà estesa, con possibili integrazioni di dispositivi indossabili.
La review evidenzia tuttavia numerosi limiti. Il riconoscimento delle emozioni fatica a generalizzare tra contesti culturali differenti e manca di modelli quantitativi affidabili e in tempo reale per variabili come fiducia, coinvolgimento e qualità della relazione. La validazione clinica è ancora limitata e molti studi si basano su campioni ridotti, interventi di breve durata e misure eterogenee, rendendo necessari framework di valutazione più uniformi e studi longitudinali.
Per ottenere forme di empatia artificiale più robuste, gli autori indicano la necessità di sistemi capaci di stimare in tempo reale gli stati cognitivi e affettivi degli utenti, integrando segnali comportamentali e fisiologici e adottando modelli di interazione a circuito chiuso. Viene inoltre sottolineata l’importanza di una personalizzazione sostenuta nel tempo, basata sulla memoria delle interazioni, delle routine e delle preferenze degli utenti.
Restano infine le criticità etiche. Un uso eccessivo di forme di “pseudo-empatia” potrebbe favorire un falso attaccamento e un impiego improprio delle tecnologie, mentre le possibili allucinazioni dei sistemi di intelligenza artificiale rappresentano un rischio in ambiti sanitari sensibili. Secondo gli autori, l’empatia artificiale dovrebbe quindi rimanere un complemento e non un sostituto della comunicazione interpersonale.

05/12/2025

Tatuaggi: gli inchiostri si accumulano nei linfonodi per anni e possono alterare il sistema immunitario
Storia di Silvia Turin

Tatuaggi: gli inchiostri si accumulano nei linfonodi per anni e possono alterare il sistema immunitario
Gli inchiostri usati per i tatuaggi si accumulano nei linfonodi e possono compromettere il normale funzionamento del sistema immunitario.
Lo ha scoperto una ricerca condotta dall’Istituto di Ricerca in Biomedicina di Bellinzona (Svizzera) affiliato all'Università della Svizzera italiana (USI), al termine di uno studio durato sette anni.

Gli scienziati hanno dimostrato che l'inchiostro non rimane confinato nella pelle: migra rapidamente nei linfonodi, dove può restare intrappolato per anni modificando il comportamento delle cellule che cercano di assimilarlo.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica «Proceedings of the National Academy of Sciences» (PNAS), ha monitorato il comportamento delle particelle di inchiostro arrivate nei linfonodi che scatenano prima un'infiammazione acuta iniziale (di circa due giorni), poi un’infiammazione cronica che può durare anni.
Questo avviene perché i macrofagi - le cellule «spazzino» del sistema immunitario - cercano di inglobare le particelle di inchiostro, ma non riescono a distruggerle e in questo compito muoiono uno dopo l'altro, sostituiti da nuove cellule che ripetono lo stesso ciclo inutile.
«Questo processo cronico esaurisce e disturba il sistema immunitario», spiega l'USI, aumentando potenzialmente il rischio di infezioni e, in teoria, anche di tumori.

Il fenomeno è particolarmente marcato con gli inchiostri rossi e neri, meno con quelli verdi.
Per avere la conferma di un indebolimento del sistema immunitario a seguito di un tatuaggio i ricercatori hanno tatuato e poi vaccinato dei topi contro il Covid: negli animali tatuati (rispetto al gruppo di controllo con animali non tatuati) la produzione di anticorpi è risultata «nettamente inferiore».
Secondo gli autori, la causa è stata l'alterazione prolungata dei macrofagi «intrappolati» nell'inchiostro.
Non è la prima volta che si osserva la migrazione degli inchiostri verso il sistema linfatico: quello che si è osservato meglio è il comportamento dei macrofagi e la reazione infiammatoria scatenata dall’interazione con le particelle colorate. Si valuta che oggi una persona su cinque nel mondo sia tatuata almeno una volta.
«Nonostante i tatuaggi siano molto popolari non si sa molto sugli effetti dell’inchiostro sul sistema immunitario. Restano aperte molte domande sulle conseguenze che questi colori possono avere sul resto del corpo – ha spiegato ai media il direttore del Laboratorio dell'IRB a Bellinzona, Santiago F. González, che ha guidato il gruppo di ricerca -. L'esito della nostra ricerca può essere motivo di preoccupazione, ma sicuramente sono necessari ulteriori approfondimenti per caratterizzare meglio i risultati», ha chiarito González e ha concluso: «Bisognerà capire in che modo l’infiammazione cronica causata dall’inchiostro può influenzare altre patologie, come tumori o malattie autoimmuni. Saranno necessari ulteriori studi anche per suggerire procedure più attente alla sicurezza di questa pratica sempre più diffusa».

12/11/2025

Quali sono i sintomi della fascite plantare?

Fascite plantare non trattata: quali sono le conseguenze?

Come trattare la fascite plantare?

Il dolore al piede o al tallone appena svegli può essere causato dalla fascite plantare, un’infiammazione della fascia fibrosa che collega la parte interna del tallone alla base delle dita dei piedi. Il dolore è solitamente più acuto al mattino, quando si alza dal letto. Si tratta di una patologia che può diventare invalidante e che richiede un’indagine approfondita da parte di uno specialista.
La fascite plantare tende a insorgere più di frequente tra i 40 e i 60 anni. È molto comune in chi pratica sport come tennis, calcio, o basket, ma anche in chi fa trekking o corsa. Può colpire anche chi trascorre molte ore in piedi o utilizza scarpe inadeguate, come tacchi alti, scarpe con suola troppo bassa o alcune calzature antinfortunistiche.
La fascite plantare ha poi altri fattori di rischio, come il sovrappeso, l’obesità, la gravidanza e particolari conformazioni del piede, come piede piatto o cavo.

Quali sono i sintomi della fascite plantare?
Il sintomo principale è il dolore al tallone, che può propagarsi al centro della pianta del piede. Generalmente è più intenso al mattino, diminuendo talvolta dopo i primi movimenti, ma può ripresentarsi dopo periodi di seduta o stazione eretta prolungata.

È importante rivolgersi al medico se il dolore alla pianta del piede è talmente grave da impedire alla persona di svolgere anche le più normali attività quotidiane, se peggiora o se continua a tornare.

Non solo: lo specialista va contattato nel momento in cui si avverte formicolio o perdita di sensibilità al piede, nonché in caso di diabete: i problemi ai piedi possono infatti essere più gravi in presenza di questa condizione.

Fascite plantare non trattata: quali sono le conseguenze?

Avere dolore al piede può portare con il tempo a modificare la propria andatura, a causa di una distribuzione sbilanciata del peso del corpo. Questo può avere ripercussioni sulla salute della schiena, ma anche su quella dei piedi, delle ginocchia o dell’anca.

Come trattare la fascite plantare?
Durante la visita, lo specialista – prima di decidere quali siano la terapia e il trattamento più indicati – potrebbe richiedere l’esecuzione di un’indagine diagnostica strumentale come la radiografia (RX) del piede e/o l’ecografia del piede, al fine di valutare e documentare meglio la causa della fascite plantare.

I trattamenti sono diversi e variano in base all’intensità del dolore provato dal paziente e al grado di infiammazione del piede. La prima cosa da fare è cambiare la tipologia di scarpe che si usano abitualmente, preferendo modelli ammortizzati o con un rialzo.

La terapia può comprendere:

esercizi di fisioterapia
farmaci antinfiammatori
terapie strumentali come laser, onde d’urto e ultrasuoni.
Le terapie strumentali agiscono direttamente sul tessuto infiammato, stimolando i processi di guarigione cellulare.

Il laser sfrutta l’energia luminosa per ridurre dolore e infiammazione.

Le onde d’urto sono vibrazioni acustiche meccaniche che stimolano la rigenerazione del tessuto nella zona dolorante.

Gli ultrasuoni, attraverso vibrazioni sonore, contribuiscono anch’essi a diminuire l’infiammazione e il dolore.

In tutti i casi, questi trattamenti mirano a intervenire sul processo biologico della fascia plantare, favorendo la guarigione e il recupero funzionale del piede.

Se questi trattamenti non risultassero sufficienti ad alleviare i sintomi, potrebbe essere necessario procedere con una eventuale infiltrazione con cortisonico, ma anche l’utilizzo di un plantare confezionato su misura.

16/10/2025

oggi parlo dell’aria: il nostro primo alimento nonché anche primo medicamento, così diceva Ippocrate.

Certo che parlare di respirazione porta subito a pensare alla nostra aria e soprattutto alla qualità dell’aria che noi respiriamo. E se ci alimentiamo di cibo circa dalle 3 alle 5 volte al giorno, ci nutriamo di aria circa 20 mila volte al giorno, immaginate quindi l’impatto che ha sulla qualità della nostra vita!

Partiamo dal presupposto che un essere umano non potrebbe sopravvivere né tanto meno funzionare se smettesse di respirare anche “solo” per pochi minuti. In realtà, sono già sufficienti pochi secondi per darci un senso di soffocamento. Pertanto ci vediamo costretti a respirare e l’aria che respiriamo non è una sostanza pura, un’unica sostanza chimica, ma un miscuglio di gas e di microscopiche particelle solide e liquide.

I due componenti principali sono l’azoto, che ne costituisce quasi i quattro quinti (78,08 %) e l’ossigeno che ne rappresenta poco più di un quinto (20,94 %). Vi sono poi altri gas quali: argo, neon, elio, cripto, xeno, in ragione dello 0,94 %, e l’anidride carbonica che rappresenta solo lo 0,03 % .

Ricordiamoci che oltre il 50% ovvero più della metà dell’ossigeno di tutto il pianeta viene prodotto dal plancton marino (presente nelle acque superficiali raggiunte dalla luce del Sole) tramite la fotosintesi clorofilliana. Gli Oceani sono a tutti gli effetti il secondo polmone della terra, insieme ovviamente alle foreste.

L’ossigeno a sua volta è un gas privo di colore, odore e sapore e rappresenta in nostro carburante. In onor del vero, dovrei chiamarlo comburente in quanto è una sostanza che agisce come agente ossidante di un combustibile in una reazione di combustione. Senza di esso, la combustione non avrebbe luogo. Il suo continuo rifornimento è indispensabile per fornire a ogni cellula del nostro organismo il mezzo per convertire le sostanze nutrienti in energia. In poche parole l’ossigeno è l’elemento più importante, poiché il primo e quindi basilare per il mantenimento del metabolismo umano: senza ossigeno la macchina umana non va avanti.

E l’aria?

Beh, noi italiani viviamo purtroppo in una zona con alto tasso di inquinamento a causa del riscaldamento, del traffico, e non solo. Ma cosa possiamo fare per migliorare la qualità della nostra aria?

L’anidride carbonica che di per sé non è un inquinante né tanto meno tossica, in quanto anche l’uomo la produce, riveste un ruolo importante poichè uno dei maggior responsabili dell’effetto serra cioè il fenomeno di riscaldamento globale del nostro pianeta dovuto alla presenza di alcuni gas nell’atmosfera

terrestre, in particolar modo l’anidride carbonica (CO2), il metano e il vapore acqueo.

Il surriscaldamento globale (global warming) è uno dei principali problemi ambientali della nostra epoca storica. Uno delle principali cause del surriscaldamento climatico del pianeta dovuto all’effetto serra causato dall’uso dei combustibili fossili da parte dell’uomo. Il sistema economico contemporaneo si basa principalmente sullo sfruttamento delle risorse fossili (carbone, petrolio, gas naturale). La combustione delle risorse fossili

rilascia in atmosfera una quantità aggiuntiva di CO2 rimasta imprigionata per milioni di anni nel sottosuolo.

La deforestazione, l’espansione agricola e urbana nelle zone forestali sta riducendo il polmone verde del pianeta e accelerando la desertificazione che a sua volta riduce la capacità naturale dell’ambiente di assorbire la CO2 tramite la fotosintesi clorofilliana delle piante, minando la stabilità dell’equilibrio ecologico.

Inoltre la plastica dispersa nell’ambiente rilascia alcuni gas serra durante il processo di decomposizione.I rifiuti di plastica dispersi nell’ambiente e nelle acque contribuiscono all’effetto serra e quindi al riscaldamento globale.

Visto il mio amore per il mare, pensate che il Mediterraneo che a mio avviso,rappresenta il mare più bello del mondo, è uno dei mari con i più alti livelli di inquinamento da plastica nel mondo. Ogni anno più di 200 milioni di turisti visitano le sue coste causando un aumento del 40 cento dei rifiuti marini in seguito alla dispersione di plastica monouso.

Ma non crediamo che la CO2 venga prodotto solo dalle autovetture o dalle fabbriche, vi faccio alcuni esempi che ci dovrebbero far riflettere sui nostri comportamenti che abbiamo nella nostra quotidianità.

Mangiando una ciliegia fuori stagione si inquina cento volte di più che mangiare una mela di stagione, in quanto un kilogrammo di ciliegie che arriva dall’altra parte del mondo per averle sul nostro piatto (fuori stagione) inquina in termini di CO2 quanto un nostro viaggio in macchina da Milano a Bologna.

Infatti sono tanti piccoli accorgimenti e attenzione che dovremmo attuare nelle nostra abitudini quotidiane a migliorare la qualità della nostra aria, quella degli altri e in generale quella del pianeta. Se da una parte riempiamo la casa utilizzando lampadine a basso consumo, ma poi dall’altra mangiamo frutta fuori stagione, capite bene che serve a ben poco.

10/10/2025

Con l'arrivo dell'autunno, scatta l'allarme per l'epidemia stagionale: la campagna di vaccinazione antinfluenzale è ufficialmente iniziata su tutto il territorio nazionale. Solo in Veneto un milione di dosi per i più fragili.

Le autorità sanitarie invitano caldamente i cittadini, specialmente quelli appartenenti alle categorie a rischio, a prenotare la propria dose.
La vaccinazione rimane lo strumento più efficace per difendersi dall'influenza. Non si tratta solo di evitare qualche giorno di febbre e malessere; l'obiettivo primario è prevenire le complicazioni severe che l'influenza può scatenare, come le polmoniti batteriche o la riacutizzazione di malattie croniche preesistenti (cardiopatie, diabete, problemi respiratori).
Per gli individui fragili, l'infezione può portare a ospedalizzazioni e, nei casi più gravi, a esiti fatali. Vaccinarsi significa erigere una barriera protettiva personale che mitiga drasticamente la violenza dell'attacco virale.
Si stimano mediamente oltre 8.000 decessi all'anno correlabili direttamente o indirettamente alle complicanze del virus influenzale.

Circa il 90% di questi decessi si verifica in soggetti con età pari o superiore a 65 anni, in particolare tra quelli con condizioni cliniche croniche preesistenti.

La vaccinazione antinfluenzale non è un gesto puramente egoistico, ma un vero e proprio atto di responsabilità sociale. Ogni persona vaccinata contribuisce alla creazione della cosiddetta "immunità di gregge".
Questo scudo protettivo è vitale per tutelare chi, per motivi di salute o età (come i neonati troppo piccoli o le persone con gravi deficit immunitari), non può ricevere il vaccino. Riducendo la circolazione del virus, si proteggono indirettamente i membri più deboli della comunità.

Come ogni anno, la vaccinazione è fortemente raccomandata e offerta gratuitamente a specifiche fasce di popolazione. Tra queste rientrano:
Anziani (dai 65 anni in su).
Soggetti a rischio (affetti da malattie croniche respiratorie, cardiovascolari, metaboliche, renali, ecc.).
Donne in gravidanza (a qualsiasi settimana di gestazione).
Personale sanitario e addetti ai servizi pubblici essenziali.
Bambini (secondo le indicazioni regionali e del pediatra).

La somministrazione del vaccino è già partita in alcune aree dai medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta e, in molte Regioni, anche nelle farmacie aderenti. Si raccomanda di contattare tempestivamente il proprio medico per conoscere le modalità di accesso e prenotazione.
Non aspettare il picco influenzale: l'efficacia del vaccino si raggiunge circa due settimane dopo l'iniezione. Agire ora è cruciale per essere protetti quando il virus inizierà a circolare più intensamente.
La salute di tutti dipende dalle scelte di ognuno, come sottolineato anche dal "Vivo bene", la campagna di prevenzione della Regione Veneto.

Nel corso della vita il corpo umano deve costantemente tenere conto di tre nemici: la forza di gravità, i traumi, la psi...
01/10/2025

Nel corso della vita il corpo umano deve costantemente tenere conto di tre nemici: la forza di gravità, i traumi, la psiche. In misura diversa, questi elementi possono provocare dolori a cui inconsciamente si cerca di porre rimedio assumendo posizioni spesso scorrette, con la conseguenza di generare scompensi posturali. Per esempio, una persona che ha vissuto situazioni di repressione emotiva potrebbe sviluppare una respirazione superficiale o tesa, trattenendo in modo inconscio il respiro come forma di autodifesa. Ogni trauma fisico o emotivo lascia un’impronta sul corpo, costringendolo a sviluppare adattamenti automatici per evitare il dolore o per mantenere una posizione funzionale nonostante le difficoltà. Gli scompensi, a loro volta, possono evolvere in problematiche di maggiore gravità o, più semplicemente, di altro tipo. Motivo per cui, solitamente, tutti i centri di fisioterapia sono pronti a gestire il paziente con criticità posturali tramite una molteplicità di tecniche. Considerata l’estrema eterogeneità delle
metodiche diffuse, lo studio Azimut utilizza un metodo neuro-posturale. La tecnica si fonda sull’idea di migliorare la postura e il benessere generale intervenendo sui riflessi neuromuscolari, sfruttando la capacità del sistema nervoso di rispondere in modo automatico agli stimoli. Attraverso la modulazione dei riflessi e la neuroplasticità, permette di adattare e ottimizzare i movimenti, regolando i processi involontari che controllano l’equilibrio e la distribuzione del carico corporeo. Questa tipologia di riprogrammazione neuro-posturale agisce quindi a livello subcorticale, avvalendosi di un approccio olistico, tenendo conto sia degli aspetti fisici che possono alterare la postura del paziente, sia dei fattori psicologici. Il paziente, con poche sedute può beneficiare di una terapia efficace, ottenendo risultati concreti.

Indirizzo

Via Amendola, 17
Agropoli
84043

Telefono

3476610163

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