22/11/2025
Riflessioni
Basta: non è tutto narcisismo. Non tutto è manipolazione. A volte è solo umanità ferita.
✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie
Viviamo in un’epoca in cui ogni relazione difficile viene subito trasformata in diagnosi.
Non ci amiamo più: ci etichettiamo.
Se uno sparisce → narcisista.
Se uno è emotivo → borderline.
Se uno è riservato → evitante.
Se uno sbaglia → manipolatore.
Se uno non risponde → ghosting patologico.
Non se ne può più.
Abbiamo costruito un mondo dove è più facile accusare che comprendere, più facile pronunciare una diagnosi che ascoltare una ferita. Ma la verità è un’altra, molto più semplice e molto più dolorosa:
molti non sono cattivi. Sono immaturi.
Molti non sono manipolatori. Sono spaventati. Molti non sono narcisisti. Sono confusi.
E soprattutto:
molto del dolore che proviamo non viene da loro… ma da ciò che si riattiva in noi.
Ghosting: non è una categoria clinica. È una fuga.
Oggi lo chiamano ghosting, ma è una parola elegante per dire: “Non reggo il confronto. Non so gestire le mie emozioni. Non so dirti la verità. Quindi scappo.” Esiste il ghosting overt: sparizione totale. Esiste il ghosting covert: presenza intermittente, ambigua, a fasi. Nessuno dei due è una diagnosi. Sono strategie di sopravvivenza emotiva di chi non riesce a sostenere una relazione adulta. Fa male, certo. Ferisce nel profondo. Ma non è sempre malizia. Quasi sempre è immaturità.
Il vero punto: i bisogni infantili che scambiamo per amore. Quello che ci distrugge non è la fuga dell’altro, ma ciò che risveglia in noi: la paura dell’abbandono, la nostalgia di un amore mai avuto, la ferita del “non valgo abbastanza”, il bisogno disperato di essere scelti, la fame affettiva rimasta bambina. È qui che tutto diventa insopportabile. Non perché l’altro ci fa male, ma perché tocca una ferita antica. E allora lo chiamiamo narcisista, manipolatore, tossico. Perché è più facile patologizzare che riconoscere la nostra vulnerabilità.
Siamo stanchi: non di amare, ma di amare con la ferita aperta La verità è che molte storie d’amore sono crollate non per mancanza di sentimento, ma perché erano appoggiate su bisogni infantili irrisolti: bisogno di essere salvati, bisogno di essere visti, bisogno di essere confermati, bisogno di non restare soli. E quando l’altro si ritira, anneghiamo non nel presente, ma nel passato. Non serve più un colpevole. Serve una consapevolezza. Non tutte le storie finiscono per colpa di un narcisista. Molte finiscono perché: uno scappa, l’altro rincorre, nessuno cresce. Il mondo non è pieno di persone tossiche. È pieno di persone ferite. E allora smettiamo di usare la psicologia per accusare. Usiamola per capire. Non tutto quello che ci confonde è manipolazione. Non tutto quello che perdiamo è amore. A volte è semplicemente un incontro tra due solitudini che non sanno ancora parlarsi. E la guarigione non arriva accusando l’altro, ma facendo pace con quella parte di noi che chiede all’amore di curare ciò che solo noi possiamo guarire.
✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie