02/09/2020
Qualche anno fa mi chiedevo se fosse davvero necessario usare ribelli o cattive come aggettivi per definire le bambine e le ragazze....
"Entrambi testi, seppure indirizzati ai ragazzi, parlano ad un pubblico molto più vasto, ed entrambi i progetti decidono di farlo etichettando le donne ora “cattive” ora “ribelli”, a dimostrazione probabilmente di quanto intrisa sia ancora la cultura, e ancor più la società, dominante di profonde distinsioni tra uomini e donne, e quanto queste ultime siano spesso destinate a dover sgomitare di più per far risaltare i propri successi. Nessun libro di favole, nessun graphic novel su bambini cattivi o ribelli, al massimo storie di geni e storie di eroi, ma probabilmente se queste autrici anche se partendo da progetti diversi sono arrivate a soluzioni simili ciò implica che ancora questo affermarsi della donna sia vissuto come ribellione e non come atto di libertà. Volendo rimanere a termini più prettamente Analitico Transazionali sia le storie per le bambine ribelli, sia quelle delle donne cattive, sembrano profondamente collegate a quel Bambino Libero che è capace di dare il meglio di sè mantendo il suo campo sgombro da dettami familiari o culturali, ed il Bambino Libero è tale sia nell’uomo che nella donna."
A distanza di qualche anno mi rispondo che è necessario ancora perchè è ancora un po' la cultura che ci circonda a considerarle tali quelle donne che decidono di essere libere dai pregiudizi e dai dogmi e vogliono realizzare la vita che desiderano; e che questi libri sono necessari ancora, e soprattutto per i più piccoli, perchè provano a trasmettere un messaggio diverso e lavorare sull'aspetto culturale sin dalle più tenere età.
Qualche anno fa un progetto editoriale, poi diventato anche teatrale e scolastico, aveva prodotto “Cattive Ragazze, 15 storie di donne audaci e creative” (edizioni Sinnos) un graphic novel a cura di Assia Petricelli che ripercorre la vita di 15 interpreti significative degli ultimi 150 anni. Un ...