Dott.ssa Caterina Giordano Psicologa

Dott.ssa Caterina Giordano Psicologa Mi chiamo Caterina, sono una psicologa e scrittrice, e da qualche anno accompagno le persone in percorsi di crescita personale e trasformazione interiore.

Unisco psicologia del profondo all' orientamento strategico per accompagnare ogni anima a comprendere il proprio mondo interiore e a trasformarlo in un cammino di libertà e benessere psicofisico. ✹
📍Agropoli-Roma e ovunque tu sia ! Il mio cammino Ú iniziato molto tempo fa con la psicologia del profondo:
ho incontrato Jung, Carotenuto e altri autori che fanno parte di quella corrente che dà valo

re ai simboli, ai sogni e all’inconscio come linguaggio dell’anima. Da loro ho imparato che tutto ciò che viviamo all’esterno Ú lo specchio di ciò che accade dentro di noi, e che anche il dolore, se ascoltato con consapevolezza, può diventare un ponte verso la guarigione. Col tempo, questa ricerca mi ha portata ad avvicinarmi anche alla Cabala, che considero una forma di psicologia spirituale: una mappa simbolica dell’anima che insegna a leggere le dinamiche interiori attraverso i principi universali e le leggi della vita. Nella Cabala ho ritrovato ciò che Jung intuiva nei suoi studi sull’alchimia: la trasformazione come processo naturale dell’essere umano, un dialogo continuo tra luce e ombra, spirito e materia. Parallelamente, ho scelto di formarmi nella psicoterapia breve strategica, un approccio concreto, centrato sull’azione e sulla risoluzione dei blocchi emotivi. Ho scoperto così che i due percorsi — quello simbolico e quello strategico — non si escludono, ma si nutrono a vicenda. La psicologia del profondo ci mostra perché soffriamo. La terapia breve strategica ci insegna come smettere di farlo. E in mezzo, la spiritualità ci restituisce il senso del nostro cammino. Quando non lavoro, mi piace camminare nella natura, osservare il mare, ascoltare il silenzio. Sono momenti in cui ritrovo la mia natura introversa e contemplativa, da cui nascono spesso le mie riflessioni e le mie scritture. Credo che ognuno di noi porti dentro di sé una conoscenza antica: la capacità di guarire, evolvere e ritrovare il proprio centro. Il mio lavoro Ú aiutare a riconnettersi a quella parte autentica, con delicatezza, metodo e rispetto dei tempi interiori.

💌 Per conoscermi meglio o prenotare un incontro:
👉 Caterina.giordano92@gmail.com

𝐒𝐢 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐠𝐠𝐚𝐧𝐚 𝐬𝐞𝐊𝐩𝐫𝐞.𝐄 𝐬𝐢 𝐟𝐚𝐧𝐧𝐚 𝐬𝐞𝐊𝐩𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐊𝐚𝐥𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐊𝐚𝐝𝐚.Nel mio lavoro li incontro spesso, quasi sempre in cop...
17/04/2026

𝐒𝐢 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐠𝐠𝐚𝐧𝐚 𝐬𝐞𝐊𝐩𝐫𝐞.𝐄 𝐬𝐢 𝐟𝐚𝐧𝐧𝐚 𝐬𝐞𝐊𝐩𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐊𝐚𝐥𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐊𝐚𝐝𝐚.

Nel mio lavoro li incontro spesso, quasi sempre in coppia.

Lei scrive tre volte prima che lui risponda.
Lui risponde tardi, con poche parole, e non capisce perché lei ci rimane male.
Lei interpreta il silenzio come distanza.
Lui interpreta le domande come controllo.
Più lei si avvicina, più lui arretra.
Più lui arretra, più lei insiste.

𝐍𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐝𝐮𝐞 𝐬𝐭𝐚 𝐟𝐚𝐜𝐞𝐧𝐝𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐚𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐛𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐭𝐚. 𝐒𝐭𝐚𝐧𝐧𝐚 𝐬𝐚𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐥𝐢𝐧𝐠𝐮𝐞 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐞 — 𝐞 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐝𝐮𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐚.

Sara Ú la classica persona che rilegge i messaggi inviati subito dopo averli mandati, chiedendosi se ha detto troppo.
Quella che, quando l'altro tarda a rispondere, comincia a costruire scenari — 𝐟𝐚𝐫𝐬𝐞 𝐞̀ 𝐚𝐫𝐫𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐭𝐚, 𝐟𝐚𝐫𝐬𝐞 𝐥'𝐡𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐮𝐬𝐚, 𝐟𝐚𝐫𝐬𝐞 𝐬𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞𝐧𝐝𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐞𝐬𝐬𝐞 — e intanto continua a fare altro, in apparenza normale, mentre dentro qualcosa ronza senza sosta.

Sara ha 40 anni , Ú un'infermiera ed Ú molto brava nel suo lavoro.I colleghi la stimano ,ha delle amiche che la amano, sa essere presente per tutti... ma nelle relazioni intime c'Ú sempre quel momento — arriva puntuale, ogni volta — in cui la vicinanza diventa troppo incerta e lei smette di fidarsi del silenzio.

𝐃𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐚𝐬𝐚 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐝𝐞. 𝐃𝐞𝐯𝐞 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐫𝐞 𝐥𝐮𝐢 𝐜𝐚𝐬𝐚 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚 . 𝐃𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐚 𝐛𝐞𝐧𝐞, 𝐞 𝐝𝐞𝐯𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐫𝐥𝐚 𝐚𝐝𝐞𝐬𝐬𝐚.

Attenzione, non parliamo di dipendenza vera e propria .
In realtà lo fa perché il suo sistema nervoso ha imparato, molto presto, che il silenzio degli altri non era mai neutro.

Luca Ú un ingegnere e ha 45 anni. Lui Ú una persona metodica e che tende a razionalizzare tutto. E' uno che non da priorità ai messaggi, Ú la persona che risponde quando Ú pronto — non prima.
Quello che ha bisogno di spazio per elaborare, per capire cosa sente, per tornare presente a se stesso prima di tornare presente all'altro.

𝐍𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐚𝐧𝐢 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐚𝐧𝐚 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐟𝐢𝐧𝐜𝐡𝐞́ 𝐜'𝐞̀ 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐬𝐮𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞: 𝐞̀ 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐭𝐚, 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐬𝐚, 𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐮𝐫𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐚 𝐞𝐝 𝐞̀ 𝐊𝐚𝐥𝐭𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐊𝐮𝐫𝐚𝐬𝐚.

Ma quando l'altro si avvicina troppo — quando le domande si moltiplicano, quando sente di dover render conto di ogni silenzio — qualcosa si chiude.
Non per cattiveria.
Per sopravvivenza.
Ha imparato, anche lui molto presto, che lasciarsi andare completamente significava perdere qualcosa di sé.
E allora arretra. Si protegge. Sparisce per qualche ora e torna come se niente fosse, sinceramente convinto che andasse bene così.

𝐍𝐚𝐧 𝐥𝐚 𝐟𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚. 𝐋𝐚 𝐟𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́, 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐫𝐚, 𝐢𝐥 𝐬𝐮𝐚 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐊𝐚 𝐧𝐞𝐫𝐯𝐚𝐬𝐚 𝐡𝐚 𝐢𝐊𝐩𝐚𝐫𝐚𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐜𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐭𝐚𝐭𝐚𝐥𝐞 𝐡𝐚 𝐮𝐧 𝐜𝐚𝐬𝐭𝐚 𝐞𝐊𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐩𝐩𝐚 𝐚𝐥𝐭𝐚 .

La teoria dell'attaccamento ci dice che il modo in cui abbiamo imparato a stare vicini alle persone che amavamo da bambini diventa, negli anni, il nostro stile relazionale di default.
Non una scelta consapevole — una strategia di sopravvivenza che il sistema nervoso ha interiorizzato così in profondità da sembrare carattere.

Chi sviluppa un 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐚𝐊𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐢𝐧𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐚 𝐚𝐧𝐬𝐢𝐚𝐬𝐚 ha imparato che la vicinanza Ú incerta, non prevedibile e che l'altro può scaldarsi e poi raffreddarsi senza ragione apparente.

𝐄 𝐚𝐥𝐥𝐚𝐫𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐥𝐥'𝐞𝐫𝐭𝐚, 𝐊𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚𝐫𝐚𝐫𝐞, 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐜𝐢𝐩𝐚𝐫𝐞 — 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐥'𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐊𝐚𝐝𝐚 𝐜𝐚𝐧𝐚𝐬𝐜𝐢𝐮𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐧𝐚𝐧 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐚𝐭𝐭𝐚 𝐜𝐚𝐧 𝐥'𝐚𝐥𝐭𝐫𝐚 .

Chi sviluppa un 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐚𝐊𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐞𝐯𝐢𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞 invece, ha imparato che dipendere dall'altro Ú rischioso, che aprirsi porta a essere delusi o sopraffatti.
E allora l'autosufficienza, la distanza gestita, l'idea radicata che stare bene significhi non aver bisogno di nessuno — diventa l'unica difesa disponibile.

𝐃𝐮𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐬𝐭𝐞. 𝐃𝐮𝐞 𝐬𝐚𝐥𝐢𝐭𝐮𝐝𝐢𝐧𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚𝐧𝐚 — 𝐞 𝐜𝐡𝐞, 𝐢𝐧𝐞𝐯𝐢𝐭𝐚𝐛𝐢𝐥𝐊𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐬𝐢 𝐭𝐫𝐚𝐯𝐚𝐧𝐚.

Sara e Luca erano insieme da due anni.
Lei in terapia individuale, lui mai venuto ma sempre presente nelle sedute, inevitabilmente.

Sara mi descriveva le loro serate così: lui tornava a casa, lei sentiva che qualcosa non andava, chiedeva, lui diceva "sto bene", lei non ci credeva, chiedeva ancora, lui si chiudeva, lei aumentava la pressione, lui usciva a fare una passeggiata da solo. Poi tornava. Lei si era calmata. Si abbracciavano. Per qualche giorno andava bene.

Poi ricominciava.

"𝐍𝐚𝐧 𝐯𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐫𝐚𝐥𝐥𝐚𝐫𝐥𝐚. 𝐕𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐬𝐚𝐥𝐚 𝐬𝐊𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐫𝐊𝐢 𝐬𝐚𝐥𝐚 𝐊𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐬𝐚𝐧𝐚 𝐜𝐚𝐧 𝐥𝐮𝐢."

In quella frase c'Ú tutto.
Sara non stava chiedendo per invadere — stava chiedendo perché il silenzio di lui attivava un allarme antico: se non risponde, mi sta abbandonando.
E Luca non si allontanava per indifferenza — si allontanava perché la sua intensità attivava un allarme altrettanto antico: se mi lascia entrare fino in fondo, perdo me stesso.

𝐃𝐮𝐞 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐞 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐞. 𝐋𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐢𝐊𝐢𝐭𝐚̀ 𝐊𝐚𝐧𝐜𝐚𝐭𝐚.

Quello che trovo più doloroso in questa dinamica Ú che ognuno dei due conferma involontariamente la paura dell'altro. Più Sara insiste, più Luca si convince che amare significhi perdere spazio. Più Luca si ritira, più Sara si convince che amare significhi essere lasciati.

È quello che chiamiamo schema relazionale che si autoalimenta. Non Ú la relazione a essere sbagliata. È il copione — scritto molto prima che i due si incontrassero — che continua ad andare in scena.

𝐄 𝐟𝐢𝐧𝐜𝐡𝐞́ 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐝𝐮𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐚𝐬𝐜𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐚𝐧𝐞, 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐞𝐫𝐚𝐧𝐧𝐚 𝐚 𝐫𝐞𝐜𝐢𝐭𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐧𝐯𝐢𝐧𝐭𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐚𝐛𝐥𝐞𝐊𝐚 𝐬𝐢𝐚 𝐥'𝐚𝐥𝐭𝐫𝐚.

Quello che ho visto in Sara — e in tante persone che portano storie simili — Ú che il nodo non stava nell'altro.
Stava nel momento esatto in cui aveva smesso di trattare i propri bisogni come qualcosa di legittimo.

Per mesi il lavoro in seduta era andato così: Sara capiva ciò che le dicevo , usciva convinta, poi tornava la settimana dopo con la stessa storia — stessa serata, stesso silenzio di Luca, stessa reazione a spirale.

A un certo punto mi ha detto, esausta: "Lo so benissimo cosa sta succedendo. Lo vedo mentre accade. Ma non riesco a fermarmi."

È il momento più delicato di ogni percorso — quello in cui la consapevolezza Ú arrivata ma non ha ancora cambiato niente.
In cui sai il nome di quello che ti accade ma il corpo continua a fare quello che ha sempre fatto.
È frustrante, e spesso porta le persone a pensare che la terapia non stia funzionando.

In realtà Ú esattamente il contrario. È il segnale che qualcosa si sta muovendo davvero — che il vecchio schema Ú stato visto, e che il sistema nervoso sta ancora decidendo se fidarsi di qualcosa di nuovo.

Ci Ú voluto tempo.
Ci sono volute molte sedute ancora, qualche crisi, qualche sera in cui Sara aveva ceduto all'impulso e poi se n'era dispiaciuta — non perché avesse sbagliato, ma perché aveva iniziato a riconoscere la differenza tra reagire e scegliere.

𝐏𝐚𝐢, 𝐮𝐧 𝐠𝐢𝐚𝐫𝐧𝐚, 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐚𝐬𝐚 𝐬𝐢 𝐞̀ 𝐬𝐩𝐚𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚.

Ricordo una seduta, verso la fine del nostro percorso insieme.

Sara mi aveva raccontato che Luca, quella settimana, era tornato a casa e si era chiuso in silenzio come sempre.
Ma questa volta lei non aveva chiesto nulla . Non perché si fosse trattenuta con fatica — con quella stretta al petto, quella voce interna che urla di' qualcosa, fai qualcosa.

𝐌𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐭𝐚, 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐊𝐚 𝐯𝐚𝐥𝐭𝐚, 𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐬𝐢𝐥𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚 𝐧𝐚𝐧 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐯𝐚 𝐝𝐢 𝐥𝐞𝐢.

Mi aveva detto, quasi stupita di se stessa: "Ho aspettato. E mentre aspettavo ho pensato: lui sta gestendo qualcosa di suo. Io sto bene."

Una frase piccola.
Enorme.
Non era distacco. Non era rassegnazione. Era la prima volta che il suo sistema nervoso aveva smesso, anche solo per un'ora, di leggere l'assenza dell'altro come una minaccia.

Quello Ú il momento in cui si capisce che qualcosa Ú davvero cambiato — non quando si decide di reagire diversamente, ma quando la reazione automatica non arriva più.

Quel tipo di spostamento non accade da soli. Richiede uno spazio in cui guardare i propri schemi senza doverli giustificare — un tempo lento, accompagnato, in cui nessuno stabilisce in anticipo dove si deve arrivare. Un lavoro che si fa insieme, al ritmo giusto.

La domanda vera non Ú "perché lui non riesce ad aprirsi?" o "perché lei non riesce a stare tranquilla?"

𝐋𝐚 𝐝𝐚𝐊𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐚 𝐞̀: 𝐝𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐚 𝐡𝐚 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐭𝐚 𝐚 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐩𝐚𝐬𝐭𝐚 𝐭𝐮𝐚?

Se ti sei riconosciuto in Sara, c’Ú una cosa importante da sapere:
capire cosa ti succede non basta sempre per uscirne.

Perché quando il tuo sistema nervoso si attiva,
non stai scegliendo — stai reagendo ad un dolore antico .

Ed Ú per questo che, spesso, da soli diventa difficile fermarsi davvero.

Non perché manchi la volontà,ma perché quel meccanismo Ú diventato nel tempo automatico.

Il cambiamento profondo non Ú solo un processo intrapsichico: Ú un processo che si costruisce all’interno di una relazione significativa come quella terapeutica.

È proprio su questo tipo di dinamiche che lavoro ogni giorno:
non tanto per “capire di più”, ma per creare uno spazio relazionale in cui iniziare, piano, a rispondere in modo diverso.

Se mentre leggi ti sei sentito dentro questa storia,
forse non Ú un caso.

Dott.ssa Caterina Giordano-scrittrice e psicologa

Una connessione vera non nasce quando va tutto bene.  Nasce quando puoi portare anche quello che Ú difficile
  e dall’al...
14/04/2026

Una connessione vera non nasce quando va tutto bene.
Nasce quando puoi portare anche quello che Ú difficile

e dall’altra parte non trovi distanza, ma presenza.

Non serve essere sempre chiari, sempre giusti, sempre forti.
Serve poter essere veri.

È lì che un legame smette di essere superficiale
e diventa un posto in cui puoi restare.

𝐋'𝐚𝐧𝐢𝐊𝐚 𝐧𝐚𝐧 𝐟𝐢𝐫𝐊𝐚 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐢:𝐥𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐩𝐩𝐚𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐚𝐧𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐞𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞𝐭𝐭𝐚Giulia aveva trentadue anni e una certezza: sapev...
11/04/2026

𝐋'𝐚𝐧𝐢𝐊𝐚 𝐧𝐚𝐧 𝐟𝐢𝐫𝐊𝐚 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐢:𝐥𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐩𝐩𝐚𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐚𝐧𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐞𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞𝐭𝐭𝐚

Giulia aveva trentadue anni e una certezza: sapeva esattamente cosa stava facendo.

Con Marco le cose erano chiare dall'inizio.

Nessuna storia, nessuna aspettativa, nessuna complicazione.
Lo aveva detto lei stessa, quasi con orgoglio, quella prima sera.

"Io non voglio niente di serio in questo momento."
E lui aveva annuito, sollevato.

All'inizio era stato semplice, persino bello.
Si vedevano quando avevano voglia — una sera ogni tanto, qualche weekend sparso. Lui le scriveva tardi, lei rispondeva senza fretta...
C'era leggerezza.
C'era il piacere di una presenza senza il peso di dover essere qualcosa per l'altro.

Poi, lentamente, qualcosa era cambiato nella texture delle cose.

Marco aveva iniziato a trattenersi da lei .

Non solo fisicamente — a restare a dormire, a fare colazione insieme, a commentare la serie che guardavano sul divano come se fosse la cosa più normale del mondo...

Un giorno mi raccontò di quando lui le aveva presentato un suo amico, senza però darle un nome preciso: "questa Ú Giulia", e basta.

Niente titoli, niente spiegazioni.
Ma anche nessuna negazione.

Giulia, in quel momento, racconta, ricorda di sorriso compiaciuta.
Ma era successa una cosa strana: aveva sentito contemporaneamente un calore al petto e qualcosa di simile alla vergogna.

𝐈𝐥 𝐜𝐚𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐞𝐫𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐊𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐧𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐧𝐚𝐊𝐢𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐥𝐮𝐢. 𝐋𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐠𝐚𝐠𝐧𝐚 𝐞𝐫𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐥𝐞 𝐞𝐫𝐚 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚. 𝐏𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐯𝐚𝐭𝐚 𝐧𝐮𝐭𝐫𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐚𝐬𝐚 𝐜𝐚𝐬𝐢̀ 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐚𝐥𝐚.

Aveva passato il resto della serata a comportarsi normalmente — ridere, parlare, sembrare a proprio agio — mentre una parte di lei catalogava ogni gesto di Marco come una prova.

Ha messo la mano sulla mia schiena davanti al suo amico. Significa qualcosa? Poi si correggeva: Smettila.
Non significa niente. Avevate un accordo.

Era diventata bravissima a smentire se stessa in tempo reale.

La cosa più faticosa, mi avrebbe detto mesi dopo, non era il desiderio.
Era il lavoro costante di minimizzarlo. Quella voce interna che ogni volta che sentiva qualcosa di vero doveva subito ridimensionarlo, spiegarlo via, renderlo ragionevole.
Non Ú che voglio stare con lui. È solo che mi piace la sua compagnia. Non Ú che sono innamorata. È solo abitudine.

𝐄𝐫𝐚𝐧𝐚 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐭𝐢 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐊𝐞𝐬𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 𝐞̀ 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚 𝐊𝐞. 𝐍𝐚𝐧 𝐬𝐢 𝐝𝐞𝐟𝐢𝐧𝐢𝐯𝐚 𝐢𝐧𝐧𝐚𝐊𝐚𝐫𝐚𝐭𝐚. 𝐒𝐢 𝐝𝐞𝐟𝐢𝐧𝐢𝐯𝐚 𝐜𝐚𝐧𝐟𝐮𝐬𝐚.
𝐌𝐢 𝐡𝐚 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐚: "𝐍𝐚𝐧 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐬𝐜𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐊𝐢 𝐟𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐚𝐬𝐢̀ 𝐊𝐚𝐥𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐚𝐬𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐚𝐧 𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐧𝐞𝐊𝐊𝐞𝐧𝐚."

È esattamente qui che voglio fermarmi con te.

La "scopamicizia "— o amicizia con benefici, o relazione senza etichetta, o come preferisci chiamarla — Ú forse la forma relazionale più diffusa e meno compresa del nostro tempo.

Non Ú un problema morale. Non Ú una scelta sbagliata in assoluto. È, però, un territorio in cui si entra spesso convinte di avere il controllo e ci si ritrova a fare i conti con qualcosa di molto più antico di qualsiasi accordo verbale.

𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐚𝐥𝐚𝐠𝐢𝐚 𝐜𝐢 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚 𝐞̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐚𝐫𝐩𝐚 𝐧𝐚𝐧 𝐟𝐢𝐫𝐊𝐚 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐢.

Ogni contatto fisico ripetuto — soprattutto se accompagnato da momenti di reale intimità, da una risata, da un silenzio condiviso — attiva nel sistema nervoso una memoria affettiva che lavora indipendentemente dalla volontà cosciente. Non Ú debolezza. È biologia dell'attaccamento.

Lo schema relazionale che si costruisce in questi contesti ha una struttura molto precisa: il cervello impara che quella persona Ú fonte di piacere e di calore.
E inizia, silenziosamente, ad aspettarla.

Giulia non era "troppo emotiva". Giulia stava sperimentando esattamente quello che succede quando si vive una forma di vicinanza discontinua — c'Ú, non c'Ú, risponde, sparisce, si avvicina, si ritrae — senza avere gli strumenti per riconoscerla.

Quello che mi ha detto nella seconda seduta Ú rimasto con me:

"La cosa peggiore non Ú che non mi sceglie. È che ogni volta che arriva, sento che potrebbe farlo...e allora rimango."

In quella frase c'Ú tutto il meccanismo del rinforzo intermittente: la ricompensa che arriva in modo imprevedibile Ú neurologicamente più potente di quella costante.

Lo sanno le persone che giocano alle slot machine. Lo sa, inconsapevolmente, chiunque abbia aspettato un messaggio con il telefono in mano per ore.

Non si trattava di una dipendenza affettiva nel senso patologico. Si trattava di un sistema nervoso che stava facendo esattamente quello per cui Ú stato costruito: aggrapparsi a ciò che dà sollievo, anche se quel sollievo arriva a singhiozzo.

𝐂'𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐚 𝐥𝐢𝐯𝐞𝐥𝐥𝐚, 𝐩𝐞𝐫𝐚̀, 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐧𝐚𝐧 𝐬𝐢 𝐯𝐞𝐝𝐞 𝐬𝐮𝐛𝐢𝐭𝐚.

Giulia aveva scelto Marco — inconsapevolmente — proprio perché era non disponibile. Non perché fosse masochista. Ma perché quella distanza di sicurezza le permetteva di essere quasi in una relazione senza doversi esporre davvero.
Senza rischiare di essere vista fino in fondo.
Senza mettere in gioco la parte di sé più fragile.

𝐋𝐚 𝐬𝐜𝐚𝐩𝐚𝐊𝐢𝐜𝐢𝐳𝐢𝐚, 𝐢𝐧 𝐊𝐚𝐥𝐭𝐢 𝐜𝐚𝐬𝐢, 𝐧𝐚𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚̀.
𝐄̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐚𝐭𝐞𝐳𝐢𝐚𝐧𝐞.

Due persone che si incontrano in questo spazio portano spesso la stessa paura con facce diverse: uno la gestisce allontanandosi, l'altro restando ma non chiedendo mai davvero.
Entrambi si proteggono dalla stessa cosa — la vulnerabilità — usando strategie opposte e nessuno dei due si sente libero.
Anche se Ú quello che continuano a dirsi il contrario.

Con Giulia abbiamo lavorato a lungo non sul rapporto con il suo uomo — che era, in fondo, solo il palcoscenico — ma su quella parte di lei che aveva imparato, molto presto, che per essere amata bisognava non chiedere troppo.
Che il bisogno di accettazione doveva restare piccolo, invisibile, gestibile.

𝐈𝐥 𝐯𝐞𝐫𝐚 𝐥𝐚𝐯𝐚𝐫𝐚 𝐧𝐚𝐧 𝐞𝐫𝐚 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐫𝐞 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐚.
𝐄𝐫𝐚 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐫𝐞 𝐜𝐚𝐬𝐚 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚𝐯𝐚 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐚𝐜𝐜𝐞𝐭𝐭𝐚𝐯𝐚 𝐮𝐧 𝐚𝐜𝐜𝐚𝐫𝐝𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐥𝐚𝐬𝐜𝐢𝐚𝐯𝐚 𝐚 𝐊𝐞𝐭𝐚̀.

Quello che ho visto in Giulia, e in tante persone che portano storie simili, Ú che il nodo non stava nell'altro.
Stava nel momento esatto in cui aveva smesso di trattare i propri bisogni come qualcosa di legittimo. Non per colpa. Per abitudine. Per un apprendimento vecchio, radicato, che diceva: se chiedi troppo, perdi.

Riconoscere questo non Ú semplice.
Non accade leggendo un articolo, né decidendo di volersi bene di più. Richiede uno spazio in cui guardare i propri schemi senza doverli giustificare — un tempo lento, accompagnato, in cui nessuno stabilisce in anticipo dove si deve arrivare.

La domanda vera non Ú perché lui non mi sceglie.
La domanda vera Ú: da quando ho smesso di considerare i miei bisogni una cosa seria?

Dott.ssa Caterina Giordano- scrittrice e psicologa

10/04/2026

Ci sono passaggi della vita in cui perdi i punti di riferimento.
Non sai cosa succederà, non sai se sarai pronta, non sai nemmeno da dove iniziare.

Ed Ú normale avere paura.

Ma Ú spesso proprio lì, quando non puoi più restare dove eri, che inizi a muoverti davvero.
Non per sopravvivere
 ma per conoscerti.

Nell’incertezza non perdi te stessa.
Inizi a incontrarti.

𝐋𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐊𝐚 𝐯𝐚𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐋𝐚𝐮𝐫𝐚 𝐡𝐚 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐢𝐧 𝐬𝐞𝐝𝐮𝐭𝐚 𝐧𝐚𝐧 𝐞𝐫𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐞̀ 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚.𝐄𝐫𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐚𝐧 𝐞̀ 𝐊𝐚𝐢 𝐬𝐮𝐜𝐜...
08/04/2026

𝐋𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐊𝐚 𝐯𝐚𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐋𝐚𝐮𝐫𝐚 𝐡𝐚 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐢𝐧 𝐬𝐞𝐝𝐮𝐭𝐚 
𝐧𝐚𝐧 𝐞𝐫𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐞̀ 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚.
𝐄𝐫𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐚𝐧 𝐞̀ 𝐊𝐚𝐢 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚.

Non le era successo niente di grave.
Nessun lutto, nessuna crisi, nessun episodio che potesse indicare con un dito e dire: ecco, Ú colpa di questo o di quello.
"La mia infanzia Ú stata normale," mi ha detto. "I miei genitori c'erano. Non mi ha fatto mancare niente."
E aveva ragione, in un certo senso.
C'erano. Lavoravano, portavano il cibo in tavola, pagavano le bollette...

Ma non chiedevano mai come stava davvero.
Non le davano un nome a quello che sentiva.
Non la guardavano mai negli occhi quando piangeva.

Laura aveva 44 anni, insegnava alle medie da quasi vent'anni — sostegno, uno di quei ruoli in cui porti a casa il peso degli altri ogni giorno e lo chiami vocazione.
Due figli, 16 e 19 anni, cresciuti in gran parte da sola, almeno emotivamente, anche quando il padre era ancora in casa.
Tre anni prima si era separata da un uomo che non era cattivo — lo diceva sempre, questo — semplicemente assente nel modo più sottile.
Nessuna violenza, nessun tradimento.
Solo una solitudine silenziosa che cresceva dentro un matrimonio apparentemente normale.

Lei era la persona a cui tutti telefonavano quando avevano un problema. Le colleghe, le amiche, i figli, a volte ancora l'ex marito. Quella che trova le parole giuste. Quella che non crolla.
"Sei fortissima," le dicevano.
E lei annuiva.
Perché non sapeva come spiegare che quella forza costava qualcosa che non aveva mai calcolato.

𝐋𝐚 𝐟𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐫𝐚𝐟𝐚𝐧𝐝𝐚 
𝐞̀ 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐚𝐧 𝐬𝐚𝐢 𝐝𝐢 𝐚𝐯𝐞𝐫𝐞.

Non nasce da un singolo evento.
Non ha una data, un episodio, un momento che puoi raccontare.
Si costruisce nel tempo, goccia dopo goccia, attraverso quello che non Ú mai accaduto.
Il genitore che non si Ú fermato quando piangevi.
Lo sguardo che non ha cercato il tuo.
Le emozioni che hai imparato a non mostrare perché non c'era nessuno pronto a raccoglierle.

In clinica lo chiamiamo trauma cumulativo: non un'onda che travolge, ma un'erosione lenta. Invisibile. Che non lascia cicatrici evidenti — eppure rimodella tutto.

Il modo in cui ti percepisci.
Il modo in cui ti aspetti di essere trattata.
Il modo in cui interpreti ogni relazione che incontri.

𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐭𝐢𝐩𝐚 𝐝𝐢 𝐭𝐫𝐚𝐮𝐊𝐚 𝐜𝐚𝐬𝐢̀ 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐥𝐞 𝐝𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐚𝐬𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐞̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐊𝐚 𝐧𝐞𝐫𝐯𝐚𝐬𝐚 𝐧𝐚𝐧 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐢𝐧𝐠𝐮𝐞 𝐭𝐫𝐚 𝐮𝐧'𝐚𝐬𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐞 𝐮𝐧'𝐚𝐠𝐠𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐚𝐧𝐞.

Registra entrambe come pericolo.
Registra entrambe come: non sono al sicuro. Non sono abbastanza. Devo adattarmi per sopravvivere.
E così la bambina impara.
Impara a non chiedere, perché chiedere non porta niente.
Impara a non sentire troppo, perché sentire troppo disturba.

Impara a rendersi utile, invisibile, accomodante — qualunque cosa serva per guadagnarsi un posto in quella relazione.
Strategie intelligentissime, per sopravvivere in un ambiente emotivamente povero.

Strategie che diventano prigioni, nell'età adulta.

𝐋𝐚𝐮𝐫𝐚 𝐧𝐚𝐧 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐮𝐧 𝐭𝐫𝐚𝐮𝐊𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐊𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐚𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐬𝐚𝐭𝐭𝐢𝐥𝐞 𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐞𝐫𝐯𝐚𝐬𝐢𝐯𝐚.

Aveva cresciuto un sistema nervoso addestrato all'assenza.
Nella relazione lunga aveva dato tutto e aveva aspettato.
Aveva giustificato, aveva capito, aveva trovato spiegazioni per comportamenti che avrebbe dovuto non accettare. Aveva pensato mille volte di meritare di più — e mille volte aveva convinto se stessa che forse esagerava. Che forse chiedeva troppo. Che forse era lei il problema.

La sera, quando i figli erano nelle loro stanze e la casa taceva, c'era un vuoto che non sapeva nominare. Non era tristezza, o almeno non solo. Era qualcosa di più antico. Come se avesse passato tutta la vita a costruire la casa degli altri e si accorgesse solo adesso, a 44 anni, che la sua non sapeva dove fosse.

Un giorno, in seduta, mi ha detto una cosa che non dimentico.
"Ho sempre pensato che se mi fossi fermata a stare male, tutto sarebbe crollato. Quindi non mi sono mai fermata."
Quella frase non viene dal niente.

Viene da anni di trascuratezza emotiva che ha insegnato al suo sistema, silenziosamente, che i propri bisogni sono un peso. Che fermarsi Ú un lusso che non ci si può permettere. Che il modo più sicuro di esistere Ú essere indispensabile per qualcun altro.

𝐈𝐥 𝐭𝐫𝐚𝐮𝐊𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐚𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐬𝐢 𝐜𝐮𝐫𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐚𝐧𝐞.

Non si guarisce da soli.
Non basta capirlo intellettualmente.
Non basta nemmeno volerlo con tutta se stessa.
Si guarisce dentro una relazione sicura — in cui finalmente qualcuno rimane, ti aspetta,n on si spaventa di quello che senti.
Ti dà un nome, uno sguardo, una presenza costante che nel tempo rieduca il sistema nervoso a qualcosa di nuovo: la fiducia che l'altro non sparirà.
È un processo lento. Non lineare.
Ha momenti in cui tutto sembra tornare come prima.
Ha momenti in cui qualcosa si allenta, finalmente, e non sai bene perché.

Laura, verso la fine del nostro percorso, ha detto una cosa che porto ancora con me.
"Ho sempre aspettato che qualcuno si accorgesse che stavo male. Non avevo capito che aspettavo da fuori quello che nessuno mi aveva mai dato dentro."
Esatto.

Il vuoto non Ú una tua caratteristica.

È la forma che prende un bisogno che non Ú mai stato soddisfatto.

Dott.ssa Caterina Giordano- scrittrice e psicologa

A volte quello che cerchiamo non Ú una soluzione immediata,ma qualcuno che sappia restare.L’empatia non Ú dare consigli,...
07/04/2026

A volte quello che cerchiamo non Ú una soluzione immediata,
ma qualcuno che sappia restare.

L’empatia non Ú dare consigli, interpretare o correggere.
È la capacità di entrare nel mondo dell’altro con rispetto,
senza invadere, senza semplificare ciò che Ú complesso.

Quando ci sentiamo davvero compresi,
anche ciò che dentro appare confuso può iniziare lentamente ad organizzarsi.

Sentirsi visti, ascoltati, accolti
permette ai pensieri di trovare forma
e alle emozioni di diventare più chiare.

L’empatia crea uno spazio in cui possiamo continuare a raccontarci.

Ed Ú proprio lì che qualcosa inizia a trasformarsi.

31/03/2026

Il cervello non cerca solo amore.
Cerca di chiudere ciò che Ú rimasto aperto.

Per questo ti ritrovi sempre nello stesso tipo di relazione.
Per questo scegli persone emotivamente distanti.

C’Ú una parte di te che pensa:
“Questa volta sarà diverso.”
“Questa volta riuscirò a farmi amare.”

𝐒𝐚𝐫𝐚 𝐡𝐚 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐚𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐩𝐫𝐚𝐛𝐥𝐞𝐊𝐚 𝐢𝐥 𝐠𝐢𝐚𝐫𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐢𝐥 𝐬𝐮𝐚 𝐫𝐚𝐠𝐚𝐳𝐳𝐚 𝐡𝐚 𝐜𝐚𝐊𝐢𝐧𝐜𝐢𝐚𝐭𝐚  𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐫 𝐛𝐞𝐧𝐞.Non era successo niente.N...
30/03/2026

𝐒𝐚𝐫𝐚 𝐡𝐚 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐚𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐩𝐫𝐚𝐛𝐥𝐞𝐊𝐚 𝐢𝐥 𝐠𝐢𝐚𝐫𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐢𝐥 𝐬𝐮𝐚 𝐫𝐚𝐠𝐚𝐳𝐳𝐚 𝐡𝐚 𝐜𝐚𝐊𝐢𝐧𝐜𝐢𝐚𝐭𝐚 𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐫 𝐛𝐞𝐧𝐞.

Non era successo niente.
Nessuna crisi, nessun litigio, nessuna tensione da disinnescare.Lui era semplicemente sereno — e lei non sapeva cosa fare di sé stessa."Mi sentivo inutile," mi ha raccontato.

"Come se senza un suo problema da risolvere non sapessi dove mettere le mani."

Sara aveva 38 anni, viveva a Napoli — si era trasferita lì dieci anni prima per seguire una storia d'amore che non era durata, e poi era rimasta, come fanno le persone che mettono radici dove pensavano di essere solo di passaggio.Lavorava come coordinatrice in una cooperativa sociale, niente figli, una relazione stabile da tre anni con un uomo gentile che la amava nel modo in cui lei non riusciva ad accettare — con calma, senza drammi, senza bisogno di essere salvato.
Era la figlia maggiore di una madre fragile e di un padre che non aveva mai imparato a gestire le proprie emozioni. I
n famiglia era sempre stata quella solida Quella che capisce. Quella che non crolla.
Non era venuta in consulenza per sua scelta, almeno non all'inizio.
Era stata una collega — anche lei in percorso psicologico da qualche tempo — a dirle, un giorno a pranzo: "Hai mai pensato che forse ti stanchi perché porti troppo addosso?"Sara mi aveva raccontato di aver riso.

Di aver detto "ma no, sto benissimo."

Poi era tornata a casa e aveva pianto per mezz'ora senza sapere perché.

E lo era diventata così bene — quella solida, quella che regge tutto — che non sapeva più fare altro.

𝐂'𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐭𝐢𝐩𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐚𝐧𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐬𝐬𝐚𝐊𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐊𝐚𝐥𝐭𝐢𝐬𝐬𝐢𝐊𝐚 𝐚𝐥𝐥'𝐚𝐊𝐚𝐫𝐞.

Si chiama iper-responsabilità emotiva, e chi la vive raramente la riconosce come un problema.
Anzi — spesso Ú una delle cose di cui va più fiero.

Sei quella che capisce sempre.
Che giustifica, che trova la spiegazione giusta, che non prende le cose sul personale.
Sei paziente quando gli altri si arrabbiano, calma quando gli altri crollano, disponibile quando gli altri si chiudono.
Sembri forte.
E in un certo senso lo sei.

Ma nel mio lavoro osservo che sotto quella forza, quasi sempre, c'Ú una convinzione molto antica: che il tuo valore dipenda dall'essere indispensabile.

Che se smetti di reggere, qualcosa si romperà.
Che il tuo posto nelle relazioni vada guadagnato — ogni giorno, con ogni gesto di cura.

𝐐𝐮𝐢 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚 𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐟𝐚 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐞𝐟𝐟𝐞𝐭𝐭𝐚, 𝐝𝐢 𝐬𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚.

L'empatia iperresponsabile non Ú solo un dono che dai agli altri.
È anche — e questo Ú difficile da sentire — un modo per tenere il controllo.

Finché sei tu a capire, a spiegare, a contenere, sei tu a decidere come stanno le cose.
Sei tu il centro emotivo della relazione.
Sei necessaria.
E l'altra persona, anche senza volerlo, impara a dipendere da quella tua capacità di reggere.
Non cresce.
Non impara a stare con il proprio disagio.
Perché ci sei sempre tu, pronta, a toglierle il peso.

Quando l'ho detto a Sara, si Ú irrigidita.
"Stai dicendo che faccio del male alle persone che amo?"
No. Sto dicendo che ti fai del male tu.
E che spesso, nel farlo, non lasci spazio agli altri per imparare a stare in piedi da soli.

Quella distinzione — tra ferire e non permettere la crescita — l'ha tenuta sveglia quella notte. Me lo ha scritto il giorno dopo.

𝐈𝐥 𝐜𝐚𝐧𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐭𝐫𝐚 𝐜𝐚𝐊𝐩𝐫𝐞𝐧𝐬𝐢𝐚𝐧𝐞 𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐞́ 𝐞̀ 𝐬𝐚𝐭𝐭𝐢𝐥𝐢𝐬𝐬𝐢𝐊𝐚.

E quasi nessuno se ne accorge mentre lo attraversa.
Succede così: inizi a capire l'altro — e fin qui va bene, Ú empatia autentica. Poi inizi a giustificarlo — e qui qualcosa si sposta. Poi inizi a spiegare a te stessa perché il suo comportamento era comprensibile, perché aveva avuto una giornata difficile, perché in fondo non voleva ferirti.
E a un certo punto ti rendi conto che non sai più cosa pensi tu. Cosa senti tu.
Cosa vuoi tu.
Sei diventata così brava a vedere il mondo attraverso gli occhi degli altri che i tuoi si sono appannati.
Questo Ú uno dei meccanismi più silenziosi nelle relazioni tossiche — non c'Ú un carnefice riconoscibile, non ci sono urla. C'Ú solo una persona che sparisce lentamente, un gesto di cura alla volta.

Nel percorso psicologico questo momento — il momento in cui una persona si accorge di essersi persa dentro le relazioni — Ú uno dei più delicati.
Perché Ú doloroso.
Ma Ú anche il primo posto in cui qualcosa di vero può ricominciare.

𝐒𝐚𝐫𝐚 𝐡𝐚 𝐢𝐊𝐩𝐚𝐫𝐚𝐭𝐚 𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐚𝐬𝐚 𝐬𝐚𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐜𝐚𝐊𝐛𝐢𝐚𝐭𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐚

Prima di rispondere, prima di capire, prima di trovare la spiegazione giusta — si ferma un momento e si chiede: e io, come sto?
Non Ú egoismo quello.
È il gesto più rivoluzionario che abbia mai imparato.
Perché chi ha vissuto anni a prendersi cura degli altri senza prendersi cura di sé non ha bisogno di smettere di essere empatico.
Ha bisogno di includere sé stesso in quell'empatia.
Ha bisogno di scoprire che anche i propri bisogni esistono.
Che anche il proprio disagio merita attenzione.
Che essere presenti per gli altri non richiede di sparire.
Quello che osservo spesso in chi porta avanti questo tipo di dipendenza affettiva dal ruolo di caregiver emotivo Ú una sorpresa genuina: scoprire che i propri confini non distruggono le relazioni. Le rendono più vere.
Quando Sara ha capito questo — davvero capito, nel senso che lo sentiva mentre lo diceva — ha pianto. Non di tristezza. Di sollievo.
"Non sapevo che potevo esistere anch'io," ha detto.
Quella frase me la porto dietro ogni volta che incontro qualcuno che si descrive come "la persona forte del gruppo."

𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐳𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐚 𝐧𝐚𝐧 𝐞̀ 𝐧𝐚𝐧 𝐚𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐢𝐬𝐚𝐠𝐧𝐢.

È saper stare con i propri bisogni senza vergognarsene.
È permettersi di non capire sempre.
Di non avere la spiegazione pronta.
Di dire "mi hai fatto del male" senza aggiungere "ma capisco perché l'hai fatto."
È scegliere la vulnerabilità — non come debolezza, ma come atto di intimità autentica con sé stessi e con l'altro.
Chi attraversa un percorso psicologico su questi temi scopre che le sue relazioni non collassano quando smette di reggere tutto.
Spesso, diventano più autentiche.

Dott.ssa Caterina Giordano- scrittrice e psicologa

26/03/2026

Quando manca una relazione importante, il bisogno emotivo non scompare.

Rimane.
Si trasforma.
Cerca nuovi modi per sentirsi visto, accolto, al sicuro.

A volte ciò che chiamiamo “reazione esagerata”
Ú solo un bisogno che non ha ancora trovato spazio.

Comprendere questo cambia il modo in cui guardiamo noi stessi e gli altri.

Salva questo reel se ti ha fatto riflettere 🀍



𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐧𝐚 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝟑𝟏 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐞 𝐝𝐚 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐭𝐚𝐫𝐧𝐚𝐯𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐮𝐚𝐊𝐚.Martina — 31 anni, insegnante, occhi stanchi di chi non ...
24/03/2026

𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐧𝐚 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝟑𝟏 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐞 𝐝𝐚 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐭𝐚𝐫𝐧𝐚𝐯𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐮𝐚𝐊𝐚.

Martina — 31 anni, insegnante, occhi stanchi di chi non dorme bene da un po' — mi stava raccontando per la terza volta della stessa sera.
Stesso uomo.
Stesso finale.
Sette anni di un ritornare che lei stessa non sapeva spiegarsi.

A un certo punto si Ú interrotta e ha detto: "Dottoressa, ma sono stupida?"Quella domanda mi Ú rimasta dentro. Perché la riconosco.
Non nella mia storia, ma in quella di tante persone che siedono dall'altra parte.
Persone intelligenti, capaci, consapevoli — che continuano a tornare dove sanno già che si faranno del male.
E ogni volta che sento quella domanda, voglio dire la stessa cosa: no. Non sei stupida. Sei umana. E c'Ú una differenza enorme.

𝐈𝐥 𝐜𝐞𝐫𝐯𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐧𝐚𝐧 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐢𝐥 𝐛𝐞𝐥𝐥𝐚. 𝐂𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐢𝐥 𝐟𝐚𝐊𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞.

C'Ú un processo psicologico che si chiama rinforzo intermittente, e una volta che lo comprendi davvero — non solo con la testa, ma nel corpo — il modo in cui guardi certe relazioni cambia per sempre.
Funziona così: quando qualcuno ti dà attenzione, calore, vicinanza in modo imprevedibile — a volte sì, a volte no, senza una logica apparente — il tuo sistema nervoso entra in uno stato di allerta costante.
Non sai quando arriverà il "sì".
Allora aspetti. Monitori ogni segnale.

E ogni volta che arriva — un messaggio, un momento dolce, un riavvicinamento — la scarica di dopamina che ricevi Ú molto più intensa di quella che proveresti in una relazione stabile e prevedibile.

Il tuo cervello impara: questa persona vale la pena di aspettare. Non perché sia vero ma perché il sistema di ricompensa Ú stato addestrato a funzionare così.

𝐄̀ 𝐥𝐚 𝐬𝐥𝐚𝐭 𝐊𝐚𝐜𝐡𝐢𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐚𝐧𝐢.

Proprio come in una slot machine,non vinci spesso ma quando vinci, la soddisfazione Ú così potente che continui a giocare anche quando ci vai a perdere.

Il problema non Ú che sei dipendente da quella persona.
Il problema Ú che sei dipendente da quello schema relazionale:da quella tensione tra il vuoto e il picco.
E quello schema, spesso, lo riconosci inconsciamente come casa — perché assomiglia a qualcosa che hai vissuto molto prima, in un contesto in cui non potevi scegliere diversamente.

𝐂𝐚𝐧 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐧𝐚 𝐜𝐢 𝐬𝐢𝐚𝐊𝐚 𝐬𝐚𝐟𝐟𝐞𝐫𝐊𝐚𝐭𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐚𝐧𝐞 𝐜𝐚𝐥 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐞.

Non assente — questo Ú importante dirlo.
Presente a intermittenza.
Momenti in cui era il padre migliore del mondo, e poi settimane di distanza emotiva, senza spiegazioni.
Lei aveva imparato, da bambina, ad orientare tutta se stessa verso quei momenti buoni. A monitorare i suoi umori. A sperare nel momento giusto.
Quando l'abbiamo visto insieme, quella connessione tra il padre e l'uomo dei sette anni, Ú rimasta in silenzio quasi un minuto intero.
Poi ha detto: "Quindi non Ú lui che aspetto."
No, Martina. Non Ú lui.

Quel silenzio, in seduta, Ú uno dei momenti che porto con me. Perché Ú lì che qualcosa si sposta davvero — non quando una persona capisce, ma quando sente quello che ha sempre saputo senza saperlo.

𝐐𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐞̀ 𝐢𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐚 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐊𝐚𝐥𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐚𝐧𝐞 𝐬𝐢 𝐛𝐥𝐚𝐜𝐜𝐚𝐧𝐚.

Capire razionalmente il meccanismo non basta.
Puoi sapere tutto sul rinforzo intermittente e continuare a rispondere a quel messaggio alle undici di sera.
Perché la comprensione intellettuale osserva lo schema, ma non lo trasforma.
Quello che cambia davvero Ú quando riesci a portare consapevolezza nel momento esatto in cui lo schema si attiva — non dopo, non in retrospettiva.
In quell'istante preciso in cui senti il bisogno di cercare quella persona, di controllare il telefono, di trovare una giustificazione per tornare.

La domanda che propongo spesso Ú questa: invece di chiederti "devo risponderle?", prova a chiederti "cosa sto cercando in questo momento? Conforto? Conferma? Sollievo dall'ansia?"

Quella domanda sposta l'attenzione dall'altro a te. E nel momento in cui ti guardi invece di guardare l'altro, qualcosa inizia a muoversi.

𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐧𝐚 𝐚𝐠𝐠𝐢 𝐬𝐭𝐚 𝐛𝐞𝐧𝐞.

Non perché abbia smesso di desiderare una relazione ma perché ha smesso di confondere l'intensità con la profondità.
La tensione con la connessione.
Il dolore con la prova che qualcosa Ú reale.

Mi ha scritto qualche mese dopo: "Mi annoio delle relazioni intense. E non sai quanto mi piace questa noia."

Quella frase me la sono salvata. Perché dice in dodici parole quello che cerco di spiegare da anni: la stabilità non Ú assenza di emozione.
È emozione che non ha bisogno di farti del male per farti sentire viva.

E questo, quando lo tocchi davvero — non quando lo leggi, quando lo tocchi — cambia tutto.

Dottoressa Caterina Giordano- scrittrice e psicologa

Indirizzo

Agropoli
84043

Sito Web

https://tally.so/r/mOyRRK, https://animeinmovimento.socialacademy.com/pages/caterinag

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