17/04/2026
ðð¢ ðððð«ðð ð ðšð§ðš ð¬ððŠð©ð«ð.ð ð¬ð¢ ððð§ð§ðš ð¬ððŠð©ð«ð ððð¥ ðŠðð¥ð ð§ðð¥ð¥ðš ð¬ððð¬ð¬ðš ðŠðšððš.
Nel mio lavoro li incontro spesso, quasi sempre in coppia.
Lei scrive tre volte prima che lui risponda.
Lui risponde tardi, con poche parole, e non capisce perché lei ci rimane male.
Lei interpreta il silenzio come distanza.
Lui interpreta le domande come controllo.
Più lei si avvicina, più lui arretra.
Più lui arretra, più lei insiste.
ððð¬ð¬ð®ð§ðš ððð¢ ðð®ð ð¬ðð ððððð§ððš ðªð®ðð¥ððšð¬ð ðð¢ ð¬ððð ð¥ð¢ðððš. ðððð§ð§ðš ð¬ðšð¥ðš ð©ðð«ð¥ðð§ððš ð¥ð¢ð§ð ð®ð ðð¢ð¯ðð«ð¬ð â ð ð§ðð¬ð¬ð®ð§ðš ððð¢ ðð®ð ð¥ðš ð¬ð.
Sara Ú la classica persona che rilegge i messaggi inviati subito dopo averli mandati, chiedendosi se ha detto troppo.
Quella che, quando l'altro tarda a rispondere, comincia a costruire scenari â ððšð«ð¬ð ðÌ ðð«ð«ðððð¢ðððš, ððšð«ð¬ð ð¥'ð¡ðš ððð¥ð®ð¬ðš, ððšð«ð¬ð ð¬ðð ð©ðð«ððð§ððš ð¢ð§ððð«ðð¬ð¬ð â e intanto continua a fare altro, in apparenza normale, mentre dentro qualcosa ronza senza sosta.
Sara ha 40 anni , Ú un'infermiera ed Ú molto brava nel suo lavoro.I colleghi la stimano ,ha delle amiche che la amano, sa essere presente per tutti... ma nelle relazioni intime c'Ú sempre quel momento â arriva puntuale, ogni volta â in cui la vicinanza diventa troppo incerta e lei smette di fidarsi del silenzio.
ððð¯ð ð¬ðð©ðð«ð ððšð¬ð ð¬ð®ððððð. ððð¯ð ððð©ð¢ð«ð ð¥ð®ð¢ ððšð¬ð ð©ðð§ð¬ð . ððð¯ð ð¬ðð§ðð¢ð«ð ðð¡ð ð¯ð ðð®ðððš ððð§ð, ð ððð¯ð ð¬ðð§ðð¢ð«ð¥ðš ðððð¬ð¬ðš.
Attenzione, non parliamo di dipendenza vera e propria .
In realtà lo fa perché il suo sistema nervoso ha imparato, molto presto, che il silenzio degli altri non era mai neutro.
Luca Ú un ingegnere e ha 45 anni. Lui Ú una persona metodica e che tende a razionalizzare tutto. E' uno che non da priorità ai messaggi, Ú la persona che risponde quando Ú pronto â non prima.
Quello che ha bisogno di spazio per elaborare, per capire cosa sente, per tornare presente a se stesso prima di tornare presente all'altro.
ððð¥ð¥ð ð«ðð¥ðð³ð¢ðšð§ð¢ ðð®ð§ð³ð¢ðšð§ð ððð§ð ðð¢ð§ðð¡ðÌ ð'ðÌ ðð¢ð¬ððð§ð³ð ð¬ð®ððð¢ðð¢ðð§ðð: ðÌ ððððð§ððš, ð ðð§ðð«ðšð¬ðš, ððð©ððð ðð¢ ðð®ð«ð ð¯ðð«ð ðð ðÌ ðŠðšð¥ððš ð©ð«ððŠð®ð«ðšð¬ðš.
Ma quando l'altro si avvicina troppo â quando le domande si moltiplicano, quando sente di dover render conto di ogni silenzio â qualcosa si chiude.
Non per cattiveria.
Per sopravvivenza.
Ha imparato, anche lui molto presto, che lasciarsi andare completamente significava perdere qualcosa di sé.
E allora arretra. Si protegge. Sparisce per qualche ora e torna come se niente fosse, sinceramente convinto che andasse bene così.
ððšð§ ð¥ðš ðð ð©ðð« ð¢ð§ðð¢ðððð«ðð§ð³ð. ððš ðð ð©ðð«ðð¡ðÌ, ðð¢ ððšð§ðð«ðš, ð¢ð¥ ð¬ð®ðš ð¬ð¢ð¬ðððŠð ð§ðð«ð¯ðšð¬ðš ð¡ð ð¢ðŠð©ðð«ðððš ðð¡ð ð¥ð ð¯ð¢ðð¢ð§ðð§ð³ð ððšððð¥ð ð¡ð ð®ð§ ððšð¬ððš ððŠðšðð¢ð¯ðš ðð«ðšð©ð©ðš ðð¥ððš .
La teoria dell'attaccamento ci dice che il modo in cui abbiamo imparato a stare vicini alle persone che amavamo da bambini diventa, negli anni, il nostro stile relazionale di default.
Non una scelta consapevole â una strategia di sopravvivenza che il sistema nervoso ha interiorizzato così in profondità da sembrare carattere.
Chi sviluppa un ððððððððŠðð§ððš ð¢ð§ð¬ð¢ðð®ð«ðš ðð§ð¬ð¢ðšð¬ðš ha imparato che la vicinanza Ú incerta, non prevedibile e che l'altro può scaldarsi e poi raffreddarsi senza ragione apparente.
ð ðð¥ð¥ðšð«ð ð¬ððð«ð ðð¥ð¥'ðð«ðð, ðŠðšð§ð¢ððšð«ðð«ð, ðð§ðð¢ðð¢ð©ðð«ð â ðð¢ð¯ðð§ðð ð¥'ð®ð§ð¢ððš ðŠðšððš ððšð§ðšð¬ðð¢ð®ððš ð©ðð« ð§ðšð§ ð©ðð«ððð«ð ð¢ð¥ ððšð§ðððððš ððšð§ ð¥'ðð¥ðð«ðš .
Chi sviluppa un ððððððððŠðð§ððš ðð¯ð¢ððð§ðð invece, ha imparato che dipendere dall'altro Ú rischioso, che aprirsi porta a essere delusi o sopraffatti.
E allora l'autosufficienza, la distanza gestita, l'idea radicata che stare bene significhi non aver bisogno di nessuno â diventa l'unica difesa disponibile.
ðð®ð ð¬ðð«ðððð ð¢ð ðšð©ð©ðšð¬ðð. ðð®ð ð¬ðšð¥ð¢ðð®ðð¢ð§ð¢ ðð¡ð ð¬ð¢ ððð«ððð§ðš â ð ðð¡ð, ð¢ð§ðð¯ð¢ðððð¢ð¥ðŠðð§ðð, ð¬ð¢ ðð«ðšð¯ðð§ðš.
Sara e Luca erano insieme da due anni.
Lei in terapia individuale, lui mai venuto ma sempre presente nelle sedute, inevitabilmente.
Sara mi descriveva le loro serate così: lui tornava a casa, lei sentiva che qualcosa non andava, chiedeva, lui diceva "sto bene", lei non ci credeva, chiedeva ancora, lui si chiudeva, lei aumentava la pressione, lui usciva a fare una passeggiata da solo. Poi tornava. Lei si era calmata. Si abbracciavano. Per qualche giorno andava bene.
Poi ricominciava.
"ððšð§ ð¯ðšð ð¥ð¢ðš ððšð§ðð«ðšð¥ð¥ðð«ð¥ðš. ððšð ð¥ð¢ðš ð¬ðšð¥ðš ð¬ðŠððððð«ð ðð¢ ð¬ðð§ðð¢ð«ðŠð¢ ð¬ðšð¥ð ðŠðð§ðð«ð ð¬ðšð§ðš ððšð§ ð¥ð®ð¢."
In quella frase c'Ú tutto.
Sara non stava chiedendo per invadere â stava chiedendo perché il silenzio di lui attivava un allarme antico: se non risponde, mi sta abbandonando.
E Luca non si allontanava per indifferenza â si allontanava perché la sua intensità attivava un allarme altrettanto antico: se mi lascia entrare fino in fondo, perdo me stesso.
ðð®ð ð©ðð®ð«ð ðð¢ð¯ðð«ð¬ð. ðð ð¬ððð¬ð¬ð ð¢ð§ðð¢ðŠð¢ððÌ ðŠðð§ðððð.
Quello che trovo più doloroso in questa dinamica Ú che ognuno dei due conferma involontariamente la paura dell'altro. Più Sara insiste, più Luca si convince che amare significhi perdere spazio. Più Luca si ritira, più Sara si convince che amare significhi essere lasciati.
à quello che chiamiamo schema relazionale che si autoalimenta. Non Ú la relazione a essere sbagliata. à il copione â scritto molto prima che i due si incontrassero â che continua ad andare in scena.
ð ðð¢ð§ðð¡ðÌ ð§ðð¬ð¬ð®ð§ðš ððð¢ ðð®ð ð«ð¢ððšð§ðšð¬ðð ð¢ð¥ ððšð©ð¢ðšð§ð, ððšð§ðð¢ð§ð®ðð«ðð§ð§ðš ð ð«ððð¢ððð«ð¥ðš ððšð§ð¯ð¢ð§ðð¢ ðð¡ð ð¢ð¥ ð©ð«ðšðð¥ððŠð ð¬ð¢ð ð¥'ðð¥ðð«ðš.
Quello che ho visto in Sara â e in tante persone che portano storie simili â Ú che il nodo non stava nell'altro.
Stava nel momento esatto in cui aveva smesso di trattare i propri bisogni come qualcosa di legittimo.
Per mesi il lavoro in seduta era andato così: Sara capiva ciò che le dicevo , usciva convinta, poi tornava la settimana dopo con la stessa storia â stessa serata, stesso silenzio di Luca, stessa reazione a spirale.
A un certo punto mi ha detto, esausta: "Lo so benissimo cosa sta succedendo. Lo vedo mentre accade. Ma non riesco a fermarmi."
à il momento più delicato di ogni percorso â quello in cui la consapevolezza Ú arrivata ma non ha ancora cambiato niente.
In cui sai il nome di quello che ti accade ma il corpo continua a fare quello che ha sempre fatto.
à frustrante, e spesso porta le persone a pensare che la terapia non stia funzionando.
In realtà Ú esattamente il contrario. à il segnale che qualcosa si sta muovendo davvero â che il vecchio schema Ú stato visto, e che il sistema nervoso sta ancora decidendo se fidarsi di qualcosa di nuovo.
Ci Ú voluto tempo.
Ci sono volute molte sedute ancora, qualche crisi, qualche sera in cui Sara aveva ceduto all'impulso e poi se n'era dispiaciuta â non perché avesse sbagliato, ma perché aveva iniziato a riconoscere la differenza tra reagire e scegliere.
ððšð¢, ð®ð§ ð ð¢ðšð«ð§ðš, ðªð®ðð¥ððšð¬ð ð¬ð¢ ðÌ ð¬ð©ðšð¬ððððš.
Ricordo una seduta, verso la fine del nostro percorso insieme.
Sara mi aveva raccontato che Luca, quella settimana, era tornato a casa e si era chiuso in silenzio come sempre.
Ma questa volta lei non aveva chiesto nulla . Non perché si fosse trattenuta con fatica â con quella stretta al petto, quella voce interna che urla di' qualcosa, fai qualcosa.
ðð ð©ðð«ðð¡ðÌ ðð¯ðð¯ð ð¬ðð§ðð¢ððš, ð©ðð« ð¥ð ð©ð«ð¢ðŠð ð¯ðšð¥ðð, ðð¡ð ðªð®ðð¥ ð¬ð¢ð¥ðð§ð³ð¢ðš ð§ðšð§ ð©ðð«ð¥ðð¯ð ðð¢ ð¥ðð¢.
Mi aveva detto, quasi stupita di se stessa: "Ho aspettato. E mentre aspettavo ho pensato: lui sta gestendo qualcosa di suo. Io sto bene."
Una frase piccola.
Enorme.
Non era distacco. Non era rassegnazione. Era la prima volta che il suo sistema nervoso aveva smesso, anche solo per un'ora, di leggere l'assenza dell'altro come una minaccia.
Quello Ú il momento in cui si capisce che qualcosa Ú davvero cambiato â non quando si decide di reagire diversamente, ma quando la reazione automatica non arriva più.
Quel tipo di spostamento non accade da soli. Richiede uno spazio in cui guardare i propri schemi senza doverli giustificare â un tempo lento, accompagnato, in cui nessuno stabilisce in anticipo dove si deve arrivare. Un lavoro che si fa insieme, al ritmo giusto.
La domanda vera non Ú "perché lui non riesce ad aprirsi?" o "perché lei non riesce a stare tranquilla?"
ðð ððšðŠðð§ðð ð¯ðð«ð ðÌ: ðð ðªð®ðð§ððš ðªð®ðð¥ð¥ð ð©ðð®ð«ð ð¡ð ð¢ð§ð¢ð³ð¢ðððš ð ðððð¢ððð«ð ðð¥ ð©ðšð¬ððš ðð®ðš?
Se ti sei riconosciuto in Sara, câÚ una cosa importante da sapere:
capire cosa ti succede non basta sempre per uscirne.
Perché quando il tuo sistema nervoso si attiva,
non stai scegliendo â stai reagendo ad un dolore antico .
Ed Ú per questo che, spesso, da soli diventa difficile fermarsi davvero.
Non perché manchi la volontà ,ma perché quel meccanismo Ú diventato nel tempo automatico.
Il cambiamento profondo non Ú solo un processo intrapsichico: Ú un processo che si costruisce allâinterno di una relazione significativa come quella terapeutica.
à proprio su questo tipo di dinamiche che lavoro ogni giorno:
non tanto per âcapire di piùâ, ma per creare uno spazio relazionale in cui iniziare, piano, a rispondere in modo diverso.
Se mentre leggi ti sei sentito dentro questa storia,
forse non Ú un caso.
Dott.ssa Caterina Giordano-scrittrice e psicologa