04/01/2026
“Nuremberg” Una lettura clinica problematica
Nuremberg pone una questione centrale: la responsabilità soggettiva del male.
Sul piano etico il film regge; sul piano clinico, molto meno.
La prova di Russell Crowe è convincente proprio perché non costruisce un personaggio
“disturbato”, ma un soggetto lucido, orientato, capace di scelta. Il suo funzionamento non è caratterizzato da frammentazione dell’Io, né da perdita di realtà, né da sofferenza psichica manifesta. È un funzionamento freddo, strumentale, coerente, privo di colpa. Ed è proprio questo a renderlo clinicamente inquietante.
La figura dello psichiatra, invece, rappresenta il punto critico del film. La diagnosi di narcisismo viene utilizzata in modo improprio, come categoria esplicativa del male, confondendo tratti di personalità con responsabilità morale. Il narcisismo, così come presentato, diventa un’etichetta narrativa che rischia di psicologizzare l’orrore, trasformando la scelta in sintomo.
Il funzionamento mostrato non è riconducibile a un disturbo narcisistico di personalità in senso clinico. È più vicino a un funzionamento psicopatico o ideologicamente disumanizzato:
assenza di colpa, assenza di conflitto intrapsichico, uso strumentale dell’altro,
adesione rigida a un sistema di valori disumanizzante.
In questo senso, la diagnosi proposta dal film risulta concettualmente scorretta e clinicamente riduttiva. Il rischio è quello di offrire una spiegazione che attenua la responsabilità soggettiva, trasformando l’atto in espressione di un disturbo anziché di una scelta consapevole.
Il film funziona quando resta sul piano della responsabilità morale.
Si indebolisce quando tenta di tradurla in una spiegazione psicopatologica.
Dal punto di vista clinico, Nuremberg mostra involontariamente un punto essenziale:
non tutto ciò che è disumano è patologico.
E non tutto ciò che è spiegabile è curabile.