23/03/2020
LA RECLUSIONE AI TEMPI DELLA PANDEMIA
La reclusione in atto di queste settimane preferisco considerarla al pari di una STANZA D'ANALISI. È come se tutti noi fossimo entrati, più o meno volontariamente, in una dimensione definita, proprio come in un percorso psicoterapico, a mancare è "solo" la guida, quel qualcuno che è lì per noi, ad indirizzarci laddove il disorientamento prevalga.
Il primo periodo è caratterizzato dall'attivazione delle Resistenze, perdonate il linguaggio tecnico, più semplicemente non si sta comodi sul lettino del proprio analista, ci si sente studiati. Si può provare DIFFIDENZA, FASTIDIO, TENSIONE ED EVITAMENTO oppure, all'opposto, si diventa LOGORROICI, RICHIEDENTI, IPERATTIVI. Arrivano a volte anche i sogni a completare il tutto e spesso sono incubi: ricordo quelli che facevo all'inizio della mia analisi personale, per nulla piacevoli.
Ad un certo punto poi ci si calma e s'inizia a navigare, senza avere più di tanto una mappa, si procede e s'improvvisa verso un dove indefinito.
Non è proprio un viaggio tranquillo, ci s'imbatte spesso in tempeste dolorose e difficili da elaborare. Sì perché la STANZA ha questo potere, è come una macchina del tempo che ci fa regredire, andare nel passato e si ferma lì proprio dove abbiamo la ferita. Ci fa ripetere più e più volte una scena vissuta fin tanto che basta per elaborarla, accettarla e magari ripararla.
È un atto coraggioso entrare nella stanza d'analisi, non è per nulla scontato, si è in pochi a voler rivedere i propri scheletri!
Stefano Bolognini in "Passaggi segreti" la chiama "un intermezzo acquatico". Nella sua immaginazione molte persone giungono al trattamento in condizioni simili a quelle di un individuo che, stando in spiaggia, non ha mai messo un piede in acqua. La seduta analitica è un po', per il paziente, come entrare in acqua. Il problema è imparare a lasciarsi andare, iniziando l'ambientamento e imparando a confidare nel fatto che si può galleggiare.
Non abbiate timore nel provare segni di cedimento, non è facile avere a che fare con sé stessi, anzi vi dirò di più, dovreste preoccuparvi del contrario!
È la sospensione del tempo la variabile a cui non siamo abituati, la lentezza e la pazienza le due dimensioni che, in questo frangente, dovremo prima o poi imparare. Siamo figli di una società frenetica le cui risposte anticipano le domande e dove il posseduto ha preso il posto del desiderato.
Mai come in questo periodo sarebbe saggio esprimere il proprio vissuto in un diario, in una relazione di confronto, telefonica ovviamente, e perché no anche decidendo attivamente, proprio ora, di intraprendere un percorso terapeutico, perché di una guida, prima o poi, se ne avrà bisogno.